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gli esami non finiscono maiPeriodo di esami, per tanti amici miei. Non quelli coi voti e le domande da copiare, ma senz’altro esami, a volte anche più difficili perché in ballo non c’è la media, ma la propria immagine di sé.

Così i dottorandi stanno scoprendo cosa significhi entrare in un mondo pieno di corruzione, con qualche rara oasi di normalità; chi fa i concorsi sta scoprendo l’impotenza di fronte a domande che sfuggono a qualsiasi schema e sembrano fatte apposta per far vincere chi “deve”; chi ha cominciato una relazione dopo tanti anni di precariato sentimentale si sta rendendo conto che non è sempre passione, le cose si costruiscono giorno per giorno.

Insomma, tante prove, e quella che viene messa davvero alla prova è l’individualità, la risposta alla domanda chi sono?

Qui torno alla differenza, noto cliché poppettaro inglese, tra ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno. Perché, le rare volte in cui la crisi è stata clemente, qualcuno ha avuto l’opportunità di scoprire, e non in mode volpe e uva, che la vita che voleva fare fosse altra, che stesse portando avanti il sogno dei genitori e non il suo, o che rischiava di sposarsi con una persona diversa da quella che aveva conosciuto a 15 anni, nei lunghi fidanzamenti di paese.

Mai come in questi casi, di prove fondamentali per la propria vita e il proprio futuro, può succedere quindi, citando a sproposito Watzlawick, che la soluzione diventi il problema.

Almeno per quelli che, un po’ per non affrontare il problema e un po’ per cercare scorciatoie, si trovano una soluzione-scappatoia che diventa più grave del problema: che so, al lavoro non si decidono né a licenziarsi né a tentare di far bene, finendo per perdere il posto prima ancora di prendere il sussidio di disoccupazione; col dottorato si impegnano poco sognando altri lidi in cui affronteranno gli stessi problemi, in un’altra lingua; in amore fanno il classico chiodo scaccia chiodo con una persona esattamente intercambiabile con quella che li ha mollati, finendo per soffrire pure per questa.

A me sembra che ci troviamo soluzioni a problemi che non esistono, perché il problema ce lo siamo creati noi. Ed è a monte, se stiamo portando avanti le aspettative di una persona che non siamo più noi, trascinando “sogni” che ci hanno imposto a 18 anni o che solo le convenzioni sociali rendono anche nostri. Magari c’è gente che per orgoglio non usa il gruzzoletto che ha da parte per aprirsi un negozio, prendere un rottame di casa e ristrutturarselo da sé, perché “che me la sono presa a fare, sta laurea”.

E se lo dicono perché credono sul serio che la loro strada sia quella, ok.

Se lo fanno per orgoglio, be’, spero considerino l’ipotesi che stanno perdendo il loro tempo. E il fatto di averne già investito troppo, finora, nell’impresa, non è una buona scusa per perderne altro.

I progetti, senza una motivazione dietro, sono feticci che portiamo avanti per calmare l’ansia, compitini per casa che ci siamo assegnati da troppo tempo e senza sapere bene che facevamo.

Allora smettiamo di trovare soluzioni a problemi che non esistono: rischieremmo di scoprire che il problema siamo noi, che non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio e vedere, nel bene e nel male, cosa siamo adesso e cosa vogliamo essere.

Magari, se lo facessimo, scopriremmo di non essere troppo diversi da ciò che potremmo diventare.

ansiaParlavamo di un mondo libero dall’ansia (per quanto ci si possa liberare da questa vecchia amica petulante) e di quanto ci sembri alieno, i primi tempi, tanto che quasi quasi torniamo alla vita di prima.

Ecco, questa parte che vuole tornare indietro, che anela l’ansia come primo motore, non sottovalutiamola. No, non dico di assecondarla, anzi. Ma stiamola a sentire. Ha le sue ragioni e ha energia da vendere. Sicuramente la noia è l’ultimo dei suoi problemi, mentre è il primo nel nuovo mondo ansia-free che ci aspetta. Non che sia veramente noioso, eh, è che, dopo che andavamo in panico per dire buongiorno a qualcuno, tutto il resto è noia per definizione.

Insomma, pensavamo che scattasse il “vissero felici e contenti”, invece il racconto comincia solo adesso. E allora non facciamo l’errore di reprimere l’ansia, come una ex che fingiamo di non amare più e poi ci torniamo in ginocchio. Se eravamo ansiosi, era per un motivo preciso: funzionavamo, seppure in modo contorto, meglio che altrimenti, risolvevamo così problemi che ci sembravano insormontabili.

Ora che sappiamo che non lo sono, accogliamola come una parte di noi, come l’amica pazzerella che non sappiamo bene dove ci voglia portare, ma ogni giorno ha un’idea nuova.

Non mi va di fare la tipa moderna nevrotica che si fa prendere dall’ansia come fosse una moda. Mi va di considerarla, quando abbia imparato a maneggiarla, come una risorsa in più, un’inedita fonte di creatività che mi aiuta, occasionalmente, a mettere un po’ di pepe nel mio nuovo mondo così tranquillo, così noioso.

Finché non capisco che anche questo mondo è tutt’altro che monotono, è una sfida, è tutto da esplorare, con curiosità.

E la curiosità, rispetto all’ansia, è pure simpatica.

ansia (1)Prendete la vostra amica più ansiogena, il fascio di nervi, proprio. Di solito gli uomini che conosco hanno altri problemi, ma se il più ansiogeno della comitiva è un uomo, prendete lui, non di sopresa che muore. Chiunque prendiate, toglietegli l’ansia. Fatto?

Ora state a vedere.

Non sa che fare! Se l’ansia è una componente fondamentale della nostra vita, senza non ci troviamo, letteralmente. Il mondo che immaginavamo così bello senza tutte le nostre preoccupazioni diventa strano, un posto alieno, non capiamo dove si cominci, neanche per fare una passeggiata.

Se penso continuamente che sono inadeguata e comincio a lavorarci su, e mi trovo qualcuno che mi trovi sempre meravigliosa e fantastica a prescindere da ciò che faccia, non è che sia più felice. Non subito, almeno, nella mia esperienza. È vero, all’inizio c’è il periodo “ma che davero?”, quello in cui scopriamo un mondo alternativo al nostro così cupo e minaccioso. Poi, però, ci rendiamo conto che in questo mondo ci dobbiamo pure abitare, non possiamo restare là sulla soglia a contemplarlo, e allora è come quando andiamo a vivere in un paese straniero. Dobbiamo adeguarci a tutte le nuove norme, o accettarle e decidere se vogliamo seguirle o meno: orari dei pasti, convenzioni sociali, se possiamo toccare le altre persone, quando le salutiamo, o addirittura dobbiamo baciarle al primo incontro.

Sono cose che spiazzano e poi s’imparano. E la parte di noi che vuole tornare indietro è sempre in agguato. Quella che vuole fare le tre di notte davanti al pc, così domani saremo distrutti per portare avanti il progetto che ci spaventa di non riuscire a terminare. Che vuole arrivare semiubriaca alla festa in cui ci stanno aspettando, così magari sabotiamo la storia che potrebbe nascere e amen. Tutti quanti vivono amori disperati, perché proprio noi no? Perché dovremmo essere felici quando possiamo essere normali?

E non dico che dobbiamo smettere di fare i poeti maledetti, se è parte del nostro carattere, dico solo che, se lo facciamo per non affrontare i problemi, per evitarci la paura di fare altro, forse è meglio scendere a compromessi con lo spleen, no?

Ne riparleremo.

miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

proprieabitudini5Semplicemente, non sappiamo come si fa.

Come si ama, senza cadere nel solito loop? Quello dell’illusione, del piacersi all’inizio, di aspettarsi chissà che cosa dall’altro, di scoprire che la vita non è come ce la immaginiamo solo perché così vogliamo, di non avere il coraggio di lavorarci su, e di lasciarsi odiandosi.

Se poi siete come me, come si ama senza abituarsi all’orrore come pane quotidiano? Senza vivere aspettando un messaggio che non viene mai, oppure arriva con tre giorni di ritardo, prima che si presenti qualcuno a cui scriverà ogni giorno e che aspetterà con la stessa angoscia con cui noi lo aspettiamo ora?

Come si arriva a capire che l’amore è qualcosa di diverso da questo gioco, da questa caccia autoreferenziale che serve solo a farci capire che siamo degni di essere amati, quindi ci dà una certezza che avremmo dovuto procurarci noi, e che come i compiti copiati è una lezione che non facciamo mai nostra?

Perché l’amore condiviso sul serio non si nutre di insicurezze altrui, non ha bisogno di sentirsi potente misurando quanto sappiamo attrarre l’altro nel nostro mondo. Parte da un’idea di completezza in noi, che magari non sarà perfetta, ma fa capolino.

E meno male, perché ci spiazza, qualcuno che non ci faccia la manfrina dell’apparire e sparire solo quando gli fa comodo, qualcuno che ci sia davvero e abbia l’inquietante proposito di restare.

Semplicemente, è questione di abitudine.

Ci siamo abituati all’orrore, possiamo abituarci anche a questo.

Anche a star bene, a essere noi, a scoprire quanto possiamo diventare se c’è qualcuno a fare il tifo per noi, un tifo sincero e genuino, non un preoccupato osservare quanto potremmo arrivare a svincolarci dalle voglie altrui.

Cerchiamo di abituarci a questo, devo ripetermi ma è una figata.

Il guaio è che, se abbiamo passato tutta la vita a sentire che l’amore sia lotta, conquista dell’attenzione, ci è difficile identificare questo come amore, adesso.

L’indizio è renderci conto per una volta che quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo in due, sul serio, non sono monologhi incrociati tra due esseri troppo soli per stare davvero bene insieme all’altro.

Ora abbiamo imparato che l’unica solitudine è non avere nulla da condividere, e per fortuna di quello, di vita da insegnare e imparare insieme, ne abbiamo a pacchi.

piumaAllora, vi dico come ho fatto io. Non so se vale per tutti, quindi cercate di adattarlo alla vostra situazione.

Ma se mi guardo indietro, se osservo questi giorni in cui, comunque vada a finire, ho messo le basi per uscire dalla mia crisi, mi rendo conto di aver fatto una sola cosa, fondamentale.

Di essermi aperta al mondo, alla vita. Quello che mi arrivava prima, lo respingevo. Prima è quando mi ostinavo a far rivivere un passato che non esisteva più, che forse non era mai esistito.

Ma io ero li a custodirlo perché si possono amare anche le cose che non esistono, lo sappiamo bene, forse sono quelle che si amano di più, perché non bisogna prendersi il fastidio di accettarle così come sono.

E allora eccomi qui, improvvisamente, ad aprirmi alle cose come sono davvero. No, improvvisamente no, non posso ingannarvi. C’è voluto lavoro, tanto.

Amore, tanto, per me, finalmente. Per chi non mi ha mai abbandonata e ha continuato a crederci, in me, anche quando io avevo smesso da tempo.

E poi, quel pizzico d’imprevedibilità, quella legge della vita per cui a lasciar fare agli eventi, invece di forzarli sempre come ci fa più comodo (a costo di forzarli in modo che ci faccia male sul serio), le cose succedono.

Non tutte quelle che vogliamo noi, né esattamente come le vogliamo, non importa cosa facciamo al riguardo. Ma, una volta accettato questo per i miracoli che avremmo voluto, possiamo aprirci a miracoli che neanche sapevamo di volere.

Bisogna trovare il coraggio di fare tutto questo, e un po’ è preparazione e un po’ è lasciare che sia.

Cominciate con la prima parte. La seconda, ora ve lo posso quasi promettere, verrà da sé.

stock-vector-vector-illustration-of-a-knight-dragon-and-princess-138067055Il grande Parsifal era grande solo nei suoi sogni. Ma nei sogni dovevate vederlo, come torreggiava con la lancia in resta, una spada in pugno e un coltello tra i denti, hai visto mai dovesse affrontare un dragone a tre teste. Quando si svegliava, però, era ancora un ragazzetto con due peli di barba e la stessa camiciola di contadino con cui l’aveva salutato la madre (che ai tempi, già sapete, pulizia insomma…).

Nelle sue prime peregrinazioni, con annessi donne, cavalier, arme e amori, il Nostro Eroe si era pure ritrovato davanti a uno strano castello, indicatogli da un misterioso pescatore che, dall’aria con cui aveva risposto alle sue indicazioni, pareva alquanto malaticcio, e che alla fine si era rivelato un Re.

parzival-grail-castleNel castello aveva assistito a una curiosa processione di nobili dame che portavano una coppa magnificamente istoriata, con gemme e pietre preziose e tutto quello che deve avere una coppa prima che inventino Indiana Jones per darti il vago sospetto che si tratti proprio del Sacro Graal.

Ma figuriamoci se al nostro impavido, tozzo Parsifal veniva in mente una cosa del genere. Passò tutta la notte nel castello senza chiedere a nessuno cosa stesse vedendo e (soprattutto) a che servisse tutto quello, e al mattino si svegliò in una sala vuota.

Perplesso anzichenò, riuscì a uscire dal castello poco prima che si abbassasse il ponte levatoio (si girò pure, indignato e dignitoso, a chiedere ragione del gesto al fellone che lo manovrava, ma la sua sfida a duello si perse nell’eco delle alte mura e morì nel fossato).

Non gli restava che riprendere la marcia e l’infinita sequela di duelli, draghi, principesse da salvare e streghe da uccidere che faceva a quei tempi il curriculum di un cavaliere (purtroppo per le streghe, che mi stanno assai simpatiche).

Cavalca che ti cavalca, il Nostro Eroe si ritrovò in una radura che ancora rimuginava sul ponte levatoio, come se vedere il Graal e risvegliarsi unico abitante di un enorme castello fossero cose di ogni giorno, quando scorse un fuoco dietro degli alberi.

Poteva essere un cacciatore affamato che cominciava ad assaggiare parte della sua selvaggina; un bivacco di musici girovaghi alla prima sosta; un contadinello fuggito dai campi che, vinto dalla fame e dalla stanchezza, si fermasse a rifocillarsi prima di sparire nelle foreste coi banditi.

Ma no, il nostro cavaliere pensò a quella che per lui era l’unica spiegazione possibile:

– Vieni fuori, chiunque tu sia! Volevi cogliermi di sorpresa, vero? Ma Parsifal non si lascia sopraffare da siffatti vili tranelli. Orsù, cavaliere, sguaina la spada e affrontami in singolar tenzone!

Ma che vvuo’?

celticgoddessLa domanda non era ostile: la fanciulla che, scostando i cespugli che coprivano il fuoco, si palesò davanti a Parsifal, non aveva davvero capito una mazza di ciò che lui stesse dicendo.

– Chi sei, donzella? T’ha rapita il fellone che ancora s’asconde tra la verzura? Non temano questi occhi belli, con me sei al sicuro.

La “donzella” gli lanciò un’occhiata che stava a significare, più o meno, sì, allora sto fresca.

Parsifal la guardò meglio. In effetti, tanto donzella non era. Arruffata, una vestina impudica a coprirle a stento interessanti rotondità, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, la sconosciuta si presentava assai poco propensa a fare da dama, di quelle che danno nomi alle spade e lanciano il fazzoletto all’eroe durante i tornei.

Questa qui, al massimo, avrebbe gettato un fiotto di muco tappandosi una sola narice, e vincendo un apposito torneo di quella specialità, se mai qualcuno si fosse preso la briga di organizzarlo.

Ma il Nostro non aveva tempo e pazienza per fare il tournament planner, quindi si limitò a chiedere alla gentil verginella in cosa potesse aiutarla.

– Verginella sarà tua nonna – rispose quella, ignara del paradosso appena formulato.

Poi gli spiegò che si era fermata a bivaccare ai margini della radura perché c’era qualcuno nella sua capanna, in riva al fiume. Un intruso, un ladro, forse.

A quella notizia, il nostro trattenne a stento la gioia. Un duello!

Allora abbassò la visiera al fiero elmo, sguainò la dolce spada e con uno slancio improvviso, e ammirevole per come andava bardato, si tuffò stile quarterback sulla malcapitata che rientrava nella capanna, facendole pure battere la testa contro un vaso poggiato lì a terra, che aveva tutta l’aria di essere un pitale.

red-catComunque sia, l’effetto ci fu: dai sacchi di farina bucati che emergevano da un angolino in penombra si udì un rapido raspare, poi un lungo gnaulio e finalmente dalla tenebra che l’aveva inghiottito uscì fuori il malvivente intruso: un enorme gatto rosso.

Che, saltando sdegnoso dal suo nascondiglio, soffiò come un drago incazzato in direzione dei nostri eroi, si chiese in quale casa fosse capitato, che pure i topi erano rachitici e un po’ scemi, e si dileguò in cerca di migliori mete.

– La casa è salva, madonna – s’inchinò Parsifal – adesso potete governare in pace su di essa.

– Bella fatica, hai fatto! – valutò lei sarcastica. Poi lo guardò meglio, anzi, si guardarono a vicenda, soppesarono le carni giovani benché non proprio pulite e profumate, i denti quasi a posto, molare più molare meno, gli occhi cisposi quanto basta, e decisero che era troppo tardi per dedicarsi a lavorare e troppo presto per sedersi a tavola.

Indi per cui, con unità d’intenti, si dedicarono all’unica attività che i loro bollenti spiriti trovassero degna di considerazione.

Vi si dedicarono con tanta alacrità che quando il nostro alzò dal giaciglio di paglia la testa ancora impennacchiata (un vezzo della donzella, e non vi dico che uso improprio era stato fatto dell’elsa della spada) il gallo aveva appena elevato il suo canto di buongiorno al mattino. Il Nostro ebbe allora la cortesia di chiedere:

– Come avete detto che vi chiamate, madonna?

– Biancofiore.

Temptation-Percival-LAllora l’eroe si alzò dall’alcova, mano sul cuore, giurò che mai nella sua vita avrebbe dimenticato il soave nome della compagna di quelle inebrianti ore d’oblio, e che l’avrebbe raccomandata alle preghiere della sua regina, la pia e casta Ginevra.

– Insomma, mi molli così? – fece Biancofiore.

– Ma, mia signora, dovrò pur andare a lavorare! Mi aspettano draghi, duelli, donzelle…

– Che?!

– … donzelle da salvare, come già feci con voi.

– Allora sono stata una delle tante?

Qui perfino un babbeo come Parsifal capì di stare su un terreno minato, se mi permettete l’anacronismo.

– Giammai, madonna, vi confonderò con le altre. Non siete voi, sono io. Sarete sempre nel mio cuore, accanto a mia madre e alla mia regina.

– Ecco, vattenne addu chella zoccola d’ ‘a riggina!

Parsifal capì che forse aveva fatto una cazzata.

Allora, senza proferire verbo, che era meglio, si rimise in fretta i gambali dell’armatura e si allontanò, lasciando la donzella in preda a irrefrenabili singhiozzi.

Eh, ma la vita di un cavaliere era così. Salva una regina, accetta la sua ospitalità nelle stanze degli ospiti, misteriosamente comunicanti con le sue, poi ammazza un drago e porta a riparare la spada flambé, che nonostante le principesse e le operazioni di soccorso continua a non avere un nome…

King_ArthurPassarono gli anni e il Nostro aveva un curriculum da paura, ma era sempre un tontolone. Il re Artù e i suoi nobili cavalieri lo mandavano a fare i lavori pesanti: dragare fiumi, salvare le fate, andare a ordinare le pizze per tutto il castello… Quando il nostro eroe si annoiava, doveva solo prendere lancia e scudo e fare un fischio al cavallo: i due si lanciavano all’avventura tra le lussureggianti lande di Cornovaglia (chissà perché, in queste storie di cavalieri il clima di merda non viene mai riportato, come se l’Inghilterra fosse Montecatini. Potenza dell’immaginazione).

Fu così che, cavalcando cavalcando, Parsifal giunse allo stesso castello di 10 anni prima. Il fiero giovane, ormai più esperto, questa volta assisté con molto interesse a tutta la processione, che si ripeteva ogni notte, e cominciò a fare qualche domanda.

– Cos’è quella coppa?

– È il Graal, il ricettacolo del sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.

– Ah, sì?

– Boh, una volta era un simbolo della Dea.

– Secolo che vai, usanza che trovi.

– Ben detto, Parsifal. Hai qualche altra domanda da fare?

Questa volta gli avevano dato l’aiutino, perché spezzasse l’incantesimo. Lui guardava i cavalieri e le dame che si riunivano intorno a lui, speranzosi, ansiosi di ascoltare le parole che avrebbe proferito, e particolarmente interessati alla reazione del Re Pescatore. Alla fine il Nostro si schiarì la voce e disse:

– Che c’è per cena? Branzino come al solito?

Tutti crollarono il capo e si disposero a mangiare. Il Re Pescatore andò a dormire, che era meglio.

Il Nostro eroe stavolta si svegliò, sempre solo come un cane nel castello enorme, con la sensazione che qualcosa non funzionasse. Perché erano tutti così attenti alle sue parole? E cos’era che dovesse chiedere, di così urgente?

Ok, c’era una coppa. Tempestata di gemme. Che aveva raccolto il sangue di questa o quella divinità lontana.

Uhm… Stava ancora pensando, quando si accorse di esser giunto di nuovo alla radura della donzella della sua prima gioventù.

Ottimo, pensò. Magari Biancofiore mi dà un sorso d’acqua e, se sono fortunato, mi offre ancora un giaciglio.

fairyhouse5Ma la capanna era sparita. Al suo posto c’era uno splendido palazzo a tre piani, con scudieri e fantesche carichi di brocche, striglie per i cavalli, e ogni genere di ben di dio destinato alle grandi cucine.

Accanto al palazzo scorreva un ruscello, piccolo ma potente, e accanto al ruscello girava in un moto perpetuo la ruota di un mulino. Accanto al mulino, tutti i contadini del circondario, disposti in una fila disordinata, attendevano il loro turno per macinare. La fiumana di gente non finiva mai, e sì che si erano svegliati prima del sorgere del sole, per presentarsi in tempo sul posto.

Parsifal si fece largo nella ressa di contadini e piatti di grano e tra stracci e berretti usurati da pioggia e sole, intravide due lunghe corna di seta, di quelle che all’epoca, con nostro sommo stupore, erano l’ultimo grido per le acconciature femminili.

Sotto le corna, poste su un’ordinata pioggia di lunghi capelli biondi (che una volta erano neri solo per scarsissima igiene) c’era una giovane sconosciuta e sorridente, che aiutava un anziano contadino a porre il grano nella macina.

Quando vide il cavaliere, i suoi grandi occhi smeraldo si sgranarono per la meraviglia.

– Ecco l’artefice della mia fortuna! – gridò ai presenti.

Dopodiché Biancofiore, che la dama non era altri che lei, prese il cavaliere per mano e lo condusse nel suo palazzo.

– Non capisco nulla di ciò che sia successo – commentava il cavaliere, togliendosi di dosso una ghirlanda di fiori appioppatagli da una fattoressa.

– Come sempre – osservò lei, con una smorfia sarcastica che ricordava un po’ la villanella conosciuta tempo avanti. – Sei l’artefice della mia fortuna. Quando sei andato via ho pianto a lungo, giorni, mesi, anni. Ho pianto tanto che le mie lacrime hanno formato questo ruscelletto che ora costeggia il mio palazzo. È piccolo, ma ha una forza incredibile, come una cascata, come l’oceano se cerchi di domarlo. Allora, piano piano, facendo dei debiti, vi ho costruito la ruota di un mulino. I villani arrivano ogni giorno a macinare il loro grano.

Parsifal se la strinse al cuore, e lei, dopo un po’ di affettata resistenza, lo lasciò fare.

Il cavaliere si rammaricò molto che lei avesse pianto tanto da generare un fiume, d’altronde la vita del combattente era quella e lui non poteva trattenersi tanto temp…

– Zitto, lo so. Ora so che il mio errore è stato cercare di trattenerti, mio cavaliere. Stavolta resterai perché vorrai tu.

Detto ciò, si liberò d’un gesto della tunica bianca che le copriva le carni sode e profumate, e i due si rotolarono in quella farina misteriosa che il mulino macinava, e che sembrava talco, ma non era.

Parsifal restò a lungo presso il palazzo.

La mattina andava ad ammazzare draghi, e qualche notte dimenticava di tornare. Ma alla fine un piccione annunciava sempre il suo arrivo, e Biancofiore, sospirando, gli faceva trovare le lenzuola ricamate e la coppa di vino sempre pronta.

Fu vedendo la coppa, un giorno che era stato lontano a lungo, che Parsifal si ricordò. Gli restava la missione del Graal.

Com’era possibile che si fosse dimenticato così?

lady-flora-goddess-of-blossoms-and-flowers-evelyn-de-morganSi affacciò al balcone e osservò un prodigio. Una giovinetta biondissima, il corpo alto e snello avvolto in una lunga tunica bianca, gli faceva cenno di avvicinarsi. Ma ogni volta che accennava a scendere, lei si faceva sempre più diafana, fin quasi a scomparire. Era una visione.

A un certo punto, quella splendida apparizione indicò la foresta, in direzione del castello del Graal. Poi sparì.

Parsifal non poté più né mangiare né bere. La notte prendeva Biancofiore in fretta, distratto, come se stesse liberando le viscere dopo un’abbuffata da fagiano.

Galahad Leaving Blanchefleur by Edwin Austin AbbeyBiancofiore mordeva il cuscino. Finché un giorno, mentre presiedeva alle operazioni del mulino, vide uno scudiero avvicinarsi, un sorriso mesto sul volto.

– Lo so, disse. So tutto.

Parsifal aveva raggiunto la fanciulla, che l’aveva condotto per tutta la strada riapparendo a ogni crocicchio, e sparendo ogni volta che il cammino si faceva dritto e piano.

Arrivato al castello del Graal, non la vide più.

Il castello non era mai stato così affollato. Sembrava che tutte le dame e i cavalieri dei dintorni si fossero dati appuntamento per un maestoso banchetto.

Il Re Pescatore era più mesto che mai.

Al momento della processione del Graal, la folla sembrava aprirsi attorno a Parsifal.

Assistendo alla sfilata di dame e cavalieri che portavano oggetti a lui incomprensibili, Parsifal si scoprì a chiedere:

– Cos’è il Graal?

– È la coppa della vita – rispose una voce soave.

Si girò sorpreso. Era la dama bianca.

Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei fece no con la testa. Non rovinare tutto, chiedimi quello che devi, dicevano i suoi occhi.

Parsifal capì, la ebbe e la perse in un istante solo, quello in cui chiedeva:

– E a chi serve il Graal?

Le iridi azzurre della fanciulla si fecero acquamarina sotto una nebbiolina di lacrime. Sorrise felice e infelice insieme e rispose:

holy-grail_2059502f– Il Graal serve al Re del Graal.

E sparì. Finalmente il cavaliere aveva trovato la domanda giusta per rompere un incantesimo.

Il dolore di Parsifaal per la perdita fu coperto da un urlo, proveniente dal fondo della sala.

– Sono guarito!

Il Re Pescatore si alzò gagliardo dal suo trono e fece una specie di piroetta, che fu accolta da grandi applausi.

Poi abbracciò Parsifal.

– Grazie per essere tornato. Se fallisci una volta, bisogna sempre riprovare. Il Graal è fatto per questo, per svuotarsi e riempirsi di sangue per chi ne ha bisogno. Il sangue della vita che è vita e morte insieme, e amore, Parsifal. Amore.

Già. Amore.

Quando, di lì a poco, il Re Pescatore morì, Parsifal venne incoronato al suo posto. Governò giustamente e cercò di non smettere più di farsi domande. Anche quando le prime strie grigie cominciarono a solcargli i capelli sempre arruffati.

Un giorno, però, decise di uscire dal castello. Il suo cavallo era ormai vecchio e a riposo, ma volle proprio quello.

magiccastleRipensava alla gioventù che aveva barattato con la saggezza, come temeva sarebbe successo. E così non si accorse di esser passato fuori a un enorme castello, bellissimo, pieno di torri merlate e ponti levatoi. Come aveva fatto a non vederlo prima?

E quale re poteva essere più potente di lui, nel circondario?

Si fermò a chiedere. Una ragazzetta che passava saltellando tra i ciottoli di un ruscello familiare gli diede il benvenuto e lo chiamò “mio re”.

Com’era possibile?

– Di chi è quel castello, bambina?

La ragazzina sorrise un sorriso che conosceva, quello della dama bianca che un tempo l’aveva innamorato, portandolo via alla sua antica amante… Già, come si chiamava, quella là? Accarezzò la sua vecchia spada, che una notte di luna e vino rosso aveva appellato improvvisamente “Biancofiore”, e ricordò.

La ragazzina prese a correre veloce tra l’erba, e il vecchio cavaliere e il decrepito cavallo si lanciarono all’inseguimento.

Costeggiarono il castello saltando sassi e fossi, al di qua e al di là del ruscello che a un certo punto diventava un rapido fiume, solcato da ponti levatoi. Proprio vicino alla sorgente, la piccola guida si fermò di scatto, di fronte a una bellissima dama bionda.

La giovane si girò, e Parsifal trattenne a stento un grido. Aveva i suoi occhi.

– Chi siete? – gli chiese la fanciulla, turbata, raccogliendosi le vesti sontuose per avvicinarsi.

Sentì la bambina ridere alle sue spalle.

– Non vedi che è tuo padre, mia signora?

E la bambina diventò la dama bianca, si alzò in piedi, lanciò un ultimo bacio a Parsifal che la contemplava sbigottito e svanì nell’aria.

L’uomo e la fanciulla si contemplarono a lungo.

– Padre – riconobbe lei alla fine. – Ti facevo più alto.

Parsifal scese da cavallo, indispettito dal commento, e capì pure di chi era figlia quell’impudente.

– Adesso mi spieghi cosa sia successo, figlia mia. E dov’è tua madre. Devo chiederle perdono.

La ragazza represse un risolino.

– Non è necessario. Prima di tutto, perché mia madre ora è in un posto migliore. E poi, perché ti ha già perdonato da tempo.

E lo prese per mano e gli spiegò.

riverDopo la sua nuova partenza, Biancofiore aveva pianto ancora. Il ruscello era diventato un fiume lungo e solido e lei era diventata quel fiume, dissolvendosi nella spuma delle sue correnti, spogliandosi delle sue vesti e vagando sulle rive solo di notte, per cibarsi di erbe.

Fino alla notte di plenilunio in cui si era accorta di essere rimasta incinta.

Allora era tornata al palazzo, si era seduta alla tavola ormai spoglia e disadorna e aveva ordinato da mangiare.

Il giorno dopo si era recata al mulino e aveva preso a macinare con le sue mani. Osservando la prima farina non aveva creduto ai suoi occhi. Il grano era diventato oro puro.

Biancofiore era divenuta ricchissima. I contadini prosperavano e nella regione era sparita la povertà. La saggezza si era unita alla prosperità e nel regno, giacché la Nostra Eroina era stata proclamata regina, c’era l’abbondanza.

Biancofiore aveva dato alla luce una bella bambina con gli occhi del padre e i suoi capelli biondi, e mai più nella sua vita aveva nominato l’uomo che l’aveva abbandonata per seguire una chimera.

Solo la notte di luna piena in cui era sparita, per fondersi per sempre all’acqua del fiume (“È tempo, figlia mia, ti lascio in buone mani”), aveva detto alla ragazza che Parsifal, un giorno, sarebbe tornato.

Ascoltando quelle parole, Parsifal s’inginocchiò e pianse. Aveva passato una vita a lottare senza mai farsi le giuste domande, inseguito chimere e perso di vista l’amore, che l’aveva sempre aspettato lì accanto, senza mai reclamarlo né pregarlo, come solo l’amore sa fare.

– Non piangere, padre. È stato tutto necessario perché tu e io fossimo qui insieme, ora. Nessuno potrà più separarci.

E infatti nessuno, né Graal né dame bianche, poterono separare il re e sua figlia in quel prospero regno che non esiste più.

running_river__magic_falls_ad4b233da602f879aa877bb87097ed42Il ruscello, poi diventato fiume, sembrò sparire quando secoli più sfarzosi seppellirono sotto la falsa luce della ragione quelle gentili tenebre baciate dalla luna. Ma non era mai scomparso davvero, si era solo inabissato nella terra, inghiottito dalle sue viscere profonde e forti come quelle della donna che l’aveva partorito.

E scorre ancora, stanne certa.

Forse scorre proprio sotto casa tua.

gessopersonalizzatoLa mia prof. catalana di scrittura si presentò una volta in classe con un’enorme ingessatura al piede. Sostenendosi su stampelle malferme, ci raccontò di essere caduta in un fosso durante delle vacanze in famiglia. Trasportata al pronto soccorso, si lamentava col medico:

– Ora sto qui con un dolore atroce e questo gesso che chissà quanto dovrò tenere, mentre potrei stare ancora in escursione coi miei familiari, o a correggere i testi dei miei alunni, o…

Finché il dottore non la interruppe e le mostrò con un ampio gesto del braccio i suoi compagni di sventura, alle prese con fasciature analoghe o in stato semicomatoso per dolori di stomaco, o feriti da un incidente domestico…

– Cosa credi che sia successo, a loro? – le disse sorridendo. – Stanno facendo la stessa cosa. Perdono tempo prezioso a curarsi della loro sbadataggine.

Ecco, non so voi ma mi sono sentita spesso così. Costretta a perder tempo a curarmi per un incidente che poteva essere evitato. Mi sono ritrovata a trascinare a lungo una delusione amorosa che si vedeva profilare all’orizzonte da tre miglia di distanza, oppure a salire con un sospiro rassegnato le scale del dipartimento per vedere che sfuriata mi avrebbe fatto, quel giorno, il prof.

Tutti fossi che col senno di poi, ovviamente, sarebbero stati evitabili, ma noi no, ci siamo distratti “un attimo”. E quell’attimo è stato fatale. Fortuna che, in questioni meno spezzaossa e più esistenzialiste, l’attimo diventa piuttosto lungo, con più margini di correzione. Ma, miracolosamente, più tempo abbiamo per tornare sui nostri passi e seguire la strada giusta, meno sembriamo disposti ad avvedercene.

E quando ci ritroviamo col nostro bel gesso invisibile, che dovremmo fare? Be’, come per la mia prof., aspettare. Che la convalescenza abbia il suo corso. Intanto ce lo portiamo appresso, impariamo a stare sulle stampelle, zoppicando sempre meno, facendoci due bicipiti da paura mentre la gamba si rimette a posto da sola.

Abbiamo questo potere curativo che non dobbiamo sottovalutare, la capacità di risanare da soli se ci diamo il giusto tempo e la giusta pressione.

Io ho la sensazione sgradevolissima che le energie che ho perso a riprendermi della mia crisi mi avrebbero portato a fare tutto ciò che dovrò procurarmi quest’anno, con fatica e pazienza. Avrei potuto averle con me già da un anno, senza “perdere tempo” a soffrire, come la mia prof. se non si fosse distratta avrebbe avuto ancora la sua escursione e il tempo di correggere i nostri compiti, che nel frattempo si accumulavano.

Ma la convalescenza non si può evitare, quando siamo “rotti” dobbiamo ripararci, dentro e fuori. Diffido un po’ di certi richiami tipo “non lasciare che gli altri ti rovinino l’esistenza”, “non lasciare che il risentimento ti faccia perdere tempo”. Quando li uso, lo faccio in un altro senso: possiamo fare in modo che qualcuno smetta di insultarci, di darci fastidio quotidianamente, ma non possiamo decidere che “non ci rovini più l’esistenza”. Il dolore che si lascia dietro va affrontato tutto e curato da solo, come un’ingessatura.

Intanto che ci rimettiamo in sesto, possiamo riprendere i contatti con quella parte di noi che sa evitare i fossi, quella che ignoriamo per ascoltare le paure che ci spingono a sottovalutare i pericoli, pensando che non vederli ce ne terrà al riparo.

Durante una convalescenza non potremmo fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma impariamo tante altre cose che ci saranno utili quando, recuperate le energie, potremo finalmente metterci al lavoro. Con occhi nuovi.

E, possibilmente, con piede meno distratto.

ciakVi è mai capitato, di ascoltare qualcuno cambiare totalmente idea su una cosa che gli stava a cuore? Ricordo una compagna di liceo che, a università iniziata, diceva della nostra vecchia prof. di Filosofia: “In fondo non ho mai avuto niente contro di lei”. Ma se partecipavi alacremente alle nostre macumbe pre-interrogazione!

Il senno di poi non gode di buona fama, ma ha molti seguitori. Si fa più doloroso quando si parla di rapporti di lavoro, o familiari, o di amori finiti.

Una volta perso il lavoro dei nostri sogni, in fondo non abbiamo mai voluto fare quello, davvero. Io non ho mai voluto insegnare all’università, mica è la crisi.

Con gli amori si arriva al parossismo: mai capitato di litigare con un ex che si è rifatto una vita? Spero di no. Diventiamo le “premesse” a questa fantastica nuova relazione che sta vivendo, che in retrospettiva fa della nostra una povera cosa che trascinavano controvoglia, come fosse un peso. Anzi, come dice Tucidide della Guerra del Peloponneso, ma vale per ogni guerra, anche per l’amore, cambiano le parole e il significato che si dà loro: quella che pure l’altro chiamava relazione ora è diventata una frequentazione, dategli tempo e diventerà “quando curiosamente ci svegliavamo insieme”. Teletrasporto?

A meno che la fantastica nuova relazione dell’ex non finisca e in un momento di estrema solitudine diventiamo l’unica persona che l’abbia mai capito.

Se poi la storia di per sé era ambigua, se non lo sapeva nessuno, se in fondo non era mai decollata, magari siamo stati messi da parte e soppiantati per un amore vero che durasse… Quanto, un mese? Due mesi? Ah, ma anche quando dura cinque minuti l’Amore Vero ha due piste in più, rispetto alla storiella così (e se ci fosse un’antimaiuscola, una lettera ultraminuscola appena visibile a occhio nudo, userei quella, per scriverlo).

E allora l’anno di alti e bassi passato insieme diventa solo una lunga introduzione a questa storia fulminante e un po’ incontinente che li ha scottati ma ha insegnato loro il “vero amore”. Siamo quella, quello di cui non era convinto, che non arrivava mai a essere lapersonagiusta, magari non per demeriti suoi, eh, fatto sta che chi ci ha seguito in quei cinque minuti prima di prendergli il cuore e stracciarlo in mille pezzi era tuttunaltracosa.

Ora, non possiamo impedire che l’altro abbia questa interpretazione della cosa, che ci “narri” così. Magari non ha neanche tutti i torti, quando paragona un amore mai nato a uno presente e vivo, anche se per poco. Quello che non dobbiamo accettare è l’idea per cui un altro sia più degno di noi solo perché, per circostanze difficili da verificare, si è guadagnato un amore che noi abbiamo mendicato a lungo.

Può essere stato più bello di noi, secondo gli standard (che poi de gustibus), più intelligente secondo i test (che quando mai ci hanno azzeccato), ma mai più degno, questo non sta ad altri deciderlo e non sta a noi, nell’umano consesso, stabilire chi “meriti” di più.

E il punto è questo, è questa la parte della narrazione che non ci deve quadrare: il punto in cui abbiamo mendicato qualcosa che ci spetta di diritto come esseri viventi, non perché siamo chissà chi, ma perché l’amore o te lo regalano o non ci sono soldi a comprarlo, e non c’è niente che possiamo fare per suscitarlo.

Non possiamo evitare di essere il cattivo o lo sfigato di una narrazione altrui, e di una narrazione ex-post, ma l’altro non può impedirci di non gradire quel ruolo e di fare di tutto, in futuro, per costruirci una storia come vogliamo noi, in cui non siamo quello che striscia e mendica fino alla sua uscita di scena, ma lasciamo fin dall’inizio il limbo dell’ambiguità, dell’umiliazione, dei diritti non rispettati, per crearci la vita che vogliamo noi.

Una volta rinunciato alla parte, una volta detto no a questo regista sfigato che ci portiamo dentro e che ha per noi sempre gli stessi ruoli, allora siamo pronti per il ciak.

Si ripete. E stavolta, meno dramma e più bellezza.