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È passato ormai abbastanza tempo perché non ci si accusi di fare come la volpe e l’uva, quindi diciamocelo: la nostra svolta è stata proprio buona, niente a che vedere col triste passato che l’ha preceduta.

Sì, abbiamo fatto bene a partire, o a lasciare il lavoro incerto e squalificante per questo ancora più incerto, ma più gratificante. Abbiamo fatto bene ad accantonare quella frequentazione impossibile per dare una possibilità a chi ci voleva bene fin dall’inizio, anche se non ci aveva colpito subito.

Ma ci sentiamo come convalescenti, o come gente che porti ancora gli effetti di una lunga malattia. Rimane una cicatrice che ogni tanto, quando tira aria di ricordi, sembra fare ancora male. Ma cos’è che ci ferisce ancora, esattamente?

Forse, piuttosto che il vecchio lavoro, la vecchia casa o la relazione ormai passata, la cosa più difficile da lasciarci indietro siamo noi stessi, com’eravamo allora. Il nostro orgoglio ferito è l’ultima parte di noi a risanare. Ancora non digeriamo che non ci sia riuscita una cosa su cui abbiamo investito tempo ed energie, su cui, soprattutto, avevamo delle precise aspettative. Anche nelle ultime, disastrose fasi, in cui aspettavamo una mano provvidenziale che trasformasse il nostro obra de servicio in un contratto vero (qua a Barcellona ho visto gente licenziata all’americana anche con un contratto a tempo determinato) o ci avrebbe fatto riservare lo stesso trattamento innamorato che l’altro dedica solo a chi non se lo fila.

Insomma, la mia teoria è che non ci manca tanto quella situazione disastrosa: ci manca la speranza, ormai disillusa, che le cose si aggiustino come vogliamo noi.

A proposito della gente che si lascia truffare facilmente, qualche autore dice che le persone hanno talmente bisogno di credere in qualcosa che alcuni, in virtù di questo bisogno, sono disposti anche a farsi truffare.

E allora facciamo questo gioco: se fossimo un perfetto estraneo, come vedremmo, dall’esterno, la situazione che abbiamo lasciato? Ci mancherebbe quel manager odioso o quel tipo strambotico che manco ci annovera tra le sue ex?

Magari mi sbaglio, ma la risposta è no. Perché? Perché la persona che ci osserva dall’esterno in questo momento non è affetta dall’orgoglio. Che può essere utile quando ci spinge a ribellarci ai soprusi, ma diventa un fardello quando ci impone la sua versione dei fatti e la sua soluzione, e chiama fallimento tutto quanto se ne discosti.

Non cadiamo nella sua trappola. Ascoltiamolo come un vecchio amico brontolone che già sappiamo come la pensi, e godiamoci la nostra nuova condizione.

Soprattutto, dedichiamo le nostre energie a migliorare quella, invece che a rimpiangere situazioni che non avevano margini di miglioramento.

Magari perché, fuori dalla nostra testa, non esistevano.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.

rabbit-v-duck-godsCerte discussioni perdono ogni rilevanza quando non ci concentriamo sull’argomento in sé, ma sull’attacco all’interlocutore. Allora tutte, direte voi, tutte le discussioni sono così.

Non è detto. Se riusciamo a tener presente l’obiettivo (qualsiasi, da “mare o montagna” a “e allora le foibe???”) non è impossibile che la discussione sia reale, e proficua. Se invece l’argomento è un pretesto per sfogare i nostri problemi personali, magari quelli che abbiamo con la persona con cui litighiamo, è la fine. Avremo perso il nostro tempo, il nostro fiato e la stima per l’altro.

Ok, è difficile, in un litigio, non farne una questione personale. Ci sentiamo chiamati in causa nella nostra identità, l’attenzione si sposta facilmente dall’argomento della disputa a noi, a come ragioniamo, a come siamo, a come decidiamo di passare il tempo.

Ecco, è questo, che mi dà più fastidio, dell’intera questione: le ore che perdiamo in questa roba.

Ci sono svariate pagine su internet d’italiani all’estero che sembrano fatte apposta per quello. Perché siamo tanti, di origini e storie diverse e di idee politiche spesso diametralmente opposte, con decine di provocatori che trollano, esasperati dalla loro vita di lavori precari e alienazione linguistica. Allora passiamo le ore a commentare anche le cose più sceme, tipo dove trovare la pasta a buon mercato. Non vi dico i rigurgiti neofascisti e quelli altrettanto controproducenti (ma per me ben più motivati) di chi li contrasta con la violenza verbale. Muso contro muso, ti spacco contro ti sprango, “10 100 1000 Piazzale Loreto” vs “partigiani conigli”. Senza parlare di quelli che si sentono furbi perché “non fanno più ste discussioni in bianco e nero” e cercano mille sinonimi originali per il solito SVEGLIAAA!11!!!!

Difficilmente si raggiungerà un accordo, o almeno un dialogo sereno, finché gli interlocutori sentiranno minacciata non tanto la loro visione politica, ma una giovinezza passata alle Feste dell’Unità, o (brrr) in gita a Predappio una volta all’anno. O avranno avuto una deludente giovinezza di attivismo e ora che “tengono famiglia” fanno i padri saggi e delusi che “ci vanno coi piedi di piombo“.

Allora niente, calcolo il tempo. L’ultima volta che mi sono lasciata trascinare in una discussione, ho perso 30 minuti.

Sono uscita e ho scoperto che equivalevano a un intero giro del quartiere. Magari al tramonto, tra marciapiedi invasi non da turisti, ma da dominicani caciaroni, i cui figli giocavano in catalano coi figli dei pakistani. Una tizia dalla panettiera gridava contro la presunta riconversione di certe arene in moschee: allora voglio una cattedrale in Marocco, sbraitava, non solo ci hanno “levato i tori”, ci vendono anche ai moros. Perché anche i fasci di qua hanno un’infanzia da difendere, un pomeriggio in cui, come la Colometa di Piazza del Diamante, si erano mangiati “polipetti e vermut” fuori a un’arena, magari con un amatissimo padre franchista.

Ma la complicità che la nostalgica cercava non sarebbe arrivata mai.

Io ho ordinato la mia chapata, la cosa più vicina al pane cafone, e sono tornata a casa ripromettendomi di star lontana dalle baruffe da computer.

Che mezz’ora tra bambini che giocano insieme in una lingua diversa da quella che parlano a casa riconcilia con la vita, fa sperare che si impari a discutere di cose importanti, non di noi che le pensiamo.

Logo_Voyager_2009No, perché se no pensate che viva sulla montagna del sapone e sia appena scesa a fare due passi nel mondo reale. Che intendiamoci, non mi sembra neanche quel capolavoro di cinismo che usano i disincantati come alibi, perché si sa che la nostra è una generazione difficile e che nessuno vuole impegni seri e che insomma io ce la metto tutta ma sono-sempre-gli-altri.

Al che devo credere che, come i casi umani capitano per sfiga, l’ammore bello come un fiore bello che canta Claudione Baglioni (no, vabbe’) capita per botta di culo. Pazienza che in mezzo ci sia tanta roba, sbagli, ripensamenti e tutte quelle cose che ciascuno può sostituire col suo personale modo per “ritrovare la strada”. Dev’essere solo un caso.

Oook, crediamoci. Intanto, questa fantomatica la persona giusta: è quella che durerà per sempre? Quella che ami alla follia, che non ti “tradirà” mai, cioè starà sempre sempre solo con te? Che “avrà i suoi periodi di crisi, ci mancherebbe, ma li supererete tutti”?

Sentite, io il sospetto ce l’ho, che questo “profilo” più che una cosa naturale sia un’astrazione che ci ha fatto comodo per qualche tempo e che ora, in soldoni, non ci vada bene più perché comporta tempo e fatica e nessuno ha tanta voglia.

In ogni caso, per persona giusta non intendo il principe azzurro delle favole, ma uno che ne valga la pena.

No, perché onestamente io il “meglio aver amato e perduto che non amato affatto” non me lo bevo. Io me ne sono pentita eccome, in molti casi. Guarda caso, quelli in cui o sono stata lasciata io (che ammontano a uno) o sono stata sostituita con un’amica mia (ho perso il conto).

Per me la persona giusta, in soldoni, è banalmente una che quando le cose andranno male, se dovesse succedere, quando incontreremo qualcun altro in questo mercato della carne che è diventata la vita umana, quando la precarietà lavorativa ci porterà altrove, o la vita ci farà “evolvere in maniera diversa” come dicono i guru spirituali, mi sembrerà comunque un bel regalo, di quelli che non riciclerei mai.

Che le circostanze che ci hanno separati erano difficili da calcolare, prevenire, o curare, ma ce l’abbiamo messa tutta e non solo per portare a casa il risultato, per fare il compitino, per svolgere la nostra funzione di coppia-che-resiste-invidiata-da-tutti, ma perché così volevamo e così ci è girata.

Che ne usciamo o meno, l’importante è non trascinare un cadavere. Provarci finché quello che ci spinge e non si può spiegare né contenere (non perché sciabordi, ma perché persiste) ci porti ancora a provare.

Allora sì, ne sarà valsa la pena e quella sarà stata la persona giusta, a prescindere da quanto possa durare.

Se poi si riesce a sfangarla e scrivere questo benedetto “sempre”, e non a prezzo di una vita da incubo ma a coronamento di un’esistenza spesa bene, tanto meglio.

Cavolo, la prossima volta metto direttamente il logo di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

empty roomVuoto. Sì, è questo che sentiamo, magari. Quando abbiamo perso, o stiamo perdendo, il motivo del nostro tormento.

Quando ci rassegniamo all’ineluttabilità di un cambiamento, e di un cambiamento in meglio. I primi tempi, mentre ci concediamo che questo succeda, non sono piacevoli, non del tutto. C’è questa sensazione nuova che serpeggia, è vero. Ma è come se il senso di vuoto che ci accompagnava prima, vuoto da mancanza di qualcosa (un amore, un lavoro, una condizione esistenziale che avevamo sognato allontanandoci dalla realtà che sola ce la può dare) venisse sostituito da un altro vuoto.

E vuoto per vuoto, ci teniamo quello che conosciamo meglio, no?

No. Perché, se facciamo attenzione, questo che sentiamo ora non è un semplice vuoto.

È, finalmente, lo spazio per le cose. Uno spazio che ci siamo creati col tempo e col lavoro e che ci permette ora d’immagazzinare nuove esperienze, di raccogliere finalmente sentimenti che ci facciano bene.

Quel vuoto di prima non lo era davvero perché ci riempiva, a suo modo: ci invadeva tutto, ci prosciugava energie, ci chiedeva tutto il nostro essere per continuare a esistere. Un vuoto così si coltiva giorno per giorno, delusione per delusione, ricordo amaro per ricordo amaro.

Ora no, ora c’è questo spazio tranquillo che aspetta solo di essere arredato di ciò che abbiamo imparato, finalmente, a cercare, a volere, ad amare: ciò che siamo e le persone con cui vogliamo condividerlo.

Persone che ci amino per quello che siamo, e non per quello che potremmo essere “col loro aiuto”, o per “quello che saremmo se solo fossimo come vogliono loro”.

In questo nostro spazio privato che in realtà è più pubblico di tutti perché lo sappiamo condividere, condividiamo e trasmettiamo gioia, serenità, come prima comunicavamo agli altri le nostre angosce, possiamo sperimentare.

Vedere se i nuovi quadri della situazione si abbinano bene alla tappezzeria delle vecchie idee, e se la risposta è no cambiare qualcosa, continuare a giocare, ad arredarci, finché non troviamo davvero la nostra dimensione, la nostra bellezza.

Finché, per una volta, non ci sentiamo proprio a casa.

quarkInnanzitutto, un po’ di lessico:

Pesaturo: termine popolare per cataplasemus sammentis lini. Persona ambosessi “pesante”, ovvero lamentosa, egocentrica, tendente ad anteporre i propri problemi a qualsiasi cosa, dalla rotazione dei pianeti alla relazione con noi.

Persona giusta: essere mitologico, metà chimera e metà principe azzurro/principessa delle favole (per qualcuno, pornostar da antologia), che fin dai racconti della nonna, che magari teneva il nonno a bacchetta, si narra dobbiamo incontrare a un certo punto della nostra vita, rigorosamente senza cercarla perché “ci capiterà”, come le indigestioni da peperonata e lo sciopero dei controllori di volo.

Queste due figure, ahimè, tendono spesso a essere confuse tra loro, magari per qualche atroce equivoco che ci accompagna dall’infanzia su cosa sia bello e auspicabile in amore (leggi “amore romantico”, da non stigmatizzare a tutti i costi, ma da tenere sotto stretta osservazione in quanto più dannoso, in certi casi, di un cappuccino dopo la peperonata di cui sopra).

Vediamo dunque quali sono, nella mia esperienza trentennale in pesaturi (mi professo invece neofita sulla seconda categoria), le principali differenze tra le due figure.

… ops, mi sa che si possono riassumere in una sola:

Il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso. La persona giusta, quando ci guarda, vede noi.

Perché il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso: perché il suo dolore esistenziale, il mal di vivere che lo accompagna pure quando sta al cesso, permea di sé tutta la vita (parola di ex pesaturo). Siccome non vuole risolverlo, o non sa farlo (quindi non vuole), lo vede dappertutto. Avete presente quando avete fame, vi hanno promesso una scorpacciata di fiori di zucca ripieni e dove andate andate vedete solo quelli? Ecco, al pesaturo succede la stessa cosa. Ha fame di sé, della parte di sé che vuole per forza cancellare per non doverla accudire, e allora la vede dappertutto. Quindi non vi preoccupate, se vi tratta male, se vi chiama solo quando ha bisogno di assistenza, sessuale o economica o morale: niente di personale, fa così con tutti. Infatti, avete indovinato, per lui/lei siete parte del paesaggio. E sì, il sospetto ferradiniano per cui vi preferirà qualcuno che lo tratti male come crede (forse a ragione) di dover essere trattato, potrebbe essere più che fondato. Dunque, noi o siamo una sorta di soprammobile nella sua vita, o, peggio, siamo l’incarnazione di qualcosa che vorrebbe possedere, ma non riesce. L’altruismo, per esempio. O l’operosità. Dunque, sta’ a vedere che un po’ ci disprezza pure.

Perché la persona giusta, invece, vede noi: ok, adesso non vi montate la testa, che specie i primi mesi ce piacerebbe essere davvero quel concentrato di virtù fisiche e spirituali per cui ci ha scambiato. Ma, sostanzialmente, la persona giusta ha la virtù di non necessitare di proiettare i suoi problemi, che pure ha come tutti, sul resto del creato, di essere quindi pronta ad accogliere nella sua vita dei simili altrettanto imperfetti e altrettanto desiderosi di imparare a campare. Noi, per esempio. Che scopriremo improvvisamente che i salti mortali per piacere al pesaturo fingendo di essere qualcun altro (e magari è pure odioso, come alter ego) non servono a una ceppa quando incontriamo qualcuno che ci ami esattamente per quello che siamo. Che, tolto il prosciutto sugli occhi che gli facesse dire “Sei bella anche appena alzata, col pigiama color puffo e i capelli sconvolti”, continuerà a vedere i nostri difetti come adorabili vezzi e i nostri pregi come, appunto, pregi.

Problema: mi si dice che i pesaturi siano una sorta di lupi in veste di agnelli, non distinguibili immediatamente dall’altra categoria in esame. Fino a un certo punto, rispondo. Perché, prima ancora di cascare come pere cotte, se vediamo che al ritorno dalle vacanze di Natale possono passare a trovarci solo la settimana prossima, perché devono asciugare gli scogli della Barceloneta, qualche sospetto di avere a che fare con un pesaturo potremmo anche avercelo.

Il guaio è se crediamo che sia normale, che qualcuno abbia sempre cose più importanti di noi di cui occuparsi.

Se ci diciamo:

1) già è difficile che ci piaccia qualcuno, per una volta che ci piace questo ce lo teniamo anche se non chiama da tre giorni;

2) ovvio che il pigiama party della nipotina di 4 anni sia più importante di venirci a prendere con una ruota a terra;

3) l’uomo vero deve puzzare e la donna vera dev’essere capricciosa…

… allora siamo a cavallo, il pesaturo è in agguato con tutta una trafila di giustificazioni socioculturali a camuffarne le malefatte.

Sentite a mmme: lasciateli a cuocere nel loro brodo alle prime avvisaglie. La seconda categoria s’incontra sul serio quando si è disposti a incontrarla, ad accettare che esista un amore che faccia bene e che amore significhi prendersi cura dell’altro, non lasciarlo coi brividi ad aspettare una telefonata, manco avesse la febbre a 38.

Se poi per voi l’amore è per forza quello, montagne russe e sofferenza, chi sono io per smentirvi. Da ex collega che ha trovato la serenità, suggerisco solo di considerare anche l’ipotesi che, per una volta, avesse ragione la nonna.

Non solo sulla ricetta della peperonata.

Empty-TableNiente di meglio che una rimpatriata, meglio se con uno scopo preciso (regalo di compleanno, progettare un viaggio…) per vedere quanto sia cambiata la nostra vita.

Gli amici non ce li scegliamo a caso, ci “capitano” in epoche diverse a seconda di com’eravamo in quel momento, di chi sentissimo affine a noi. Se una qualsiasi comitiva ha più di qualche anno, quasi sicuramente al suo interno ci sono stati diversi cambiamenti: qualcuno si è allontanato per problemi personali, altri si sono trasferiti altrove, qualcuno ha litigato col resto della gente ed è sparito. E poi ci sono gli ex, che a volte dovete fare i giochi di prestigio per evitare di farli incontrare.

A me è capitata una sorta di rimpatriata l’altro giorno, in una comitiva in cui, da brava espatriata, ero relativamente nuova. Allora ho subito l’immancabile pippone nostalgico sull’ “età dell’oro” in cui si era molto di più, con le immancabili critiche a chi fosse sparito. Io, in realtà, ero contenta: è brutto ammetterlo, ma qualche assenza mi era più che gradita. Mancavano individui che avrebbero messo in primo piano i loro bisogni e solo per lamentarsene, calamitando ogni possibile conversazione su problemi e lamentele.

Che strano pensare che con quelle persone, fino a qualche tempo fa, andassi più d’accordo che con altri. E invece eccomi qua, contenta di stare più a mio agio con quelli che all’inizio mi sembravano noiosi solo perché non erano abbastanza egocentrici da creare problemi.

Quando poi i “problematici” costituiscono il nucleo principale di un gruppo, non si tratterà più di gruppi, ma di società di mutuo soccorso in cui ciascuno riconoscerà se stesso nei guai altrui, e si sentirà tradito quando gli altri si discosteranno dal copione di sempre. Nella mia esperienza, chi litiga costantemente con se stesso lo fa spesso e volentieri anche con chi ha più caro. E tra i più cari, a meno che non trovi qualche santo martire votato alla sua salvezza, annovererà spesso persone come lui, in guerra col mondo.

Insomma, di tutte queste cose mi rendevo conto l’altro giorno, coi miei amici: a volte è un bene, che la gente si allontani dalla nostra vita. Torneranno, quando sarà il momento, quando saremo più pronti noi ad ascoltarli o quando saranno meno pronti loro a ignorarci.

L’importante è non far finta di niente mentre ci sono. Non fingere di apprezzare anche i comportamenti che non ci piacciono, di assecondarli quando si rendono molesti. Facciamo solo un torto a loro, al nostro quieto vivere, e alla pizza che dovremmo mangiarci insieme.

E quando si mangia una pizza fatta bene, non dev’esserci problema che tenga.

snowbudDevo dire una cosa, magari vi è utile.

Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.

Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.

Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.

E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.

Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.

Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.

Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).

Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.

E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.

Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.

Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.

Io dico che ne vale la pena.

associazionismoMi sta venendo un sospetto sui progetti a lungo termine. Di qualsiasi tipo. Di lavoro, d’amore. Soprattutto, forse, di quelli che facciamo nel nostro tempo libero e non sono costanti: associazione di volontariato, giornalino amatoriale, circolo di amici che si incontrino per uno scopo comune, dalla partita di bridge alla birra ogni tanto.

Credo che la chiave perché funzionino e si mantengano sia accettare che il progetto iniziale si modificherà, prima o poi, e va bene così. 

Perché cambieranno le persone che ne fanno parte e le circostanze che l’accompagnano.

Prendiamo un’associazione politica, o di volontariato. Capita che nel corso del tempo alcune persone la lascino, o perché vanno altrove, o perché non hanno più tempo o interesse, o, come spesso capita, per dissidi con altri membri.

Allora, se tutto va bene, arrivano nuove forze, nuove persone, che non erano presenti al momento della fondazione e non possono condividere in toto il progetto iniziale. Se tutto va bene, l’incorporazione avviene senza troppe scosse. Spesso, però, i fondatori cominciano a nicchiare, a brontolare, a volte a litigare. Parlano di una fantomatica età dell’oro, mai esistita, in cui sembrava avessero fondato Greenpeace, della situazione attuale dicono “Non era quello che mi aspettavo”, e in nome dell’idea astratta che si erano fatti del progetto ne boicottano gli inevitabili cambiamenti.

Questo capita anche a livello individuale, ovviamente: mettere fine a una storia perché “la mia idea” era che avessi le farfalle nello stomaco ogni volta che ti vedo. Potrà funzionare i primi mesi, ma ce li vedete i vostri nonni a vivere cinquant’anni di matrimonio con le farfalle nello stomaco ogni giorno? È ovvio che le cose cambiano, senza per forza doverlo fare in peggio: si attraversano varie fasi, l’attrazione è molto forte all’inizio, si consolida, magari sparisce per un po’, a volte ritorna…

Succede così anche in un qualsiasi collettivo, che non ci pare, ma a volte fa un po’ storia d’amore, o così sembra dai litigi che ne accompagnano la vita: “divorzi” improvvisi, porte che sbattono, malelingue incrociate, “ma cosa va dicendo, di noi?”. Perché sotto c’è rancore, frustrazione, la delusione per non aver visto i propri bisogni colmati dalla realizzazione di quello che volevamo.

E invece siamo noi a boicottare il tutto. Noi, con la nostra pretesa di vedere realizzate esattamente le nostre aspettative.

Perché i sogni, le idee, i progetti, sono creature vive, specie quelli condivisi: si passano agli altri perché li nutrano esattamente quanto noi, e il loro sviluppo non dipende da noi così come non dipende del tutto da noi che nostro figlio venga su come vorremmo: se scarichiamo su di lui i nostri sogni frustrati inganniamo lui, ci inganniamo noi e il risultato sarà un disastro (e quante volte capita, questo, in un’associazione)

Allora, lascio che i miei progetti, al momento di condividerli, diventino nostri. Col rischio di non riconoscerli più come miei, ogni tanto. In questo caso, niente di più sbagliato che sbattere la porta, gridare ai compagni “non vi riconosco più” e poi stupirci del fatto che, quando ci decidiamo a tornare indietro, non li riconosciamo più davvero. Dov’eravamo, noi, quando si era presa quella decisione così contraria ai nostri principi? Perché ci meraviglia che sia stato fatto, se non eravamo lì a opporci?

Vivere con gli altri è sempre una sfida, per la parte di sacrificio dell’ego che comporta. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra annullarsi e imporsi, ed è difficile perché non ci riusciamo neanche con noi stessi.

Io cerco di attenermi a queste due regole, quantomai fluide: accettare il cambiamento e restare lì anche quando le cose non vanno come vorrei. Resistere ancora un po’, invece di vivere nell’ambiguità dentro-fuori che porta solo disagi a me e agli altri.

Speriamo di star bene, tutti insieme, prima o poi.

ansia (1)Prendete la vostra amica più ansiogena, il fascio di nervi, proprio. Di solito gli uomini che conosco hanno altri problemi, ma se il più ansiogeno della comitiva è un uomo, prendete lui, non di sopresa che muore. Chiunque prendiate, toglietegli l’ansia. Fatto?

Ora state a vedere.

Non sa che fare! Se l’ansia è una componente fondamentale della nostra vita, senza non ci troviamo, letteralmente. Il mondo che immaginavamo così bello senza tutte le nostre preoccupazioni diventa strano, un posto alieno, non capiamo dove si cominci, neanche per fare una passeggiata.

Se penso continuamente che sono inadeguata e comincio a lavorarci su, e mi trovo qualcuno che mi trovi sempre meravigliosa e fantastica a prescindere da ciò che faccia, non è che sia più felice. Non subito, almeno, nella mia esperienza. È vero, all’inizio c’è il periodo “ma che davero?”, quello in cui scopriamo un mondo alternativo al nostro così cupo e minaccioso. Poi, però, ci rendiamo conto che in questo mondo ci dobbiamo pure abitare, non possiamo restare là sulla soglia a contemplarlo, e allora è come quando andiamo a vivere in un paese straniero. Dobbiamo adeguarci a tutte le nuove norme, o accettarle e decidere se vogliamo seguirle o meno: orari dei pasti, convenzioni sociali, se possiamo toccare le altre persone, quando le salutiamo, o addirittura dobbiamo baciarle al primo incontro.

Sono cose che spiazzano e poi s’imparano. E la parte di noi che vuole tornare indietro è sempre in agguato. Quella che vuole fare le tre di notte davanti al pc, così domani saremo distrutti per portare avanti il progetto che ci spaventa di non riuscire a terminare. Che vuole arrivare semiubriaca alla festa in cui ci stanno aspettando, così magari sabotiamo la storia che potrebbe nascere e amen. Tutti quanti vivono amori disperati, perché proprio noi no? Perché dovremmo essere felici quando possiamo essere normali?

E non dico che dobbiamo smettere di fare i poeti maledetti, se è parte del nostro carattere, dico solo che, se lo facciamo per non affrontare i problemi, per evitarci la paura di fare altro, forse è meglio scendere a compromessi con lo spleen, no?

Ne riparleremo.