stock-vector-vector-illustration-of-a-knight-dragon-and-princess-138067055Il grande Parsifal era grande solo nei suoi sogni. Ma nei sogni dovevate vederlo, come torreggiava con la lancia in resta, una spada in pugno e un coltello tra i denti, hai visto mai dovesse affrontare un dragone a tre teste. Quando si svegliava, però, era ancora un ragazzetto con due peli di barba e la stessa camiciola di contadino con cui l’aveva salutato la madre (che ai tempi, già sapete, pulizia insomma…).

Nelle sue prime peregrinazioni, con annessi donne, cavalier, arme e amori, il Nostro Eroe si era pure ritrovato davanti a uno strano castello, indicatogli da un misterioso pescatore che, dall’aria con cui aveva risposto alle sue indicazioni, pareva alquanto malaticcio, e che alla fine si era rivelato un Re.

parzival-grail-castleNel castello aveva assistito a una curiosa processione di nobili dame che portavano una coppa magnificamente istoriata, con gemme e pietre preziose e tutto quello che deve avere una coppa prima che inventino Indiana Jones per darti il vago sospetto che si tratti proprio del Sacro Graal.

Ma figuriamoci se al nostro impavido, tozzo Parsifal veniva in mente una cosa del genere. Passò tutta la notte nel castello senza chiedere a nessuno cosa stesse vedendo e (soprattutto) a che servisse tutto quello, e al mattino si svegliò in una sala vuota.

Perplesso anzichenò, riuscì a uscire dal castello poco prima che si abbassasse il ponte levatoio (si girò pure, indignato e dignitoso, a chiedere ragione del gesto al fellone che lo manovrava, ma la sua sfida a duello si perse nell’eco delle alte mura e morì nel fossato).

Non gli restava che riprendere la marcia e l’infinita sequela di duelli, draghi, principesse da salvare e streghe da uccidere che faceva a quei tempi il curriculum di un cavaliere (purtroppo per le streghe, che mi stanno assai simpatiche).

Cavalca che ti cavalca, il Nostro Eroe si ritrovò in una radura che ancora rimuginava sul ponte levatoio, come se vedere il Graal e risvegliarsi unico abitante di un enorme castello fossero cose di ogni giorno, quando scorse un fuoco dietro degli alberi.

Poteva essere un cacciatore affamato che cominciava ad assaggiare parte della sua selvaggina; un bivacco di musici girovaghi alla prima sosta; un contadinello fuggito dai campi che, vinto dalla fame e dalla stanchezza, si fermasse a rifocillarsi prima di sparire nelle foreste coi banditi.

Ma no, il nostro cavaliere pensò a quella che per lui era l’unica spiegazione possibile:

– Vieni fuori, chiunque tu sia! Volevi cogliermi di sorpresa, vero? Ma Parsifal non si lascia sopraffare da siffatti vili tranelli. Orsù, cavaliere, sguaina la spada e affrontami in singolar tenzone!

Ma che vvuo’?

celticgoddessLa domanda non era ostile: la fanciulla che, scostando i cespugli che coprivano il fuoco, si palesò davanti a Parsifal, non aveva davvero capito una mazza di ciò che lui stesse dicendo.

– Chi sei, donzella? T’ha rapita il fellone che ancora s’asconde tra la verzura? Non temano questi occhi belli, con me sei al sicuro.

La “donzella” gli lanciò un’occhiata che stava a significare, più o meno, sì, allora sto fresca.

Parsifal la guardò meglio. In effetti, tanto donzella non era. Arruffata, una vestina impudica a coprirle a stento interessanti rotondità, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, la sconosciuta si presentava assai poco propensa a fare da dama, di quelle che danno nomi alle spade e lanciano il fazzoletto all’eroe durante i tornei.

Questa qui, al massimo, avrebbe gettato un fiotto di muco tappandosi una sola narice, e vincendo un apposito torneo di quella specialità, se mai qualcuno si fosse preso la briga di organizzarlo.

Ma il Nostro non aveva tempo e pazienza per fare il tournament planner, quindi si limitò a chiedere alla gentil verginella in cosa potesse aiutarla.

– Verginella sarà tua nonna – rispose quella, ignara del paradosso appena formulato.

Poi gli spiegò che si era fermata a bivaccare ai margini della radura perché c’era qualcuno nella sua capanna, in riva al fiume. Un intruso, un ladro, forse.

A quella notizia, il nostro trattenne a stento la gioia. Un duello!

Allora abbassò la visiera al fiero elmo, sguainò la dolce spada e con uno slancio improvviso, e ammirevole per come andava bardato, si tuffò stile quarterback sulla malcapitata che rientrava nella capanna, facendole pure battere la testa contro un vaso poggiato lì a terra, che aveva tutta l’aria di essere un pitale.

red-catComunque sia, l’effetto ci fu: dai sacchi di farina bucati che emergevano da un angolino in penombra si udì un rapido raspare, poi un lungo gnaulio e finalmente dalla tenebra che l’aveva inghiottito uscì fuori il malvivente intruso: un enorme gatto rosso.

Che, saltando sdegnoso dal suo nascondiglio, soffiò come un drago incazzato in direzione dei nostri eroi, si chiese in quale casa fosse capitato, che pure i topi erano rachitici e un po’ scemi, e si dileguò in cerca di migliori mete.

– La casa è salva, madonna – s’inchinò Parsifal – adesso potete governare in pace su di essa.

– Bella fatica, hai fatto! – valutò lei sarcastica. Poi lo guardò meglio, anzi, si guardarono a vicenda, soppesarono le carni giovani benché non proprio pulite e profumate, i denti quasi a posto, molare più molare meno, gli occhi cisposi quanto basta, e decisero che era troppo tardi per dedicarsi a lavorare e troppo presto per sedersi a tavola.

Indi per cui, con unità d’intenti, si dedicarono all’unica attività che i loro bollenti spiriti trovassero degna di considerazione.

Vi si dedicarono con tanta alacrità che quando il nostro alzò dal giaciglio di paglia la testa ancora impennacchiata (un vezzo della donzella, e non vi dico che uso improprio era stato fatto dell’elsa della spada) il gallo aveva appena elevato il suo canto di buongiorno al mattino. Il Nostro ebbe allora la cortesia di chiedere:

– Come avete detto che vi chiamate, madonna?

– Biancofiore.

Temptation-Percival-LAllora l’eroe si alzò dall’alcova, mano sul cuore, giurò che mai nella sua vita avrebbe dimenticato il soave nome della compagna di quelle inebrianti ore d’oblio, e che l’avrebbe raccomandata alle preghiere della sua regina, la pia e casta Ginevra.

– Insomma, mi molli così? – fece Biancofiore.

– Ma, mia signora, dovrò pur andare a lavorare! Mi aspettano draghi, duelli, donzelle…

– Che?!

– … donzelle da salvare, come già feci con voi.

– Allora sono stata una delle tante?

Qui perfino un babbeo come Parsifal capì di stare su un terreno minato, se mi permettete l’anacronismo.

– Giammai, madonna, vi confonderò con le altre. Non siete voi, sono io. Sarete sempre nel mio cuore, accanto a mia madre e alla mia regina.

– Ecco, vattenne addu chella zoccola d’ ‘a riggina!

Parsifal capì che forse aveva fatto una cazzata.

Allora, senza proferire verbo, che era meglio, si rimise in fretta i gambali dell’armatura e si allontanò, lasciando la donzella in preda a irrefrenabili singhiozzi.

Eh, ma la vita di un cavaliere era così. Salva una regina, accetta la sua ospitalità nelle stanze degli ospiti, misteriosamente comunicanti con le sue, poi ammazza un drago e porta a riparare la spada flambé, che nonostante le principesse e le operazioni di soccorso continua a non avere un nome…

King_ArthurPassarono gli anni e il Nostro aveva un curriculum da paura, ma era sempre un tontolone. Il re Artù e i suoi nobili cavalieri lo mandavano a fare i lavori pesanti: dragare fiumi, salvare le fate, andare a ordinare le pizze per tutto il castello… Quando il nostro eroe si annoiava, doveva solo prendere lancia e scudo e fare un fischio al cavallo: i due si lanciavano all’avventura tra le lussureggianti lande di Cornovaglia (chissà perché, in queste storie di cavalieri il clima di merda non viene mai riportato, come se l’Inghilterra fosse Montecatini. Potenza dell’immaginazione).

Fu così che, cavalcando cavalcando, Parsifal giunse allo stesso castello di 10 anni prima. Il fiero giovane, ormai più esperto, questa volta assisté con molto interesse a tutta la processione, che si ripeteva ogni notte, e cominciò a fare qualche domanda.

– Cos’è quella coppa?

– È il Graal, il ricettacolo del sangue di Nostro Signore Gesù Cristo.

– Ah, sì?

– Boh, una volta era un simbolo della Dea.

– Secolo che vai, usanza che trovi.

– Ben detto, Parsifal. Hai qualche altra domanda da fare?

Questa volta gli avevano dato l’aiutino, perché spezzasse l’incantesimo. Lui guardava i cavalieri e le dame che si riunivano intorno a lui, speranzosi, ansiosi di ascoltare le parole che avrebbe proferito, e particolarmente interessati alla reazione del Re Pescatore. Alla fine il Nostro si schiarì la voce e disse:

– Che c’è per cena? Branzino come al solito?

Tutti crollarono il capo e si disposero a mangiare. Il Re Pescatore andò a dormire, che era meglio.

Il Nostro eroe stavolta si svegliò, sempre solo come un cane nel castello enorme, con la sensazione che qualcosa non funzionasse. Perché erano tutti così attenti alle sue parole? E cos’era che dovesse chiedere, di così urgente?

Ok, c’era una coppa. Tempestata di gemme. Che aveva raccolto il sangue di questa o quella divinità lontana.

Uhm… Stava ancora pensando, quando si accorse di esser giunto di nuovo alla radura della donzella della sua prima gioventù.

Ottimo, pensò. Magari Biancofiore mi dà un sorso d’acqua e, se sono fortunato, mi offre ancora un giaciglio.

fairyhouse5Ma la capanna era sparita. Al suo posto c’era uno splendido palazzo a tre piani, con scudieri e fantesche carichi di brocche, striglie per i cavalli, e ogni genere di ben di dio destinato alle grandi cucine.

Accanto al palazzo scorreva un ruscello, piccolo ma potente, e accanto al ruscello girava in un moto perpetuo la ruota di un mulino. Accanto al mulino, tutti i contadini del circondario, disposti in una fila disordinata, attendevano il loro turno per macinare. La fiumana di gente non finiva mai, e sì che si erano svegliati prima del sorgere del sole, per presentarsi in tempo sul posto.

Parsifal si fece largo nella ressa di contadini e piatti di grano e tra stracci e berretti usurati da pioggia e sole, intravide due lunghe corna di seta, di quelle che all’epoca, con nostro sommo stupore, erano l’ultimo grido per le acconciature femminili.

Sotto le corna, poste su un’ordinata pioggia di lunghi capelli biondi (che una volta erano neri solo per scarsissima igiene) c’era una giovane sconosciuta e sorridente, che aiutava un anziano contadino a porre il grano nella macina.

Quando vide il cavaliere, i suoi grandi occhi smeraldo si sgranarono per la meraviglia.

– Ecco l’artefice della mia fortuna! – gridò ai presenti.

Dopodiché Biancofiore, che la dama non era altri che lei, prese il cavaliere per mano e lo condusse nel suo palazzo.

– Non capisco nulla di ciò che sia successo – commentava il cavaliere, togliendosi di dosso una ghirlanda di fiori appioppatagli da una fattoressa.

– Come sempre – osservò lei, con una smorfia sarcastica che ricordava un po’ la villanella conosciuta tempo avanti. – Sei l’artefice della mia fortuna. Quando sei andato via ho pianto a lungo, giorni, mesi, anni. Ho pianto tanto che le mie lacrime hanno formato questo ruscelletto che ora costeggia il mio palazzo. È piccolo, ma ha una forza incredibile, come una cascata, come l’oceano se cerchi di domarlo. Allora, piano piano, facendo dei debiti, vi ho costruito la ruota di un mulino. I villani arrivano ogni giorno a macinare il loro grano.

Parsifal se la strinse al cuore, e lei, dopo un po’ di affettata resistenza, lo lasciò fare.

Il cavaliere si rammaricò molto che lei avesse pianto tanto da generare un fiume, d’altronde la vita del combattente era quella e lui non poteva trattenersi tanto temp…

– Zitto, lo so. Ora so che il mio errore è stato cercare di trattenerti, mio cavaliere. Stavolta resterai perché vorrai tu.

Detto ciò, si liberò d’un gesto della tunica bianca che le copriva le carni sode e profumate, e i due si rotolarono in quella farina misteriosa che il mulino macinava, e che sembrava talco, ma non era.

Parsifal restò a lungo presso il palazzo.

La mattina andava ad ammazzare draghi, e qualche notte dimenticava di tornare. Ma alla fine un piccione annunciava sempre il suo arrivo, e Biancofiore, sospirando, gli faceva trovare le lenzuola ricamate e la coppa di vino sempre pronta.

Fu vedendo la coppa, un giorno che era stato lontano a lungo, che Parsifal si ricordò. Gli restava la missione del Graal.

Com’era possibile che si fosse dimenticato così?

lady-flora-goddess-of-blossoms-and-flowers-evelyn-de-morganSi affacciò al balcone e osservò un prodigio. Una giovinetta biondissima, il corpo alto e snello avvolto in una lunga tunica bianca, gli faceva cenno di avvicinarsi. Ma ogni volta che accennava a scendere, lei si faceva sempre più diafana, fin quasi a scomparire. Era una visione.

A un certo punto, quella splendida apparizione indicò la foresta, in direzione del castello del Graal. Poi sparì.

Parsifal non poté più né mangiare né bere. La notte prendeva Biancofiore in fretta, distratto, come se stesse liberando le viscere dopo un’abbuffata da fagiano.

Galahad Leaving Blanchefleur by Edwin Austin AbbeyBiancofiore mordeva il cuscino. Finché un giorno, mentre presiedeva alle operazioni del mulino, vide uno scudiero avvicinarsi, un sorriso mesto sul volto.

– Lo so, disse. So tutto.

Parsifal aveva raggiunto la fanciulla, che l’aveva condotto per tutta la strada riapparendo a ogni crocicchio, e sparendo ogni volta che il cammino si faceva dritto e piano.

Arrivato al castello del Graal, non la vide più.

Il castello non era mai stato così affollato. Sembrava che tutte le dame e i cavalieri dei dintorni si fossero dati appuntamento per un maestoso banchetto.

Il Re Pescatore era più mesto che mai.

Al momento della processione del Graal, la folla sembrava aprirsi attorno a Parsifal.

Assistendo alla sfilata di dame e cavalieri che portavano oggetti a lui incomprensibili, Parsifal si scoprì a chiedere:

– Cos’è il Graal?

– È la coppa della vita – rispose una voce soave.

Si girò sorpreso. Era la dama bianca.

Avrebbe voluto abbracciarla, ma lei fece no con la testa. Non rovinare tutto, chiedimi quello che devi, dicevano i suoi occhi.

Parsifal capì, la ebbe e la perse in un istante solo, quello in cui chiedeva:

– E a chi serve il Graal?

Le iridi azzurre della fanciulla si fecero acquamarina sotto una nebbiolina di lacrime. Sorrise felice e infelice insieme e rispose:

holy-grail_2059502f– Il Graal serve al Re del Graal.

E sparì. Finalmente il cavaliere aveva trovato la domanda giusta per rompere un incantesimo.

Il dolore di Parsifaal per la perdita fu coperto da un urlo, proveniente dal fondo della sala.

– Sono guarito!

Il Re Pescatore si alzò gagliardo dal suo trono e fece una specie di piroetta, che fu accolta da grandi applausi.

Poi abbracciò Parsifal.

– Grazie per essere tornato. Se fallisci una volta, bisogna sempre riprovare. Il Graal è fatto per questo, per svuotarsi e riempirsi di sangue per chi ne ha bisogno. Il sangue della vita che è vita e morte insieme, e amore, Parsifal. Amore.

Già. Amore.

Quando, di lì a poco, il Re Pescatore morì, Parsifal venne incoronato al suo posto. Governò giustamente e cercò di non smettere più di farsi domande. Anche quando le prime strie grigie cominciarono a solcargli i capelli sempre arruffati.

Un giorno, però, decise di uscire dal castello. Il suo cavallo era ormai vecchio e a riposo, ma volle proprio quello.

magiccastleRipensava alla gioventù che aveva barattato con la saggezza, come temeva sarebbe successo. E così non si accorse di esser passato fuori a un enorme castello, bellissimo, pieno di torri merlate e ponti levatoi. Come aveva fatto a non vederlo prima?

E quale re poteva essere più potente di lui, nel circondario?

Si fermò a chiedere. Una ragazzetta che passava saltellando tra i ciottoli di un ruscello familiare gli diede il benvenuto e lo chiamò “mio re”.

Com’era possibile?

– Di chi è quel castello, bambina?

La ragazzina sorrise un sorriso che conosceva, quello della dama bianca che un tempo l’aveva innamorato, portandolo via alla sua antica amante… Già, come si chiamava, quella là? Accarezzò la sua vecchia spada, che una notte di luna e vino rosso aveva appellato improvvisamente “Biancofiore”, e ricordò.

La ragazzina prese a correre veloce tra l’erba, e il vecchio cavaliere e il decrepito cavallo si lanciarono all’inseguimento.

Costeggiarono il castello saltando sassi e fossi, al di qua e al di là del ruscello che a un certo punto diventava un rapido fiume, solcato da ponti levatoi. Proprio vicino alla sorgente, la piccola guida si fermò di scatto, di fronte a una bellissima dama bionda.

La giovane si girò, e Parsifal trattenne a stento un grido. Aveva i suoi occhi.

– Chi siete? – gli chiese la fanciulla, turbata, raccogliendosi le vesti sontuose per avvicinarsi.

Sentì la bambina ridere alle sue spalle.

– Non vedi che è tuo padre, mia signora?

E la bambina diventò la dama bianca, si alzò in piedi, lanciò un ultimo bacio a Parsifal che la contemplava sbigottito e svanì nell’aria.

L’uomo e la fanciulla si contemplarono a lungo.

– Padre – riconobbe lei alla fine. – Ti facevo più alto.

Parsifal scese da cavallo, indispettito dal commento, e capì pure di chi era figlia quell’impudente.

– Adesso mi spieghi cosa sia successo, figlia mia. E dov’è tua madre. Devo chiederle perdono.

La ragazza represse un risolino.

– Non è necessario. Prima di tutto, perché mia madre ora è in un posto migliore. E poi, perché ti ha già perdonato da tempo.

E lo prese per mano e gli spiegò.

riverDopo la sua nuova partenza, Biancofiore aveva pianto ancora. Il ruscello era diventato un fiume lungo e solido e lei era diventata quel fiume, dissolvendosi nella spuma delle sue correnti, spogliandosi delle sue vesti e vagando sulle rive solo di notte, per cibarsi di erbe.

Fino alla notte di plenilunio in cui si era accorta di essere rimasta incinta.

Allora era tornata al palazzo, si era seduta alla tavola ormai spoglia e disadorna e aveva ordinato da mangiare.

Il giorno dopo si era recata al mulino e aveva preso a macinare con le sue mani. Osservando la prima farina non aveva creduto ai suoi occhi. Il grano era diventato oro puro.

Biancofiore era divenuta ricchissima. I contadini prosperavano e nella regione era sparita la povertà. La saggezza si era unita alla prosperità e nel regno, giacché la Nostra Eroina era stata proclamata regina, c’era l’abbondanza.

Biancofiore aveva dato alla luce una bella bambina con gli occhi del padre e i suoi capelli biondi, e mai più nella sua vita aveva nominato l’uomo che l’aveva abbandonata per seguire una chimera.

Solo la notte di luna piena in cui era sparita, per fondersi per sempre all’acqua del fiume (“È tempo, figlia mia, ti lascio in buone mani”), aveva detto alla ragazza che Parsifal, un giorno, sarebbe tornato.

Ascoltando quelle parole, Parsifal s’inginocchiò e pianse. Aveva passato una vita a lottare senza mai farsi le giuste domande, inseguito chimere e perso di vista l’amore, che l’aveva sempre aspettato lì accanto, senza mai reclamarlo né pregarlo, come solo l’amore sa fare.

– Non piangere, padre. È stato tutto necessario perché tu e io fossimo qui insieme, ora. Nessuno potrà più separarci.

E infatti nessuno, né Graal né dame bianche, poterono separare il re e sua figlia in quel prospero regno che non esiste più.

running_river__magic_falls_ad4b233da602f879aa877bb87097ed42Il ruscello, poi diventato fiume, sembrò sparire quando secoli più sfarzosi seppellirono sotto la falsa luce della ragione quelle gentili tenebre baciate dalla luna. Ma non era mai scomparso davvero, si era solo inabissato nella terra, inghiottito dalle sue viscere profonde e forti come quelle della donna che l’aveva partorito.

E scorre ancora, stanne certa.

Forse scorre proprio sotto casa tua.

jaimelannisterAvevo questo professore, più che altro un maestro di vita, che era completamente devoto al suo lavoro, tanto da non andare in pensione quando ormai gli toccava e quando le condizioni di salute gli suggerivano un’uscita di scena rapida e dignitosa.

Ma no, più forte dell’istinto di sopravvivenza era la paura di non riconoscersi più, una volta che non fosse entrato in classe e non avesse formato futuri professori da Attimo fuggente, come lui. Non perché si sentisse indispensabile per i suoi alunni, sapeva bene che nessuno lo è, ma perché loro erano indispensabili per lui, per la persona che credeva di essere e in cui s’identificava totalmente.

Quando eccelliamo in qualcosa, ci risulta difficile abituarci all’idea di essere molto più di quello. A volte dobbiamo perdere la nostra “eccellenza”, per accorgercene. Se abbiamo dedicato tutte le nostre energie a un rapporto ormai finito, sentiamo che la vita non abbia più senso. Una donna che si sia identificata tutto il tempo con la sua bellezza va in crisi pesante quando questa cambia con l’età. Un grande atleta soffre tantissimo quando deve ritirarsi dalle gare agonistiche. E poi c’è l’incubo della pensione, specie per gli uomini, abituati fin da piccoli a identificarsi nel loro ruolo di breadwinner.

Il mio prof., nonostante fosse buono come il pane, sapete a chi mi ha fatto pensare? A Jaime Lannister, quello di Trono di Spade. A una frase che dice dopo che gli uomini di Roose Bolton l’hanno catturato insieme a Brienne e gli hanno tagliato la mano. In quello che in TV è il quarto episodio della terza serie, dichiara: “I was that hand!”.

E, come spesso accade, la fiction è più reale della realtà, perché a partire da allora (a parte un rapporto forzoso con Cersei che è proprio gratuito, e nel libro non c’è manco) comincia per lui una nuova vita, migliore. Quando perde la mano che lo definiva come un gran cavaliere, ma lo “limitava” al ruolo di Sterminatore di Re, allora ha la possibilità di sviluppare completamente una personalità rimasta allo stato infantile, al tutto muscoli e incesto.

So che il mio professore non è un appassionato di best-seller, ma sarebbe bello che potesse arrivarci per conto suo. Al fatto che ciò che lui è va molto al di là di ciò che fa, che è molto più delle nobili lezioni che imparte ogni giorno, che esistono tante lezioni che la vita gli deve ancora insegnare e che evita perché gli scalfiscono questa bella maschera che lo limita nei movimenti da troppi anni.

Anche noi crediamo di “essere quella mano”, ogni volta che ci identifichiamo con una cosa sola: col nostro lavoro, col tentativo disperato di far funzionare una relazione, con la necessità in generale di soddisfare la nostra idea di ciò che siamo, trascurando tutte le altre cose che possiamo essere.

Jaime aveva ragione, lui era quella mano. Il suo personaggio, il fantoccio odioso che era diventato, lo era. Ha avuto bisogno di perderla per scoprire tutto il resto.

Che ne dite di arrivarci senza dover passare per esperienze così drastiche?

obama_mirror2-wm copy_thumb[2]Dicono che sono esagerata, e forse hanno ragione.

Ma non mi piace non essere vista. Non dico guardata, che ci guardano anche troppo, a mio parere, con sguardi finanche invadenti. Vista.

Mi capita sempre, nel bene e nel male.

Di cosa diavolo sto parlando? Di quando riceviamo continui inviti a uscire da qualcuno che diventa proprio pressante, che ci adula fin troppo, e allora ci chiediamo: vorrà proprio me, o fa lo stesso se mi chiami Carla o Dorotea, se i miei capelli siano corti o lunghi, rossi o neri? La morte di figa non perdona, io nemmeno.

Ma succede anche nel caso opposto, quando veniamo idealizzati. Io l’ho fatto spesso, mi capitavano situazioni in cui tutti  dicevano “ma è un coglione!”, e io per forza a trovarci il lato buono, esercizio molto nobile quando ci ricordiamo di riconoscere anche i numerosi difetti del soggetto in questione.

Allo stesso tempo sono stata idealizzata. Venerata come se fossi l’ultima frontiera della femminilità, da qualcuno che una volta finita la storia ha riservato lo stesso trattamento anche a chi venisse dopo di me, anche quando aveva caratteristiche totalmente opposte alle mie.

E allora, non sei mai contenta, potrete dirmi. Non è vero. Sono contenta se mi si vede così come sono, nel bene e nel male. Nell’umana interpretazione di quella che sono, questo lo posso accettare e non c’è altra via. Ma si veda me, e non una vagina ambulante o un’immagine idealizzata che resta sempre la stessa, a prescindere dalla donna su cui viene proiettata in quel momento.

È particolarmente doloroso quando è chi amiamo, a non vederci. Non tanto quando veniamo idealizzati, ovviamente, anche se quello a lungo andare può diventare davvero snervante. Mi riferisco a quando si sono già fatti un’idea fissa di noi e non importa cosa succeda, quanto cambino le circostanze e noi e gli eventi, quell’idea non cambierà.

Perché? Perché il papa non è re. O ci stiamo, o ci struggiamo finché non ci stiamo.

Anche in quei casi, io dico ok, non amarmi, ma almeno vedimi, vedimi come sono, non come l’incarnazione di tutto ciò che odi di te stesso, o, e lì sono proprio spacciata, di ciò che vorresti essere. Vedimi come sono, non significa che t’innamori di me, anzi.

Semplicemente, c’è gente che dice “amami per quella che sono”. Io ti dico: “NON amarmi, per quella che sono”.

A un certo punto mi è venuto il dubbio: e se mi succedesse di non essere mai vista perché lo faccio anch’io, con gli altri? Se non siamo mai visti perché neanche noi vediamo?

Se in realtà vedessimo nel mondo solo rapaci che vogliono solo approfittare di noi e trasformassimo in divinità quelli che non lo fanno, che anzi, a ben vedere non ci si filano di striscio?

Se è così, corriamo ai ripari. Magari cominciando a vedere la gente per quello che è, capendo che è un po’ più complicata di quanto ci facciano vedere i nostri criteri di giudizio (non è che uno passi la vita a perseguitarci o a non cagarci), potremmo avere delle belle sorprese.

O almeno si spera.

Avete un piano B?

Ne riparleremo.

gessopersonalizzatoLa mia prof. catalana di scrittura si presentò una volta in classe con un’enorme ingessatura al piede. Sostenendosi su stampelle malferme, ci raccontò di essere caduta in un fosso durante delle vacanze in famiglia. Trasportata al pronto soccorso, si lamentava col medico:

– Ora sto qui con un dolore atroce e questo gesso che chissà quanto dovrò tenere, mentre potrei stare ancora in escursione coi miei familiari, o a correggere i testi dei miei alunni, o…

Finché il dottore non la interruppe e le mostrò con un ampio gesto del braccio i suoi compagni di sventura, alle prese con fasciature analoghe o in stato semicomatoso per dolori di stomaco, o feriti da un incidente domestico…

– Cosa credi che sia successo, a loro? – le disse sorridendo. – Stanno facendo la stessa cosa. Perdono tempo prezioso a curarsi della loro sbadataggine.

Ecco, non so voi ma mi sono sentita spesso così. Costretta a perder tempo a curarmi per un incidente che poteva essere evitato. Mi sono ritrovata a trascinare a lungo una delusione amorosa che si vedeva profilare all’orizzonte da tre miglia di distanza, oppure a salire con un sospiro rassegnato le scale del dipartimento per vedere che sfuriata mi avrebbe fatto, quel giorno, il prof.

Tutti fossi che col senno di poi, ovviamente, sarebbero stati evitabili, ma noi no, ci siamo distratti “un attimo”. E quell’attimo è stato fatale. Fortuna che, in questioni meno spezzaossa e più esistenzialiste, l’attimo diventa piuttosto lungo, con più margini di correzione. Ma, miracolosamente, più tempo abbiamo per tornare sui nostri passi e seguire la strada giusta, meno sembriamo disposti ad avvedercene.

E quando ci ritroviamo col nostro bel gesso invisibile, che dovremmo fare? Be’, come per la mia prof., aspettare. Che la convalescenza abbia il suo corso. Intanto ce lo portiamo appresso, impariamo a stare sulle stampelle, zoppicando sempre meno, facendoci due bicipiti da paura mentre la gamba si rimette a posto da sola.

Abbiamo questo potere curativo che non dobbiamo sottovalutare, la capacità di risanare da soli se ci diamo il giusto tempo e la giusta pressione.

Io ho la sensazione sgradevolissima che le energie che ho perso a riprendermi della mia crisi mi avrebbero portato a fare tutto ciò che dovrò procurarmi quest’anno, con fatica e pazienza. Avrei potuto averle con me già da un anno, senza “perdere tempo” a soffrire, come la mia prof. se non si fosse distratta avrebbe avuto ancora la sua escursione e il tempo di correggere i nostri compiti, che nel frattempo si accumulavano.

Ma la convalescenza non si può evitare, quando siamo “rotti” dobbiamo ripararci, dentro e fuori. Diffido un po’ di certi richiami tipo “non lasciare che gli altri ti rovinino l’esistenza”, “non lasciare che il risentimento ti faccia perdere tempo”. Quando li uso, lo faccio in un altro senso: possiamo fare in modo che qualcuno smetta di insultarci, di darci fastidio quotidianamente, ma non possiamo decidere che “non ci rovini più l’esistenza”. Il dolore che si lascia dietro va affrontato tutto e curato da solo, come un’ingessatura.

Intanto che ci rimettiamo in sesto, possiamo riprendere i contatti con quella parte di noi che sa evitare i fossi, quella che ignoriamo per ascoltare le paure che ci spingono a sottovalutare i pericoli, pensando che non vederli ce ne terrà al riparo.

Durante una convalescenza non potremmo fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma impariamo tante altre cose che ci saranno utili quando, recuperate le energie, potremo finalmente metterci al lavoro. Con occhi nuovi.

E, possibilmente, con piede meno distratto.

welcomebackOra ci tocca un lungo gennaio. Pronti? Si parlava degli occhi infantili con cui ci siamo guardati durante le feste. La domanda è: riusciremo a conservarli, senza che il ritorno alla routine li offuschi?

Due estati fa andai a una specie di seminario a Parigi, attirandomi le ire della mia prof. catalana, per cui stavo facendo delle ricerche in archivio. Non fu un’esperienza folgorante, ma tornai rinnovata. Trascinando la mia valigia sul marciapiede di fronte all’Estació del Nord, ebbi la sensazione che la parte più importante di quel viaggio fosse il ritorno, perché avrei messo in pratica le cose importanti che pur avevo imparato interagendo coi compagni di corso.

Quante volte abbiamo avuto una sensazione del genere, al ritorno? Quella di essere diversi da come eravamo partiti e voler applicare questa diversità alla routine a cui torniamo. Eppure, a un certo punto, questa routine ci assorbe e non conserviamo che due o tre cose, quando va bene, del cambiamento che volevamo procurare. Succedeva fin da quando, tornati dal mare con tutti gli indirizzi dei nostri nuovi amici, ci scordavamo di scrivere oppure mandavamo, dopo tanto tempo, una lettera che non riceveva risposta. Al primo mese di scuola potevamo ancora scrivere “fuori uno” sulla Smemo, ma al secondo ci eravamo già fidanzate con quello dell’ultimo anno, con buona pace del milanese dell’ombrellone affianco.

Ebbene, vi dico che il cambiamento di quel seminario, in un certo senso, me lo porto dietro ancora adesso. Perché? Perché allora ho intuito come conservarlo: il cambiamento dev’essere miele, nella nostra vita, e non olio.

Dal mare tornavamo compatti e densi, come olio, e la marea della nostra vita quotidana ci travolgeva a poco a poco finché del cambiamento non rimaneva una lunga macchia sozza, sempre più piccola man mano che ci immergevamo nella normalità. Fino a perdersi nella pallida scia del ricordo.

Le lezioni di quel seminario, invece, furono per me come miele. Le mescolai pian piano nella vita di tutti i giorni, goccia a goccia, dosando bene: crediamo di non poter fare qualcosa da soli finché non lo facciamo (riferito al trasporto in aula di certi banchi a due posti); le persone sono arroganti con noi solo finché glielo permettiamo (litigai con un galletto italiano in classe che voleva sempre meic a provochescion); se non ci piace una cosa meglio smettere di farla, che perdere tempo per non scontentare nessuno (abbandonai una sessione particolarmente ridicola di Teatro dell’oppresso e me ne andai in giro per Parigi).

Certo, i primi momenti del ritorno sono i più ricchi di energia, e questo va usato a nostro vantaggio: io affrontai definitivamente un ex il pomeriggio stesso, nonostante i suoi ricatti morali. Poi, pian piano, lasciai che le mie nuove convinzioni si fondessero dolcemente con le ore di lavoro che mi aspettavano in archivio, per la gioia della prof. incazzata.

Facciamolo sempre, coi ritorni. Non pretendiamo di trapiantare la vita altrove in quella di sempre, senza anestesia. Lasciamo che si fondano pian piano.

A saperlo, quando tornavo dalle vacanze sporca di sabbia, che a portare il mare dolcemente tra i marciapiedi del paese l’avrei tenuto più a lungo con me…

Ora che so, invece, nessuno me lo può levare.

massimo troisiVabbuo’, io volevo farvi tutto un discorso sul passato che va lasciato alle spalle e muore Pino Daniele. Ecchecca’.

Ci provo lo stesso. Mi chiedevo come aveste passato queste feste. Mangiando panettone e giocando a carte? (Così accontento Nord e Sud). Qualcuno ha lavorato tutto il tempo e massimo rispetto, altri si sono presi una lunga vacanza.

Quelli come me, gli espatriati, avranno questa sensazione familiare di aver vissuto in una sorta di buco spazio-temporale, dormendo nella stanza in cui giocavano alle costruzioni e sentendosi interdetti alla cassa del supermercato, al momento di decidere in che lingua chiedere lo scontrino. Ma anche chi continua a vivere nel posto in cui è nato, nel rito delle feste di Natale vive giocoforza in una dimensione senza tempo, piena di ricordi e di attività sospese.

Per me è tutta salute, questo piccolo viaggio nel tempo che non ci assorbe, perché salvo qualche ovvia nostalgia sappiamo che qui non è più casa nostra, o meglio che lo sarà sempre ma il nostro presente e altrove. E allontanarci un po’ da quel presente, dalla casa in affitto che abbiamo in un altro paese, ci aiuta a vederlo meglio, a immaginarcelo, a programmarlo un po’, se vogliamo.

Le feste sono un’occasione d’oro, col cambiamento temporale che si portano in coda, per immaginare con calma e al riparo come vogliamo vivere questa nuova vita che tanto millantiamo su facebook e nella lista dei buoni propositi.

Sì, perché negli ambienti sicuri e conosciuti della nostra infanzia (un viaggio non sarebbe la stessa cosa) possiamo permetterci di cambiare occhiali, di vederci in un modo diverso, di dirci che quando torneremo alla nostra nuova casa vorremmo fare cose diverse. Di ogni tipo. Dal cambiare panettiere, che quello sotto casa è comodo ma fa pagnotte precotte, al non farci mettere più i piedi in testa da chi sappiamo noi, e smettere di dare a quella persona in particolare tutto questo potere sulla nostra vita. Tra un piatto di struffoli e una rimpatriata con gli amici abbiamo recuperato un senso di ciò che siamo, di ciò che vogliamo essere, e abbiamo scoperto che funziona anche lontano da quel contesto.

Anzi, le cose che ci preoccupano e ci angosciano nella vita di ogni giorno, viste da fuori sono quasi sempre sminuite, riprendersi i nostri occhi di bambini aiuta a vedere meglio lo scenario che ci siamo preparati da adulti. Anche le incongruenze.

E allora che facciamo, la deludiamo, la bambina che ancora si aggira tra le bambole impolverate che meditiamo seriamente di lavare?

Ok, quella voleva un castello e un principe azzurro e tutte quelle cose leziose che venivano comprese nel prezzo della casa di Barbie.

Ma su una cosa, scopriremo, siamo ancora d’accordo con lei: che dobbiamo vivere più meglio che possiamo.

E per una volta la maestra si sbagliava, a correggerla. Per una volta l’errore l’abbiamo fatto noi da adulti, a non accontentarla.

The-Hunger-Games-Mockingjay-–-Part-1-Jennifer-Lawrence-9Un anno fa, di questi tempi, mi svegliavo verso le 5 del mattino e avevo due possibilità:

a) piangere fino a cadere addormentata per sfinimento;

b) alzarmi, farmi una tisana e leggere The Hunger Games finché non mi si chiudessero gli occhi.

Riuscivo solo con The Hunger Games, quasi a rifarmi un’adolescenza che mi aveva insegnato poco.

Capirete ora che non ho bisogno di essere reduce da un tremendo naufragio, di quelli che osserviamo impotenti alla TV, per dire che quest’anno per me è una rinascita, una seconda opportunità. E voi non avete bisogno di conoscere The Hunger Games a memoria, per pensare altrettanto.

In un altro post dicevamo che il più grande grattacapo, quando decidiamo di cambiare pagina, sono gli errori del passato.

Le nostre scelte infatti ci vincolano, ci costruiscono, il fatto che improvvisamente le troviamo sbagliate non significa che le possiamo cancellare.

Ma se quest’ anno lo passassimo bene fin dall’inizio?

Per me possiamo farlo, se…

Se ammettiamo che spesso recitiamo una parte, da cui non sappiamo più sganciarci.

Se ce ne sganciamo.

Se abbiamo il coraggio di dirci cosa vogliamo davvero.

Se abbiamo il coraggio di ammettere che potremmo non ottenerlo.

Se abbiamo il coraggio di provarci lo stesso.

Insomma, immaginatevi l’anno perfetto che perfetto non sarà,  perché, come sempre, ci si metteranno tre fattori: noi, gli altri e il caso.

Ma immaginate che almeno uno dei tre fattori, il “noi”, funzioni bene. Che abbia imparato la cosa fondamentale: seguire la corrente.

Attraversare la vita più che cercare di forzarla, finendone attraversati. Sfidare i venti contrari senza pretendere di cambiare la corrente.

Non so, secondo me una cosa così potrebbe fare meraviglie.

Quindi, pazienza e olio di gomito e che sia un anno “perfetto” nel senso umano di perfezione.

Un anno passato a essere interamente noi stessi, esattamente come sappiamo fare.

Vedrete che basta questo.

Pubblico il rapporto annuale del blog solo per ringraziarvi per aver condiviso con me il cambiamento di stile e contenuti, sperando non vi siate annoiati troppo. A me avete fatto molto bene, spero di riuscire a ricambiare ogni giorno di più. Grazie e all’anno prossimo.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.300 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 6 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

miseria_nobilta5C’è un modo di fare la fame che è tutto originale, tutto nostro: non dircelo. Stare sempre lì con la sensazione di essere più o meno sazi, ma nella pancia, a tutti i livelli, c’è sempre un bel po’ di spazio che non riempiamo, né ci mettiamo in condizione di riempire.

Così, sul lavoro accettiamo mille umiliazioni, ce ne lamentiamo coi colleghi ma poi continuiamo a sorridere al capo e accettare le sue angherie. Oppure ci accolliamo tutto il peso di quell’associazione di volontariato, o semplicemente dell’addio al celibato dell’amica pretenziosa che vuole dromedari spogliarellisti e concerto live dei Take That, in ricordo dei vecchi tempi. La responsabilità dell’organizzazione, ovviamente, tutta su di noi. Che non amiamo deludere la gente, e allora diciamo sì a ripetizione.

Oppure in amore ci mettiamo sempre in situazioni in cui lottiamo disperatamente per ricevere un po’ di attenzione, ci impegoliamo fin dall’inizio in una storia che si preannuncia impossibile per il solo gusto di dimostrarci che non è vero. Nella migliore delle ipotesi diventa possibile dopo mesi e mesi di tossico, e dopo l’ebbrezza iniziale scopriamo che “non ci riempie”.

Ma è questo che cercavamo: non riempirci. Non essere mai sazi. Un po’ per dimostrare a noi stessi che possiamo vivere anche così, che possiamo mettere a curriculum una resistenza sovrumana (visto che crediamo di non poterci mettere molto altro), un po’ perché temiamo che, se poi ci saziamo, “quando inevitabilmente avremo di nuovo fame ci farà molto più male”.

Be’, se questa è vita, siamo proprio a posto. A proposito, come abbiamo fatto a decidere che la vita sia questo e la condizione di sazietà, di appagamento, di soddisfazione, sia l’eccezione?

Ancora una volta, con l’abitudine. Raccontandocelo ogni giorno, ogni ora, arrivando davvero a crederci perché volevamo.

C’è gente che si è fatta eleggere, in questo modo. C’è gente che non si è presa neanche questo disturbo.

E allora, dico io, se l’abitudine ci ha messo in questo guaio, quella ci tirerà fuori: alleniamoci alla sazietà. Ogni giorno. Come ho scritto altrove, si inizia da una sciocchezza, un regalo inaspettato che facciamo a noi stessi, poi diventa quasi automatico, ci abituiamo così tanto a star bene che sviluppiamo come un radar. Quando conosciamo qualcuno o ci propongono una situazione in cui rischiamo di star male, ci viene spontaneo dire no grazie, come ci veniva spontaneo accettare col brivido di adrenalina da mission impossible che scambiavamo per entusiasmo.

Io mi sto trovando bene a fare questo piccolo esercizio: che so, per i prossimi 21 giorni faccio una piccola cosa quotidiana per risolvere un determinato problema (per esempio, le manie di controllo). Non vedo l’ora che finiscano questi 21 per imparare qualcosa di ancora più eccitante: perché, man mano che si fa il gioco, non si tratta nemmeno più di risolvere problemi, ma di imparare cose nuove, che non si è mai avuto il coraggio d’imparare e che ora si assimilano con entusiasmo, un pezzettino al giorno. Come una cheesecake (tranquilli, c’è anche l’opzione vegana) che troviamo ogni giorno sempre fresca per noi sul tavolo della cucina.

E la gioia, come la cheesecake, è la più bella delle abitudini.

opendoorÈ il primo Natale senza la nonna, che viveva al piano di sotto della nostra villetta. Così un sacco di visitatori, abituati ad andarla a salutare prima di salire da noi, si mettono ad aspettare fuori la sua porta che qualcuno apra. Poi, improvvisamente, si ricordano e tornano indietro, verso casa nostra.

La più commovente è stata una zia, che ha fatto il percorso giusto ma ancora non riesce a ignorare la porta sprangata. Infatti ha dichiarato:

– Io sono tentata di entrare là, poi ricordo che in casa non c’è nessuno e ancora non ci credo. La vorrei sfondare, quella porta.

E io, ascoltandola, ho ripensato improvvisamente alla mia cocciutaggine nel cercare di chiuderla bene, la stessa porta che ora vorrebbero sfondare.

Sì, perché il primo nonno che se ne andò mi colse alla sprovvista, nell’onnipotenza dei 12 anni. Mi arrabbiai con Dio, che mi ero presa la briga di pregare di nuovo per l’occasione, e che mi aveva illusa col classico miglioramento prima della fine.

E decisi che avrei fatto da me, che la casa dei miei nonni ancora vivi (quella della porta da sfondare, per capirci, allora c’era anche il nonno materno) era solo molto fredda, molto fredda, e se avessi chiuso bene la porta avrei regalato loro chissà quanti altri anni di vita.

Quindi mi cimentai con zelo nel mio compito, arrivando a un passo dallo scardinare la maniglia.
Chiudevo così bene che aspettavo che scattassero ingranaggi che non avrebbero dovuto neanche esistere. Tie’, Padrete’, basta poco, che ce vo’.

Il nonno resistette altri 7 anni, con questo metodo portentoso, e la nonna se n’è andata all’improvviso un pomeriggio di maggio, dopo pranzo.

Da qualche parte, dentro di me, una piccola sentinella cocciuta sente come di aver fallito nella sua missione.

Fortuna che ormai la contiene una donna ancora giovane, o così si spera, un po’ provata da tutte le porte che ha cercato di chiudere sulla sua impotenza, finendone sempre travolta.

Quella donna là sa che le porte non vanno né sprangate né sfondate.

Solo aperte, finché ci è dato farlo.