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Altro estratto dal mio Substack. Ci vediamo lì!

Sull’amico pakistano ho scritto un romanzo.

Con lui non è stato un problema l’addio. È stato strano ritrovarsi.

L’addio è stato su Oxford Road, ed è stato per caso. Lui andava a terminare gli studi e a lottare per il suo matrimonio non combinato, non consumato fino alle nozze. Io andavo a sprecare la mia “bella testa” (cit.) in un altro progetto costoso e inutile. Che non mi sembrava sprecato.

Ritrovarsi a Barcellona ci ha costretti a pensare.

Cosa abbiamo fatto in questi vent’anni?

Lui è diventato ciò che doveva essere: marito e padre, figlio devoto di genitori che si era preso a carico, pensionabile a 40 anni perché i soldi li aveva fatti, lasciando il fegato tra tutti i MacDonald’s del mondo.

A me però aveva offerto un pranzo a cinque stelle da Teresa Carles, e mi aveva chiesto: come funzionavano i club cannabici? Non aveva mai provato.

Tante cose, non aveva mai provato…

Ci eravamo ubriacati con un bicchierino di cava e mezzo – il secondo era stato condiviso. Io non ho mai saputo bere e lui se lo concedeva da poco.

Un equivoco – giuro che credevo che quella porta fosse l’ascensore – ci aveva fatti finire nella stessa stanza. La sua.

Ero stata vigliacca? Avevo tinto di moralismo (“Non vado con uomini sposati”) la mia paura davanti al suo malessere fisico, reale. Stava per trasgredire. Lui che aveva fatto sempre la cosa giusta.

Dopo ci eravamo visti ancora, ma non era più la stessa cosa. Si era pensionato sul serio, aveva preso un altro lavoro.

Aveva deciso di non pensarci più, a come sarebbe stato. Se avesse fumato uno spliff, come li chiamavano nel nostro vecchio studentato, se avesse “consumato” prima di sposarsi, e scoperto che non è subito Le mille e una notte.

Io nemmeno ci penso più, in questo lutto agrodolce per cose che neanche volevo, ma che l’età e il conto in banca anemico allontanano da me per sempre.

Un giorno ci rivedremo, sempre in fretta, lui già proiettato altrove e io ansiosa di non andare in nessun posto.

Quel giorno mi farò un punto d’onore di offrire io.

Dal mio Substack, La gattara con la valigia. Seguiamoci anche lì!

Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.

Non va sempre così bene.

L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.

Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.

Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.

E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.

Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:

“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”

Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.

Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.

Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.

Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.

Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.

Dal mio Substack, La gattara con la valigia. Seguiamoci anche lì!

Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.

Non va sempre così bene.

L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.

Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.

Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.

E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.

Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:

“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”

Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.

Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.

Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.

Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.

Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.

I miei amici sì.

Se lo possono permettere. Nella precarietà dei licenziamenti di massa e dei lavori cancellati dall’AI, non possono concedersi le certezze dei genitori, ma i sogni sì.

Dopo i 30 sono gli unici ad avere ancora un ideale di donna a cui paragonano quelle, reali, che incrociano sulle app o nei loro viaggi zaino in spalla, in un mondo reso piccolo dalle compagnie low cost.

E rimandano la paternità a quando avranno il primo stipendio fisso: decisamente, ci sarà da aspettare.

Ho pensato a tutto questo mentre descrivevo il personaggio di Aqil, in Quando torni, avvisa.

Aqil esiste, come può esistere il personaggio di un romanzo: l’uomo che me l’ha ispirato ha profili social, e ci posta foto, a cui metto mi piace. Famiglia sorridente, posti visitati, tanto cibo di tutto il mondo, fotografato nelle pause dal lavoro.

Cosa c’è sotto, forse, lo so soltanto io.

Aqil non si è mai potuto permettere di essere romantico, o di “capire” che volesse fare nella vita. Da piccolo si è visto risolvere a tavolino il problema di scegliere la donna giusta: una lontana parente, da sposare a studi finiti.

Ma neanche gli studi, condotti a Londra, gli hanno dato occasione di esplorare gli stati di ebbrezza che si concedevano i suoi coinquilini: papà dal Kashmir mandava i soldi che bastavano a laurearsi e trovare un buon lavoro, per mantenere la famiglia. Tutta. Con una pressione del genere addosso, Aqil non faceva che studiare.

Le tentazioni? C’erano, ma lui non sempre le riconosceva. Nella sua vita precedente non c’era spazio per l’esplicito. Tutto era nascosto, o pianificato per tempo.

In tempi recenti l’ho rivisto: meno devoto, con più rimpianti e voglia di recuperare un tempo perduto che, però, gli suscita ancora un misto di curiosità e repulsione.

Forse gli succede ciò che affronta chiunque quando si guarda indietro e ripensa alle strade che non ha preso, alle decisioni che ha rimandato fino a negarsele per sempre.

Perché Aqil è stato felice, tanto, con la vita che gli è toccata in sorte. Ha amato la moglie scelta da altri più di quanto io abbia visto amare donne conosciute in una notte barcellonese e seguite liberamente, per un “sempre” che poi è durato poco.

Invidio Aqil? Per niente. Il lusso delle scelte mi è molto caro, a costo di sbagliarle tutte.

Ma dopo anni a confronto con tante culture,  capisco perché la vita  può scivolarti addosso più leggera, se sai fin dall’inizio cosa farne.

E un amore di qualsiasi tipo, ma che sia costante, e forgiato per durare, non mi sembra un destino così sacrificato.

Ad Aqil sì, però. 

Almeno ogni tanto.

Poi prende un altro volo, scatta un’altra foto al ramen in un localino di Osaka, e pensa quasi che va bene così.

Quando torni, avvisa è disponibile su Amazon a questo link. Fatemi sapere cosa ne pensate!

È da un po’ che scrivo solo romanzi.

Di giorno non faccio altro, più che un lavoro è un’ossessione.

Ho bisogno di riordinare dei fatti al limite del surrealismo che sono accaduti a me, a gente che conosco, e a qualcuno di cui ho letto.

Nessun dramma irreparabile, solo le contraddizioni di una città in cui avere una casa diventa un privilegio, e occuparla… una barzelletta.

Solo oggi, 6 novembre, il mio libro è gratis in formato ebook. Ecco il link.

Non fingerò di aver scritto un horror classico, il vero orrore è il precariato. E il barbiere assassino, a Barcellona, era una leggenda prima di Sweeney Todd.

Forse il vero mostro non è lui.

È da un po’ che scrivo solo romanzi.

Di giorno non faccio altro, più che un lavoro è un’ossessione.

Ho bisogno di riordinare dei fatti al limite del surrealismo che sono accaduti a me, a gente che conosco, e a qualcuno di cui ho letto.

Nessun dramma irreparabile, solo le contraddizioni di una città in cui avere una casa diventa un privilegio, e occuparla… una barzelletta.

Solo oggi, 6 novembre, il mio libro è gratis in formato ebook. Ecco il link.

Non fingerò di aver scritto un horror classico, il vero orrore è il precariato. E il barbiere assassino, a Barcellona, era una leggenda prima di Sweeney Todd.

Forse il vero mostro non è lui.

A me la serie sul Gattopardo è piaciuta, ma niente paura, non volevo parlarvi di questo.

È che a un certo punto Tancredi, che è infelice con Angelica ma almeno ha una moglie bella e ricca, dice a Concetta che “È andato tutto come doveva andare”.

A me ‘sta storia ha sempre fatto imbestialire.

Vi cito un’altra pietra miliare: Dirty Dancing. Non fate quella faccia, Baby fa al padre un discorso esemplare, una roba tipo: “Volevi che cambiassi il mondo, ma ciò che intendevi era che io sposassi uno di Harvard e fossi come te”.

Oppure in Dogma, la tizia che si sente dire “Dio ha un piano” grida: “Che c’era di sbagliato nel mio, di piano?”.

Amen, sorella.

Perchè quando io ho voluto essere ragionevole e cercarmi un lavoro, invece di scrivere, la crisi economica ha spazzato sia il lavoro che gli anni sottratti alla scrittura.

Da quando sono folle e faccio scelte che nessuno capisce, scrivo una bellezza e sono contenta.

E poi c’era il tipo catalano multiculturale, e simpatico, gentile frontman di un’associazione che promuoveva scambi culturali e commerciali (più commerciali, sospetto) tra Spagna e Asia. Quando conobbe il mio ex del Raval, e il riferimento da solo dovrebbe farvi capire che si trattava di un pakistano, mi manifestò il suo sgomento, senza spiegarmene il perché. Non riusciva neanche a credere che non capissi, ripeteva: ma tu fai studi di genere! 15 anni dopo, provo a tradurre: tu sei un’emancipata donna europea, che ci fai con un pitocco ignorante che probabilmente ti vuole in casa a figliare? (Ehm, no, era fiero del mio dottorato). Ed era stato questo tipo ad avvicinarci, in cerca di coppie miste. Le voleva, suppongo, miste ma non troppo. Con lui che di pakistano avesse solo la pelle, capi’? Uno che intanto si era “sgrossato”.

Non voglio essere assurda, negare che sia stata meglio con uomini più affini a me per gusti e aspirazioni (le origini c’entrano poco). Ma con loro è finita uguale, e senza i figli che quel tipo così diverso da me, invece, voleva.

Lo so, il mondo va così. Diciamo tanto che gli opposti si attraggono, ma gli studi ci dicono che finiamo per fare ciò che ci si aspetta da noi, con la gente a noi più vicina. E bene così.

Ma davvero le cose funzionano di più, se vanno “come dovevano andare”?

Non nego che abbiano più senso. Solo che forse non è tutto il senso che crediamo.

Forse non è abbastanza da giocarci la felicità.

Traduco in fretta, ma volentieri, questo articolo necessario di Gemma Herrero, sull’ambiente in cui devono lavorare le giornaliste sportive.

Da Telecinco

Nel corso dell’ultima settimana, mi è risuonata un’idea in testa senza sosta, senza tregua. E poi le domande. Come è stato possibile arrivare a questo punto? Com’è successo che noi della stampa sportiva non abbiamo denunciato a sufficienza le azioni di Rubiales e compagnia? Come abbiamo potuto tollerare, normalizzare, applaudire, reggere il gioco quando c’erano tanti segnali allarmanti, sotto gli occhi di chiunque? Come abbiamo creduto con tanta facilità al discorso sulle quindici giocatrici giudicandole delle bambine viziate, capricciose, maleducate, ricattatrici, e lo abbiamo diffuso generando una condanna generalizzata nei loro confronti? In definitiva, come abbiamo potuto lasciarle sole, e soprattutto perché? E la risposta arrivava chiara, spietata, secca: perché anche nella stampa sportiva ci sono tanti Rubiales. Per questo non le abbiamo sapute raccontare, perché i muri, i pregiudizi maschilisti – se non misogini – si trovavano, si trovano, anche nelle redazioni.

Quelli che ci hanno toccato e baciato senza permesso né consenso, e il giorno dopo ci hanno informato, avvertito, che non era niente di grave, non esagerare e non ingrandire le cose. Quelli che ti hanno mandato messaggi vocali spiegandoti quanto gli piacevano le tue tette, e dopo fanno finta che non si ricordano, che non è successo proprio niente, e con costoro continui a condividere spazi di lavoro. Questi altri che ora sono famosi, e qualche anno fa ti chiedevano il numero di telefono per passarlo a un giocatore “perché vuole parlare con te e che ti costa, che fa”, questi che spiegavano ad alta voce nell’autobus che ci portava allo stadio come si erano divertiti la notte precedente andando ‘a puttane’, ed era tanto divertente, tutti ridevano, quelli che annunciavano guardando l’orologio che restavano un po’ di più in redazione perché così arrivavano a casa quando i loro figli avevano già fatto il bagnetto e cenato.

Quelli che si indignavano quando gli facevi notare che avevano comportamenti maschilisti, perché loro non hanno ucciso né picchiato nessuno, e come osi dire questo a me, che ho una madre, una moglie e delle figlie. Quelli che indicavano te come una donna acida, una pazza, stai dando i numeri. Quelli che ti davano una bella ripassatina con gli occhi, da capo a piedi. Quelli che quando ti salutavano stringevano più del dovuto. Quelli che ci hanno relegato ai nostri posti di lavoro e ci hanno ammonito perché abbassassimo il tono, perché stai esagerando, calmati, non ti arrabbiare. Quelli che hanno condiviso sui loro social foto di giornaliste con la bocca aperta in una chiara allusione sessuale, e ancora hanno colonne sui giornali, e spazio nei mezzi di comunicazione generalisti perché era uno scherzo, perdio. Quelli che non hanno mai te come punto di riferimento, come modello da imitare, e non ti citano né ti menzionano, ma in compenso si dedicano grandi elogi tra loro. Quelli che addirittura sono arrivati a imitarti, burlandosi di te, in un programma in diretta TV. Quelli di cui parliamo quando noi, le donne, le giornaliste, ci riuniamo per infonderci forza, trasmetterci calore, comprensione, amore, compagnia, affetto, quando ridiamo, ci liberiamo e iniziamo a fare una lista coi loro nomi per avvertirci tra di noi.

Soprattutto, quelli che non abbiamo denunciato perché come ti vai a mettere in guai del genere, non ti crederanno, dovrai dare tante di quelle spiegazioni su cosa ci facevi tu con un bicchiere di troppo, e questa storia ti perseguiterà per sempre. Se già lo sapevi che il giornalismo sportivo era così, perché ti impegoli. O ti ci abitui o non ti lamenti, non parli, taci. Perché non sarai mai più solo una giornalista, ma quella che ha denunciato, e per tutta la vita ti perseguiterà uno stigma, ti sbatteranno le porte in faccia, non ti assumeranno. Porterai la nomea di problematica, esagerata, pazza, mentre loro fanno i padroni, hanno incarichi con nomi lunghi in inglese, fanno carriera e si proteggono tra loro perché niente di ciò che fanno è in malafede, non fare così, che basta una denuncia di queste e gli rovini la vita con la tua testa calda. Il patto tra gentiluomini, l’omertà. Quelli che… not all men, che invece di mettersi dalla tua parte si impegnano a sottolineare che in fondo l’altro è un brav’uomo, un po’ pesante è vero, uno che fa tanti errori, ma una brava persona. Quelli che dubitano della tua parola, della tua esperienza, quelli che la sottovalutano, quelli che sono incapaci di provare empatia, di comprendere l’effetto che ha su di te, sulla tua autostima, sulla tua salute fisica e mentale, e continuano a farti sapere che hai la pelle troppo fina, la devi indurire di più e meglio. Perché, vediamo un po’, cos’è che ti sarebbe successo? Di cosa ti lamenti esattamente?

Non è la prima volta che racconto, che scrivo, che arrivai a Barcellona un settembre, e tre mesi dopo, quando ancora mi stavo ritagliando il mio spazio e stavo conoscendo la città, il lavoro e i miei colleghi, il Barça celebrò una cena di Natale e mi toccò sedermi al tavolo con un dirigente con cui non mi ero mai incrociata, e che passò tutto il tempo a fare commenti sessisti, presunti scherzi, doppi sensi, davanti ai quali i miei colleghi si scompisciavano: commenti tipo che era una buona cosa avere delle donne giornaliste, perché potevi far cadere a terra il tovagliolo e te l’avrebbero succhiato sotto il tavolo. Addirittura mimò la cosa a gesti. Lo shock e il mio desiderio di far parte dell’ambiente, di non rovinare tutto dall’inizio, mi spinsero a tacere in un primo momento. Sedute al tavolo c’eravamo due donne, due giornaliste, e quando l’altra dopo la cena si alzò per registrare il discorso del presidente, il dirigente se ne uscì con: “Che tette!”. E tutti risero. A quel punto esplosi ed esclamai, furiosa, che quando la mia collega tornava al tavolo doveva dirglielo in faccia. Il silenzio fu brutale. Il presidente cominciò in quel momento a parlare e, dopo aver terminato, un giornalista, uno solo, mi disse nell’orecchio: “Qui non siamo tutti così”. Il resto se ne andò senza salutarmi e la mia sensazione fu che avevo sbagliato. Io. La guastafeste. Si stavano divertendo così tanto…

Questa storia l’ho spiegata diverse volte in pubblico, e aspetto ancora che i miei colleghi mi chiedano scusa. So che gli è arrivata, so che mi hanno sentita, so che mi hanno letto, so che si sono avvertiti tra loro. E nessuno è stato capace di esprimermi in privato né le sue scuse né, ovviamente, nessun rimorso per quanto fosse successo, vent’anni dopo: il tempo non gli è mancato. Adesso già li vedo, li ascolto e li leggo mentre pontificano dai loro rispettivi spazi sul maschilismo, sull’avanzare del femminismo, sull’abuso di potere, sul patriarcato e sul sistema arcaico della Federazione spagnola di calcio che ha sostenuto Rubiales. Solennemente indignati.

Due anni fa, Maria Tikas ha pubblicato un reportage su Sport intitolato “Le giornaliste dicono basta”, in cui quindici giornaliste sportive – tra cui c’ero anch’io – raccontavano le mancanze di rispetto, gli abusi, gli insulti e le minacce che facevano parte della nostra vita quotidiana e che erano visibili, ben visibili, sui social. Quindici, che coincidenza. Le nostre esperienze erano identiche, dei veri e propri calchi, ma non è successo nulla. Qualche messaggio privato e pubblico qua e là, e molti silenzi, perché per i più non era niente di clamoroso; già sai come sono i social, anche agli uomini succede. Puttane, zoccole, non sai di cosa parli, non sai un cazzo, sei un’incapace e sei lì grazie a tuo marito, perché sei raccomandata, per le tue tette, per i capelli lunghi, perché lo stai succhiando al capo, che ne sai tu, grassona, spaventapasseri, vecchiaccia, ragazzina, scema. Insulti senza alcun dubbio misogini e maschilisti che sono stati, in generale, ignorati del tutto. Erano il prezzo che bisognava pagare.

Ambienti maggioritariamente maschili o mascolinizzati – con tutto ciò che questo comporta, uomini bianchi eterosessuali che da anni si applaudono tra loro ed espellono dall’ecosistema qualsiasi dissidenza. Quelli che fanno gli offesi quando li accusi, e poi i complici silenziosi, necessari per sostenere una struttura tossica, che adesso cercano di mantenere la loro patina di dignità. Quelli che applaudirono al grido di “sono con te” a Rubiales, nella notte degli sfigati e degli imbecilli totali. Quelli che il lunedì, dopo le scuse inaccettabili nelle quali il presidente della Real Federazione Spagnola di Calcio si stava giustificando, volevano già chiudere il caso perché “ha chiesto scusa e questo gli fa onore”, e che ancora sostenevano che il gesto in sé era una sciocchezza e la caccia alle streghe che si era sollevata era uno scandalo. Quelli che da un giorno all’altro, abracadabra, hanno sviluppato una coscienza femminista. Quelli che fingeranno ancora di non leggermi, quelli che risponderanno irritati a questo articolo esigendo che faccia nomi, perché altrimenti ne escono tutti infangati, che vergogna, che modi sono, che prove avrei?

Quelli che ti incitano a scrivere arrabbiata perché così lo fai meglio, senza rendersi conto, senza che gli importi il tuo logorio fisico e mentale. Perfino quelli che hanno bisogno della femminista di guardia al loro fianco perché poveretti, loro non sanno, è che li disegnano così, ed è uno sforzo titanico capire, leggere, ascoltare, rivisitarsi, e non hanno nessuna cazzo di voglia di guardarsi allo specchio perché in fondo molti sanno che sì, che sono così anche loro, e decidono consapevolmente di fregarsene. Quelli che torneranno oggi alle redazioni dove la presenza femminile è scarsa o inesistente, senza nessuna prospettiva di genere, e torneranno a spiegarci tutto, di nuovo. E non è finita, no. Magari lo fosse. Così che, alla fine, torno all’inizio, alla domanda martellante che mi perseguita da giorni: come facevamo a raccontare loro, se anche noi siamo circondate? E provo molta vergogna.

A imperitura memoria

Ciao! Questo è il solito post in cui vi invito a non sprecare troppo tempo in una cosa inutile, però stavolta c’è un colpo di scena. E pure un esempio, che deciderete voi se leggere o no.

Vedete, a Barcellona un mio amico molto nordico inizia ora una relazione con una “lokal”, e l’ho avvertito sulle possibili sfide di certe differenze culturali, che a volte portano a divergenze politiche (e sull’argomento ci ho scritto un romanzo, perché qualcosina ne so).

Il mio avvertimento/spoiler conteneva forse un pregiudizio su guiri e lokalz? Spero di no. Non ho detto in nessun momento: “Andrà a finire di sicuro così”. Ho solo precisato: “Se andasse a finire così, saprai cosa aspettarti e supererai meglio il problema”.

Ebbene, abbiamo discusso un’ora, l’amico è andato un po’ in ansia e io, oltre ad aver perso sessanta minuti che non riavrò mai, sono passata per la pettegola prevenuta che non si fa i fatti suoi. Quindi il mio consiglio stavolta è: se ci tenete all’amico perdetecelo, ‘sto tempo! Ma che non sia un’ora, cavolo. Gli aiuti non richiesti possono risultare odiosi e poco utili, oltre a sprecare le energie di chi li elargisce. A quel punto io metterei giusto la pulce nell’orecchio, e poi l’amico deciderà se alimentarla o meno: in fondo la vita è sua!

Una delle grandi svolte della mia, di vita, è stata quando ho smesso di voler controllare le esistenze altrui.

Qui finisce il post e comincia l’esempio (nooo, l’esempio no!). Proseguite solo se siete in vena di immergervi in un pezzo di cultura napoletana. Siete ancora lì? Bene, cominciamo!

Prendiamo il signore “sceso dalla Val Brembana” (semicit.) che con accento lombardo mi chiedeva, all’uscita della trattoria Da Nennella, se ormai fossero in chiusura: in fondo erano le due del pomeriggio! Inutile dirvi che quel signore veniva subito segnato come “Fuffi” nella lista d’attesa del mitico Ciro.

Mettiamo che Fuffi venga da noi e ci dica: “Sai? Ho conosciuto una tale Mariarca, detta ‘a Pulitona, che mi piace molto. Vive proprio ai Quartieri, dove lavora quel signore un po’ nervoso che mi chiama Fuffi. Non so in cosa sia laureata, anche se mi sembra che lavori nell’hi-tech, però vorrei approfondire la conoscenza: ho pensato quindi di andarci insieme a un apericena con finger food, poi a una rassegna di Kiarostami“.

Capirete che, per amore di Fuffi, potremmo anche prenderci la briga di precisare: “Magari hai capito tutto di Mariarca, Fuffi, ma metti che invece organizza i pullman per la Madonna dell’Arco, e a Kiarostami preferisce Maria Nazionale! E qualcosa mi dice che la grotta del suo presepe ha la vista sul Golfo di Napoli…”.

A quel punto Fuffi, che è una personcina un po’ ansiogena, potrebbe interromperci: “Grazie ma non voglio sapere tutte queste cose! Preferisco che sia una scoperta quotidiana, sai? Conoscersi a poco a poco, assaporarsi piano come un marron glacé…”.

E noi ci sentiamo un po’ scassagonadi e un po’ “capere”, cioè gente che non si fa i fatti suoi. Avremmo dovuto tacere? Forse. Però cavolo, mettiamo che Mariarca sentendo nominare Kiarostami sbraiti: “Come? ‘Ccà aro’ stamme?’. E si nun ‘o saje tu…”. Oppure commenti il finger food con frasi tipo: “Gli uomini da me vogliono solo una cosa: ‘a marenna p’ ‘a fatica!”. In tal caso io spero che Fuffi e Mariarca si sposino comunque di lì a un anno, e si trasferiscano insieme in Val Brembana, o sul presepe con vista sul Golfo di Napoli (che tanto è in scala 1:1). Forse, però, quella parolina che abbiamo detto a suo tempo al nostro Fuffi potrebbe propiziare il felice esito!

Quindi sì, facciamoci i fatti nostri che è sempre meglio, e soprattutto smettiamola coi pregiudizi: per esempio, l’intramontabile Mariarca è un mito a sé stante, e “le donne di Napoli” sono un mondo variegato, come tutte le donne.

Ma inso’, c’è una regola che vale anche per Fuffi: più ne sappiamo di una situazione/località/cultura, e meglio è.

Specie se siamo capaci in ogni momento di prendere ciò che crediamo di sapere, metterlo da parte e lasciarci stupire dalle cose, per come sono davvero.

(La mia prima Mariarca. In memoria di Loredana Simioli, che ci manca).

Le mie occhiaie da “nido vuoto” dicono tutto!

Sentite, siccome oggi non si parlerà d’altro, vi “sblocco un ricordo”, come si dice ultimamente: la Juve (dico, la squadra al completo) che abbandona lo studio di Quelli che… il calcio, per una battuta sull’alopecia di Collina. Non trovo le prove su Google, ma ricordo: io c’ero! E la questione mi parve fantastica, perché ai tempi, se non sbaglio, la Juve era ai ferri corti proprio con quell’arbitro.

Invece, ecco un ricordo personale: ero seduta col mio ex in un parco di Barcellona, quando tre turiste italiane ci passarono accanto tutte impettite. Mormoravano tra loro: “La solita napoletana”, in riferimento a qualche tipa che avevano appena incontrato. Allora il mio ex, prima che io ci capissi niente, disse proprio in napoletano qualcosa contro i turisti razzisti che venivano a sguallariarci la uallera, o qualcosa del genere. L’accento per la verità suonava un po’ barese, ma mi colpì soprattutto il fatto che io non sarei intervenuta (vivo fuori Napoli, ‘sta roba purtroppo è normaluccia per me), e lui sì. Però, vedete come siamo fatti strani noi esseri umani? Sarei forse intervenuta se le tre perete avessero detto “la solita cinese”, per esempio. Quindi per me ci stava, che qualcun altro si sentisse ferito al posto mio. Quando provai io a difendere un’amica da un imbecille che la importunava in strada, mi beccai della “grassona”: il molestatore voleva scoparsi lei, mica me che ero grassa! Neanche l’amica fu molto contenta della mia difesa non richiesta: aveva subito uno stupro, e per lei la carta vincente era “non degnare i molestatori di uno sguardo”.

Insomma, sono questioni complicate a cui non so voi, ma io oggi non ho tutta ‘sta voglia di pensare. Sarà che a 41 anni ho la sindrome del nido vuoto, ed è fantastico: a trasferirsi non è stato mio figlio, ma il compagno di quarantena, che per un tempo imprecisato sarà altrove a sbrigare certe faccende personali. Aggiungeteci il manoscritto già in revisione, e l’ultimo corso di psicologia ultimato in anticipo (sto già scrivendo la tesina, da consegnare tra un mese), e… Non mi sono data al rosé, come le quarantenni anglosassoni, ma sto facendo orari improponibili per andare a letto, e mi sento libera. Avete presente? Immagino la cura funzioni così, in qualunque tipo di relazione: a volte, mentre vi occupate dell’altra persona, lo fate senza riflettere, specie se è uno di quei rapporti in cui non ne avete il tempo, perché l’altra persona ha bisogno di attenzioni speciali. Poi, quando per qualche ragione vi trovate in “libera uscita” da tutto ciò, non sapete che fare con tutto quel tempo e quelle energie.

Guarda caso, succede qualcosa del genere (dopo l’angoscia iniziale) anche alla mia Serena, quando Sam torna nei boschi. Eh già, credevate che vi lasciassi andare senza postare la prima presentazione del mio romanzo?

Perché sì, in questi giorni sta succedendo anche questo.

E adesso ho pure il tempo di gioirne, quindi lo condivido con voi.