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solnce-rassvet-poleLa differenza, si diceva.

La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.

Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.

Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.

Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.

Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.

Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.

E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.

Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.

Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…

Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.

Ci saremo resi conto della differenza.

E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.

Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.

E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.

Vi sarete infinitamente grati.

spring-field-haworthNon fraintendetemi, Indietro non si torna non significa che non possiamo svolgere di nuovo quel lavoro che ci realizzava, o rimetterci insieme a quella persona.

Semplicemente, intendo dire che non torneremo mai alle condizioni di prima, come non si può crescere di cinque centimetri e poi perderli all’improvviso.

E invece no, non c’è pericolo che si torni a quel punto ormai passato in cui eravamo tutti concentrati sulla soluzione, o non-soluzione, del problema che ci affliggeva: le angherie di un tutor/capoufficio troppo pieno di sé o l’amore non corrisposto che ci risucchiava energie che manco a 16 anni, col controllo ossessivo dei messaggi per vedere se ci avesse scritto.

Ecco, immaginate di risolvere questo, di avere la questione lavorativa più o meno avviata e quest’amore finalmente realizzato o, più credibilmente, sostituito con un altro. Come vi sentite, ora?

Se foste un po’ onesti, qualcuno di voi farebbe un sospirone come se gli mancasse l’aria. Quando siamo abituati da troppo tempo a costruire la vita intorno a un problema, la sua soluzione spiazza. Ovvio che ci metteremmo la firma, ma questo strisciante dubbio inconscio di essere ormai tutt’uno col problema che abbiamo ci trasmette una sorta di horror vacui che ci fa chiedere: e mo’?

E mo’, dicevo l’altra volta, c’è tutto il resto.

C’è una specie di miracolo: prima i nostri pensieri partivano da noi, dal nostro problema, e a noi arrivavano, in una sorta di circolo vizioso. Adesso partono da noi e si espandono tutt’intorno. Adesso che possiamo fare spazio al resto del mondo, quello ci invade riprendendosi il suo posto. E allora, col nuovo lavoro, possiamo finalmente pensare a fare progressi. Ma intanto torneremo a dipingere, o a mandare avanti quell’idea di suonare questo strumento, o faremo le cose che davvero ci riempiono e, ahimè, abbiamo relegato al tempo libero.

Oppure, ora che finalmente siamo amati e corrisposti e non dobbiamo provare a noi stessi di esser capaci di suscitare sentimenti simili, possiamo fare una cosa incredibile: costruire insieme, invece di fare ad acchiapparello con l’altro che fugge sempre e noi che cerchiamo invano di raggiungerlo. E quando si costruisce insieme non bisogna per forza pensare subito a mettere su famiglia, basta sostenersi nelle debolezze reciproche, regalare all’altra persona un pomeriggio, farci assistere durante una brutta influenza… Fare tutte quelle cose che sembrano banali ma che valgono più di mille problemi per dimostrare all’altro che siamo lì per ascoltarci a vicenda e sostenerci.

Niente horror vacui, dunque. Quello che chiamiamo vuoto, in realtà, è lo spazio giusto per essere noi stessi. La stanza tutta per sé che non serve solo alle scrittrici, ma in forma virtuale è la cosa più importante da mantenere, in ogni occasione.

Solo, abbiamo lasciato che un solo problema, una sola ossessione, ce la riempisse di cianfrusaglie che non ci servono.

Non vi dico di non ripetere più l’errore. Quando vi accorgerete di come si stia bene senza, verrà spontaneo.

Della differenza, parleremo tra qualche giorno.

(FILES) Rock'n roll legend Elvis Presley

Quelli delle canzoni non siamo mai noi. Avete quest’impressione, qualche volta? Parlo delle oldies, le canzoni d’amore alla Elvis, smielate al punto giusto e piene di promesse un po’ campate in aria.

Oh, in quelle non ci identifichiamo mai.

I nostri amori non sono mai nati, in realtà, così non c’è neanche qualcosa da rimpiangere, quando sono finiti. Anzi, siamo proprio abituati a essere marginali, periferici, nella vita di chi ci riserva un WhatsApp quando gli ormoni chiamano e poi lunghi periodi di silenzio. Finché non veniamo mollati per qualcuno che per quei tre mesi di amore eterno gli sappia riservare lo stesso trattamento destinato a noi.

No, i nostri amori non sono mai quelli da ballo del mattone. Specie in un’epoca in cui è facile appagare il sesso e difficile mantenersi insieme a lungo. Ascoltando quelle canzoni nostalgiche e un po’ ipocrite degli anni ’60 ci chiediamo come potessero quelle ragazze con la cofana ispirare tanto struggimento e ignoriamo il fatto che potremmo fare altrettanto, con un po’ di culo, se solo smettessimo di cercarci gente che questo non ce lo possa dare.

Siamo arrivati, finalmente, a questa consapevolezza?

E allora che ci facciamo, girando per il mondo a mendicare briciole di attenzione?

Il guaio è credere che “queste cose a noi non succedono” (quelle belle, dico), e accontentarsi di una relazione clandestina che è fantastica finché stiamo bene così, ma diventa squallida, e tanto, se quello che vogliamo è tutt’altro.

Chissà, magari ci boicottiamo pensando che le mani da stringere e tutte quelle smancerie portino a mutui da pagare e bimbi da cullare, e allora diciamo alle canzoni, vabbe’, non fa niente, almeno sono libera.

Libera di fare cosa, di chiedermi come sarebbe se qualcuno finalmente mi guardasse con gli occhi giusti, e non solo quand’è arrapato?

È quello, che dobbiamo capire: noi possiamo. Il più melenso dei romanticismi è più spontaneo, forse, della manfrina artificiale di ti-chiamo-non-ti-chiamo che sempre più diventa la nostra normalità. Amare è una cosa difficile ma sorge spontanea, se ce lo siamo dimenticato è perché abbiamo troppa paura e, spesso e volentieri, non crediamo di meritarcelo.

Specialmente quando ci dobbiamo ripetere costantemente quanto siamo validi noi, e quanto vigliacchi gli altri. Specie in quei casi abbiamo il sospetto che agli altri dedichino canzoni smielate perché sono molto meglio di noi.

E, guarda un po’, ci circondiamo di gente che confermi queste nostre convinzioni. Perché preferiamo avere delle brutte certezze che delle novità incerte.

Pensiamo a tutti gli amori che abbiamo perduto a non credercene degni.

E ora passiamo a quelli che non ci perderemo.

Mongolfiera_e_mongolfiera_al_contrarioMi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:

– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!

Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.

La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:

– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.

Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.

E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.

Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.

Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?

So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?

È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.

Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.

Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.

Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.

Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.

un-uccellino-che-viene-dal-fiume-azzurro-L-njG9GUQuesto è un messaggio di solidarietà per tutti coloro che a un certo punto della loro vita si sono trovati nella sgradevole situazione di essere reali. Specie quelli che lo sono stati per me, senza che riuscissi a perdonarli per questo.

Non sono impazzita, voglio solo dire che essere reale, in una relazione, che sia padre-figlio o di coppia, a volte è una colpa terribile. Non ci possono proiettare addosso tutto quello che vorrebbero fossimo.

Lasciamo perdere l’elaborazione del lutto che devono fare quei genitori frustrati che ancora vorrebbero un figlio, una figlia che li riscattasse dalle loro delusioni. Allora i figli sentono di non essere mai abbastanza, perché non c’è Nobel vinto per interposta persona che faccia sentire meglio con le proprie sconfitte.

Nel rapporto di coppia, invece, sono stata spesso carnefice e a volte vittima di realtà. Cioè, ero vera, ero lì, ero pronta a dare amore e a riceverne. Non ero un contatto facebook, un numero di telefono da esitare a chiamare, non ero una specie di mistero da risolvere manco fossi un cruciverba o un rebus, frase (3, 1, 4, 2, 4, chiave: vai a fare in c…). No, ero una persona vera, passibile di svegliarsi la mattina con due occhiaie così, di essere un po’ gonfia durante i giorni del ciclo, di non andarmene alla prima occasione per il primo stronzo che fosse già nell’aria fin dall’inizio.

Perché si chiama pensiero magico, l’idea per cui quando otterremo l’amore di una persona, di solito irraggiungibile, la nostra vita sarà semplicemente perfetta. E questo pensiero magico rende tutto più sopportabile: pensateci, è una lotteria. Chi lo abbraccia vive male, ma se solo lei/lui lo amasse le cose andrebbero molto meglio. Con quest’idea la vita quotidiana diventa molto più sopportabile senza alzare un dito, o affaticandosi molto poco. A sperare ci vuole un bello sforzo di fantasia e a volte coraggio; ciò che non è necessario, anzi, in qualche caso è superfluo, è quell’olio di gomito che manco in grandi quantità risolve tutto con certezza.

E allora, perché “abitare” la realtà quando si può vivere in una bolla di sapone? In cui non ci siano mai discussioni, perché un rapporto vero non c’è, anzi a ben vedere non c’è nessuno con cui discutere. In cui la persona irraggiungibile di turno resta il numero di mesi giusto (in genere il conto non occupa le dita di una mano) perché la sua pelle perfetta non venga a noia e i pomeriggi passati solo a fare l’amore non diventino un po’ ripetitivi, se non integrati col tentativo di conoscerla così com’è, e non come la stiano immaginando.

Ma no, che palle, tutta questa vita reale. Che difficoltà assoluta. Meglio vivere nel mondo della fantasia, vero? È così bello e rassicurante, l’unica certezza è che la felicità, quella vera e tangibile, è domiciliata altrove. Ma meglio che niente.

A quelli veri, invece, specie quelli che ho danneggiato io, e a me quando mi sono sforzata di essere vera finendo sottosopra come una tartaruga scema, vanno tutta la mia solidarietà e questa canzone.

Logo_Voyager_2009No, perché se no pensate che viva sulla montagna del sapone e sia appena scesa a fare due passi nel mondo reale. Che intendiamoci, non mi sembra neanche quel capolavoro di cinismo che usano i disincantati come alibi, perché si sa che la nostra è una generazione difficile e che nessuno vuole impegni seri e che insomma io ce la metto tutta ma sono-sempre-gli-altri.

Al che devo credere che, come i casi umani capitano per sfiga, l’ammore bello come un fiore bello che canta Claudione Baglioni (no, vabbe’) capita per botta di culo. Pazienza che in mezzo ci sia tanta roba, sbagli, ripensamenti e tutte quelle cose che ciascuno può sostituire col suo personale modo per “ritrovare la strada”. Dev’essere solo un caso.

Oook, crediamoci. Intanto, questa fantomatica la persona giusta: è quella che durerà per sempre? Quella che ami alla follia, che non ti “tradirà” mai, cioè starà sempre sempre solo con te? Che “avrà i suoi periodi di crisi, ci mancherebbe, ma li supererete tutti”?

Sentite, io il sospetto ce l’ho, che questo “profilo” più che una cosa naturale sia un’astrazione che ci ha fatto comodo per qualche tempo e che ora, in soldoni, non ci vada bene più perché comporta tempo e fatica e nessuno ha tanta voglia.

In ogni caso, per persona giusta non intendo il principe azzurro delle favole, ma uno che ne valga la pena.

No, perché onestamente io il “meglio aver amato e perduto che non amato affatto” non me lo bevo. Io me ne sono pentita eccome, in molti casi. Guarda caso, quelli in cui o sono stata lasciata io (che ammontano a uno) o sono stata sostituita con un’amica mia (ho perso il conto).

Per me la persona giusta, in soldoni, è banalmente una che quando le cose andranno male, se dovesse succedere, quando incontreremo qualcun altro in questo mercato della carne che è diventata la vita umana, quando la precarietà lavorativa ci porterà altrove, o la vita ci farà “evolvere in maniera diversa” come dicono i guru spirituali, mi sembrerà comunque un bel regalo, di quelli che non riciclerei mai.

Che le circostanze che ci hanno separati erano difficili da calcolare, prevenire, o curare, ma ce l’abbiamo messa tutta e non solo per portare a casa il risultato, per fare il compitino, per svolgere la nostra funzione di coppia-che-resiste-invidiata-da-tutti, ma perché così volevamo e così ci è girata.

Che ne usciamo o meno, l’importante è non trascinare un cadavere. Provarci finché quello che ci spinge e non si può spiegare né contenere (non perché sciabordi, ma perché persiste) ci porti ancora a provare.

Allora sì, ne sarà valsa la pena e quella sarà stata la persona giusta, a prescindere da quanto possa durare.

Se poi si riesce a sfangarla e scrivere questo benedetto “sempre”, e non a prezzo di una vita da incubo ma a coronamento di un’esistenza spesa bene, tanto meglio.

Cavolo, la prossima volta metto direttamente il logo di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

quarkInnanzitutto, un po’ di lessico:

Pesaturo: termine popolare per cataplasemus sammentis lini. Persona ambosessi “pesante”, ovvero lamentosa, egocentrica, tendente ad anteporre i propri problemi a qualsiasi cosa, dalla rotazione dei pianeti alla relazione con noi.

Persona giusta: essere mitologico, metà chimera e metà principe azzurro/principessa delle favole (per qualcuno, pornostar da antologia), che fin dai racconti della nonna, che magari teneva il nonno a bacchetta, si narra dobbiamo incontrare a un certo punto della nostra vita, rigorosamente senza cercarla perché “ci capiterà”, come le indigestioni da peperonata e lo sciopero dei controllori di volo.

Queste due figure, ahimè, tendono spesso a essere confuse tra loro, magari per qualche atroce equivoco che ci accompagna dall’infanzia su cosa sia bello e auspicabile in amore (leggi “amore romantico”, da non stigmatizzare a tutti i costi, ma da tenere sotto stretta osservazione in quanto più dannoso, in certi casi, di un cappuccino dopo la peperonata di cui sopra).

Vediamo dunque quali sono, nella mia esperienza trentennale in pesaturi (mi professo invece neofita sulla seconda categoria), le principali differenze tra le due figure.

… ops, mi sa che si possono riassumere in una sola:

Il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso. La persona giusta, quando ci guarda, vede noi.

Perché il pesaturo, quando ci guarda, vede se stesso: perché il suo dolore esistenziale, il mal di vivere che lo accompagna pure quando sta al cesso, permea di sé tutta la vita (parola di ex pesaturo). Siccome non vuole risolverlo, o non sa farlo (quindi non vuole), lo vede dappertutto. Avete presente quando avete fame, vi hanno promesso una scorpacciata di fiori di zucca ripieni e dove andate andate vedete solo quelli? Ecco, al pesaturo succede la stessa cosa. Ha fame di sé, della parte di sé che vuole per forza cancellare per non doverla accudire, e allora la vede dappertutto. Quindi non vi preoccupate, se vi tratta male, se vi chiama solo quando ha bisogno di assistenza, sessuale o economica o morale: niente di personale, fa così con tutti. Infatti, avete indovinato, per lui/lei siete parte del paesaggio. E sì, il sospetto ferradiniano per cui vi preferirà qualcuno che lo tratti male come crede (forse a ragione) di dover essere trattato, potrebbe essere più che fondato. Dunque, noi o siamo una sorta di soprammobile nella sua vita, o, peggio, siamo l’incarnazione di qualcosa che vorrebbe possedere, ma non riesce. L’altruismo, per esempio. O l’operosità. Dunque, sta’ a vedere che un po’ ci disprezza pure.

Perché la persona giusta, invece, vede noi: ok, adesso non vi montate la testa, che specie i primi mesi ce piacerebbe essere davvero quel concentrato di virtù fisiche e spirituali per cui ci ha scambiato. Ma, sostanzialmente, la persona giusta ha la virtù di non necessitare di proiettare i suoi problemi, che pure ha come tutti, sul resto del creato, di essere quindi pronta ad accogliere nella sua vita dei simili altrettanto imperfetti e altrettanto desiderosi di imparare a campare. Noi, per esempio. Che scopriremo improvvisamente che i salti mortali per piacere al pesaturo fingendo di essere qualcun altro (e magari è pure odioso, come alter ego) non servono a una ceppa quando incontriamo qualcuno che ci ami esattamente per quello che siamo. Che, tolto il prosciutto sugli occhi che gli facesse dire “Sei bella anche appena alzata, col pigiama color puffo e i capelli sconvolti”, continuerà a vedere i nostri difetti come adorabili vezzi e i nostri pregi come, appunto, pregi.

Problema: mi si dice che i pesaturi siano una sorta di lupi in veste di agnelli, non distinguibili immediatamente dall’altra categoria in esame. Fino a un certo punto, rispondo. Perché, prima ancora di cascare come pere cotte, se vediamo che al ritorno dalle vacanze di Natale possono passare a trovarci solo la settimana prossima, perché devono asciugare gli scogli della Barceloneta, qualche sospetto di avere a che fare con un pesaturo potremmo anche avercelo.

Il guaio è se crediamo che sia normale, che qualcuno abbia sempre cose più importanti di noi di cui occuparsi.

Se ci diciamo:

1) già è difficile che ci piaccia qualcuno, per una volta che ci piace questo ce lo teniamo anche se non chiama da tre giorni;

2) ovvio che il pigiama party della nipotina di 4 anni sia più importante di venirci a prendere con una ruota a terra;

3) l’uomo vero deve puzzare e la donna vera dev’essere capricciosa…

… allora siamo a cavallo, il pesaturo è in agguato con tutta una trafila di giustificazioni socioculturali a camuffarne le malefatte.

Sentite a mmme: lasciateli a cuocere nel loro brodo alle prime avvisaglie. La seconda categoria s’incontra sul serio quando si è disposti a incontrarla, ad accettare che esista un amore che faccia bene e che amore significhi prendersi cura dell’altro, non lasciarlo coi brividi ad aspettare una telefonata, manco avesse la febbre a 38.

Se poi per voi l’amore è per forza quello, montagne russe e sofferenza, chi sono io per smentirvi. Da ex collega che ha trovato la serenità, suggerisco solo di considerare anche l’ipotesi che, per una volta, avesse ragione la nonna.

Non solo sulla ricetta della peperonata.

snowbudDevo dire una cosa, magari vi è utile.

Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.

Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.

Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.

E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.

Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.

Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.

Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).

Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.

E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.

Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.

Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.

Io dico che ne vale la pena.

miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

paracaduteQuesta la scrivo così come me l’hanno spiegata, e mi scuso con chi capisce di aerei se non è accurata. La metafora mi serve proprio come me l’hanno detta.

Dice che quando un aereo precipita, c’è la fase di stallo. L’aereo ha due possibilità: buttarsi giù in picchiata nella speranza di riprendere quota; buttarsi giù in picchiata e schiantarsi.

Comunque vada, l’aereo deve precipitare, sperando non sia per sempre.

Credo che questo ci succeda spesso, quando affrontiamo una crisi. Ci dicono “fatti coraggio” e fanno peggio, con le migliori intenzioni. Se neghiamo la crisi, quella ci sarà lo stesso. Se fingeremo di star bene, idem. Se riusciamo davvero a reagire bene fin dall’inizio (e attenzione all’iperattivismo, a volte è solo un modo per fingere che vada tutto bene), meno male, ma forse per un po’ dobbiamo assecondare la tendenza a precipitare, senza fare molto altro.

Temiamo che così non prenderemo mai più quota? Dobbiamo provarci. A volte non abbiamo altra scelta.

A volte, a cercare di lottare con le correnti avverse fingendo che non stiamo precipitando, precipitiamo prima e peggio, senza atterraggio di fortuna.

Allora, pensiamo a noi. Pensiamo a star bene.

Precipitiamo per un po’. Prima lo facciamo, prima torneremo su.