Di New Dawn, forum.giardinaggio.it

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E sì, quelle strade le avevo già viste. Quelle pietre, quei giardini. Anche se non qui e ora.

Le ho riviste a centinaia di chilometri da dove l’avessi fatto la prima volta, e a quasi trent’anni di distanza, ma erano le stesse pietre, gli stessi giardini, perché uguale era la sensazione che mi davano, rispetto alle pietre e ai giardini che li avevano preceduti.

Il quartierino che scoprivo pochi scaloni sopra casa mia a Barcellona, quella Satalia a rischio estinzione che viveva ancora di villette con giardino e vicoletti scoscesi, era la Capri che attraversavo a fine anni ’80 con mio nonno, che mi spiegava cosa fosse quella statua e che dio fosse quel tale Balilla (eh, già) che intravedevamo dalle inferriate di un portone a Tragara.

Stesse sensazioni, stesso senso di pace. Allora ricordavo la prima volta, trent’anni fa, come immaginavo il mio futuro.

E mi sono accorta che l’immaginavo così. Come il presente che vivo ora. Non proprio sputato, ma così. E ho visto la bambina vedere me. Ci siamo riconosciute, e salutate.

Certo, lei, la pargola, non avrebbe immaginato che a questo punto della mia vita non avessi ancora un lavoro di quelli “coi soldi”, che non avessi ancora figliato. Che la gente che mi circondava parlasse alla perfezione la lingua di quella poesia fatta di roccia, sulla strada del mare: Reina de roca, en tu vestido de color amaranto y azucena viví desarrollando… Anche se il tizio che l’aveva scritta, Pablo Neruda, non era né di Capri, né di Barcellona.

Ma appena interrotte dal flamenco di una passante bruna, dalla chioma raccolta, nella canzone antica che cantavamo a una voce*, abbiamo letto tutte e due, la donna e la bambina, il manifestino artigianale della festa del barri (come quella del patrono, senza patrono). Una festa piccina picciò che dura un solo giorno, e alla cena popolare bisogna portarsi da mangiare da casa, come quell’attore che piaceva tanto al nonno. Ci siamo accorte subito che non sapremmo ballare le danze popolari di qua, come non avevamo saputo ballare le tarantelle di Ferragosto, a Marina Grande. Ci saremmo limitate, oggi come allora, a saltare, e battere le mani.

Però ci siamo riconosciute, e salutate.

E siamo scese insieme verso la città, uguale a ogni nostra città, che da lassù sembrava sdraiarsi un po’ scocciata, ma in fondo benevola, ai nostri piedi.

* Questa:

messy kitchenMo’ vi racconto una cosa un po’ sdolcinata delle mie.

Comincia con una tragedia: il mio primo latte di soia fatto in casa. Roba che dopo aver messo a cuocere la poltiglia di fagioli di soia e acqua, altrimenti detta Blob, penso bene di fare i dieci minuti di mindfulness, “tanto, prima che bolle…”. Seh, mentre io uccido la posizione del loto, il mostro si sparge per tutti i fornelli, insieme a millemila litrozzi di siero utile.

Prendo la scarsa parte rimanente, l’avvolgo in uno strofinaccio pulito e la “mungo” in una pentola, poi metto a bollire quelle due lacrime di “latte” ricavate. Sì, ma che fare, con la poltiglia rimasta nello strofinaccio? Mica posso riciclarla tutta come pane o crocchette. Esco in balcone, lasciando la pentola sul fuoco.

Ci imbratto un po’ le piante (riempiendomi di spinette di cactus) e il resto lo rovescio sulla ringhiera, a beneficio dei pennuti che mi scagazzano sui panni. La vita è troppo breve per serbare rancore.

Torno in cucina per scoprire che anche quelle due gocce di latte sono ora sparse sui fornelli: fiamma troppo alta.

Risultato di tutta l’operazione: una cucina da esorcismo, aghetti di cactus sulle dita, piante asfissiate e un bicchierino di tofu, improvvisato lì lì con troppo limone come caglio.

In un’ora e mezza di lavoro. Avrò stabilito un nuovo record?

Ovvio che il balcone per me diventa il set di “Non aprite quella porta”: accettare le proprie sconfitte significa non tornare indietro a fare altri danni.

Sì, direte voi, però significa anche assumersi le responsabilità delle cazzate che hai fatto.

Avete vinto. Oggi mi decido ad “aprire quella porta” e… sì, il blob è intatto. Sia sulle piante che sulla ringhiera. Non è stato né assorbito né beccato via. Appena fa un po’ più fresco, mi dico, lo tolgo dappertutto (tranne che dal cactus, che se lo merita).

Ma una volta al pc, mentre combatto l’afa col ventilatore, mi cade lo sguardo sul balcone e mi ritrovo faccia a faccia con una colomba. Che becchetta furtivamente la poltiglia sulla ringhiera, facendosi l’equivalente dell’abbuffata di Ferragosto.

E allora ho pensato: visto? Le cose succedono quando devono succedere. Se getti un seme oggi raccoglierai i frutti domani, o dopodomani. Non sta a te decidere come e quando, non controlli tutto il processo, le reazioni altrui e gli scherzi della sorte (chiedete al cactus). Puoi solo fare il tuo, e vedere che succede.

Quella colomba vivrà un giorno in più perché ho buttato un’ora e mezza della mia vita a fare un grammo di tofu. Almeno un animale l’ho aiutato.

Soprattutto: c’è gente che si produce il suo latte, il suo formaggio.

Io mi produco perfino la cacca che va a planare sui miei panni.

Più naturalista di così.

Flying-Balloons-Girl-by-BanksyVi avverto da mo’: sto per mettere nello stesso post Giordano Bruno e Rob Brezsny. Lo so, il primo, al pensiero, uscirebbe dalla tomba solo per tornare in Campo de’ Fiori con una tanica di benzina e darsi fuoco da solo, stavolta. D’altronde il “collega” Galileo faceva oroscopi (non ci azzeccava manco, peraltro) e io che ci devo fare, se mi hanno ispirato entrambi.

Cominciamo con Rob. Seguendo il link di un suo fan sfegatato, vado sulla pagina d’Internazionale e leggo: “Compiti per tutti. Sai quello che devi fare e quando farlo. Dimostrami che è vero”.

In effetti lo so, cosa devo fare. Ho davanti a me un certo ventaglio di possibilità: titoli di studio da sfruttare o aggiornare, eventi da organizzare con questo o quest’altro collaboratore, una casa che in inverno tornerà a regalarmi 10 gradi come temperatura massima. Ciò che devo fare è risolvere quello che posso e seguire la corrente, una volta create le premesse per farlo. Perché mi sembra vero che, a fondamenta gettate, una giornata, un anno, un’esistenza si costruiscano da sé, come per necessità.

E qui veniamo a Giordaniello di Nola. Dal libro di storia della filosofia che apro ogni tanto becco questa frase: “Per Bruno l’unica vera libertà che hanno gli uomini è quella di accettare il proprio destino”.

Parole grosse!, penso subito. Alla faccia dell’homo faber e del suo nipote yankee, il self-made man.

Però torno al ragionamento di cui sopra, su “ciò che dobbiamo fare” e penso: magari è vero, che dentro di noi abbiamo un seme, un’inclinazione spontanea, se non naturale, dettata dal carattere, dalle esperienze. Che, in modo meno rigoroso e inevitabile del “progetto fisico” che ci portiamo già nel DNA alla nascita, ci andiamo creando un altro tipo di progetto che, se lo seguiamo bene, è il più congeniale, quello che meglio si accorda a noi.

In questo senso, è come se intorno a noi si creassero delle circostanze che, riuscendo a seguirle appieno, farebbero la nostra fortuna. Ma tante volte abbiamo paura di dare il meglio di noi, o non è così semplice: sappiamo che ci converrebbe un lavoro meno remunerato ma più congeniale, e scegliamo l’approvazione sociale, la soddisfazione dei genitori. Sappiamo che vorremmo una relazione più piena, emotivamente, e scegliamo l’affetto ormai tranquillo del partner dei banchi di scuola.

E allora sì che pare che la scelta sia tra osare star bene e continuare per paura a stare a mezza botta. Forse è vero che non ci apriamo sul serio la nostra strada nella vita, ma andiamo un po’ dove ci sbattono le correnti in quel momento.

Ma visto così, non mi sembra una perdita di libertà, anzi. È come se stessimo ingaggiando una gara col vento prima di farcelo alleato, come se dovessimo imparare a cavalcarlo per sviluppare in tutto e per tutto il nostro essere. Ci vuole pazienza, intuizione, e lavoro, perché il miglior vento non funziona se non siamo pronti a saltargli su quando arriva.

Forse il cosiddetto destino non è che questo: il meglio che potremmo essere, se osiamo esserlo.

Non so se sia scritto una volta per tutte, quello che so è che io un’idea di dove mi porti ce l’avrei, e farò di tutto per seguirla.

Spero d’incontrarvi per strada.

despedidaNiente da fare, ci casco sempre.

Nella mia smania di “chiudere bene il cerchio”, nel senso di fare pace con persone e attività del mio passato, ogni tanto ci azzecco, ma quella volta che sgarro, è pesante.

Una cosa è andare alla riunione di condominio ora che abito altrove, e scoprire che la vicina coi capelli rosa, in fondo, è una simpatica vecchina un po’ paranoica. O passare alla presentazione del libro dell’ex prof. che, abbandonata (ma da tutti, si facesse due conti), mi saluta a stento: anche lì, almeno, ho fatto la presenza, pagato il debito.

A volte, però, la smania di congedarmi bene da gente che non c’entra più niente nella mia vita mi dà qualche lezione su cosa si debba salutare e cosa lasciar andare senza rimpianti.

Barcellona, vedete, è una città un po’ strana: ti fa cambiare in fretta, dà gli strumenti per farlo e anche le grane. In un posto che unisce precarietà lavorativa e grandi cambiamenti sociali, si sprecano in estate le feste di arrivederci, le despedidas, meglio se con un “pica-pica” (spuntino) a riva o in qualche baretto il cui nome goliardico, dopo tre anni senza andarci, sembra finalmente una cafonata.

Alle persone che incontro in questi casi non devo più niente e qualcosa nella serata finisce per andare storto.

Sarebbe superstizione dire che succede perché loro trasmettano energia negativa. Se però concretizziamo quest’energia e la chiamiamo “cattivo comportamento”, “andarsene senza pagare il conto”, “sfottere chiunque” e cose del genere, vediamo che non è un’idea così sballata. E che forse, più con l’atteggiamento che con azioni davvero sbagliate, quando avevo questo tipo di amici mi tiravo anch’io dietro la stessa bruttura che mi faceva chiedere, dopo un’uscita, se non mi mancasse qualcosa, nelle mie relazioni sociali.

Ma anche queste esperienze servono: sono un ottimo termometro dei tempi che cambiano. Fanno capire, nel loro piccolo, che certe cose del passato vanno semplicemente lasciate andare, con tutti gli auguri del mondo, ma senza neanche un indugio, un saluto. Ciao. Vai. Dopo una sera rovinata da una presunta irregolarità del conto (che, non essendo addebitabile a me, non saprò mai se ci fosse davvero), sono tornata a casa schiumante rabbia e mi sono ritrovata un mio ex in chat. Ero talmente triste che volevo sfogarmi con lui, poi mi sono resa conto che, visto il tipo, sarebbe stata una roulette, avrebbe potuto farmi coraggio come criticare quei miei amici “che non gli erano mai piaciuti” o farmi una lezione su quali locali frequentare, per poi parlare dei problemi suoi. Sembra un processo all’intenzione, è esperienza. E allora ho pensato, ma sì, vai anche tu. Per la tua strada, lontano da me. Mi sfogo domani con gente che so che sarà solo solidale, senza avere la tentazione di usarmi per rafforzare il proprio orgoglio.

Sul serio, a volte l’esperimento di far incrociare passato e presente, senza che sia un dovere né un debito da pagare, diventa solo un superfluo riassunto, una minestra da scaldare in pieno agosto che rimane indigesta comunque la si aggiusti di sale.

Evitiamocela, pensiamo sul serio alla cosa più importante, a quella che più facilmente trascuriamo. Quale? Non lo so. Sta succedendo qui e ora. Sta a noi riconoscerla e dirle di restare.

lovewinsLo confesso: ci voleva Mad Men, prima stagione vista in ritardo, perché scoprissi il “gingolino” della campagna elettorale di Kennedy del 1960. Una cosa che fa un po’ sigla di Bim Bum Bam e un po’ canzone scartata allo Zecchino d’Oro. Ma, come sempre, il volpino Don Draper ci vede più lungo di me: per lui lo spot di Kennedy fa presa facile e fa pensare al ritorno di giorni felici. Tutto il contrario del faccione di Nixon che descrive le ripercussioni fiscali di un’eventuale vittoria dell’avversario. Sai che palle.

Morale della favola: si fa molto di più regalando una visione, che ragionando pacatamente su ciò che NON vorremmo. La felicità, per quanto utopica, fa molto più presa della paura.

Più di 50 anni dopo, non ho mai rivelato così spesso di avere un master e un dottorato in Studi di Genere, non perché mi abbiano dato mai ‘na gioia, ma per annunciare a chi ancora ci crede che la teoria del gender non esiste. E come tutti i parti della paranoia è inventata così male che ci avrebbe fatto sbellicare, coi compagni di master, nella sala mensa dell’Università di Manchester, davanti alla nostra brava jacket potato ripiena di ogni schifezza. Ma hai voglia di spiegare tutto questo (omettendo la jacket potato) su siti di fondamentalisti cattolici e genitori nel panico. Hai voglia di ragionare, fornire dati, confutare argomentazioni…

Niente, a dirmi che ero sulla strada sbagliata ci voleva il faccione di Obama, dopo la decisione della Corte Costituzionale americana di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

È stato leggendo le notizie che ho visto per la prima volta l’hashtag #lovewins. Confesso che ho pensato: e che è, la sigla di Mio Mini Pony? Cioè, semplifichiamo un concetto così importante per la vita di tutti noi con due parole da jingle pubblicitario?

Ovvio che sì! Cosa c’è di più semplice, sintetico e immediato di un’idea simile? Le spiegazioni sono sempre possibili, adesso bisogna dare una visione, un’immagine.

Quello che cercavo di fare io con trite analisi e dati (perfetti in un saggio, meno in chat), me l’ha sparaflesciato come inutile l’arcobaleno che ha invaso la Casa Bianca e, ovviamente, facebook.

Insomma, nel ’60 come nel 2015: inutile dirci cosa NON vogliamo essere, meglio parlare sempre di cosa vorremmo.

Anche nella vita di tutti i giorni.

Ripenso agli amici scaricati all’improvviso e alle loro ripicche un po’ ingenue, disperate: foto su fb che suggeriscano grandi conquiste, dichiarazioni sfrontate ad amici dell’ex, frecciatine assortite…

In questi casi, se lo scopo della nostra vita diventa vendicarci dell’ex, invece di trovarcene uno più stabile emotivamente, possiamo avere la nostra vendetta, ma non la nostra felicità.

Invece di passare il tempo a rosicare su rabbia e dolore, regaliamoci la speranza di una nuova vita.

“La teoria gender non esiste” è un messaggio che pretende razionalità su un argomento inculcato irrazionalmente, mediante paura e paranoia. Come l’idea che le ruspe risolvano la crisi o che i diritti di qualcuno vadano a ledere quelli di qualcun altro. Meglio dire “quello che combattete è lo stesso amore che state cercando voi, e vincerà lui, statene certi”.

Credo che, senza rifare gli orribili coretti di Kennedy, dovremmo riappropriarci della semplicità. E di un ottimismo che non sia più la finta utopia di imbonitori che ci infarciscono di scemenze per continuare a farsi i fatti propri, o la triste bugia che debellando chi è diverso da noi (“noi” chi, poi?) risolviamo tutto il resto.

Non c’è niente di meglio che una visione, per portare avanti un progetto. Immaginiamolo realizzato, immaginiamoci realizzati in quello. Non viviamo a partire dall’odio e dalla paura.

Puntiamo al coraggio e, per una volta senza riserve, alla ricerca della felicità.

pressure-cookerEbbene sì, dovevo arrivare a 34 anni suonati, per prendermi una pentola a pressione. Ma, con l’entusiasmo della neofita, sono più gasata di una casalinga americana anni ’50.

Adesso sto in fase sperimentale, e ne faccio, di cavolate. Metto troppa acqua, non capisco i tempi di cottura delle lenticchie, l’ultima zuppa che mi è venuta era lunghiiissima come quelle che, non so se avete presente, servono in Inghilterra prima del piatto principale.

Mentre sciacquavo la pentola dopo l’ultimo disastro, mi è venuto in mente un discorsetto ascoltato con scarso interesse nell’ormai chiuso Atrium Gestalt di Barcellona: “Hai voglia a ragionare e tenerti alla larga dai guai, contro le cose dobbiamo sbatterci il muso, mai come quando lo facciamo impariamo la lezione”.

Anche coi tempi di cottura delle lenticchie, concludevo sorridendo.

Lo ammetto, una minestra dosata bene la posso apprezzare anche se mi riesce al primo tentativo, eh, ma per sentirmi masterchef non c’è niente di meglio che aver fatto quei tre-quattro esperimenti così fallimentari da farmi progettare una gara di lancio del coperchio fuori alla finestra.

Sarà che le aspirazioni vitali somigliano così tanto alle più elementari questioni di fame e sazietà, ma sul serio, se falliamo in qualcosa, o vogliamo metterla così (possiamo anche dire che abbiamo trovato “1999 modi per non fare una zuppa”, grazie Edison), l’esperienza ha questo vantaggio: il prossimo tentativo ci lascerà contenti, anche se non ci convincerà del tutto, se mancherà ancora un po’ di sale o se era meglio spegnere il fuoco cinque minuti prima. Perché ricorderemo com’è stato quando, nonostante dedizione e generosità, abbiamo sgarrato completamente la preparazione.

E se è vero quello che dice uno junghiano, cioè che ci adattiamo subito alle novità positive e aspiriamo immediatamente ad altro, cosa può essere meglio di un “fallimento” per farci apprezzare ora, all’ennesimo tentativo, un ingrediente aggiunto in quantità giusta, affettato come si doveva? O una nuova storia che non dà le scariche adrenaliniche di una relazione in cui veniamo trattati come spazzatura, ma proprio in virtù di quel confronto ci sembra perfetta anche nei momenti di calma e riposo?

Insomma, invece di cucinare la solita zuppa, intanto che sperimentiamo teniamoli a mente sul serio, gli errori. Non servono solo al banalissimo proposito di darci una lezione che non sembriamo imparare mai. Ma anche a goderci davvero ciò che abbiamo ottenuto, prima che subentri la facile tendenza a darlo per scontato.

Specie se teniamo ben presente com’era, quando tutto questo ben di Dio non ce l’avevamo.

Mongolfiera_e_mongolfiera_al_contrarioMi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:

– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!

Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.

La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:

– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.

Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.

E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.

Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.

Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?

So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?

È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.

Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.

Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.

Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.

Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.

un-uccellino-che-viene-dal-fiume-azzurro-L-njG9GUQuesto è un messaggio di solidarietà per tutti coloro che a un certo punto della loro vita si sono trovati nella sgradevole situazione di essere reali. Specie quelli che lo sono stati per me, senza che riuscissi a perdonarli per questo.

Non sono impazzita, voglio solo dire che essere reale, in una relazione, che sia padre-figlio o di coppia, a volte è una colpa terribile. Non ci possono proiettare addosso tutto quello che vorrebbero fossimo.

Lasciamo perdere l’elaborazione del lutto che devono fare quei genitori frustrati che ancora vorrebbero un figlio, una figlia che li riscattasse dalle loro delusioni. Allora i figli sentono di non essere mai abbastanza, perché non c’è Nobel vinto per interposta persona che faccia sentire meglio con le proprie sconfitte.

Nel rapporto di coppia, invece, sono stata spesso carnefice e a volte vittima di realtà. Cioè, ero vera, ero lì, ero pronta a dare amore e a riceverne. Non ero un contatto facebook, un numero di telefono da esitare a chiamare, non ero una specie di mistero da risolvere manco fossi un cruciverba o un rebus, frase (3, 1, 4, 2, 4, chiave: vai a fare in c…). No, ero una persona vera, passibile di svegliarsi la mattina con due occhiaie così, di essere un po’ gonfia durante i giorni del ciclo, di non andarmene alla prima occasione per il primo stronzo che fosse già nell’aria fin dall’inizio.

Perché si chiama pensiero magico, l’idea per cui quando otterremo l’amore di una persona, di solito irraggiungibile, la nostra vita sarà semplicemente perfetta. E questo pensiero magico rende tutto più sopportabile: pensateci, è una lotteria. Chi lo abbraccia vive male, ma se solo lei/lui lo amasse le cose andrebbero molto meglio. Con quest’idea la vita quotidiana diventa molto più sopportabile senza alzare un dito, o affaticandosi molto poco. A sperare ci vuole un bello sforzo di fantasia e a volte coraggio; ciò che non è necessario, anzi, in qualche caso è superfluo, è quell’olio di gomito che manco in grandi quantità risolve tutto con certezza.

E allora, perché “abitare” la realtà quando si può vivere in una bolla di sapone? In cui non ci siano mai discussioni, perché un rapporto vero non c’è, anzi a ben vedere non c’è nessuno con cui discutere. In cui la persona irraggiungibile di turno resta il numero di mesi giusto (in genere il conto non occupa le dita di una mano) perché la sua pelle perfetta non venga a noia e i pomeriggi passati solo a fare l’amore non diventino un po’ ripetitivi, se non integrati col tentativo di conoscerla così com’è, e non come la stiano immaginando.

Ma no, che palle, tutta questa vita reale. Che difficoltà assoluta. Meglio vivere nel mondo della fantasia, vero? È così bello e rassicurante, l’unica certezza è che la felicità, quella vera e tangibile, è domiciliata altrove. Ma meglio che niente.

A quelli veri, invece, specie quelli che ho danneggiato io, e a me quando mi sono sforzata di essere vera finendo sottosopra come una tartaruga scema, vanno tutta la mia solidarietà e questa canzone.

Blue_Bottle,_Kyoto_Style_Ice_Coffee_(5909775445)Questa è una di quelle riflessioni che si possono produrre in un bar, a Barcellona, davanti a un caffè ghiacciato (proprio caffè e ghiaccio, è una perversione di qua). Meglio se con un’amica psicologa ad ascoltare, come sempre accade, i problemi di coppia di tutto il gruppo senza scappare a gambe levate verso la metro. Volevo riportarvi tutto il dialogo, poi ho deciso che non vi voglio male e ne riassumo le riflessioni finali.

A volte, reduci da una storia orribile, in cui non ci sentiamo amati e veniamo snobbati per altri, infliggiamo lo stesso trattamento al nuovo compagno. Oppure ci ritroviamo a guardarlo con lo stesso occhio critico con cui l’ex osservava noi.

Insomma, sembrava che per l’ex non fossimo mai abbastanza? Adesso è il nostro nuovo compagno a non sembrare abbastanza per noi. Sappiamo quanto sia brutta la sensazione di “non essere abbastanza” e l’ultima cosa che vorremmo sarebbe infliggerla ad altri.

Il fatto è che, almeno secondo l’accerchiata psicologa di cui sopra, quello che cerchiamo nell’altra persona non lo decidiamo noi. O meglio: a muoverci, oltre a ragioni perfettamente individuabili e comprensibili, c’è una parte totalmente irrazionale, ci sono le proverbiali “ragioni del cuore che la ragione ignora”. C’è chi dice che nell’altro cerchiamo un genitore, o un “problema irrisolto”. Gli junghiani parlano dell’Animus, o dell’Anima per gli uomini… Ma trovare ciò che, senza saperlo, cerchiamo, è una cosa che o succede, o ciao.

E quando NON succede, tanto vale ammetterlo e lasciar andare le cose belle fatte insieme, che magari serviranno a cementare un’amicizia a tempo debito, e aspettare/cercarsi qualcuno che quella cosa irrazionale ce la dia.

Quindi, la buona notizia è: siamo tutti “abbastanza”, così come siamo. Il punto è che a volte il nostro abbastanza non si concilia con quello dell’altro. Per usare una metafora banale, non siamo complementari: l’altro per innamorarsi ha bisogno di una certa cosa, e noi gliene possiamo dare un’altra, altrettanto preziosa, ma non rispondente alla bisogna. Non è un merito o un demerito nostro, né una colpa dell’altro. Semplicemente, è così.

E non è sempre un male. Pensate alla gente che non ha ancora risolto certi problemi con se stessa e, per innamorarsi, ha bisogno di essere trattata male.

Lo trovate ingiusto, tutto questo meccanismo? Siete in buona compagnia! La psicologa stava per essere bandita dal tavolo, dopo aver pagato il conto, ovviamente.

Possibile, insistevamo, che siamo schiavi delle nostre passioni, della nostra parte irrazionale?

– Schiavi no – ha precisato allora lei. – Forse è la parte irrazionale a essere troppo spesso schiava delle nostre decisioni razionali, quelle che prendiamo considerando tutti i fattori (comodità, interesse, progetti di vita insieme) senza mai interrogare lei. Eppure c’è, e si fa sentire, ci rompe pure le uova nel paniere, se è il suo unico modo di essere ascoltata.

Tanto vale, abbiamo convenuto, scenderci a compromessi. Più lo facciamo e meno ci rovina la vita. E poi, rivalutiamola un po’, l’irrazionalità: a volte ci ricorda solo che ci vuole passione, uno può prenderci tantissimo intellettualmente senza che ci si debba per forza stare insieme. L’amore con un libro di filosofia non si può fare.

A quel punto della conversazione, l’amica più punta sul vivo, quella che girava la cannuccia nel bicchiere senza finirsi il frullato, è sbottata:

– La fai facile! Se con qualcuno c’è grande affinità ma nonostante gli sforzi “manca qualcosa”, tutto quello che posso fare è dirgli “Scusa, so che è troppo una carognata, questa della vita, ma meglio ammettere che non vada che vivere una menzogna”. La liquidiamo così?

– Ok – ha risposto la psicologa, ormai sudata. – La vita è un po’ carogna. Ma… Hai un’idea migliore per passare il tempo?

E ha ordinato un altro caffè.

katniss_everdeen__by_xxhannahsalvatorexx-d4q9msuAdoro la parola inglese outgrow, che sostanzialmente significa “non stare più in qualcosa” (generalmente, nei panni dell’infanzia, perché si è cresciuti).

Il senso che mi piace di più è quello metaforico: ci facciamo troppo grandi per portare la terribile salopette regalo di zia Palmira? Be’, possiamo anche diventare troppo maturi per la situazione in cui ci troviamo.

La prima volta che ho riflettuto sul significato del verbo è stato in riferimento alla saga di letteratura giovanile (che sì, mi piace molto, ok?) The Hunger Games.

Come alcuni di voi sapranno, parla di una ragazza, Katniss, che cresce in una sorta di mondo postatomico, con una regione centrale e (pre)potente, The Capitol, per la quale devono lavorare, ridotti in miseria, il resto degli esseri umani. La saga accompagna la protagonista nella lotta “pubblica” per riscattare la sua gente. E in quella privata di adolescente divisa, secondo un luogo comune caro a certa letteratura al femminile, tra due ragazzi completamente diversi tra loro: l’affascinante “maschio alfa” Gale, cacciatore eroico e prestante, e il sensibile Peeta, romantico e pieno di risorse (ad esempio, beato lui, fa torte incredibili).

Non vi dico chi la protagonista scelga alla fine, ma ho trovato interessante uno dei tremila commenti sul web a proposito dei due “pretendenti”: secondo una lettrice, se non ci fosse stata tutta la rivoluzione alla base della storia, Katniss avrebbe, appunto, “outgrown” Gale. L’avrebbe “smesso” come si smette appunto la t-shirt delle medie quando ci cresce il seno (un brivido che personalmente non ho mai sperimentato).

In effetti, l’idea di diventare troppo grandi, mature/i o coscienti per una storia è affascinante.

Certe situazioni vanno accantonate in scatoloni da riciclare negli appositi contenitori, perché intanto saremo cresciute, saremo diventate persone infinitamente più “grandi” di quelle che hanno cominciato quella relazione, che si sono infilate in quella scomoda situazione familiare, che credono di uscire da ogni problema facendo i capricci.

Il fatto che un tempo questa vecchia vita ci calzasse bene non vuol dire che sarà sempre così. Se ormai ci va stretta, mettiamola da parte e ammettiamo che respiriamo meglio senza averla addosso. Che ci serve una taglia in più.

Che crescere di una taglia, checché ne dicano i guru della prova costume, non sempre è una brutta cosa.