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miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

cruzar_las_aguasHo tanti amici che dicono che “ci vanno coi piedi di piombo”, nei loro nuovi progetti. Io la trovo più che azzeccata, quest’espressione, nel caso di progetti lavorativi, di decisioni importanti che riguardino la famiglia, di politica (e non sempre manco in quella)…

Il campo che nella mia esperienza è il meno adatto, per i piedi di piombo, è l’amore.

Per un motivo molto pratico: le paure che abbiamo in questo settore si avverano proprio se le assecondiamo.

Magari vediamo questa persona da un mese, ne conosciamo ogni centimetro di pelle ma non sappiamo che faccia abbia quando è triste. E vogliamo scoprirlo, e in generale approfondire la conoscenza, ma abbiamo pure paura di soffrire. La cosa più stupida che possiamo fare, a mio parere, è assecondare questa paura e soffocare ogni spinta in un eccesso di precauzioni.

Perché per evitare di soffrire boicotteremo qualsiasi possibilità che abbia questa storia di nascere, ma pure di morire, se è meglio così, e finiremo per stare da cani.

Perché cominceremo a usare le strategie:

– a negarci al telefono, o a non mandare il WhatsApp dopo l’uscita, perché poi penserà che siamo troppo prese (così si metterà in guardia a sua volta e ci sembrerà troppo poco preso);

– a evitare quegli argomenti di conversazione su cui potremmo dissentire (così esploderanno tutti insieme e sfoceranno in un litigio epocale);

– a negare i nostri bisogni, per evitare che l’altra persona si senta oppressa (certo che ci dispiace che non venisse a cena da noi per andare a fare le treccine al gatto, e abbiamo tutto il diritto di dirglielo);

– a non dirci in faccia che le cose non vanno bene (così la questione salterà fuori dopo mesi e mesi a fingere che stiamo ottenendo esattamente quello che vogliamo);

– a essere ambigui sui nostri reali desideri (eh, se va bene voglio una storia seria, ma va bene anche così, eh… No, non credo che stiamo bene insieme, ma forse mi sbaglio…).

Tutto questo perché lo facciamo? Per non soffrire. E finora cosa ci ha portato? Sofferenza. Chiamatela come volete: ambiguità, tristezza, malinconia, lutti da elaborare. È sofferenza. Nostra e altrui.

Quindi capisco tutto quello che volete, sull’andarci piano a cominciare una storia, e anche ad ammettere con se stessi che una storia, per quanto ci si piaccia, non può cominciare.

Ma se non troviamo un equilibrio tra cautela e vigliaccheria, non potrà mai nascere niente.

Perché l’entusiasmo è contagioso, inutile nasconderlo se l’altro è titubante per esperienze pregresse. Io almeno ne sono stata travolta e ho finito per sposarlo (l’entusiasmo, dico!).

Perché “gli uomini fuggono se dico che voglio una storia seria” è una verità incompleta: fuggono proprio gli uomini (e le donne, eh!) che dovresti scartare a priori perché non ti daranno la storia seria che vuoi.

Perché “posso benissimo gestire una scopamicizia anche se sono innamorato” è una grande verità finché non viene qualcuno di cui s’innamori lei e ti trovi, per dirla in francese, con le pacche nell’acqua.

Perché il coraggio non deve per forza diventare spericolatezza, né la sincerità oppressione, e coraggio e sincerità insieme garantiscono quasi sempre il migliore degli esiti possibili alla peggiore delle situazioni.

L’altra strada, quella dei sotterfugi e della vigliaccheria mascherata da cautela, l’abbiamo già imboccata. Che ne dite di vedere dove sfocia questa?

Specie se intanto c’è un intero panorama da ammirare, e ce lo costruiamo noi.

cioccolatoE poi c’è quello. Non so come chiamarlo altrimenti. Ne avevo avuto sentore tanti anni fa, leggendo Metello di Pratolini e apprendendo di quel languore tra due amanti che l’atto sessuale sarebbe la cosa più naturale a soddisfare. Oppure, in tempi più recenti, quando baciando qualcuno ebbi la curiosa sensazione che la sua barba fosse anche mia.

Ma non l’ho provato davvero che poco, pochissimo tempo fa.

È il momento in cui vorresti fonderti con l’altra persona e sai che non è possibile. E no, signor Pratolini, è diverso anche dal sesso, anche se “fisicamente” sarebbe il modo più vicino di arrivare alla fusione. Ma qui si parla di un fenomeno che può succedere dappertutto, in un bar mentre parlate o in metro, o improvvisamente, mentre state facendo tutt’altro e vi accorgete che non v’interessa tanto cosa dica l’altra persona, ma come si muovono le sue labbra.

Allora, anche se non ci stiamo neanche sfiorando, ci sentiamo una cosa sola con lei. Diabete a mille, vero? Ma succede, ed è qualcosa che come tutte quelle che riguardano gli umani sembra facile provare a razionalizzare. Ci chiediamo se non sia l’istinto che ci porta a creare un ambiente accogliente per figliare, facendoci sentire effettivamente l’esigenza di “manifestare” questa sensazione in un coito. Ma credo sia davvero di più, e non so cosa l’origini, ma so che è bello, infinitamente, e che è meglio che resti un mistero. E come tutti i misteri che sono anche belli porta con sé una punta di pericolo.

Perché non durerà per sempre, intuisco, ma forse durerà la sensazione illusoria che l’altra persona sia parte di noi, proprio fisicamente. E non lo sarà mai, su questo potete mettere la mano sul fuoco.

Sarà sempre se stessa, con esigenze e aspirazioni che non combaceranno mai del tutto con le nostre. E a un certo punto, è quasi inevitabile, soffriremo per questo. Soffriremo per la voglia che abbiamo di vederla quel giorno, o di parlarle di un problema sul lavoro, mentre lei ha avuto un’altra giornata e ha un’altra testa, rispetto alla nostra, che in questo momento le fa pure male, e non è disposta ad ascoltarci o lo fa con malcelata impazienza.

E noi ci sentiremo quasi defraudati: ma, amore, tu e io non eravamo un tutt’uno?

No, tesoro, quella era un’illusione, una fantastica illusione. Che dobbiamo portare con noi nel suo indissolubile mistero: la voglia improvvisa e puntuale di essere una cosa sola, insieme alla dolce sofferenza di non poterlo essere mai.

Ed è allora che impariamo a essere due, ad andare avanti con la nostra testa e le ambizioni altrui, per cui faremo il tifo fino alla fine, coi nostri progetti che con un po’ di culo e un certo lavoro di coordinazione potranno diventare anche suoi.

Il tutto in nome di quell’attimo fantastico e illusorio che ci ha fatto credere di essere davvero una cosa sola, e per fortuna ci ha aperti a questa nuova scoperta che è vivere in due corpi, ma con la stessa voglia di andare avanti, di condividere, di imparare la vita insieme.

wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

sunshine-through-blindsMi ritorna in mente una frase di Calvino, in Marcovaldo: “Quel mattino lo svegliò il silenzio”.

È quello che ci succede quando abbiamo risolto un problema, o lo stiamo risolvendo. Un problema annoso, dico, di quelli che ci tormentavano da un bel po’. Ci eravamo quasi assuefatti a questi risvegli pieni di vuoto, angoscia. Risvegli in cui ciò che ci mancava ci attraversava la mente prima di ciò che avessimo.

Ci eravamo così abituati che ora che ci sta succedendo, finalmente, di risolvere, di tornare un po’ all’anelata pace, ci scopriamo più spiazzati di prima. In spagnolo c’è questa espressione, no me ubico, che mi sembra perfetta. Sarebbe “non mi riesco a orientare”, ma ubicarse è proprio capire dove sei, nello spazio, quale sarebbe il “voi siete qui” in una mappa che ci immortalasse proprio in questo momento.

E in effetti è più rassicurante, paradossalmente, svegliarsi con lo stesso vuoto del giorno prima, e di quello prima ancora, che ritrovarsi con una spiazzante sensazione di tranquillità, o di cambiamento.

Mi piace avere l’opportunità di condividere con voi questa nuova svolta, nella mia vita. Mi sembra un completamento dei post di quando ero irrimediabilmente persa e depressa, e forse a qualcuno sembrerà che l’abbia tradito, un po’, ora che io sto bene o sempre meglio. Ma magari può tornare utile a qualcuno, che ancora non sa in che direzione lo potrebbe portare tutto questo lavoro per star meglio.

Vorrei mettervi a parte dei cambiamenti di quando da una crisi ci si esce, e non solo perché si è imparato ad andare sulle proprie gambe, ma anche perché abbiamo scoperto la chiave di tutto: applicare questo nuovo apprendimento alla vita, invece di cercare di metterle una museruola e fingere di poterla portare sempre nella direzione che vogliamo noi.

Ma chi ci ha seguito docilmente, nella vita, l’ha fatto per violenza o per la nostra forza di persuasione?

Ecco, per quella ci vuole pazienza. E tanti risvegli in questa calma ovattata che è il cambiamento.

piumaAllora, vi dico come ho fatto io. Non so se vale per tutti, quindi cercate di adattarlo alla vostra situazione.

Ma se mi guardo indietro, se osservo questi giorni in cui, comunque vada a finire, ho messo le basi per uscire dalla mia crisi, mi rendo conto di aver fatto una sola cosa, fondamentale.

Di essermi aperta al mondo, alla vita. Quello che mi arrivava prima, lo respingevo. Prima è quando mi ostinavo a far rivivere un passato che non esisteva più, che forse non era mai esistito.

Ma io ero li a custodirlo perché si possono amare anche le cose che non esistono, lo sappiamo bene, forse sono quelle che si amano di più, perché non bisogna prendersi il fastidio di accettarle così come sono.

E allora eccomi qui, improvvisamente, ad aprirmi alle cose come sono davvero. No, improvvisamente no, non posso ingannarvi. C’è voluto lavoro, tanto.

Amore, tanto, per me, finalmente. Per chi non mi ha mai abbandonata e ha continuato a crederci, in me, anche quando io avevo smesso da tempo.

E poi, quel pizzico d’imprevedibilità, quella legge della vita per cui a lasciar fare agli eventi, invece di forzarli sempre come ci fa più comodo (a costo di forzarli in modo che ci faccia male sul serio), le cose succedono.

Non tutte quelle che vogliamo noi, né esattamente come le vogliamo, non importa cosa facciamo al riguardo. Ma, una volta accettato questo per i miracoli che avremmo voluto, possiamo aprirci a miracoli che neanche sapevamo di volere.

Bisogna trovare il coraggio di fare tutto questo, e un po’ è preparazione e un po’ è lasciare che sia.

Cominciate con la prima parte. La seconda, ora ve lo posso quasi promettere, verrà da sé.

Tatuaggio-fiori-di-ciliegio-con-farfalle-immagine-e1401707583855Sì, ogni tanto faccio ancora i dialoghi con quello che un ateo convinto chiama “Il mio amico immaginario” e io da agnostica strana chiamo in mille modi diversi, quasi sempre in napoletano. E quasi sempre urlando:

– Senti, si dice in giro che hai un piano per me, ma il mio ti faceva proprio schifo? [Già sentita in Dogma]

Oppure:

– Lo so, lo so che muori dalla voglia di presentarmi qualcuno che mi faccia felice (sei solo timido), ma che ne dici di lasciarmi essere infelice a vita con chi dico io?

Alla prima domanda forse ho trovato risposta, ammesso che ci sia. Al mio piano mancava una cosa fondamentale: informazioni. Preziose. Tipo, come si vive bene se ci si rassegna alla possibilità di essere felici.

Ricordate quando vi raccomando di provare a fare una piccola cosa al giorno per trattarvi bene, e cose così?

Non sto a dirvi che basta solo quello, perché ci vuole un po’ di culo, anche, sfruttare venti favorevoli e incontri giusti, ma vi giuro che è una figata. Come si può evincere dal gergo particolarmente bimbominkia, sono un’altra. Sono tornata al tirocinio dopo un mese d’inattività e temevo un’ecatombe… Invece eccomi lì a scherzare con gli alunni, perfino davanti a questioni emozionanti come la concordanza del possessivo col sostantivo nei nomi di parentela.

Insomma, non ho fatto niente di troppo diverso rispetto al mese scorso, a parte darmi un po’ di permessi: di lasciar andare cose che non funzionano, di consentirmi un po’ di divertimento ogni tanto. Di uscire con amici intelligenti, di proporre io incontri, progetti nuovi. Perfino di farmi corteggiare. Nel senso che quando mi fanno un complimento non rispondo subito schermendomi in sanscrito e accusando l’interlocutore di scarso discernimento.

A volte basta questo. Non a risolvere tutto, che ogni tanto il piano B ancora provo a propinarglielo, all’ “amico immaginario” di cui sopra, che fa sempre orecchi da mercante. Ma mi sto aprendo ad alternative, magari alle uniche possibili, e devo dire che tutto cambia da così a così. E cambiamo anche noi.

Insomma, vi sto trasmettendo la mia allegria? Se a questo punto della lettura volete già abbattermi, ce l’ho fatta.

La vostra missione, per una volta, sarà fare lo stesso. Fare come me.

Per una volta, permettetevi di essere tutto quello che siete quando non siete ossessionati da ciò che vorreste essere. Per una volta sola.

So che la paura di finire delusi è forte, che temete di perdere sia il futuro che non osate sognare che il passato a cui vi aggrappavate.

Ma statemi a sentire, fate questo salto, o che sia almeno un passettino, uno alla volta.

Datevi una possibilità. Potreste scoprire che non siete così indegni di fiducia come pensavate. Che magari un poco per volta, e a piccole dosi, potete fidarvi di voi.

Maryland Renaissance FestivalIl momento dopo aver fatto una cazzata è in fondo simile a quello dopo una bella notizia, o dopo che il cameriere ha portato il tuo piatto dopo mezz’ora d’attesa.

In effetti è un momento di vuoto perfetto, il vuoto prima di realizzare che ti aspetta un pranzo luculliano, o una notte insonne, per un buon motivo o per uno molto cattivo.

Attenzione, perché è anche un momento rivelatore. Quando ho avuto la certezza di aver perso l’amore, un amore che forse non avevo mai avuto, la prima cosa che ho avvertito nelle viscere man mano che perdevo il respiro è stata sollievo. Ok, allora era questo. Ok, adesso si risolve, in un modo o nell’altro si risolve. Poi ci sarebbe stato il dolore, la discesa agli inferi da cui sei torni hai quasi il dovere di salvare chi parte. Ma meglio quello, mi dissi in quel primo, lungo istante di rivelazione, che un lungo limbo senza neanche incamminarsi per vedere la luce.

Ci sono momenti più sfumati: quello dopo un bacio non dato, che ti resta in punta di labbra a dirti che volevi scoccarlo, lanciarlo come una sfida nel tuo nuovo mondo, ma non ne volevi le conseguenze, non ora, non subito. E allora resta lì, acquattato, sicuro che prima o poi verrà il suo momento.

Che porterà con sé il suo momento dopo.

Se ci riuscite, ascoltateli, sul serio, questi istanti.

Non c’è nulla di più sincero, in quel vuoto perfetto tra pensiero e azione, tra quello che avremmo voluto, e quello che d’ora in poi, chissà per quanto tempo, avremo.