wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

calimeroSì, lo so che lo pensiamo spesso, su tutti i fronti. A noi non succede “mainaggioia”, gli altri trovano lavoro e-noi-no. Gli altri vanno d’accordo con la famiglia e-noi-no. Gli altri si innamorano (corrisposti, dico) e noi… Che ve lo dico a fare?

Secondo me: 1) è proprio questo pensiero a impedirci la minima possibilità che ci succeda (non che a non avercelo accada tutto automaticamente, ma eliminarlo aiuta assai); 2) preferiamo il pessimismo all’incertezza, perché almeno ci fa sentire sicuri.

Ok, provo a spiegarmi.

Primo punto: se pensiamo che a noi non capita mai d’innamorarci, bocciamo a priori qualsiasi possibilità che succeda. Ho un amico che ogni tanto conosce donne interessanti, ma alla minima contrarietà (che so, la ragazza per una sera che la invita a una festa deve lavorare) pensa “lo sapevo, è stato bello crederci ma non mi si fila”. Chi glielo dice che non si sia trattato di un episodio estemporaneo? Soprattutto, perché togliersi così presto la speranza? Ovvio, perché a lui “queste cose non succedono mai”.

Non sarà che per certe cose ci vuole una botta di culo che già di per sé è complicata a darsi? Immaginati se la respingiamo a priori e non la riconosciamo quando si presenta.

E qui arrivo al punto due: gli esseri umani sono una barzelletta vivente. Sono così affamati di certezze, così contenti di crearsi schemi in cui riconoscersi (vedi le abitudini e quanto siano difficili da debellare, anche quando sono nocive), che a volte preferiscono quelli alla possibilità che succeda qualcosa di bello. O meglio, ovvio che le belle novità siano più che benvenute, ma devono avvenire col minimo sforzo per gestirle e senza il minimo stravolgimento della vita quotidiana. Come dice una mia amica romana, citando evidentemente Prévert: ‘na fetta de culo?

Allora, parliamoci chiaro: trovare un lavoro decente non dipende mai del tutto da noi. Ovvio che aiuta tanto mandare tonnellate di curriculum, ma quante volte ci è stata più utile l’amica che ci ha chiamato dicendo che nella sua azienda cercavano personale? O la prof. che ci proponesse di fare il database del gruppo di ricerca? Sono circostanze fortuite che, ahimè, funzionano più spesso della bravura (anche se l’esperienza mia e altrui mi dice che quest’ultima, come motivo di assunzione, è sottovalutata).

Anche innamorarci, non dipende da noi. Noi dobbiamo aprirci alla possibilità, ma non possiamo prevedere quando succeda. E come. E, nell’illusione di controllare anche l’incontrollabile, diciamo “a me non succede”. Dovremmo essere onesti e dire “A me non so quando succede”, che è un po’ il destino di tutti. Ma ci piacciono le frasi a effetto.

Insomma, certe cose ci capitano quando il caso o chi per lui decide così, e noi siamo pronti per lasciarle entrare nella nostra vita. L’unica cosa che possiamo controllare del processo è: decidere se essere pronti o no, a lasciarlo succedere. Capire se lo vogliamo al punto di accettare che la nostra vita cambi.

Se in fondo non lo vogliamo, non ci resta che continuare così: credere per sempre che certe cose a noi non succedono, fino a scoprire che avevamo proprio ragione, perché ci siamo creati un tale vuoto attorno che non può succederci più niente.

Vogliamo essere cattivi profeti, o esseri umani che imparano a vivere?

A noi la scelta.

E, per una volta che ci è dato scegliere, facciamolo bene.

Truce.E poi non ci arrendiamo. Non ci consegniamo in pace e senza condizioni a questa nuova vita, o a questo nuovo aspetto che ci cambia tutto il quadro.

Perché? Perché al dolore un po’ ci si affeziona. O a ciò che lo provocava, nonostante tutto. E poi, ormai avevamo imparato a percorrere quella strada, al mattino, tra casa nostra e il vecchio lavoro, tra i nostri pensieri e le cose che non potevamo desiderare.

E allora facciamo resistenza. La nuova storia fa fatica a decollare, la persona che è entrata nella nostra vita aspetta benevola che le lasciamo più spazio. Un nuovo datore di lavoro può non avere la stessa pazienza, e infatti vedo più gente perdere un posto nuovo, dopo averlo finalmente trovato, che uccelli in cielo.

Ma qui viene il paradosso, qui ci sono le sabbie mobili: prima ci arrendiamo alla nostra nuova vita, prima questa comincia e acquista significato.

Prima lasciamo andare il passato che volevamo risolvere in un altro modo e in altri tempi, prima ci arrendiamo all’evidenza che il nostro presente ha un altro nome, e altri colori, diversi da quelli che avevamo immaginato, infinitamente più funzionali. E anche dolci, se gliene diamo l’occasione.

“Ma allora devo rinunciare a quello che volevo!”. No, il segreto non è quello. Non è decidere che l’azienda che ormai era come una piccola famiglia non ci chiamerà più, che quella borsa all’università è andata via per sempre e non ci saranno altri modi per reinserirci, anche con stipendio ridotto. Non è concludere che quella persona che abbiamo inseguito per un anno non ci guarderà mai, e ci “tocca” la bella storia nuova che sta iniziando ora.

È una questione di attenzione: cosa mi sta succedendo, ora? Ora ho trovato lavoro alla cassa sotto casa, proposta buttata lì mentre facevo la spesa, così posso permettermi di mandare avanti quel progetto all’università; ora ho conosciuto questa ragazza a questa festa e ci stiamo scambiando dei messaggi.

Domani chissà.

Il nostro problema è che ci anticipiamo agli eventi, o ripercorriamo quelli passati sperando che questa volta il finale sia diverso, come se non avessimo visto quel film mille volte.

Non ci rendiamo conto che solo una parte della trama, circa un terzo, dipende da noi, Il resto è vedere cosa ne pensano gli altri e come si mette la situazione.

E allora, spostiamo la nostra attenzione su ciò che ci sta succedendo ora, invece che su quello che dovrebbe succedere, o quello che non è successo.

Forse, facendolo, potremmo perfino aprire la strada a un finale diverso, un finale che paradossalmente si avvicini a quello che volevamo noi.

Il segreto, come in tante cose, è rinunciare a pretenderlo.

proprieabitudini5Semplicemente, non sappiamo come si fa.

Come si ama, senza cadere nel solito loop? Quello dell’illusione, del piacersi all’inizio, di aspettarsi chissà che cosa dall’altro, di scoprire che la vita non è come ce la immaginiamo solo perché così vogliamo, di non avere il coraggio di lavorarci su, e di lasciarsi odiandosi.

Se poi siete come me, come si ama senza abituarsi all’orrore come pane quotidiano? Senza vivere aspettando un messaggio che non viene mai, oppure arriva con tre giorni di ritardo, prima che si presenti qualcuno a cui scriverà ogni giorno e che aspetterà con la stessa angoscia con cui noi lo aspettiamo ora?

Come si arriva a capire che l’amore è qualcosa di diverso da questo gioco, da questa caccia autoreferenziale che serve solo a farci capire che siamo degni di essere amati, quindi ci dà una certezza che avremmo dovuto procurarci noi, e che come i compiti copiati è una lezione che non facciamo mai nostra?

Perché l’amore condiviso sul serio non si nutre di insicurezze altrui, non ha bisogno di sentirsi potente misurando quanto sappiamo attrarre l’altro nel nostro mondo. Parte da un’idea di completezza in noi, che magari non sarà perfetta, ma fa capolino.

E meno male, perché ci spiazza, qualcuno che non ci faccia la manfrina dell’apparire e sparire solo quando gli fa comodo, qualcuno che ci sia davvero e abbia l’inquietante proposito di restare.

Semplicemente, è questione di abitudine.

Ci siamo abituati all’orrore, possiamo abituarci anche a questo.

Anche a star bene, a essere noi, a scoprire quanto possiamo diventare se c’è qualcuno a fare il tifo per noi, un tifo sincero e genuino, non un preoccupato osservare quanto potremmo arrivare a svincolarci dalle voglie altrui.

Cerchiamo di abituarci a questo, devo ripetermi ma è una figata.

Il guaio è che, se abbiamo passato tutta la vita a sentire che l’amore sia lotta, conquista dell’attenzione, ci è difficile identificare questo come amore, adesso.

L’indizio è renderci conto per una volta che quello che stiamo facendo, lo stiamo facendo in due, sul serio, non sono monologhi incrociati tra due esseri troppo soli per stare davvero bene insieme all’altro.

Ora abbiamo imparato che l’unica solitudine è non avere nulla da condividere, e per fortuna di quello, di vita da insegnare e imparare insieme, ne abbiamo a pacchi.

sunshine-through-blindsMi ritorna in mente una frase di Calvino, in Marcovaldo: “Quel mattino lo svegliò il silenzio”.

È quello che ci succede quando abbiamo risolto un problema, o lo stiamo risolvendo. Un problema annoso, dico, di quelli che ci tormentavano da un bel po’. Ci eravamo quasi assuefatti a questi risvegli pieni di vuoto, angoscia. Risvegli in cui ciò che ci mancava ci attraversava la mente prima di ciò che avessimo.

Ci eravamo così abituati che ora che ci sta succedendo, finalmente, di risolvere, di tornare un po’ all’anelata pace, ci scopriamo più spiazzati di prima. In spagnolo c’è questa espressione, no me ubico, che mi sembra perfetta. Sarebbe “non mi riesco a orientare”, ma ubicarse è proprio capire dove sei, nello spazio, quale sarebbe il “voi siete qui” in una mappa che ci immortalasse proprio in questo momento.

E in effetti è più rassicurante, paradossalmente, svegliarsi con lo stesso vuoto del giorno prima, e di quello prima ancora, che ritrovarsi con una spiazzante sensazione di tranquillità, o di cambiamento.

Mi piace avere l’opportunità di condividere con voi questa nuova svolta, nella mia vita. Mi sembra un completamento dei post di quando ero irrimediabilmente persa e depressa, e forse a qualcuno sembrerà che l’abbia tradito, un po’, ora che io sto bene o sempre meglio. Ma magari può tornare utile a qualcuno, che ancora non sa in che direzione lo potrebbe portare tutto questo lavoro per star meglio.

Vorrei mettervi a parte dei cambiamenti di quando da una crisi ci si esce, e non solo perché si è imparato ad andare sulle proprie gambe, ma anche perché abbiamo scoperto la chiave di tutto: applicare questo nuovo apprendimento alla vita, invece di cercare di metterle una museruola e fingere di poterla portare sempre nella direzione che vogliamo noi.

Ma chi ci ha seguito docilmente, nella vita, l’ha fatto per violenza o per la nostra forza di persuasione?

Ecco, per quella ci vuole pazienza. E tanti risvegli in questa calma ovattata che è il cambiamento.

piumaAllora, vi dico come ho fatto io. Non so se vale per tutti, quindi cercate di adattarlo alla vostra situazione.

Ma se mi guardo indietro, se osservo questi giorni in cui, comunque vada a finire, ho messo le basi per uscire dalla mia crisi, mi rendo conto di aver fatto una sola cosa, fondamentale.

Di essermi aperta al mondo, alla vita. Quello che mi arrivava prima, lo respingevo. Prima è quando mi ostinavo a far rivivere un passato che non esisteva più, che forse non era mai esistito.

Ma io ero li a custodirlo perché si possono amare anche le cose che non esistono, lo sappiamo bene, forse sono quelle che si amano di più, perché non bisogna prendersi il fastidio di accettarle così come sono.

E allora eccomi qui, improvvisamente, ad aprirmi alle cose come sono davvero. No, improvvisamente no, non posso ingannarvi. C’è voluto lavoro, tanto.

Amore, tanto, per me, finalmente. Per chi non mi ha mai abbandonata e ha continuato a crederci, in me, anche quando io avevo smesso da tempo.

E poi, quel pizzico d’imprevedibilità, quella legge della vita per cui a lasciar fare agli eventi, invece di forzarli sempre come ci fa più comodo (a costo di forzarli in modo che ci faccia male sul serio), le cose succedono.

Non tutte quelle che vogliamo noi, né esattamente come le vogliamo, non importa cosa facciamo al riguardo. Ma, una volta accettato questo per i miracoli che avremmo voluto, possiamo aprirci a miracoli che neanche sapevamo di volere.

Bisogna trovare il coraggio di fare tutto questo, e un po’ è preparazione e un po’ è lasciare che sia.

Cominciate con la prima parte. La seconda, ora ve lo posso quasi promettere, verrà da sé.

Tatuaggio-fiori-di-ciliegio-con-farfalle-immagine-e1401707583855Sì, ogni tanto faccio ancora i dialoghi con quello che un ateo convinto chiama “Il mio amico immaginario” e io da agnostica strana chiamo in mille modi diversi, quasi sempre in napoletano. E quasi sempre urlando:

– Senti, si dice in giro che hai un piano per me, ma il mio ti faceva proprio schifo? [Già sentita in Dogma]

Oppure:

– Lo so, lo so che muori dalla voglia di presentarmi qualcuno che mi faccia felice (sei solo timido), ma che ne dici di lasciarmi essere infelice a vita con chi dico io?

Alla prima domanda forse ho trovato risposta, ammesso che ci sia. Al mio piano mancava una cosa fondamentale: informazioni. Preziose. Tipo, come si vive bene se ci si rassegna alla possibilità di essere felici.

Ricordate quando vi raccomando di provare a fare una piccola cosa al giorno per trattarvi bene, e cose così?

Non sto a dirvi che basta solo quello, perché ci vuole un po’ di culo, anche, sfruttare venti favorevoli e incontri giusti, ma vi giuro che è una figata. Come si può evincere dal gergo particolarmente bimbominkia, sono un’altra. Sono tornata al tirocinio dopo un mese d’inattività e temevo un’ecatombe… Invece eccomi lì a scherzare con gli alunni, perfino davanti a questioni emozionanti come la concordanza del possessivo col sostantivo nei nomi di parentela.

Insomma, non ho fatto niente di troppo diverso rispetto al mese scorso, a parte darmi un po’ di permessi: di lasciar andare cose che non funzionano, di consentirmi un po’ di divertimento ogni tanto. Di uscire con amici intelligenti, di proporre io incontri, progetti nuovi. Perfino di farmi corteggiare. Nel senso che quando mi fanno un complimento non rispondo subito schermendomi in sanscrito e accusando l’interlocutore di scarso discernimento.

A volte basta questo. Non a risolvere tutto, che ogni tanto il piano B ancora provo a propinarglielo, all’ “amico immaginario” di cui sopra, che fa sempre orecchi da mercante. Ma mi sto aprendo ad alternative, magari alle uniche possibili, e devo dire che tutto cambia da così a così. E cambiamo anche noi.

Insomma, vi sto trasmettendo la mia allegria? Se a questo punto della lettura volete già abbattermi, ce l’ho fatta.

La vostra missione, per una volta, sarà fare lo stesso. Fare come me.

Per una volta, permettetevi di essere tutto quello che siete quando non siete ossessionati da ciò che vorreste essere. Per una volta sola.

So che la paura di finire delusi è forte, che temete di perdere sia il futuro che non osate sognare che il passato a cui vi aggrappavate.

Ma statemi a sentire, fate questo salto, o che sia almeno un passettino, uno alla volta.

Datevi una possibilità. Potreste scoprire che non siete così indegni di fiducia come pensavate. Che magari un poco per volta, e a piccole dosi, potete fidarvi di voi.

Maryland Renaissance FestivalIl momento dopo aver fatto una cazzata è in fondo simile a quello dopo una bella notizia, o dopo che il cameriere ha portato il tuo piatto dopo mezz’ora d’attesa.

In effetti è un momento di vuoto perfetto, il vuoto prima di realizzare che ti aspetta un pranzo luculliano, o una notte insonne, per un buon motivo o per uno molto cattivo.

Attenzione, perché è anche un momento rivelatore. Quando ho avuto la certezza di aver perso l’amore, un amore che forse non avevo mai avuto, la prima cosa che ho avvertito nelle viscere man mano che perdevo il respiro è stata sollievo. Ok, allora era questo. Ok, adesso si risolve, in un modo o nell’altro si risolve. Poi ci sarebbe stato il dolore, la discesa agli inferi da cui sei torni hai quasi il dovere di salvare chi parte. Ma meglio quello, mi dissi in quel primo, lungo istante di rivelazione, che un lungo limbo senza neanche incamminarsi per vedere la luce.

Ci sono momenti più sfumati: quello dopo un bacio non dato, che ti resta in punta di labbra a dirti che volevi scoccarlo, lanciarlo come una sfida nel tuo nuovo mondo, ma non ne volevi le conseguenze, non ora, non subito. E allora resta lì, acquattato, sicuro che prima o poi verrà il suo momento.

Che porterà con sé il suo momento dopo.

Se ci riuscite, ascoltateli, sul serio, questi istanti.

Non c’è nulla di più sincero, in quel vuoto perfetto tra pensiero e azione, tra quello che avremmo voluto, e quello che d’ora in poi, chissà per quanto tempo, avremo.

wendyFaccio sempre sti grandi acquisti, all’aeroporto di Capodichino.

Stavolta ho comprato sto libro divulgativo sul Tantra. No, facite poco ‘e spiritosi, magari mi servisse per quello. Lo sto leggendo come filosofia, modo di essere, e tutte quelle niueggiate che piacciono a me.

Ho trovato per esempio sta cosa bellissima: il comportamento dell’agent. Gli autori chiamano così quelli che praticamente danno tutto per il partner, pensano solo al suo piacere in tutti gli aspetti della vita, non solo quello sessuale. Tutto fantastico, se non fosse che, spesso, ciò che spinge l’agent è un’idea barbina d’amore che si è fatto fin da piccolo: pensa che non può essere amato se non dà prima qualcosa in cambio.

Quello che chiama gentilezza, sacrificio, amore, è soprattutto bisogno: “il bisogno di essere amato, accompagnato dalla convinzione che per essere amato occorra prima fare qualcosa per l’altra persona”.

Cosa fa, l’agent? Si trova spesso qualcuno che vada in qualche modo guidato, qualcuno da aiutare, ma con un fine ben preciso, anche se inconscio:

La strategia dell’agent – di occuparsi del partner per ottenere il suo amore – ha anche un lato oscuro che nessuno guarda volentieri: per assicurarsi l’amore del partner, l’agent l’aiuta sempre dove può, ma al contempo non gli permette di crescere più di tanto, perché altrimenti il partner potrebbe diventare autosufficiente e “liberarsi”.

In teoria, quando il partner sta veramente bene, l’agent genera un conflitto e cerca di destabilizzarlo per poterlo tornare a controllare.

Ricordo altri libri in cui si parlava di un atteggiamento simile: Giorgio Nardone parla di baciatrice di rospi (presente), sottolineando che quando i rospi baciati diventano principi si trovano un’altra (ma va’!), e Robin Norwood, in Donne che amano troppo, poneva quest’esempio di  un alcolizzato che, anche con l’aiuto della compagna – crocerossina, era uscito completamente dal tunnel dell’alcool, ma a quel punto lei lo aveva lasciato. C’è anche la sindrome di Wendy, cui abbiamo già accennato: la tendenza a “guadagnarsi” l’amore altrui sacrificandosi per tutti e in tutti gli ambiti.

È che alcuni di noi proprio non sanno ricevere e basta, pensano che a non dare sempre e comunque tutto non verranno mai amati.

In ogni caso, come si esce dal tunnel dell’agency?

Be’, essendo sinceri con se stessi, ammettendo di avere questa tendenza. È il primo passo per trovare l’equilibrio che ce ne porterà fuori, quello tra dire sempre di sì e la tendenza opposta che per un po’ prende chi s’inizia a curare, quella di dire no a ogni costo. La fortuna è che questo problema ha sintomi tangibili e si cura con passi altrettanto tangibili: il link sulla sindrome di Wendy, che avrete sicuramente letto, propone un “Vorrei, ma non posso”, a tutte le richieste che ci fa male esaudire.

Aspettatevi rivolte di amici e parenti e partner che vi trovino improvvisamente degli egoisti matricolati. Il fatto è che, per salvare capra e cavoli, dobbiamo essere onesti anche con loro e ammettere espressamente che abbiamo questo problema.

Sul serio, la sincerità mi sta portando a risolvere in qualche secondo conflitti che credevo non si sarebbero mai appianati.

Ne riparleremo.

piumoneQuando mi sono svegliata stamattina ho pensato “ah, finalmente”. Mi ero messa un terzo piumone (sì, casa mia è un po’ fredda…) e per la prima volta, al risveglio, mi ha accolto il calore. Ebbene, sapete qual è stato il mio secondo pensiero, dopo la gioia e il benessere? “Adesso scendo dal letto e mi assale tutto il freddo insieme, forse ho fatto male a coprirmi tanto”.

Non è incredibile? E non succede forse anche a voi? Appena abbiamo un po’ di benessere, pensiamo a quando finirà. Appena otteniamo qualcosa che volevamo tanto, pensiamo subito a quello che ci manca ancora.

Me ne sto accorgendo anche con gli amici. Ne sto conoscendo di meravigliosi, attenti, premurosi, e invece di godermeli a cosa penso? A chi ho conosciuto in tempi in cui scambiavo le attenzioni altrui per invadenza, l’interessamento per interesse, e allora mi cercavo la compagnia di chi non avesse proprio nessunissima intenzione di riservarmi né l’uno né l’altro.

Così che, quando si prendono cura di me, semplicemente non sono abituata.

Mi viene più facile accontentarmi, di chi pensa che avermi sia accontentarsi a sua volta, di chi non mi riserva attenzioni, così non devo rimanerci male quando smetteranno. Ho quest’idea dell’umanità che sembra presa da un film horror.

Se vi succede lo stesso, facciamo attenzione, perché ci basiamo su un’osservazione in parte corretta, “la gente è incostante e cambia spesso opinione”, per saltare a una conclusione improbabile: “Siccome la gente è incostante e cambia spesso opinione, prima o poi mi abbandonerà. Tanto vale che mi cerchi chi so fin dal principio essere incostante, così quando sparirà non sarà nessuna sorpresa“.

Non bisogna essere psicologi, qui, per pensare a espressioni come paura dell’abbandono e profezia che si autoavvera: ho così paura di essere abbandonata che lo faccio succedere.

Ah, sì? Quando stamane sono scesa dal letto mi ha accolto il freddo, ma meno di quanto avessi immaginato. Ho acceso immediatamente la stufa e infilato qualcosa di più caldo. Mi sono preparata la colazione a tempo di record e al ritorno la stanza era abbastanza riscaldata da permettermi di cominciare la giornata.

Dovevo rinunciare a una notte di sonno beato per evitare questa piccola manfrina?

E voi a cosa rinunciate, per il fastidio di sentirvi bene?