Archivi per la categoria: Barcellonoia

Non c’è niente da fare, il privato è pubblico. Quando succedono “i fatti”, leggi sciopero generale o manifestazione viuuulenta, a me succede sempre qualche altra cosa. Mentre Barcellona si mobilitava per la vaga general, io ero alle prese con un cuore spezzato (il mio) fresco di giornata, anzi, di nottata in bianco.

Fortuna che gli amici compaiono sempre nel momento del bisogno: mentre mi trascinavo sul balcone alle 9 del mattino, con occhiaie delle dimensioni di un condor, ecco il rombo familiare dell’elicottero della polizia. Quello che salutavamo da Via Laietana nelle manifestazioni di massa del 15-M, quello che ci assordò tutto il giorno quando sgombrarono plaça Catalunya “per ripulirla”, in vista dello scontro al vertice tra indignados e tifosi del Barça (che ovviamente non ci fu).

In questo tripudio di occhiaie e timpani rotti, ecco arrivare anche lui, l’altoparlante dei centri sociali. Ora, non saprò mai la provenienza dei manifestanti che alle 10.30 percorrevano Joaquim Costa, sotto casa mia, incitando i negozianti paki ad abbassare le saracinesche (cosa che i pochi aperti facevano prontamente, per evitare danni). Ma dalla qualità dell’audio e dalla scarsa folla sospetto venissero da qualche casa Okupa, magari quella che aveva respinto un’italiana invalida “perché non la conoscevano”, facendomi rimpiangere i 510 euro d’affitto per ospitare solo gente che conosco.

E non è che l’inizio.

Alla manifestazione arrivo dunque assonnata, “somatizzante” e in ritardo. Per fortuna Xisca e Marie, le mie compagne di sventura, mi aspettano con calma fuori da Louis Vuitton (!), sul Passeig de Gràcia, e con me seguono l’imprevedibile rotta dei gruppetti Altraitalia, associazione italiana di sinistra. Dopo vari cambi di direzione e diverse foto alla fiumana di “scioperati” (che tra Manu Chao e Inti Illimani rock si divertono non poco), riusciamo ad accodarci ai nostri prodi, armati di due striscioni e di Santa Pazienza: da lontano, all’altezza di Plaça Urquinaona e poi di Plaça Universitat, arrivano “segnali di fumo” non proprio amichevoli. E dire che è una bella mani, come la chiamano qua, l’unica che finisca con un inno nazionale, quello catalano, cantato a squarciagola (incerta sulle parole mi limito a sussurrarlo, mentre un ambulante mi dichiara troppo snob per partecipare allo sciopero…).

Ma niente, i bollettini degli italiani che arrivano alla spicciolata sono da guerriglia urbana. Alessandra se la squaglia: “essendo io più coraggiosa”, scherza, mi chiamerà più tardi per ascoltare il seguito.

Ancora lo deve fare, ma le dirò che porta sfiga. Ingannata dalla calma apparente mi allontano verso Plaça Universitat, per ritrovarmi tra due fuochi: cassonetti bruciati e camionette della polizia a profusione. Una fricchettona spalmata contro il muro sorride e spiega: “Siamo circondati, verranno da qua e da là, tanto vale aspettare”.

I pochi che cercano di mantenere la calma fanno gruppo contro stipiti e cancelli. La maggioranza scappa a ogni scoppio. Petardi o…?, mi chiedo allarmata, mentre con due del gruppo di prima entro in simbiosi col muro di cinta dell’università. Mi risponde un tonfo vicinissimo, orrendo. Io non lo riconosco, Paolo sì: la “pelota”. Il proiettile ad aria compressa. Sparato ad altezza d’uomo. Me la indica pure, perché è rimbalzata in strada. Mi sembra di vedere una pallina nera, ma non capisco più nulla, sono stanca e non so nemmeno se riuscirò a tornare a casa senza buchi “supplementari”.

Ah, capisco un’altra cosa: dopo un tentativo fallito di circumnavigare i cassonetti in fiamme, e l’attraversamento finale della Gran Via, mi rendo conto che il corazón espinado che mi aveva causato tante noie, di fronte a un proiettile tace. Grazie al cazzo, lo so. Ma in questi momenti la vita sembra curiosa assai.

La pucundria diventa sfinimento quando ormai raggiungo casa, e mi dico che da lì non esco fino all’ora di andare al lavoro. Sperando che un lavoro ancora ce l’abbia.

Ora, “quoro” permettendo, io una cosina la mangerei.

Da quando vivo a Barcellona incontro sempre un venditore di rose.

Pakistano, immagino, anche se non lo so, non mi parla mai. Viene, mi stringe la mano come se volesse giocare a braccio di ferro, e nel caos generale del localino di turno mi offre una rosa. “Gratis”, dice. Ed è vero. “No, grazie mille, davvero” rispondo, e poi dico “buona fortuna, qué vaya bien”. Lui insiste un po’, poi se ne va.

Da tre anni. Mi riconosce sempre nonostante i cambiamenti, le reclusioni in casa seguite all’ebbrezza del primo anno, nonostante i vestiti prima scuri e ora colorati, o i disperati tentativi delle parrucchiere, sempre diverse, di rendermi irriconoscibile.

No, lui mi riconosce tra mille, come farà con mille altre. E mi offre la rosa. Due volte mi ha trovato con un ragazzo, e mi ha chiesto se fosse il mio fidanzato. Una volta gli ho risposto di sì. Vorrei anche fermarlo e farci due chiacchiere, scoprire che fa e perché vende rose, che strana storia ha da offrirmi insieme al suo spagnolo stentato, come se fosse la più normale delle storie, quello che capita a tutti. Vendere rose a svariati giorni d’aereo da casa. Sembra quasi romantico. Ma non posso neanche offrirgli una birra, la rifiuterebbe. E raccontare la tua vita davanti a un succo di frutta sarebbe un’impresa ardua anche per me.

Io pensavo che sarebbe stato lo sciopero. Scherzavo, ma fino a un certo punto. In azienda avevano il licenziamento facile, e comunque non c’era bisogno di una Content Writer italiana, gli italiani erano pessimi clienti. E poi mentre ero allo sciopero generale c’era stato un lavoro urgente per me. L’avevano passato a Lucilla, del Servizio Clienti.

Sì, se dovevano licenziarmi, l’avrebbero fatto per quello.

E invece no.

Il lavoro mi piaceva. Scrivevo, finalmente, anche se descrizioni di appartamenti e traduzioni dall’inglese. L’ufficio sembrava la succursale dell’ONU. Una volta ho sentito due colleghi, un olandese e un francese, parlarsi in portoghese perfetto. Doppia nazionalità. Era quasi la norma, lì.

Ma ultimamente mi pesava un po’. Il passaggio al part-time e al nuovo dipartimento, la gente licenziata su due piedi (ti chiama il manager, torni, baci tutti e via), ordini e contrordini su cosa scrivere e come.

E poi… Ma non posso raccontare tutto, qui, venite a prendervi un caffè e vi spiego perché quel giorno ero andata al lavoro con l’idea che sarebbe cominciato un periodo difficile. E la certezza che l’avrei superato.

Se guardo fisso davanti a me rivivo tutto. Eccomi al lavoro, quasi puntuale. Apro l’Excel, scorro gli appartamenti a cui dare un nome. Sono aumentati, mentre scioperavo. Quelli di Berlino sono sempre i più difficili, tocca consultare Petra. Xisca ha un bel vestito. Marie litiga al telefono col maestro del figlio. Alan racconta un aneddoto su quando era maestro. Andy arriva alle 11, nascondendomi un po’ Alan. Bianca non c’è. Perché? Boh, ieri non stava bene, rispondono.

Sarà per questo.

E poi viene il manager “creativo”, quello delle riunioni sui social media.

Venite su per una riunione?, chiede. Solo noi di Content.

Prendo l’agenda, la penna e il bicchierone d’acqua, dal distributore all’ingresso. Quella del piano di sopra sa di fango.

Ma la riunione è al terzo, e non ho la giacca. Lì farà fresco anche in un giorno così. È sempre vuoto…

No. Stavolta no.

C’è il manager biondo. Quello che assume. E licenzia.

Ci fa sedere nella stanza spoglia, intorno alla tavola rotonda. Ci guarda poco.

– Ragazzi, vi devo dire una cosa…

Ce ne dice tante. Bancarotta. Dimezzare il personale per sopravvivere. Ristrutturazione.

– … e quindi, per salvare l’azienda, dobbiamo fare a meno di voi.

Tutti?

Tutti.

E subito. La giornata è pagata. Massima liquidazione. Giorni di ferie compresi. Sta a noi decidere se andarcene a fine turno o all’istante. Nessuno ci biasimerà.

Guardo tutti. Guardo davanti a me.

Quindi non esistiamo più. Come gruppo, dico. Abbiamo lavorato insieme quasi un anno. E da oggi non esistiamo più.

Ma non ascolto, davvero.

Guardo davanti a me. E penso soprattutto a una cosa, e mi sento un po’ in colpa per pensarla.

Sollievo.

Questo penso, guardando davanti a me.

Niente nuova fase difficile, niente appartamenti da battezzare e descrivere. Peccato. Nostalgia. Ma anche sollievo.

Poi il manager biondo passa alla stanza accanto, e comincia la processione. Ci chiama uno a uno, per firmare i documenti. Spiega tutto per bene, è gentile. E allenato. Questa è la tua copia, firma ogni foglio, se vuoi puoi scrivere che ti riservi di parlare col tuo avvocato.

Sono la prima e chiedo di Bianca, pur sapendo. No, lei resta. Meno male.

I documenti sono in spagnolo. Senza accorgercene abbandoniamo anche noi l’inglese aziendale.

E nel suo spagnolo aspro il biondo mi dice che per me ha un affetto speciale. Che suo padre era prof. all’università e ammira quel mondo, e che dopo avermi assunta era salito entusiasta a parlare di me. Me l’hanno raccontato, rispondo. Non so che dire. Sembra sincero. Forse un giorno manderanno via anche lui.

Esco. L’altro manager è ancora là. Cerca di confortarci, forse ci controlla. Sembra una seduta di alcolisti anonimi. Molto silenzio e qualche parola su come ci sentiamo. Già, come.

Marie e Alan sono calmi.

Petra quasi piange.

Xisca sorride, come sempre.

Andy, davanti a me, si offre di scrivere un report sull’azienda. Ci ha lavorato più di tutti.

Io voglio solo andarmene.

Scendiamo a raccogliere le nostre cose.

Bianca c’è, stavolta. E piange.

I biscotti li lascio lì, sono secchi. Spengo il PC. Il documento delle descrizioni, quasi 200 pagine, non si chiude subito.

Salva modifiche?

No.

Vado anch’io ad abbracciare Bianca. La capisco. Quando toccò a me restare piansi un po’ in bagno. Ora so che stai meglio quando te ne vai.

I “superstiti”, infatti, ci guardano timidi. Andrea mi bacia prima la guancia destra, come se fossimo in Italia.

Marcos mi abbraccia.

Dennis è più rapido di quanto vorrebbe, non dobbiamo dare nell’occhio, gli altri sono nervosi, sanno che tocca a loro: alla fine un’e-mail è circolata. Non saprò mai se l’ho ignorata o la posta non funziona, come sostiene Marie.

Niente nomi, comunque. Solo il numero dei licenziati.

19.

Ovviamente mangiamo insieme.

Lontano, nel Born. Nel posto dei calçots. In realtà non li abbiamo mai mangiati, lì, i calçots, perché quand’eravamo passati a prenotare, prima Andy e poi io, era chiuso. Ora no.

Aggiungiamo sedie. Petra non viene, ha “del lavoro da fare”. Bianca adesso sorride un po’. Ordiniamo.

Poi fondiamo una nuova compagnia, che affonderà “quella di Bianca”.

Poi critichiamo le politiche aziendali e le razioni scarse.

Alan mi spreme la maionese dal tubo semivuoto. Gli diciamo del biglietto di addio, comprato quando l’avevano licenziato e poi ci avevano ripensato. Ride. Li invito tutti sul mio balcone, dopo Pasqua, per la consegna.

Dopo Pasqua.

Marie se ne va per prima, per prendere il figlio a scuola.

Io li lascio sotto l’ufficio, non voglio risalire.

Li abbraccio tutti. È un addio affollato, ci sono anche quelli scesi per la pausa pranzo, che non hanno fame.

Chiedo ad Alan se mi restituisce il libro. Mi dice di sì.

Andy si meraviglia della stretta, la Champions non è finita. Dice see you soon, come a scuola.

Sorrido e vado via.

Poi torno indietro perché ho dimenticato Xisca.

Come se non ci vedessimo più, scherza lei.

Sorrido di nuovo, e vado davvero.