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Dal mio Substack, La gattara con la valigia. Seguiamoci anche lì!

Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.

Non va sempre così bene.

L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.

Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.

Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.

E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.

Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:

“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”

Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.

Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.

Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.

Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.

Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.

Dal mio Substack, La gattara con la valigia. Seguiamoci anche lì!

Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.

Non va sempre così bene.

L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.

Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.

Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.

E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.

Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:

“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”

Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.

Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.

Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.

Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.

Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.

Lo so perché lo facevo anch’io.

Trovavo banale chiunque mi accogliesse nella sua vita, o nella sua giornata, con un sorriso più o meno tranquillo e un po’ di fiducia. Per la gente così non ero una minaccia, e se lo ero, ero scongiurabile.

Io non sapevo scongiurare le minacce, specie se avevano sembianze umane: credevo che me le attirassi.

Non è vero. Le persone come quella che ero, come quella che un po’ sarò sempre (ma ho imparato a mantenerla tranquilla), vanno in giro per il mondo senza capire che il mondo non deve girare come dicono loro. Che se scrocchi di tutto, dai passaggi alle energie altrui, qualcuno potrebbe prendersela senza per forza essere egoista.

È un concetto che magari afferri al volo, quando è a te che si accollano. Ma il tuo caso è diverso, tu non puoi dare una mano! La vita ti ha trattato male, e spesso è vero, e allora credi che tutto ti sia dovuto, e questo è falso. Te ne accorgi presto, e te lo nascondi all’istante.

Sono le altre persone a essere banali, con la loro pretesa di fidarsi di te: magari si aspettano che se oggi le tratti bene lo farai anche domani, altrimenti chiederai almeno scusa.

E se hai il privilegio, la fortuna di diventare una di loro, una che ti apre la porta e poi decide se puoi restare, con reciproca soddisfazione, se questo succede allora sì che ti troveranno banale. Caxxo ridi, la mamma ha fatto gli gnocchi? Caxxo respiri, scherzi, vivi?

La vita è sofferenza, e chi si permette di dissentire può pure andare fuori!

Ok, tesoro. Ti assicuro che uscendo chiuderò la porta.

Ma dove trovate un altro manoscritto che viene letto oralmente aggratisss ogni giorno, e che *non* piace a un noto social?

Anzi, Fb lo trova “ampiamente sgradito”, censurando perfino l’immagine della tizia stramba che appare nel video… Sarà il livello di zerbinaggine narrato a raggiungere livelli di guardia!

Fossi in voi mi fionderei a riascoltare tutto dall’inizio

Ci ascoltiamo in giro! 😉

(Sempre ad alto sgradimento…)

In questo video provo un effetto un po’ cafone di TikTok: non so se è per accentuare la difficoltà del momento o per sdrammatizzarla. Una risata è sempre stata la mia arma di difesa più potente.

Basta smettere di credere che dobbiamo difenderci da tutto.

Dal dolore, per esempio, non sempre bisogna farlo. Spero che il video renda bene l’idea.

Intanto giro i prossimi, senza smettere di squagliarmi per il sudore!

Ho le prove.

Il video di oggi parla della volta in cui ho scoperto un segreto sul dolore.

Un segreto di Pulcinella, magari, ma io non c’ero ancora arrivata! Infatti me l’ha dovuto rivelare una vocina interiore che neanche sapevo di avere…

https://vm.tiktok.com/ZGeTMDTj3/

Featuring: una spettatrice curiosa che si è affacciata sul set.

Pensavo di essere quella messa peggio, dopo la registrazione di Fame
… Ma lui mi batte su tutta la linea!

Ecco il nuovo capitolo. Se doveste ascoltarne solo uno, vi prego, scegliete questo.

https://vm.tiktok.com/ZGeTeXWDv/

Da preppykitchen.com

Riprendo le “trasmissioni” dopo un’estate di silenzio, in occasione di uno strano anniversario.

Nove anni fa iniziava per me un anno che sarebbe stato piacevole come una colica da patatas bravas strafritte nella peggio bettola del Raval, ma che mi avrebbe portato a essere la barzelletta che sono adesso: quella che va sempre in giro con gli ex. Due di loro sono, infatti, parte della mia famiglia allargata, quella che mi sono scelta. Perché in quell’anno che cominciava oggi, nove anni fa, ho imparato lebbbasi dell’ammore, quelle che possiamo ripetere a pappardella ma che, curiosamente, abbiamo bisogno di sperimentare per crederci davvero.

Tipo:

  • la gente non sceglie di essere attratta da noi, o da un elefante rosa se è per questo: sull’ammmore si può lavorare, ma l’attrazione iniziale, non solo fisica, c’è o non c’è. Possiamo sbatterci quanto vogliamo, ma nessuna caduta in rovesciata dall’Empire State Building, con tanto di inchino all’atterraggio, gli farà “cambiare idea”. I gusti personali non sono un’idea;
  • questo non significa che una persona possa trattarci come spazzatura. Se uno di domenica preferisce fare il bucato dei delicati a uscire con noi, fatti suoi, ma una domanda gliela farei. La risposta potrebbe essere: “Non ci posso fare niente se non vali abbastanza”. In quel caso, è consigliata la fuga senza voltarsi;
  • soprattutto, va rivalutato il concetto di “perdere tempo“.

Intendiamoci. Rinnego ora e sempre l’idea che, se una relazione finisce in una rottura, abbiamo perso tempo, e lo rinnego anche sapendo che in certe questioni (per esempio, il mio antico “desiderio di maternità”) l’idea di tempo perso non sia troppo peregrina. Ma no, non funziona così. Ed è anche anacronistico applicare alla me di nove anni fa il concetto che ho adesso di “perdita di tempo”.

Però in quell’anno simpatico che mi iniziava oggi, nove anni fa, ho iniziato a pormi un quesito che adesso si fanno in tante: quanto tempo e quante energie investiamo nell’ingrato compito di piacere a qualcun altro? Spesso, guarda un po’, il fortunato appartiene a un genere diverso dal nostro, un genere a caso che ancora oggi “tetiene il potere”, come cantava uno. In quest’anno avrei potuto svolgere bene il posgrado che invece ho concluso a malapena, e che era comunque una mezza truffa (non accettate mai questi titoletti che valgono solo nell’università che li rilascia). Oppure l’avrei mandato alle ortiche per qualcosa di più interessante, e magari remunerativo. In quel periodo mi sono comunque diplomata come insegnante di italiano, perché nella mia mentalità un po’ robotica non esistono scuse di nessun tipo all’inefficienza (un’altra cosa su cui dovremmo lavorare in paranza). Ma volete mettere se avessi avuto le energie adatte, e la testa sintonizzata sulle mie necessità? Quelle vere, dico.

Insomma, ho smesso di trovare risibile o semplificatoria la teoria per cui “mentre noi pensiamo a loro, loro dominano il mondo”.

E se sono sparita per l’estate, e in questi mesi, è stato perché mi stavo arripigliando: ho scritto un bel resoconto di quest’annetto simpatico che mi ha fatto perdere svariati chili (recuperati con gli interessi, per fortuna!) trasformandomi nella scoppiata asociale, ma tutto sommato tranquilla, che sono adesso.

Non so se riuscirò mai a pubblicare Fame, come ho chiamato il manoscritto. Ma voglio che lo leggiate, prima o poi, a costo di pubblicarmelo da sola.

Magari quello che è successo a me potrebbe farvi venire la voglia di non imitarmi.

Ogni tanto perfino io servo a qualcosa.

Mi dicono che sono classista, quando guardo in questo modo il mio paese d’origine.

Sembro un’antropologa che osserva il soggetto della sua tesi di laurea, e invece è tutta gente che è stata a scuola con me, quando non si tratta della sua progenie.

È che non conosco altra maniera di guardare: ho sempre fatto così, da quando ho imparato. È il paradosso di credersi in un’enclave italiana in una società divisa, ahimè, quasi per etnie, a seconda della lingua parlata o della musica che ascoltiamo.

Ieri sera vedevo cose nuovissime e antiche, mescolate in modo strano: ragazzine con gli stivali al ginocchio poggiavano il cellulare su un muro per scattarsi un selfie, ma a giudicare dai graffiti lì intorno si chiamavano sempre Mena o Anna, come una nonna che, fino a pochi giorni prima, doveva essere occupata a cuocere un cuofano di pastiere.

A proposito di “cuofani” ed espressioni territoriali, il localino davanti a cui sono approdata aveva il nome geniale di Stritt’ food (nel senso che era “stretto”), e uno dei ragazzetti che ci passavano davanti ha dichiarato che oggi faceva addirittura “cÒvero”: un termine che è due volte minoritario, né italiano, né napoletano standard (càvero, con la schwa finale).

Poi i vicoletti intorno al corso si sono aperti in un luogo che sembrava la villa comunale, solo che era nel posto sbagliato. Invece ero io a sbagliare posto. Alla villa si accede anche da lì, chissà da quanto. Se ad allucinarmi non è bastata Peppa Pig trasmessa nell’anfiteatro (e in originale con sottotitoli!), ci ha pensato la visione dei… fujenti! Ma non erano stati proibiti? In ogni caso, per antica abitudine ho fatto il mio dovere e ho lasciato passare la Madonna!

“Facite passa’ ‘a Maronna!” è una delle litanie allucinogene che si ascoltano spesso nelle processioni mariane. Stavolta lo strillone della paranza appostata all’ingresso della villa (quello che ricordavo io!) era occupato a redarguire un collega, impegnato in una conversazione telefonica: se non “metteva le mani” per sollevare il catafalco, la Madonna non gli avrebbe fatto “bÈne”.

Dopo un po’ il catafalco, retto da uomini di ogni età, ha iniziato la sua processione verso… Peppa Pig, e l’anfiteatro. Ma era una finta: dopo gli oscillamenti di rito, e una serie di abili piroette, la pesante effigie della Vergine col Pupo si è girata nella direzione che dovevo prendere io, per uscire da quella bolgia!

Poco male: ho cambiato strada. La Madonna aveva sempre la precedenza.

E io avevo tante cose da guardare.