Quadrinapoletano

Da Se i quadri parlassero napoletano, su facebook

 

Dovete sapere che da un po’, per il master, studio arte contemporanea, materia della quale non ho mai capito una ceppa. Sono tra quelli che, guardando un quadro, fanno pensieri simili a quelli del signore qui sopra. Anzi, a essere onesta capisco anche l’assassinio della pittura predicato da Miró, o l’impossibilità di essere naturalisti esemplificata da Klein, ma di fronte a tanto struggimento, e alle interpretazioni lacaniane del prof, confesso di reagire desiderando intensamente la pausa caffè.

Mi ha colpito, però, questo pittore realista spagnolo che si chiama Antonio Lopez, che oltre a dipingere bellissimi cessi espone quadri inacabados, incompiuti. Eccone uno.

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Il prof, udite udite, lo trova retorico. Dice che è retorica anche la tendenza a lasciare l’opera incompiuta.

E allora, senza che abbia nulla a che vedere con l’arte contemporanea, né con le intenzioni del pittore, mi è partita questa pippa mentale che ora vi appioppo, assicurandovi che è comunque più digeribile dei saggi proposti al corso:

  • La retorica dell’incompiuto è una caratteristica della nostra epoca.
  • È il sotterfugio per non esporci troppo agli scherzi della sorte.
  • A me, ultimamente, sembra fantastica nello studio di un pittore, ma non nella mia vita.

Ci conviene rimanere sempre sospesi, il pennello a mezz’aria? A me no. Ci conviene lasciare a metà gli studi, per paura di NON trovare un lavoro che ci piaccia? A me no. Ci conviene perderci appresso a storie che non vadano mai oltre l’entusiasmo iniziale? A me no.

In questo momento i vantaggi di vivere “incompiuta” mi sembrano meno di quelli di finire quello che comincio.

Perché capisco che l’incompiuto/infinito a qualcuno venga spontaneo*.  E non è detto affatto, su questo vi do ragione, che l’unica via possibile sia essere “realisti”, qualsiasi cosa sia per noi la realtà, e chiamare soluzione quello che è sempre stato spacciato per tale: il posto fisso, la famiglia tradizionale, tutto quello che in altri tempi stava nel quadro e lo chiudeva bene.

No, quello che io chiamo bozza potrebbe essere, per voi, un quadro perfettamente completo, un capolavoro, e va bene così.

Ma mettiamo che abbiamo un’idea su come completare il quadro della nostra vita (almeno quello), che il nostro tratto deciso si diriga verso una possibile conclusione. Che succede, se ci viene improvvisamente questa voglia di portare a termine quello che abbiamo cominciato?

Desistiamo perché abbiamo sempre fatto così? Perché non so se l’ho capita, questa retorica dell’incompiuto, ma credo diventi retorica solo quando non sia più “spontanea” e si trasformi in affettazione, una dichiarazione d’intenti dell’artista, che magari (ho sospettato anche questo) non sappia come concludere il quadro senza risultare banale.

In quel caso, forse dobbiamo rischiare di risultarlo. Banali, dico. Forse dobbiamo avere il coraggio di completarlo, il quadro. A modo nostro, ovviamente, non seguendo le tecniche altrui. Dobbiamo avere il coraggio metterci una famiglia, tradizionale o meno, se in fondo vogliamo quello. O di scegliere una volta per tutte di non mettercela, senza dissanguarci in giro in rapporti a distanza di 5, 6 anni, trascinati non per amore, ma per pigrizia.

Se volete “completare” il quadro (e solo in quel caso), meglio farlo che fingere che ci piaccia così, abbozzato, anche stavolta.

Meglio ancora uscirci, dal quadro, e decidere che per una volta l’opera d’arte, fosse anche un Picasso sotto LSD, siamo noi. Completa, completissima.

Ma senza retorica. E dai. Stavolta senza retorica.

 

 

* Se è tornato in arte contemporanea in un mondo d’immagini digitali, un motivo ci sarà. Siamo schiavi di scienza e tecnica, avrà ragione Heidegger, siamo schiavi della pretesa obiettività della fotografia, specie da quando avete comprato tutti la Canon e mi siete diventati il Doisneau d’ ‘a palazzina.

Lla-vignetta- Niente da fare: io parlo di politica, diritti civili, differenze tra la società italiana e spagnola, e quali articoli leggete più numerosi?

Quelli sugli ex.

Ok, intanto, la faccia mia sotto i vostri piedi, perché vi prendete pure la briga di scorrerli.

Poi, una che si è svegliata cantando Messaggino vagabondo della figlia di Gigione non dovrebbe lamentarsi di nulla, nella vita.

Neanche degli ex per cui non siamo mai stati niente: per arrivare a un simile paradosso dobbiamo ammettere che qualcosa è andato storto più o meno dall’inizio. Magari c’è stata quella che, ormai lo saprete, per me è una calamità peggio delle piaghe d’Egitto: l’ambiguità. È il fenomeno per cui in una storia “investo” ma non troppo, mi espongo ma non troppo, per non soffrire. E finisco per soffrire il doppio.

In ogni caso, tempo dopo sarebbe forte la tentazione di fare una telefonatina alla Adele, ma in chiave cazzimmosa, stile gnegnè, io intanto mi sono rifatta una vita e tu continui a distruggere la tua con nuove storie intercambiabili.

Fermi lì! A parte la figuraccia, stiamo buttando alle ortiche quello che possiamo imparare dallo schifo che abbiamo vissuto.

Io, per esempio, se c’è una cosa che ho capito è che, quando pretendo di organizzarmi la vita, non posso fare i conti senza la vita stessa.

Che vor di’? Be’, che qualche anno fa avevo proprio un bel programmino, un delizioso castello di carte che stava insieme per miracolo, su un tavolino IKEA mal costruito: un trasloco impegnativo, una storia difficile da portare avanti, un nuovo impegno accademico che m’illudevo sfociasse in qualcosa di buono.

I castelli di carte rovinano tutti in una volta e in qualche caso, mesi dopo, ti ritrovi ancora un jolly sotto il divano (o un due di picche). E anche questo, quando è crollato, l’ha fatto proprio in grande.

Di chi è stata la colpa? Un po’ mia, va detto. Ma non sono sola, vero?

Abbiamo spesso la pretesa decidere al posto della vita come questa ci debba andare, prevedendo non solo quello che è nelle nostre mani (un terzo della questione), ma anche il resto, cioè le mosse degli altri e i giri della sorte. Io, tornando al nostro castello di carte, avevo deciso che quell’enorme bugia che edificavo proprio al centro della mia esistenza dovesse star su da sola.

Ora so che non è così. Che non posso decidere cosa provino gli altri per me e che, se in Spagna esiste una cosa ibrida come i master propios, 9 su 10 non sono un grande investimento. Ah, l’ambiguità.

Ora l’errore sarebbe scaricare sugli altri responsabilità nostre, invece di vedere dove finiscono quelle e possiamo legittimamente lamentarci del padrone di casa che ci ha imbrogliati, dell’ex che è sparito senza dare spiegazioni, della prof. improvvisata che si sente attaccata sul personale se le contesti la sua poetessa digitale preferita.

Per fortuna i nostri errori sono ostacoli da poco. È ridicolo pretendere di cancellarli, di fingere che questa zavorra non ci affatichi un po’ la schiena. Siamo anche le scelte che abbiamo fatto, che siano state sbagliate non significa che lo siamo di meno.

Però ammettiamolo: una nuova possibilità ci viene data quasi sempre. Di fare le cose per bene, di ricominciare.

E se c’è qualcosa che ho imparato fin da quando la casa era dei miei, gli impegni di studio si restringevano alle tabelline e come ex avevo al massimo l’amichetto del mare, è non sprecare quello che improvvisamente, per motivi imprevedibili, potrei non avere più.

A maggior ragione, bisogna considerarlo una bella botta di culo e trattarlo bene.

imagesSono giorni che mi sbatto a cercare famiglie arcobaleno a Barcellona che manifestino solidarietà per chi non ha ancora i loro diritti in Italia.

Non ne trovo nessuna. Le poche che conosco hanno da fare. I bambini sono anche un lavoro a tempo pieno. Alla faccia di chi insinua che i gay non siano buoni genitori.

Non avendone di miei, comincio a chiedermi se i pargoli siano appunto una scusa per smettere di fare qualsiasi altra cosa (finalmente!) o davvero si tratti di eterni riproduttori di malattie che ne sfornano una nuova ogni cinque minuti.

Oppure, semplicemente, tante coppie di qua non sentono particolari esigenze di manifestare per diritti che già hanno. Magari quelle italiane residenti a Barcellona sono ancora scottate dai chili di omofobia e pregiudizi travestiti da problemi morali che si sono viste buttare addosso prima di andarsene altrove.

Ma no, forse qua non è un’urgenza e quindi vengono prima le pappe, le visite dal medico per l’ennesima otite (ma quante ne beccano?!), la gita fuori porta complicata dall’attacco di vomito a metà strada.

Che ‘ntender no la può chi no la prova, canta mia madre a mo’ di ritornello, per indicare che solo se sperimenti qualcosa su te stesso puoi comprenderla.

Ecco, io non la provo e magari non la posso intendere.

Però ricordo che, ai tempi degli Indignados, qualcuno diceva che era questo il principio per cui non s’indignassero tanto in Francia. Non potevano capire. Non erano la Spagna messa in ginocchio dalla burbuja inmobiliaria e gli sfratti, col ceto medio in strada per i mutui sfuggiti di mano.

Mi chiedo cosa succederebbe se il ceto medio finisse in strada in Italia, a parte un ricorrere agli amici onorevoli perché “solo io e la mia famiglia” non si venisse sfrattati all’improvviso, ma forse è meglio restare col dubbio.

In ogni caso, la storia della mobilitazione che nasca solo dai propri interessi è roba di cui abbiamo già parlato. È come se tutto si muovesse a partire da un bisogno proprio e al di là di quello non potessimo far molto.

Aggiungici che siamo annichiliti da giornate di lavoro lunghe e umilianti che prima si sostenevano in nome di uno stipendio più o meno decente e di un posto fisso, ma che cadute ste premesse diventano solo una tediosa incombenza. Aggiungici che le donne devono ancora essere addestrate a credere che i figli siano SOLO un meraviglioso dono, senza essere del tutto informate sulla storia delle otiti o almeno di cosa significhi a livello di stress emotivo, frustrazione, sensazione di star buttando la tua vita a beneficio di un altro essere umano che “istintivamente” deve diventare la tua priorità (questa non è mia, eh, me l’ha confessata una mamma). Specie in una società in cui in nome dell’istinto materno (?) gli uomini sarebbero esentati da una percentuale enorme di cura. Ma se non si fa così è la fine, le donne sono la manodopera più a basso costo che si trova, guai a monetizzare il loro lavoro in una società monetizzata, e figurati se pretendono una lauta ricompensa se decidono di fare quel che vogliono del proprio utero e creano bambini per chi non può averne.

No, no, ‘ntender no la può chi no la prova.

Io intendo che da quando sono uscita da questo meccanismo sto meglio. Sì, è vero, mi devo scontrare col buonsenso un po’ soffocante di chi scambia “prendersi cura di sé” con “fare solo ciò che gli conviene”. O si nasconde dietro il paradigma altruista del “fare ciò che conviene agli altri”. Perché anche chi per “vocazione” si dedica agli altri, spesso, non è disposto a fare nient’altro che quello che soddisfi immediatamente il suo desiderio di altruismo.

Ho aiutato a organizzare due mercatini in cui ci si è sbattuti infinitamente per racimolare poche centinaia di euro, buone a distribuire panini tra chi dopo avrà ancora fame. Ma in pochi sono disposti a dedicare qualche ora meno esaltante a un dibattito, una conferenza, un incontro con delle istituzioni, per far sì che piano piano il panino se lo possa permettere chi lo vuole.

A me pare egoismo anche quello, esemplificato brillantemente dalla signora che se ne andò dall’associazione di volontariato con cui collaboro perché quando distribuiva i pasti, diceva, “Nessuno mi ringrazia”.

E certo, se lo fai per soddisfare un tuo bisogno immediato di sentirti speciale, rimarrai delusa. Se ti mobiliti solo quando hai bisogno di qualcosa, non sorprenderti se nessuno lo farà per te.

Diceva uno che confesso di non amare molto, ma questa l’ha detta bene: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”.

Anche se non vengo altrettanto bene nei poster, aggiungerei: siate sempre capaci di sentire le ingiustizie che, attraverso gli altri, commettono contro di voi.

 

baciamano  Mia nonna una volta mi raccontò di un suo corteggiatore, come si diceva all’epoca. Era un ferroviere semianalfabeta, la trovava una specie di portento perché lei, invece, era maestra, parlava italiano ed era una signorina beneducata. Quando lei lo respinse per incompatibilità, lui ci rimase proprio male male, nonostante si fossero parlati giusto un paio di volte. Al che sbottai:

– E grazie al cavolo, che avevate quelle belle storie d’ammore, ai tempi tuoi. Vi conoscevate appena!

Ok, cinismo a go-go. Ma dovete sapete che, quando vivevo in calle Joaquín Costa, nel Raval(istan), solo 5 anni fa, ero una specie di sensazione tra gli amici del mio ragazzo di allora, un giocatore di pallavolo pakistano riciclatosi fruttivendolo.

Di me si dicevano soprattutto tre lettere: “PhD”. Cioè, dalle loro parti un dottorato è una cosa seria, roba che ti guardano come se fossi Cristo in terra… Forse ho sbagliato esempio, ma insomma, colleghi frustrati, tutti in Pakistan! Fatto sta che la natura della nostra storia, con l’atleta-fruttaiuolo, si prestava un po’ a una situazione di scarsa comunicazione, visto che non potevamo dialogare fluentemente in nessuna lingua comune e l’urdu, diciamocelo, non è proprio una passeggiata (però so dire ancora “Ti amo” e “lenticchie”). Quindi, quando lui, gran bel giovane, mi guardava come un calderone di basmati con quelle due tonnellate di curry che ci metteva dentro, mi chiedevo ogni tanto: “Starà guardando me o il PhD?”.

Lo sanno anche i bambini (anzi, soprattutto loro) che la questione è: essere amati perché siamo noi. Abbiamo accennato più volte alle persone che ci disprezzano e trattano male senza un motivo apparente, o come reazione sproporzionata a nostre reali mancanze.

Ma anche se l’altro non vede che i nostri pregi, una domanda facciamocela: magari sono davvero uno schianto, con le occhiaie premestruali, e certamente sono bellissima quando mi arrabbio e mi si gonfia la vena sulla tempia… Ma gli piaccio proprio io, o gli rappresento una specie di ideale che prima o poi vedrà incarnato in qualcun altro?

Sono domande da farsi, perché ok, come “equivoco” è meglio questo di quando qualsiasi cosa facessimo non andasse bene, ma i pregiudizi fanno male anche quando sembrano andare a nostro vantaggio.

E allora, una volta accettato che sono questioni sue e solo sue, come ci veda questa o quella persona, pensiamo a noi. Pensiamo a scoprire in noi stessi ciò che ammiriamo o disprezziamo negli altri, ricordando che non gradire qualcosa è umano e comprensibile, odiarla deve avere qualcosa a che vedere con problemi nostri.

Una volta che avremo risolto questo, in noi, saremo anche più propensi ad avvicinarci a persone che non abbiano bisogno di cercare in noi quello che vogliono o respingono di sé. Persone che sono pronte a iniziare la nostra interazione con una domanda:

– E tu, chi sei?

E, senza sognare minimamente di avere in tasca la risposta, si dispongono ad ascoltare.

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Mi osservi più curioso che stupito.

Non ne vedi tante, come me. Magari le intravedi dal carrozzino, in strada, ma mai sedute, mai a mangiare, come in questo ristorante vicino ad Arc de Triomf, con questa roba così colorata nel piatto che è la stessa di tua madre, ma a tua madre è bianca, e la mangia bene.

Io invece lotto col mio riso, con questi occhi strani. Enormi, vero? Di un colore mai visto. E il nasone, poi. I capelli non farci caso, è per una roba alla camomilla che mi ha regalato mio padre. Fa il medico ma di corpi, da dove vengo io si curano solo quelli, e spesso sono corpi come il mio, con gli occhioni grandi e i nasoni e i capelli colorati.

Ti sorrido e mi chiedo se ti faccio giustizia. Guardo di nuovo il libro aperto avanti a me, scritto in segni che troveresti sgraziati, senza fantasia. Parla di persone che 100 anni prima che nascessi tu facevano arte, ma roba strana, che non si capiva subito, e sai che dicevano?

Che lo spettatore ideale è un bambino, che ancora non conosce le regole stupide del mondo.

Magari hanno ragione loro. Magari i miei occhi non ti sembrano strani per nulla, son solo occhi. E il nasone, pazienza. E i capelli ti ricorderanno l’oro finto del vasellame che spero tua mamma scarti, nei negozi qua vicino, quelli coi nomi che sono aironi che volano e giardini felici e che presto tu capirai e io forse mai.

Magari a te adesso andrà tutto bene: la gente come me, quella come te, quella che mangia con la forchetta, quella che mangia con le bacchette, quella che ha due papà, quella che ha due mamme, perfino quella che dice che io e te veniamo da due mondi diversi e non ci capiremo mai, quindi meglio separati e ognuno al paese suo.

Ma a te va di partire, tesoro mio?

A me no. E tu qua ci sarai nato, quindi…

Quindi adesso esci, i tuoi occhietti diventano virgole allegre in un sorriso alla cameriera, che tua mamma saluta in cinese.

Torno anch’io alla mia lezione, sui bambini che capiscono il mondo.

chai Sono contenta di aver trovato una persona gentile, che pensi davvero a me.

A chi non l’ha fatto non guardo rancore (o non sempre!), so anche che, in un certo senso, me li sono scelti apposta.

Ma che bello, davvero. Quando è così, che si è sinceri l’uno con l’altra, ci si preoccupa per l’altra persona senza annullarsi per lei, anche quando noi o lei abbiamo da fare, non ci si stancherebbe mai di ripetere: quello che cambia siamo noi. La botta di culo viene, ma dobbiamo aprirci ad accoglierla. A vederla, anche.

“Ma tu sei giovane e bella”, mi è stato detto (incredibile ma vero!) da quasi-coetanei peraltro attraenti, “ovvio che a te capita più facile che a me”.

Non so, davvero. Quello che noto, quando per motivi vari devo rivedere certi ex o certi circoli di amici, è che quello che è sparito in me è l’autoreferenzialità. Io avevo la peggiore, quella vestita da altruismo. Quella che mi portava a fare la salvatrice del mondo per non guardare i miei problemi e per sentirmi buona a qualcosa.

Quindi, se non c’era nessuno da salvare, per me non c’era neanche amore.

Se nessuno m’interessava doveva almeno interessarsi qualcuno a me, per quanto fossi brava a capirlo, amarlo, venire incontro alle sue esigenze. Il fatto che non ricambiasse era solo una sfida.

Questo è cambiato. E ve l’ho già spiegato. Quello che vorrei ribadire qua è che, man mano che vi sentite a più a vostro agio con voi stessi, vi verrà spontaneo cambiare i meccanismi con cui interagite con gli altri.

Gli amici che si affidano totalmente a voi come dei bambini che non cresceranno mai vi comunicheranno sempre più fatica e meno appagamento nell’operazione di soccorrerli, e forse così il rapporto diventerà qualcosa di autentico, invece che un mutuo soccorso. Una cosa tipo, ti stimo e ti apprezzo anche se non mi “servi” a star meglio. Da entrambi i lati.

Le cose vanno così: man mano che ci curiamo noi, nel nostro piccolo curiamo un po’ anche gli altri.

E per una volta più con l’esempio che a parole.

Come ci si cura? Con l’attenzione.

Ne riparliamo presto.

Vabbe’, lo dico: mi sento spiazzata, davanti alle compagne latine del mio master.

Imbevuta dell’orgoglio da liceo classico, che mi ha imposto una discendenza magnogreca a botta di traduzioni e parafrasi, mi sorprendo della beata noncuranza di fronte ai miti loro e altrui. Mi fa strano che l’idea di ceto medio arrogante ma colto, a cui sono state addestrate come me, non passi per quella che dalle mie parti è quasi una tappa obbligata.

Perché non sono come le colleghe nordamericane, ufficialmente denigrabili grazie al “tana libera tutti” dell’imperialismo, per cui si possono prendere in giro certe culture e altre no.

Non sono neanche come le ammirevoli fricchettone in poncho che al Columbus Day si mettono sotto la statua di Colombo, a fine Rambla, e gli urlano nel loro spagnolo affusolato di “mostrare il permesso di soggiorno”, in nome della Pachamama che, loro sì, rivendicano con orgoglio.

No, le mie compagne di master sono beatamente incoscienti di quella che in uno strano modo, viaggiando per vie colonialiste e genocide, dovrebbe essere parte della loro identità, la mitologia greco-romana che Laura Esquivel, nel 1995, fondeva con quella latina in un coro di sacerdoti indios e frati cristiani.

In compenso, quando nel mezzo di una ricerca sui miti di fondazione dell’Attica mi fermo e le interrogo: “Avete qualche dio che ricordi questa storia?”, non sanno rispondermi. “Eh, in Messico rinneghiamo un po’ l’origine precolombiana”. Scusa?! Vuoi dire che io so pronunciare Quetzalcóatl e tu pensi che sia una bevanda hipster? Vuoi dire che Gloria Anzaldúa e la sua cultura meticcia non le hai mai sentite nominare e ti starebbero pure antipatiche? E allora ricordo i loro nomi anglosassoni, abbreviati quasi a ricordare personaggi di Jane Austen (Fanny, Lizzy, Nancy…), ma non mi arrendo all’evidenza.

No, non l’hanno mai sentita nominare, Saffo, figurarsi Medea. Con Antigone ci giocano come quei critici statunitensi che prendono una storia, la decontestualizzano e ci vedono rispecchiato il loro attivismo, l’antimperialismo, il femminismo. Così Sofocle per Bonnie Honig diventa una suffragetta del V secolo, che invita la platea a cospirare contro Pericle. Per quelle che lo sostengono nella loro tesina di fine corso può benissimo essere così, tanto la storia “non le riguarda”, era la prima volta che avessero scoperto che esistesse un’Antigone.

E se mi vendicassi prendendo i loro serpenti piumati e facendomene collane, non li riconoscerebbero nemmeno.

Sta cosa mi fa friggere di rabbia finché non ricordo. Anch’io faccio lo stesso. Anch’io prendo il passato remoto e lo uso come cavolo mi pare, quando implico che avere antenati che 2.500 anni fa parlavano un dialetto greco a Napoli, che ridendo immagino tipo l’istroveneto in Croazia, influisca qualcosa sulla mia vita.

E agli incontri sull’indipendentismo meridionale, stile “coi Borboni stavamo un amore poi i Savoia ci hanno portato l’Inferno“, quando sento invocare i Fenici  vs i “cavernicoli” del Nord capisco che è arrivato il momento di darsela a gambe.

So anche che appunto è un frullato, questa mia eredità magnogreca, con le antiche poetesse che diventavano tutt’uno con le divinità pre-greche che invocavano. Se avessi avuto sul presepe un’immaginetta di Afrodite l’avrei messa senz’altro ad assistere la puerpera Maria.

Insomma, il confronto con culture diverse, ma così diverse che sfuggono anche ai cliché sulla loro diversità (no che non conoscono Tetzcatlipoca, anzi, lo sticazzi è in agguato) fa sempre riflettere su come usiamo la nostra, come tracciamo le nostre frontiere sociali (di ceto medio e “civiltà mediterranea”) sulla base di eroi che tracciavano quelle di città-stato. Come ricicliamo nei secoli storie che però, a non trasferirle nel nostro contesto, non avrebbero avuto più la forza di un tempo.

Infatti che smacco è stato, da storica, scoprire Jung e i suoi archetipi, il matto d’inizio ‘900 che disegna una figura fallica uguale a una divinità non europea. Non che l’inconscio collettivo mi annulli la necessità maniacale di contestualizzare, eh. Per me non bisogna scomodare il patrimonio genetico per supporre che esseri umani di epoche diverse s’immaginino nello stesso modo la loro impotenza davanti al mondo.

Ma tutte queste storie non esistono che in un repertorio che attiviamo noi, quando ci serve. Dovremmo capire quando e come furono utilizzate in ogni tempo, prima di fare di Antigone una femminista del duemila e di Sofocle una suffragetta, ma i miti secondo me sono come quei fighissimi utensili da cucina che ti regalano a Natale e restano anni in credenza: belli, ma hanno un senso solo se li usi. E se le mie nuove amiche gioiosamente ignare dei loro vogliono i miei, glieli presto volentieri.

Trattiamoli bene, magari, utilizziamoli per rispondere a domande nostre, invece che a insicurezze collettive sulle nostre origini e sul nostro posto nel mondo.

Ma facciamo incetta di tutte le storie che vogliamo, interroghiamole come faceva quel mendicante cieco con le urne antiche, e prepariamoci ad ascoltare, con rispetto, tutto quello che hanno da raccontarci. Senza dare per scontato di saperlo già..

Prepariamoci a sorprenderci di ciò che ci diranno.

 

 

 

chiodo Poi ognuno ha i suoi metodi, diciamo, per uscire dalle crisi. Ma volevo dire questa cosa, sul chiodo scaccia chiodo.

A me ha funzionato in modo strano: mi cacciava da un problema a un altro. Cadevo in nuove braccia sbagliate, che mi avrebbero fatto soffrire come quelle di prima senza mai risolvere il problema di fondo: la mia cecità nello scegliere.

Quindi non posso dire che il ripiego (brutta parola) non risolvesse il problema, che non mettesse fine all’angoscia, al senso di perdita: ma alla lunga lo rimpiazzava con altra angoscia e altre perdite, toglieva i sintomi del male senza curarlo fino in fondo.

Poi so che a volte, a botta di culo, a un mese da un addio pesante troviamo la persona della nostra vita (ammesso che esista), a qualcuno capita.

Dico solo quello che succedeva a me: cambiare di braccia, senza cambiare di testa.

Per questo, per un anno, quasi facevo capa e muro all’amica catalanoandalusa che si era presa una laurea in psicologia e una specializzazione in analisi junghiana solo per snocciolarmi la seguente, profonda ricetta: “Un clavo saca otro clavo!”.

Ora quell’amica potrebbe venire da me e dirmi: visto, che ti dicevo?

Eh, no, tesoro. Facile chiamare chiodo scaccia chiodo una storia che comincia a lutto ormai elaborato, dopo un anno a buttare il sangue, magari. Una storia in cui l’altra persona è davvero la benvenuta e non ci serve a niente, non ci fa da tappabuchi, non ci colma il vuoto lasciato da altri, già pronti ad aleggiare tra noi come fantasmi chissà per quanto tempo.

Perché una cosa è buttarsi tra le braccia di qualcuno mentre siamo nel pieno del dolore da perdita, proprio perché non ce la facciamo più, e un’altra è prendere quel dolore, ascoltare quello che ha da dirci (che, si diceva, il dolore è un ambasciatore che non porta pena), e cominciare un’esistenza in cui i suoi insegnamenti siano un pilastro, magari, ma mai l’unica ragione. Una vita fondata su un lutto vi piacerebbe?

E allora, piuttosto che pulirsi le ferite sulla pelle di qualcun altro, scopriamo quanto sia bello, dopo il tempo che ci vuole, essere capaci di aprirci a un nuovo amore senza nessuna fretta o nessun vuoto da colmare, solo col piacere di esplorare, conoscere questa nuova persona che si affaccia nella nostra vita, e che magari, finalmente, ha la buona creanza di bussare senza sfondare la porta.

Magari per allora avremo imparato che nelle vite altrui si bussa e piano, non si dettano leggi, per poi abbandonare il campo.

Solo quando avremo imparato tutto questo, mi sa, potremo finalmente dire avanti.

In tutti i sensi.

images (3) Sono troppo orgogliosa di me: sto a metà della mia prima sciarpetta lavorata a maglia e la trama scivola molto più lineare di quelle dei miei arzigogolati romanzi.

Insomma, c’è qualche buchino qua e là, ma non è sempre colpa mia, eh, il rovescio che mi viene male incontra una parte del filo che si biforca e le conseguenze sono visibili.

Soprattutto, manco so’ arrivata a mezza sciarpetta e già tiro su delle conclusioni esistenziali che le maestre del pedalino dovrebbero sbattermi i ferri da calza in testa e dirmi va’ a lavura’.

Però è più forte di me, non posso non pensare a quanto dicessi in passato sul mondo irrazionale, che prima mi invadeva allontanandomi dal salutare nesso causa-effetto che tanto bene fa alla nostra specie.

Perché succede la stessa cosa col lavoro a maglia: hai due ferri, un gomitolo, e per iniziare ripeti meccanicamente i gesti che t’insegnano. Non ci capisci niente, tu fai e vedi che man mano si realizzano cose, stai facendo un disegno di lana (meglio acrilico, lasciamo in pace le pecore) e ancora non ci credi.

Poi capisci. La mossa che fai ogni volta, quella di circondare il ferro destro con un giro di filo, prima d’inanellarlo nelle asoline del sinistro, è quella che manda avanti tutto, è la trama stessa.

E tutto quello che stai facendo è: infilare il ferro nudo in un buchino dell’altro ferro, dare un giro di filo, lasciar scivolare il buchino dal ferro.

Infilo, giro, lascio andare. Infilo, giro, lascio andare.

E quel giro di filo manda avanti il tutto. Promette un futuro al lavoro, resta lì a garantirne la continuità.

Prima ancora di sapere cosa diventerà questo lungo intreccio di stoffa: un calzino? Un guanto senza dita? Un maglione, quando saremo abbastanza bravi da dargli forma?

C’è chi a questo si prepara con un disegno preciso, con progetti già decisi. E chi, come me, si lascia condurre dal filo stesso, che decida lui cosa voglia essere, come le statue rinascimentali nascoste nella pietra insegnavano all’artista come liberarle. Come gli sgangherati protagonisti dei miei libri, che decidono prima di me se uscendo in strada devono incontrare un amico o un imbroglione.

Anche quando non so che piega prenderà il percorso, quando non capisco dove devo andare a parare, l’unica è dare il giro di filo e sospendere il lavoro, riprendendolo quando sarò più riposata.

Ma bisogna darglielo, questo giro, questa promessa di ritornarci su e dirigerlo dove voglio, o restare lì in paziente attesa che mi conduca lui.

Riesco a pensare a poche cose, delle vicende umane, che si svolgano in maniera differente.

Qualcuno potrebbe dirmi che la differenza è una e fondamentale: le trame della vita umana non hanno altro senso che quello che loro attribuiamo, mentre senza un disegno predefinito un ordito a maglia non potrebbe mai esistere.

Può essere, ma è quello che vediamo noi a fare tutta la differenza. È il senso che inventiamo a dare un senso anche a noi, e la cosa funziona, e funziona da un po’, anche se rispetto alla Terra siamo ancora neonati.

Lei tesse questa sua lunga storia di dolore e rinascita, così lunga che i nostri maglioni lasciati in sospeso e i punti croce sbagliati sembrano solo pallidi richiami del fallimento che sempre ci ha portato a nuove mete.

Ma un giro di filo e siamo ancora in gioco.

ricetta-per-la-torta-millefoglie-vegana_55578c7caa6f10f016ffbe0a652c698f   A una mia festicciola di compleanno, di quelle che dai quando la tua età non raggiunge le due cifre, c’era quest’amichetta che proprio non voleva mangiare la torta.

Era lì di malavoglia, al seguito dei genitori, e si rivelò stranamente incapace di tagliare la sua fetta di dolce, rifiutando ogni aiuto. Era una millefoglie bella tosta (una passione per me inspiegabile degli anziani di casa), quindi una scusa ce l’aveva. Ma gli adulti presenti capirono ben presto la solfa e il piatto le fu prontamente sottratto.

A quel punto, però, mi ribellai io, affetta da una goffaggine che mi portava a un’estrema compassione verso i pochi più imbranati di me.

Cominciai quindi a difendere l’onestà della commediante, che per colpa mia dovette fare un secondo tentativo, altrettanto fallimentare, prima di essere lasciata in pace anche da me. Credo che non capii mai che fosse una commedia, pensavo solo: “Oggi proprio non riesce a mangiarsela”.

Adesso le feste che organizzo sono un po’ diverse: un pranzo per 40 per il 1º maggio, un mercatino di beneficenza con buffet, proiezione e rinfresco con offerta a piacere. I tanti che mi aiutano, per fortuna, sono più efficienti di me, ma anche in questo tipo di feste c’è il reparto impediti. Sarà che, guardate che pretese, se t’incarichi di portare le bibite mi aspetto che tu venga un po’ prima, per metterle in fresco. Sarà che se prepari l’antipasto do per scontato che, per un pranzo che cominci alle due, ti presenti almeno all’una e mezza e non alle due e un quarto.

Ma i primi anni ci sono state scene che a riprenderle sarebbero diventate virali: io che bestemmiavo in catalano con l’unica presente che mi capisse, maledicendo tutta la genealogia del ritardatario, mentre gli altri continuavano rilassati a preparare, rimproverandomi pure: “Vabbe’, non lo sai, che è così?”.

Allora a consolarmi veniva quella che non aveva fatto un cazzo e che non vedevo mai a riunione, solo per chiedermi: “Perché ABBIAMO scelto questo locale, per l’evento? Non c’è atmosfera”.

Neh pereta, facevo per cominciare. Ma venivo trattenuta: lo sai, com’è fatta, non ha neanche il cellulare, è già tanto che abbia trovato il posto.

Allora mi devo arrendere all’evidenza.

Io ho la pretesa di trattare le persone come esseri senzienti.

Ci sono persone che per motivi vari non vogliono essere trattate così.

Come la mia compagnella d’infanzia e la sua fetta di torta inespugnabile. Magari si tratta di veri indecisi, che godono di questa condiscendenza collettiva. Così non devono spiegare che non desiderano la torta e nessuno si sorprende se, una volta accettatala, non la mangiano. Accettano lo status di inaffidabili in cambio di una libertà che non credono di potersi conquistare altrimenti.

Magari conviene loro dirsi di non essere capaci di far nulla, per non rischiare un possibile fallimento.

Oppure, semplicemente, ci marciano. Così s’impegnano il minimo e il personaggio bohémien del simpatico svitato, o della sognatrice che spaccia l’inaffidabilità per emancipazione, è il loro modo di stare al mondo: sempre incompleti, sempre in potenza. Nella loro vita ci dev’essere un “peccato che”. Peccato che non abbia tempo, che non abbia memoria, che non abbia abbastanza soldi per viaggiare (detto magari da qualcuno che li scialacqua in false katane giapponesi).

Peccato comunque, sembrano dire, che io non possa.

Altrimenti sarei un genio. Altrimenti avrei finito da un pezzo l’università. Altrimenti mi avrebbero finalmente riconosciuto il talento, al lavoro.

Altrimenti avrei detto che la torta non la voglio, e mi sarei buttata sulle patatine.

Ma no, restano lì a recitare quella commedia con se stessi e con gli altri, che fanno da spettatori complici.

La mia posizione, invece, è problematica: credo di rispettarli aspettandomi da loro lo stesso che dagli “altri”, ma così non rispetto la loro volontà di essere trattati come bambini.

Infatti raramente mi sono stati grati, e si capisce, per questa mia pretesa. E lasciami stare, sembravano dirmi, a me piace così, che vuoi.

Fantastico. A me non piace assistere alla tua pantomima. E non pretendo certo di cambiare i tuoi gusti attoriali, ma tu non pretendere di cambiare i miei di spettatrice.

Quello che chiedo è che, quando la vita di persone così si incrocia con la mia, ci si venga incontro a metà strada. Non sono d’accordo con quegli psicologi che riconducono la tolleranza di fronte a questi atteggiamenti ad “accettare gli altri come sono”.

A me pare un ricatto morale. Se interagiamo veniamoci incontro a metà strada. So che è più importante l’amicizia che un pranzo perfetto, ma se mi lasci appesa con 40 invitati perché non ti sei segnata l’indirizzo, non so se chiamarla amicizia e nel dubbio frequento amici più empatici o meno distratti.

Senza dimenticare di offrirti un caffè giusto sotto casa tua, per essere sicura che non arrivi tardi.

E se lo fai anche così, ti ordino una millefoglie e non me ne vado finché non l’hai finita.