soldiersQuando ancora facevo il dottorato, con un amico trapiantato in Germania passavamo le intere giornate collegati dagli archivi delle rispettive città, mentre io sfogliavo gli enormi volumi del Comitato catalano che durante la Grande Guerra mandava gli aiuti ai connazionali che combattevano nelle trincee francesi.

Questi soldati sono ora presentati dagli indipendentisti come eroi dimenticati e dagli anti-indipendentisti come quattro gatti interessati solo a ricevere tabacco. Spesso scrivevano da un ospedale militare. Per ognuno c’è un lungo fascicolo con tutte le sue lettere al comitato, o alla madrina di guerra (una che mandava roba). Io leggevo la data delle lettere, davo una scorsa rapida al testo, scritto spesso in un catalano improbabile per compiacere l’interlocutore, e chiedevo in chat all’amico:

– Secondo te questo se lo mangia, il panettone del ’18?

Naaa, rispondeva invariabilmente lui, che aveva adottato quei soldati teutonici che i miei sembravano schifare tanto (e che ancora dovevano invadere la Rambla in sandali ortopedici!).

Molti se lo mangiavano, il panettone, o la versione catalana non pervenuta. Qualcuno che pareva particolarmente dedito alla causa improvvisamente disertava, allora non potevo saperlo ma ci speravo poco.

Con qualcun altro, invece, succedeva. Nell’ultima pagina del suo fascicolo trovavo una lettera formale e tecnica di un funzionario che ne annunciava in francese il decesso “nei Campi d’Onore“. Quando succedeva qualche mese prima del sospirato panettone, m’incazzavo sul serio.

Perché questi, che lo scrivessero per il tabacco o perché ci credevano davvero, sembravano molto convinti, di star lottando per la libertà dei popoli. Ovviamente, digerito il famoso panettone, sarebbero stati ringraziati con disoccupazione, crisi e un’altra guerra da subire e basta, troppo vecchi per combatterla (quando andava bene).

Questa versione della Grande Guerra, raccontata da un coetaneo su una brandina improvvisata, mi ha fatto riflettere molto sulle illusioni.

Su quando siamo proprio convinti di star facendo la cosa giusta, e intanto ci siamo fatti tutto un disegno preconfezionato su come dovrebbe andare.

“Dalla trincea lotterò per la mia patria, e per la mia famiglia amata”, recitava in francese una cartolina, raffigurante un barbuto cherubino in divisa, con la testa rivolta a una donna che pure sembrava volare dal cielo, il bimbo (per la verità molto ariano) in braccio. Eppure sti soldati diventavano isterici, piangevano, gridavano, tanto che gli alleati inglesi si erano inventati pure un termine per dare una “dignità” virile alla loro malattia: shell-shock. No, stava lì, e gli è esplosa vicino una mina. Mica è stato fare un centinaio di metri sotto il tiro dell’artiglieria nemica senza neanche poter cominciare a sparare (ma se ti giravi ti sparava il tuo superiore). Mica è stato farsi tutta la notte, come Ungaretti, vicino a un compagno morto. Mica è stato ricevere lettere da gente che era in pena per lui e doveva continuare a scrivere vinceremo, maledetti crucchi, invece di veniteme a piglia’, non ce la faccio più.

Davanti a questa follia, le mie piccole morti quotidiane mi sembravano più accettabili, ma meno accettabili gli errori che portavano a quelle.

La presunzione di sapere già come andrà a finire, di essere meglio di qualcun altro perché sì, di non avere mai bisogno di incantare qualcuno con belle parole sperando di spremergli un po’ di tabacco.

È quello che mi succede quando mi faccio aspettative su un lavoro che non viene. Quando per rassicurarmi come straniera mi butto a criticare gli autoctoni. Quando un senzatetto durante il giro di volontariato mi bacia la mano e dice te quiero mucho e non so mai se è perché ci crede o se perché ha bisogno che ci creda io.

E il bisogno, ho imparato nelle giornate in archivo a sfogliare vecchie lettere scritte in catalano strano, il bisogno è il peggiore dei moventi.

Il più efficace, dice qualcuno, l’unico che funzioni.

Il peggiore, ribadisco.

Per quanto sta in noi, non riduciamoci mai a quello.

san-valentino-mete-viaggiVeniamo alle dolenti note, che sono dolenti soprattutto per un’italiana all’estero alle prese con le connazionali inviperite perché gli uomini del loro nuovo paese “non se le filano”.

E che magari ha adorato il nuovo paese anche per questo.

Perché, vediamo un po’, cosa significa che non se le filino? Qua scoppiano proprio guerre particolarmente combattute da quelle che vogliono essere corteggiate e scambiano sta cosa per il pssst in mezzo alla strada, o giù di lì.

Allora, chiamata in causa in discussioni a cui non vorrei neanche partecipare, dal vivo o sui social, spiego che per me il pssst sulla strada non è affatto corteggiare. E personalmente, passando a metodi meno cafoni, non amo manco chi si senta obbligato a dirmi tutto il tempo che begli occhi che ho, che bella che sono, come se fosse un copione che dovesse recitare, anche perché, come dice un comico, il sottotesto quando si va a copione e non a soggetto è spesso dammeladammeladammeladammela.

Prova ne sia che quando degli amici timidi o con poco successo con le ragazze (ma è una gara?) mi hanno parlato di questa o di quella che apprezzassero, aggiungevano subito “Ma non so corteggiare”.

Allora corteggiare mi sembra sempre più sinonimo di impastoiare con una serie di complimenti che farebbero uguali a quella che dovesse venire dopo di te o mostrarsi più disposta a passare al sottotesto (che poi sta cosa di darla, mai capita, dal mio punto di vista ne prendo).

Ma la cosa che mi piace di meno dell’idea di corteggiare è questa creazione di ruoli che tiene come implicita. È un gioco, diceva un amico particolarmente affezionato a questo tipo di sceneggiata, salvo dichiarare che “Quelle che te la danno al primo appuntamento so come usarle, per quelle che m’interessano aspetto”. Sottolineo queste frasi perché me le hanno sempre sciorinate grandi corteggiatori, a confermarmi che questo gioco di ruoli non è esattamente una cosa che vorrei vivere.

Un gioco, dunque. Fantastico. Buon divertimento. Ma, appunto, bisogna divertirsi. Per divertirsi in un gioco bisogna non averne bisogno, scusate il bisticcio, se no diventa una necessità e non uno svago.

Una tizia che viveva in Germania, in una lettera a un giornale del 2007, diceva che gli uomini tedeschi erano deludenti, meno male che c’erano i turchi che ogni tanto la trattassero come un oggetto sessuale. Ripensai alla prima, meravigliosa sensazione di camminare in minigonna in mezzo a una comitiva di inglesi a Manchester che non si sentissero tenuti a fare commenti per dimostrare la propria eterosessualità. Come mi vengono in mente certe cose? Be’, compagno d’università, a Napoli, che ammette: “A volte quando sei circondato da altri ragazzi, specie tamarri, ti senti quasi in dovere di guardare una che passa facendo lo sguardo malato, ma io cerco di trattenermi”.

In dovere! Ma non era un gioco? E un gioco che si confonde pericolosamente con l’insulto per strada?

In effetti, diceva la sua anche una bella quasi-cinquantenne conosciuta qua a Barcellona: “Che simpatici, gli italiani! Erano incredibili, Ciao bella, detto a me, poi passava un’altra dietro di me e lo dicevano anche a lei”.

A proposito, battuta spagnola sugli italiani: “È così brutta che neanche un italiano se la scoperebbe”.

Battuta americana: “Qual è l’unica donna che un italiano non si scoperebbe? Una bruttiiissima bambina di 5 anni”.

Ok, questo non è un gioco, è una presa per il culo, al paese mio (e a quanto pare in quelli altrui). È un non fregarsene niente di come tu sia fatta o chi tu sia, è un vedere se ci stai, se no avanti la prossima, “bellissima” proprio come lo eri tu un secondo fa.

La questione è: perché abbiamo bisogno di questa cosa?

Perché lo so, che quelle che vogliono essere corteggiate e si difendono per questo come se fosse un tribunale, la vedono in modo diverso. Vogliono un uomo con tutti i crismi (?) che le faccia sentire desiderate, belle, capaci di sedurre col solo essere.

Fantastico. Liberissime. La questione è: lo vogliono o ne hanno bisogno?

Perché credo che ci sia un equivoco di fondo, ed è la stessa linea sottile che passa tra guardare con discrezione una donna o un uomo che passa (a me sgamano in trenta secondi nonostante faccia la vaga), e ritenersi autorizzati a fissare con insistenza e un sorriso volgare o a rivolgere la parola con eccessiva familiarità, quando ad esempio non si permetterebbero di dare del tu a una donna più grande o sfiorare volutamente un pendolare che aspetta la metro.

Quando succede questo, per me è molestia, è prendersi libertà che con persone che non ci interessano non ci prenderemmo mai e poi mai.

Le sfumature che avvengono tra questo e il non “filartisi proprio” sono infinite e di diverso gradimento, a seconda della persona.

Io ho la fortuna di avere un ragazzo che mi dice ogni giorno quanto mi trovi bella. L’ho avvertito, che dovrebbe cambiare la gradazione degli occhiali, ma non vuole saperne. Anzi, le sue appassionate dichiarazioni: “Sei bella anche in pigiama, con le pantofole pelusciose e i capelli sconvolti” mi sanno effettivamente di presa per il culo.

Ma non c’è mai stato, nel nostro rapporto, un corteggiamento.

“Come hai potuto fraintendere le mie intenzioni” mi disse un ex di quando ero appena tornata dall’Inghilterra “non c’è stato corteggiamento!”.

Allora, se vuoi starci insieme la veneri, per il resto c’è Durex.

Con quest’ex vidi la differenza tra la situazione corteggiamento e quella “irregolare”. Quando passammo da scopamici a coppia a tutti gli effetti (sì, a volte succede). Prima potevo pure morire, andare in vacanza da sola, uscire con altri uomini. Dopo, auguri di Natale non richiesti ai miei, presentazione alla famiglia, e davvero uscivo con la minigonna anche senza di lui?

No, col mio ragazzo di adesso il gioco di ruoli non l’abbiamo fatto. Non mi chiama bella perché mi stia corteggiando, non assume la funzione di quello che sa proteggere e riparare elettrodomestici mentre io perdo mezz’ora a prepararmi (“ma ne vale la pena”) e mi aspetto un regalo favoloso all’anniversario.

No, il mio ragazzo non mi ha mai corteggiata, spontaneamente mi dice quanto mi trovi bella e lo pensa. E non mi sono mai sentita così amata.

Allora, se volete l’uomo all’antica che porta rose e fa complimenti, fantastico. Quello che m’interessa è che non ne abbiate bisogno.

Che sia piacevole, ma non una necessità. Se la tipa della lettera al giornale voleva qualcuno che le facesse i complimenti la capisco, i complimenti sono carini, energia pura, un cioccolatino inaspettato a metà mattina. Se in Italia è arrivata a pensare di aver bisogno, di uno che glieli facesse, ci vedo un problema.

Perché il messaggio che passa, da quando tua madre ti spiega che riceverai attenzioni per strada, è ambiguo: non rispondere mai, ma è una cosa buona, significa che sei bella.

Allora, viene fatto di pensare, se non mi tampinano per strada non sono bella. E siccome essere bella è ancora sinonimo di esistere, in certi contesti, l’idea è “se non mi corteggiano non esisto”.

No, no. Grazie, ma passo.

L’ultima che mi ha fatto una filippica sul corteggiamento, vantandosi di aver trovato uno (italiano) che glielo offrisse, mi ha fatto un po’ pena. Ci sono uscita, col suo portentoso cavaliere, perché avevamo un’amica in comune ed entrambi eravamo appena arrivati a Barcellona. Lui aveva liquidato immediatamente la mia delusione con un coinquilino sentenziando “il problema è che ti sei concessa” (che non si sentiva dal delirio di Ophelia in Shakespeare). Poi mi aveva improvvisamente afferrato le braccia in un bar dicendomi che gli serviva calore umano (un gesto interpretabile in vari modi, ma comunque spiazzante per uno che conosci da mezz’ora). Qualche giorno dopo, suggeriva su facebook che stesse azzuppando il biscotto con una nuova (non ero io, per fortuna di entrambi).

Eliminato dai contatti, vai con Dio.

Dunque, se il corteggiamento lo vivete come un gioco, non vi partecipo ma lo rispetto. Se diventa un bisogno, specie per chi riceve le attenzioni, per me di base c’è un problema di autostima. E non sempre vengo rispettata io, quando lo dico.

Mi consolo tenendomi i miei complimenti quotidiani, sinceri.

Liberi.

E li ricambio di tutto cuore.

Eric-Bana-in-Hulk-2003Che cosa fosse Tinder, me l’hanno spiegato un anno fa, in termini molto chiari:

– È una chat per scopare.

Con queste premesse, mi sono molto sorpresa quando l’ex collega universitaria invitata per un caffè ha trasformato l’incontro in un improvviso inseguimento.

– Lo vedi, lo vedi? – continuava a chiedermi, trascinandomi per le viuzze del centro.

– Ma chi? – ansimavo io, dalla colonna finto-gotica dietro cui mi aveva spinta.

– Ma Enric Bana, chi, se no?

Allora, a parte il fatto che non sapevo che l’attore avesse origini catalane, tanto da chiamarsi Enric, non vedevo nessuno che potesse meritarsi quel nome… A meno che non si trattasse di un tipo molto alto, scuro di pelle, che a occhio e croce sembrava molto più latino che australocatalano.

– Ma sì, è messicano – confermava l’amica. – Conosciuto su Tinder. Ma l’ho chiamato lo stesso Enric, per ridere. Ci sono andata una volta e [sorriso enigmatico] sono stata proprio bene.

Così bene da costringermi a tampinare il personaggio per mezzo Barrio Gotico, correndo tipo Ispettore Clouseau per c. Santa Ana, fino a spuntare in Portal de l’Àngel (e lì la mia accompagnatrice – 007 si era fatta preoccupatissima, perché avrebbe potuto perderlo tra la folla) e imboccare la strada del bar 4 Gats.

Alla fine, il Nostro Uomo si era fermato davanti a un’avvenente fanciulla, presumibilmente una connazionale, che aspettava fuori a un baretto piuttosto anonimo. Mentre l’amica già si preparava a urtarlo per caso ed esclamare “Oh, anche tu qui?”, era rimasta di ghiaccio nel vedere il prestante inseguito baciare la sconosciuta.

– Allora, questo caffè? – avevo provato a ricordare, riprendendo fiato.

Lei aveva riesumato un sorriso da film in bianco e nero, mi aveva lanciato un’occhiata distratta e, girando le spalle alla coppia, aveva buttato lì:

– Ma da un’altra parte. Questa zona è così turistica…

Adesso leggo un articolo in inglese sull’Huffington Post (lo so, mea culpa) su Tinder e le aspettative delle donne in merito.

Mi fa arrabbiare la presunzione dell’autrice che gli uomini che usino questa chat cerchino solo sesso e le donne, in fondo, “qualcosa in più”. Anche perché ho scoperto che qualche amico hipster di quelli “non ho facebook” si fosse fatto un falso profilo solo per collegarsi a Tinder, con la speranza di trovarci l’anima gemella.

Ma ripenso alla mia amica e a quella corsa disperata per vedere un suo amante occasionale baciare un’altra donna. Che magari è pure la ragazza “ufficiale”, mi dico, ricordando la rilevanza, nella nostra epoca, del baciarsi o non baciarsi in pubblico a seconda del tipo di relazione.

Allora mi chiedo: perché pretendiamo, da Tinder o da qualsiasi altra roba che ci capiti, qualcosa di diverso da quello che ci offre?

Non capisco bene perché cerchiamo sempre dove non possiamo trovare e poi ci lamentiamo.

In realtà il sospetto continua a rodermi: perché in realtà non vogliamo trovarlo.

Oppure vogliamo, ma è un desiderio generico che non siamo disposti ad alimentare con un impegno concreto, come quelle cose che se ci “capitano”, ok, se dobbiamo procurarcele noi, anche no.

In ogni caso, è un piano perfetto.

L’ambiguità, dico. Fare i vaghi sulle nostre intenzioni, nascondere dietro a un “poi si vede” l’effettiva riluttanza a impegnarci a star bene. L’ambiguità è la più bella delle risorse, l’unica che sai con certezza che non ti porterà da nessuna parte.

Lo so, le esigenze nascono col tempo, uno che andava bene per una scopata improvvisamente sembra proprio un tipo caruccio per altro. In ogni caso, appena si manifesta il desiderio, non converrebbe esplicitarlo invece di restare lì delusi dallo scoprire che le cose con quella persona sono esattamente come le abbiamo costruite all’inizio?

Avrete capito a questo punto che non ce l’ho con Tinder, ma con una tendenza generale: quella di complicarci tanto la vita da cercare dove non troveremo, e chiamarlo delusione.

Forse perché è più facile così, con quello che vogliamo, che ottenerlo davvero e lanciarsi nel più difficile degli inseguimenti: mantenerlo, conservarlo così com’è, coltivandolo un po’ ogni giorno.

Anche lì, però, c’è un trucco: basta accettare di poter fallire. Metterlo in conto ed essere disposti ad ammettere che non è la fine del mondo.

Una parola, lo so. Ma, una volta fatto questo, non c’è incontro al buio che tenga.

Ed E(n)ric Bana se ne torna alla sua brava chat, salvo baciare sconosciute nel quartiere più turistico della città.

bombcountdownTra i coinquilini più terribili che possano capitare a Barcellona, c’è la terrorista. Lo declino al femminile, ma in realtà, nelle mille accezioni che può avere questo termine, qualche ometto mi è capitato. Specie tra i fanatici della pulizia.

Certo, quella che più si adegua a questo tipo di descrizione era la “padrona di casa” (in realtà quella che aveva il contratto d’affitto, il che a volte è peggio) del mio primo appartamento nel Raval.

Avrei dovuto capirlo dalla prima visita alla stanza, che non era cosa: avrei dovuto presentirlo dallo sguardo allucinato che mi fece e il sorriso a 97 denti mentre affermava “ECCO, QUESTA SÌ CHE È UNA PULITA!”. Prima di tutto perché la maniacalità era evidente. E poi, perché aveva torto marcio, come casalinga sono tipo quello di Kramer contro Kramer al primo giorno senza la moglie. Ma devo dire che a paragone con gli altri inquilini, uno squatter sivigliano e una ragazzina portoghese poco propensa a pulire il bagno, ero la signora Minù.

Quanto alla terrorista, mi spiegò ben presto che era stata sergente nell’esercito israeliano ed essendo di origine etiope si era dovuta guadagnare il rispetto dei commilitoni con metodi che preferisco non immaginare. Mi spiegava altresì che sua madre, se vedeva un chicco di riso per terra, faceva il diavolo ebraico a quattro, e che il venerdì doveva proprio tenere il fornello acceso tutta la notte, o non avrebbe potuto utilizzarlo a meno che non gliel’accendessimo noi.

Insomma, bell’esperienzina. Ma col tempo sono grata a quella ragazza un po’ nevrotica che probabilmente cercava solo la pace. Prima di tutto perché mi ha fatto provare gratis i prodotti di bellezza della ditta per cui lavora, una cosa costosissima ma miracolosa che magari boicottereste.
E poi perché tra una rampogna e un’altra mi ha insegnato un particolare molto importante: il tempo delle cose.

– Ma insomma – sbraitava – quanto ci mettete, a pulire a terra in bagno?

E contava: uno, due, tre (prendeva il mocho), quattro, cinque, sei (tornava in bagno), sette, otto, nove (dava una passata), dieci, undici, dodici (seconda passata), tredici, quattordici… Qui già faceva un po’ la sborona. Ma il senso era quello.

Perché aveva perfettamente ragione: i nostri impegni in sospeso non sono nulla se li consideriamo in termini di tempo.

Considerate la domenica che passate al pc o a fare qualsiasi cosa pur di non contemplare i piatti sporchi in lavandino.
Quanto perdete a guardare video scemi su youtube invece di fare quello che volete? Un pomeriggio? Adesso portatevi il pc in cucina con su la vostra canzone preferita e cominciate il temuto lavaggio. Scommettiamo che a fine melodia siete arrivati almeno a metà?

Non vi dico, poi, i mesi che ho perso pensando di non avere il controllo di casa mia! Troppo piena di cianfrusaglie, coinquilino assente la maggior parte del tempo, e che faccio di camera sua…

Sapete quanto ci ho messo, un giorno che mi sono messa di buzzo buono e ho pulito le mensole in cucina, il frigo, il bagno…? Tre ore. Tante, faticose. Ma a saperlo prima mi sarei evitata un inverno infernale: dopo quel primo sforzo, il resto è manutenzione, mezz’oretta ogni due-tre giorni e tutto brilla.

E non crediate che il ragionamento si fermi alle incombenze domestiche. Anzi, riconosco ancora che mi è più facile prendere una pezzuola bagnata di candeggina che rimaneggiare un articolo o un intervento per la radio.

Anche lì, però, tutt’è prendersi un secondo per aprire il file. Vedrete, tempo cinque minuti e ci si è già fatta una radiografia della situazione e si può stimare quanto ci voglia a finire il lavoro.

Soprattutto, si tratta di capire che quelli che ci sembrano tormenti eterni ci tormentano finché ci pensiamo solo, invece di agire.
Quanto più “mettiamo le mani”, concretamente, proprio, tanto più sarà facile, rapido e indolore portare avanti il compito che ci angoscia.

Insomma, la prossima volta che vedo la mia terrorista preferita potrei perfino offrirle un caffè. Sempre che abbia un minuto da dedicarmi.

barca-sul-mare-al-tramonto-1367339La calma di ora è la somma di tutte le tempeste.

Non si tratta di stare senza increspature, turbamenti, di non finire mai in una secca o rischiare di essere costantemente ribaltati da qualche vento troppo zelante.

La questione, indovinate un po’, è restare a galla. Governare l’imbarcazione, condurla ogni tanto a un porto sicuro, da cui salpare però appena si fanno un po’ di provviste.

Non si tratta di scansare tempeste a costo di restare ormeggiati per sempre, addirittura stare fuori dall’acqua. In termini di manutenzione ci costa più che partire, andare dove dobbiamo, dove ci dice il vento combinato alla nostra conoscenza del mare.

Dico questo perché, ora che l’estate sfuma, penso che mi sarebbe piaciuto offrire ai tanti ospiti che vengono a Barcellona ad agosto una vita esemplare da portarsi a casa insieme ai souvenir. Avrei voluto che ripartendo pensassero “questa città è bella e ci vive una che ha trovato la felicità”.

Può essere, ma non è una felicità fatta di stasi, silenzio, quiete. La popolano dubbi, malesseri, domande sul futuro, rimpianti del passato.

E poi, c’è lo stare sospesa tra due terre, non entrare mai davvero in questa che mi ha accolto intanto che mi distacco da quella che ho lasciato. E non la seguo, l’Italia, non capisco bene il razzismo che la muove, come degenera la sua società mentre questa in cui sono immersa non se la passa affatto bene, ma si organizza, protesta, scende in piazza. E hanno un bel criticare quelli che non la capiscono, quelli che come me restano perplessi da certe sue dinamiche. Provate voi a far scendere in piazza l’Italia, che non sia due volte all’anno e concentrandosi solo su quei due che spaccano tutto.

Insomma, la bonaccia è bella da attraversare nonostante la lentezza, ma sono state le tempeste a portarci qua e altre ce ne saranno.

L’importante è saperlo ed essere pronti e andar giù di timone.

romualdoEbbene sì, non ve l’ho mai detto. Se lo ricorderà la mia compagna di banco delle medie, che è l’ex di Richard Gere.

Ai tempi la pedofilia non ci spaventava, perché ovviamente eravamo donne fatte. E prima ancora di chiamarci Mrs. Williams e Mrs. Owen, coi cognomi dei Take That (che all’epoca dovevano essere poligami), avevamo questa vita matrimoniale intensa con attori, cantanti e modelli, tra cui il principe di Fantaghirò.

Avevamo pure due figli, Kim e io: Eufrasia Fulgenzia Prassede e Taldegardo Sofronio Oroveso. Ma certo, i nomi mi erano venuti spontanei, buttati lì tipo Annuccia e Mimmo. Comunque eravamo molto felici.

Fino al giorno in cui…

Fino al giorno in cui incontrai sul serio Kim Rossi Stuart.

Mi ero intrufolata dietro le quinte del teatro, dopo uno spettacolo, al seguito di una compagnella particolarmente intraprendente. Se oggi mi ricordassero che stava vicino a Turi Ferro e non me l’ero cagato proprio, mi mangerei le mani. Ma vabbuo’, mi limito a ricordare che fui l’ultima a salutare il mio ormai ex idolo, e che nell’istante in cui mi guardò, cortese ma un po’ seccato, mi sorpresi sul serio perché non mi riconoscesse.

Cioè, razionalmente sapevo perfino io, che da adolescente ero fuori di melone, che Kim non fosse mio marito e non avessimo veramente due figli, specialmente con quei nomi. Ma che il personaggio su cui ricamavo ménage familiari fosse anche una persona che ignorasse la mia esistenza, ai tempi mi sorprese tanto, anche solo per un secondo.

Avrei dovuto tenere a mente la piccola lezione, perché ho passato un sacco di tempo a ricamare su cose mai esistite nella realtà, che alla prova dei fatti si rivelavano puri miraggi.

Fossero i famosi sogni che aiutano a vivere di Marzullo (già che stiamo in vena anni ’90, completo l’amarcord), la cosa avrebbe un senso.

Invece certi voli pindarici non fanno altro che rovinare l’esistenza reale, oppure ostacolare quello che davvero vogliamo ottenere.

La linea è sottile, lo so: avere bene in testa ciò che vorremmo non è affatto malaccio. Anzi, a volte è risolutivo quanto difficile da ottenere (vedi alla voce autoinganno). Ma agire, pensare, reagire come se fosse un prendere o lasciare, o succede quello che dico io o niente, è un bel guaio. Ci impedisce di vedere cosa abbiamo sul serio in quel momento, cosa possiamo fare per rendercelo più gradito e godercelo così com’è.

Che ne so, prendiamo a esempio uno che oggi è coetaneo del Kim di quando eravamo sposati: il mio ragazzo. Il problema è che se uno ha 25 anni adesso, e non nei primi anni ’90, ne ha quasi 10 in meno a me.

Io mi sentivo finalmente pronta per una relazione con uno che potesse anche essere più “maturo”, responsabile, diverso dai piccoli fiammiferai perlopiù coetanei che in genere mi porto a casa per offrire soccorso e sentirmi proprio figa.

Figuratevi se fossi rimasta ferma nel mio proposito: avrei detto “Su, su, piccolo, vai a giocare, ritorna quando avrai fatto lo sviluppo”. E invece ho provato ad aprirmi al dono che mi dava la vita in questo momento. A scoprirne la maturità inedita anche per certi miei coetanei non proprio entusiasti di crescere. Ad ammettere che sotto certi aspetti la bambina sono io, cioè diciamo che la mia crescita è avvenuta come la cottura delle mie tortillas, che vengono bruciate da un lato e crude dall’altro.

Allora, con buona pace di Kim, l’ho tradito con una persona reale e più giovane prima ancora di diventare ufficialmente milf.

E riconosco che le cose che attualmente mi possono affliggere hanno tutte a che vedere con aspettative che mi ero fatta in momenti in cui non ero proprio lucida: dov’è questo best-seller che deve cambiare la letteratura occidentale? Ancora non mi avete eletto Presidentessa del Mondo? E che fine ha fatto mia figlia, futuro Premio Nobel per la Fisica? A quest’ora dovrebbe avere già 10 anni!

Insomma, scherzi a parte: sapere cosa vogliamo è una fortuna. Pretenderlo, da noi stessi e dalla vita, è l’errore più grave che possiamo fare.

Così non vediamo cos’abbiamo davvero e perché dovremmo tenercelo come la cosa più cara al mondo.

Comunque a Carnevale qualcuno avrà in regalo un costume da Principe Romualdo: mi ci vedrete volar giù da una finestra, con quell’inguardabile pelliccia finta che fluttua nel vento.

solnce-rassvet-poleLa differenza, si diceva.

La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.

Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.

Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.

Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.

Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.

Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.

E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.

Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.

Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…

Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.

Ci saremo resi conto della differenza.

E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.

Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.

E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.

Vi sarete infinitamente grati.

spring-field-haworthNon fraintendetemi, Indietro non si torna non significa che non possiamo svolgere di nuovo quel lavoro che ci realizzava, o rimetterci insieme a quella persona.

Semplicemente, intendo dire che non torneremo mai alle condizioni di prima, come non si può crescere di cinque centimetri e poi perderli all’improvviso.

E invece no, non c’è pericolo che si torni a quel punto ormai passato in cui eravamo tutti concentrati sulla soluzione, o non-soluzione, del problema che ci affliggeva: le angherie di un tutor/capoufficio troppo pieno di sé o l’amore non corrisposto che ci risucchiava energie che manco a 16 anni, col controllo ossessivo dei messaggi per vedere se ci avesse scritto.

Ecco, immaginate di risolvere questo, di avere la questione lavorativa più o meno avviata e quest’amore finalmente realizzato o, più credibilmente, sostituito con un altro. Come vi sentite, ora?

Se foste un po’ onesti, qualcuno di voi farebbe un sospirone come se gli mancasse l’aria. Quando siamo abituati da troppo tempo a costruire la vita intorno a un problema, la sua soluzione spiazza. Ovvio che ci metteremmo la firma, ma questo strisciante dubbio inconscio di essere ormai tutt’uno col problema che abbiamo ci trasmette una sorta di horror vacui che ci fa chiedere: e mo’?

E mo’, dicevo l’altra volta, c’è tutto il resto.

C’è una specie di miracolo: prima i nostri pensieri partivano da noi, dal nostro problema, e a noi arrivavano, in una sorta di circolo vizioso. Adesso partono da noi e si espandono tutt’intorno. Adesso che possiamo fare spazio al resto del mondo, quello ci invade riprendendosi il suo posto. E allora, col nuovo lavoro, possiamo finalmente pensare a fare progressi. Ma intanto torneremo a dipingere, o a mandare avanti quell’idea di suonare questo strumento, o faremo le cose che davvero ci riempiono e, ahimè, abbiamo relegato al tempo libero.

Oppure, ora che finalmente siamo amati e corrisposti e non dobbiamo provare a noi stessi di esser capaci di suscitare sentimenti simili, possiamo fare una cosa incredibile: costruire insieme, invece di fare ad acchiapparello con l’altro che fugge sempre e noi che cerchiamo invano di raggiungerlo. E quando si costruisce insieme non bisogna per forza pensare subito a mettere su famiglia, basta sostenersi nelle debolezze reciproche, regalare all’altra persona un pomeriggio, farci assistere durante una brutta influenza… Fare tutte quelle cose che sembrano banali ma che valgono più di mille problemi per dimostrare all’altro che siamo lì per ascoltarci a vicenda e sostenerci.

Niente horror vacui, dunque. Quello che chiamiamo vuoto, in realtà, è lo spazio giusto per essere noi stessi. La stanza tutta per sé che non serve solo alle scrittrici, ma in forma virtuale è la cosa più importante da mantenere, in ogni occasione.

Solo, abbiamo lasciato che un solo problema, una sola ossessione, ce la riempisse di cianfrusaglie che non ci servono.

Non vi dico di non ripetere più l’errore. Quando vi accorgerete di come si stia bene senza, verrà spontaneo.

Della differenza, parleremo tra qualche giorno.

Il-giovane-gamberoE sì, parlo ancora col mio amico immaginario, quello onnisciente e onnipotente che non avrà il diritto di replica ma, secondo il suo ufficio stampa, avrebbe tutto il resto, visibile o invisibile. E non ci crederete, ma, anche ora che ha dimostrato ampiamente di aver ragione Lei (sì, me l’immagino femmina), continuo a dirglielo, che io mi sarei perfettamente accontentata di essere infelice a modo mio. Con le cose che volevo per me, anche se mi avrebbero fatto male.

Ma indietro non si torna. È questo, forse, che ci dà tanta paura di cambiare o ammettere, come me, che l’altra strada, quella che alla fine imboccheremo, sia meglio per noi e per chi ci circonda.

Quando ancora non abbiamo abbandonato la vecchia siamo come in bilico, ci chiediamo ancora se verrà il miracolo, l’aiutino finale che ci lasci esattamente dove avremmo voluto noi. Lo sto sperimentando con ben due amici, che si credono capaci di mantenere una relazione senza impegno con una persona di cui sono innamorati. Mentre io vado leggera per il mondo, senza credere che tutto ciò sia cambiato in così poco tempo.

Quello che ho fatto io è stato essere onesta con me stessa: ammettere che qualsiasi lavoro mi avesse impedito di scrivere mi avrebbe reso la vita peggiore, anche se fosse stato ben remunerato o prestigioso, e costruire la mia vita lavorativa intorno a questo postulato. O ammettere che, anche se avessi avuto la possibilità di seguire gli amici di cui sopra, la mia voglia di essere amata era molto più forte di quella di essere NON amata, un sabato sì e un sabato no, da chi amassi io.

Questione di onestà e, quando l’hai raggiunta, indietro non si torna.

E ci fa paura perché il dolore è un buon riempitivo di vite abituate a essere vuote, a snodarsi tutte intorno a un problema.

E quando quel problema si risolve, che c’è?, ci chiediamo senza accorgercene.

C’è tutto il resto, ragazzi, e non sapete quanto sia tutto il resto.

Ne riparleremo.

diagnostics-broken-laptopIo lo so che non ve ne può fregare di meno, della mia Odissea informatica. Ma ve la racconto lo stesso, un po’ per cazzimma e un po’ per dirvi cosa ho imparato.

Il pc che ho preso a dicembre, dopo l’improvviso guasto allo schermo del precedente, è stato in sé una piccola Odissea. Anche perché a comprarlo ci ero andata con un’amica saggia e molto scettica nei confronti del mondo, che mi porto dietro quando non voglio farmi imbrogliare.

Infatti la Fnac, aveva sentenziato lei, mette prezzi troppo alti, andiamo ai discount di Sant Antoni. Una volta lì, il verdetto dell’esperta era stato: questo commesso sornione che ti propone per forza un modello economico ha una convenzione speciale con la ditta, si beccherà un premio se te lo vende.

Con buona pace di amica e commesso, avevo fatto di testa mia, con scarsi risultati: black out del nuovo acquisto al primo giorno di tirocinio, accesso già effettuato da tale Carla Fortuny (?). Avevo riportato l’errore strategico in negozio, sostituendolo con un modello equivalente. Quanto alla nuova ricevuta, l’avevo presa per un clone della prima e buttata via tempo dopo con le schedine dell’Euro Million di mio padre.

Nonostante ciò, col mio pc erano stati sette mesi idilliaci, finché non ho rovesciato un bel bicchiere d’acqua sulla tastiera. La tragedia non poteva che consumarsi un sabato sera alle 21, ora esatta in cui chiudono i negozi d’informatica a Barcellona, per riaprire in qualche caso direttamente il martedì. Avevo metà degli amici in vacanza e da giorni non avevo altra compagnia che l’afa e i fratelli Karamazov (e a 30º Smerdjakov somiglia pericolosamente a Sgarbi).

Capirete che a quel punto riparare il PC diventava un po’ urgente. Ma la garanzia aveva fatto la fine di cui sopra e così sono tornata al negozio che me l’aveva venduto, sezione Reclami.

Chi ci trovo? Il commesso “Imbroglione” (secondo la mia amica), rivelatosi peraltro un bel fusto in t-shirt e totalmente disinteressato al modello che ora gli portavo a riparare. Mentre una santa donna smanettava nel sistema a cercarmi la ricevuta smarrita, ho confidato all’eroina:

– Sai che mi ha servito il tuo collega, a dicembre? Mi voleva per forza dare un altro modello.

Lei ha accolto il nome con un cenno di approvazione.

– Già, è una buona marca, quella. Buona ed economica.

– L’amica che mi accompagnava sosteneva che fosse una trappola. Che aveste qualche convenzione speciale, premi…

– Eh, magari ci dessero qualcosa in più di quei quattro soldi.

Garanzia trovata, alla fine, ma con un triste risvolto: avrei dovuto aspettare anche un mese per la riparazione. Allora sono corsa dal mitico pako di calle Sant Pau a spendere un capitale per farmi riparare il pc in un giorno. Ma il Mac Gyver asiatico era stato sostituito da sconosciuti dal sorriso gentile e le promesse troppo generose, che si sono presi il pc “per una valutazione del tecnico”.

Ovvio che:

– non mi hanno chiamato affatto il giorno seguente, nonostante le promesse;

– quando la montagna (io) è andata da Maometto, il prezzo della riparazione era aumentato insieme ai tempi di consegna, tre giorni;

– venivo chiamata solo al secondo giorno per ovviare al particolare che non avessi fornito la password;

– il giorno convenuto era assente il commesso, “recatosi d’urgenza a Madrid”. Tornassi il pomeriggio seguente;

– al nuovo appuntamento, il commesso era apparso di nuovo, per sorridermi, riconsegnarmi il pc e comunicarmi solo allora che non vi era stato fatto un bel niente, perché la tastiera nuova non vi si poteva impiantare.

Dopo quattro giorni d’attesa e nessuno che si prendesse la briga di telefonarmi per avvertirmi, ho accolto il finalino con una paresi facciale.

Adesso chiamatemi viziata, chiamatemi scema, ma sono andata alla “costosissima” Fnac proibitami dall’amica furba e, in attesa della riparazione dell’altro, ho preso lì il modello economico ma efficace consigliatomi dal famoso commesso sornione.

“Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio” a soreta.

Ho scelto l’ingenuità. L’idea che la gente faccia più fatica a pensare d’imbrogliarti che a farlo davvero.

Anzi, ho concluso che:

– il prossimo sostanzialmente t’ignora, quindi, se proprio costretto, o desidera il tuo male per sentirsi meglio di te (solo gli sfigati), o il tuo bene come desidererebbe il suo;

 un commesso sottopagato del Tufano barcellonese non ha nessun interesse, ahilui, a intossicarmi il Natale, per quanto si possa sentire furba a sospettarlo l’amica saggia;

– l’amica saggia e quelli come lei, quelli che sgamano insidie e trappole dappertutto, forse non vedono altro che l’infinita replica della loro insoddisfazione. Magari pensano di potersele solo rubare, le cose, felicità compresa, perché in fondo credono che non spetti loro di diritto, e come devono imbrogliare loro il destino per ottenerla così lo faranno anche gli altri.

No, troppo complicato.

Scelgo l’ingenuità.

E spero che l’amica scelga di fidarsi ancora un po’ della gente, prima di concludere che siano tutti come lei.