
Ricordo i miei amici a bocca aperta.
I centimetri di pelle scoperta delle turiste, delle lokalz, e gli unici sguardi curiosi che attiravo anch’io quando, trovandomi in spiaggia senza costume, mi infilai quello del mio ragazzo catalano, e nient’altro. A guardarmi erano solo gli italiani.
E sono passati vent’anni, giù di lì.
Quello che non si capisce di Barcellona non è tanto la libertà di uscire seminude, o seminudi, ma quella di sceglierti i vestiti che vuoi e nessuno ti si fila.
Nessuno! Ricordo lo sgomento di certe coetanee espatriate che su una rivista – sempre vent’anni fa – chiedevano aiuto dalla Germania: nessuno le oggettificava! Allora non valevano più niente? Meno male che c’erano i turchi…
Il tipo che mi aveva offerto la rivista la usava come una sorta di prova biologica: le donne volevano suscitare desiderio, per la conservazione della specie… Era lo stesso tipo che, nella nostra prima vacanza insieme – Barcellona, appunto – mi aveva “proibito” di prendere il sole senza pezzo di sopra, anche se eravamo in una zona proTetta.
“Non che ci fosse molto da vedere” aveva riso un amico – sempre italiano.
È che i miei coetanei italiani, ancora oggi, vedono il nudo unicamente come desiderio, normale conseguenza della finta libertà dei tempi nostri. Che passava comunque per ferree regole di buon gusto (o “evidenziavi” sopra o lo facevi sotto, e valeva per trucco e vestiti). E poi c’era una gradualità da manuale negli approcci e in “quanto concedersi”: in Jack Frusciante diventava proprio una regola matematica.
Fare il cavolo che ti pareva, mai.
Per questo io qua mi sono sentita libera. Di uscire in tuta o con tre cerotti strategici, con la pinza nei capelli o con una parrucca che neanche Cleopatra.
Il fattore “strappona e felice” non viene tanto considerato, quando si parla di libertà. Non voglio essere solo libera di andare nuda, voglio essere inguardabile se mi gira.
E non mi dite “chi te lo impedisce” se vi sentite nude senza trucco. Come me a vent’anni.
Tranquille: se avete bisogno di attenzione per campare (ci hanno programmate così), mi è stato detto che “noi italiane” siamo le più eleganti, le più femminili. Quindi qua avete gioco facile, se accettate di dividere il conto (orrore!).
A Barcellona c’è posto per chiunque.
E poi il tuo passato te lo porti sempre dietro. Ieri sono uscita di casa con un vestito trasparente davanti, e ormai non ho reggiseni – solo comodi toppini di una taglia in più, quando voglio coprirmi appunto. Ma in quel momento avevo fretta e non sapevo dove pescarli.
Beh, ci credereste? Mi storcinavo tutta. Mi dicevo: speriamo di non incontrare nessuno che conosco.
Vedevo ragazzi uscire dalla metro, i capezzoli disegnati sotto la tela leggera della canotta stile Mago Oronzo. Con un caro amico lo sfottò era che portavo la stessa taglia loro – quindi invidiavo la terza che sfoggiava l’amico sui lardominali. Ma anche così avanzavo senza guardare nessuno, con la grazia di un rinoceronte.
Sono contenta, quindi, quando vedo ragazzine che escono in pantaloncini girofiga, o anche con un velo leggero che lasciano cadere quando corrono con la racchetta in mano, o con le scarpette da calcio, come le loro idole del Barça.
Ecco, la scelta di essere belle, o comode, o inguardabili… è come un vestito di cotone troppo leggero, troppo trasparente, e dove cavolo è finito il toppino di Etam?
Ma va bene così.








