tiparleròdamorNella puntata precedente si parlava della mia lacrimevole vita di bimba graziosa che si era ritrovata, all’epoca dello sviluppo, a scoprire di essere normaluccia anziché no, magari caruccia ma “non sto granché”, come sentenziai presto dietro gli occhiali da vista, che toglievo strategicamente quando i miei non erano presenti. La macchinetta era impossibile toglierla, per quello che mi è servita.

MA non buttiamoci giù, soffermiamoci sul quel “non sto granché”. Dicevo che due gemelle, una bellissima e tormentata e un’altra meno appariscente ma più serena, mi hanno dimostrato “plasticamente” gli effetti sul volto dell’autostima.

In effetti una cosa del genere era successa anche a me, quando una ragazza incontrata a un concerto dopo anni senza vedersi mi disse che ero molto più carina da universitaria che da liceale (nonostante qualche chiletto in più e un taglio sbarazzino poco “standard”), perché mi ero tolta “quella faccia da seccia” che in effetti sfoggiavo nell’ultimo anno al classico.

Ma le rassicurazioni altrui servono a poco.

Forse succede perché, una volta che vediamo che non ci toccherà sfilare in passerella a Milano, molte danno per scontato che “da quel punto di vista”, nella battaglia che ci siamo creati tra corpo e mente, sono inadeguate. Come se mens sana in corpore sano fosse una dichiarazione incomprensibile del compianto Boškov. Specie se abbiamo puntato su una carriera universitaria e ci siamo accontentate dell’equivoco per cui “le ragazze serie pensano soprattutto al cervello”.

Capisco il dare la giusta importanza alla bellezza, non mitificarla come fanno i media, ma non mi sembra giusto neanche negarla, nascondercene il fascino intrinseco che fa scattare petizioni, come mi segnalano giustamente, se il delinquente è bello.

Vedete che succede, a negare il potenziale della bellezza, solo perché non sentiamo di possederne?

Il modo in cui la viviamo fa tutta la differenza. Io, si diceva, mi sono premurata di innamorarmi solo di persone che mi confermassero la mia visione autosvalutante (e lo so, l’amore è complesso, ma sappiamo l’attrazione fisica che ruolo vi giochi). Ora che ho deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno, è cambiato molto. Non tutto, ma molto. Ho scoperto che quando capiamo che non siamo proprio uno sperpetuo, lo trasmettiamo anche agli altri. E facciamo molto più esercizio fisico, ci prendiamo più cura del nostro corpo, ci vestiamo come ci piace senza pensare al filo di pancetta che potrebbe emergere sotto i colori un po’ più appariscenti.

A me forse è andata bene, a rivalutarmi solo adesso: conosco un ragazzo che, senza diventare un modello (peraltro è rimasto bassino), si è ritrovato da un’adolescenza con problemi di scoliosi, di acne, di miopia e quant’altro, a una giovinezza in cui si è quasi letteralmente svegliato un giorno e si è scoperto un bel giovine. Lì, immaginerete, strage di cuori, eccolo pronto a “castigare” le stesse che non se lo filavano manco di striscio.

La stessa tentazione che a 30 suonati avrei a volte qui in Spagna, in un paese più generoso coi suoi standard, in cui le donne, fresche di transizione democratica, hanno imparato da meno tempo e quindi con meno complessi a darsi valore a prescindere dall’aspetto fisico.

Ma è questo “a prescindere” che, secondo me, ci deve spaventare.

Perché una cosa è il sacrosanto ribellarsi agli standard di bellezza, e una cosa la cecità selettiva di chi, per evitarsi delusioni (torniamo al tema paure), si rifiuta di conoscere il proprio corpo a favore di una mente che, lasciata sola, può tradire peggio di Giuda.

Ma degli standard parleremo nella prossima saga.

ioaltalenaOra, perché m’importa tanto della bellezza.

Potrei scrivere: perché sono una donna. Nata in una società in cui la bellezza è ancora un fattore di potere, per le donne, o uno standard da raggiungere, qualcosa da procacciarsi o con cui fare i conti ogni giorno, nell’impossibilità di essere all’altezza di modelli che al femminile si traducono nella solita idealizzazione feroce, che sia di zoccola o di madonna.

Ma questa supercazzola la lasciamo a discussioni sociologiche che qui non mi competono. Questa è la realtà per milioni di donne (e ultimamente di uomini), e ciascuna reagisce a modo suo. La cosa più importante è capire cosa significhi la bellezza per noi, per la nostra storia personale.

E io ero una di quelle bambine che dici, magari esagerando, “dovrebbe fare la pubblicità”. E siccome ero pure una bimba sveglia (me so’ perza p’ ‘a via) intuivo che la maggior parte dell’attenzione che mi dedicavano gli adulti, anche i perfetti sconosciuti, fosse dovuta a questo. Ergo, devo aver pensato, se non sono bella non sono più nessuno. Infatti, l’avrò già detto, mentre aspettavo di vedere mia mamma nel reparto maternità (e mio fratello si approssima alle 30 primavere) a domanda “Che vuoi fare da grande” risposi convinta “Miss Mondo”. Anche perché il posto di Madonna (l’originale, non la cantante) era occupato. E che te ne fai, mi venne risposto. Ti dicono “sei bella”, e poi? Come, e poi.

L’ “e poi” dovetti chiedermelo più tardi, coi denti cresciuti un po’ alla rinfusa, un naso improvvisamente uscito dagli angusti confini dell’infanzia, e lo scherzo della natura (e del ciclo precoce) di essere pin-up a 9 anni e minuta a 13: è frustrante vedere le coetanee cambiare mentre tu rimani sempre uguale, ti sembra di perdere una maratona che non hai mai neanche corso, prima ancora di avere gli strumenti culturali per dirti che non vale la pena correrla.

Per questo penso che, più dei discorsi sociologici su una realtà che si fa sempre più complessa e superficiale (e che comincia ad affliggere anche gli uomini, coi modelli di bellezza irraggiungibili), bisognerebbe partire da noi, dalla nostra storia.

Io sulla bellezza ho avuto la mia rivelazione grazie a due gemelle, identiche e splendide entrambe. Conoscevo solo quella misteriosa e tormentata, però, ovviamente amica mia.

L’altra la incontrai per caso in strada e… Immaginate la classica figuraccia che si verifica in questi casi. Lei, abituata, la prese con filosofia, mi diede due baci allegri e rise con me dell’equivoco. In quel momento, mi accorsi che era più grassottella della sua gemella, vestita in modo meno originale, e forse anche più, non so, più propensa a rimanere inosservata rispetto all’evidente “alterità” della quasi-sosia.

Ma in un certo senso era più bella, o di una bellezza diversa, più affabile, più attraente in senso letterale. Non capivo perché, finché non le guardai meglio gli occhi. Erano sereni, senza le complicazioni della mia amica “tormentata” come me. E il sorriso non era nervoso, ma aperto, sincero. La ragazza che avevo davanti mi stava insegnando la differenza tra lo star bene con se stessi ed essere insicuri.
E questa ovvietà da salotto, tradotta su un volto umano che ti si profila davanti, è una piccola rivelazione, meglio di Photoshop.

Delle sue conseguenze parleremo tra qualche giorno

rainingpeopleL’altro giorno un pompiere altissimo, nel caos di una strada piena di ambulanze e polizia e folla curiosa, mi ha seguito per un lungo istante con lo sguardo e con un sorriso birbone, di chi sa di essere figo e sta dicendo sì, sto guardando proprio te.

La mia reazione? Passare avanti. Con la testa alla nazionale appena eliminata dal mondiale, e al paradosso con cui avevo iniziato la mia giornata: certi occhi bellissimi che incontro per strada mi raccontano una cosa diversa da quello che in genere mi dicono gli unici occhi che m’interessino (e che se applicassero a se stessi i loro standard ci andrebbero a perdere), ma io credo solo a questi ultimi.

Infatti la mia reazione a quella piccola attenzione maschile è stata simile a quella di molti di voi, mi sa, messi di fronte a un complimento:

Chi? Io?

Voi come reagite, ai complimenti? Di qualsiasi genere, eh. C’era una vignetta divertente in giro su Internet, raffigurava una che come reazione cominciava a balbettare, che ignorava l’interlocutore, che addirittura s’incazzava per le parole gentili.

Di solito per prima cosa, come ci hanno insegnato educatamente fin da piccoli, ci rifugiamo nella falsa modestia. Che, ripetuta per una vita, diventa modestia vera e si considera una grande qualità, anche perché con la schizofrenia che ci contraddistingue nella società 2.0 l’alternativa è un’apoteosi dell’ego.

E allora no, testa alta, occhi bassi, e qualsiasi evento che esuli dalla nostra insicurezza, che non ci confermi la visione che abbiamo di “non essere abbastanza”, viene passato sotto silenzio.

Da adolescente, quando mi guardavano per strada, mi dicevo “il reggiseno che mi sono messa oggi sarà troppo imbottito”. Oppure: “si sa che da queste parti sono tutti maniaci”.

“Si sa che in chat sono tutti maniaci”, mi sono sentita dire tempo fa, quando rivendicavo stupidamente un “certo successo di pubblico” che gli occhi riottosi di turno già mi concedevano, col malcelato disprezzo di chi è determinato a distinguersi dalla massa.

E mi sono sempre premurata di trovarmi occhi del genere, o almeno, hai visto mai, d’innamorarmi solo di quelli. Occhi da cercare di conquistarmi invano, che non mi facessero correre il pericolo di uscire dall’angolino in cui mi fossi chiusa da sola.

L’angolino di chi non ha nessuna colpa per non soddisfare tutti gli standard di bellezza di un’epoca di apparenze, e allora risolve la questione “cosa mi ha dato madre natura” buttandosi giù di default. Che come donna si è trovata di fronte al modello schizofrenico del “devi essere bella ma anche intelligente, e non puoi essere troppo entrambe le cose, neanche se ne avessi la possibilità”.

E non crediate che sia un discorso che riguardi solo le donne. Forse, anzi, negli uomini tutto questo prende una connotazione particolarmente dolorosa, perché chi tetiene il potere, direbbe Abatantuono, ha standard ancora più alti da soddisfare, prove di valore da fornire senza il conforto di tutta la riflessione che accompagna, invece, le categorie discriminate.

Quindi tutto congiura nella nostra vita perché, se un giorno ci capita qualcosa di bello o semplicemente di buffo, simpatico, di troppo bello per essere vero, per l’idea che abbiamo della vita come sofferenza, la nostra reazione sarà Chi? Io?.

Ho un paio di esempi carini da fare, ma li vedremo insieme la prossima volta.

acquaTempo. Ultimamente, si parlava di quello, da queste parti.

Del tempo che perdiamo a non ammettere di aver perso tempo.

Di aver trascinato inutilmente una relazione che è andata male, un progetto di lavoro che non funziona, una disputa senza vie d’uscita.

E per una volta vi risparmio la solfa, in cui peraltro credo molto, dell’insegnamento che ne possiamo ricavare, del tempo che non è mai perso se impariamo, del “possiamo scegliere come reagire”. Perché non cancella una realtà ovvia, lapalissiana: una cosa brutta che ci è successa, ci è successa, indipendentemente da come reagiamo.

Penso alla più grande tragedia dell’umanità, i genitori che perdono i figli. Magari in qualche stupido incidente che poteva essere evitato. Alcuni si chiudono nel proprio lutto, altri fondano associazioni, si battono contro la causa della morte del figlio, della figlia. Sono reazioni diverse, ugualmente accettabili, ci mancherebbe, alla stessa cosa. Chi può dire se elaborano meglio il lutto quanti si chiudano nel dolore, se non lo accettino meglio di chi si accanisca nella ricerca degli assassini, nella speranza vana di vedersi restituito il figlio.

Fortuna che in genere non dobbiamo affrontare niente di così grave.

Ma brucia.

“La mia relazione è fallita. Non mi ha mai amato, ho fatto di tutto, di tutto. È durata un anno. È venuta un’altra persona, in cinque minuti gli ha preso il cuore, ha avuto tutto quello per cui ho lavorato, mendicato, implorato”.

“Il progetto è andato a monte. Ci ho investito soldi che avrei potuto impiegare in un mutuo, ho chiamato la gente giusta, ci ho messo la buona volontà e le mie energie. Niente. Sembrava che le cose andassero storte apposta, che una mano invisibile le sabotasse”.

“Devo ritornare in Italia. Le ho provate tutte. Il padrone di casa non mi ha concesso una proroga, è il terzo call center che cambio in tre mesi. Mia madre ha bisogno di me per il negozio. I miei amici se ne stanno andando. Che sono partito a fare cinque anni fa, che adesso che torno mi ritrovo gli amici sposati e con la loro vita. Chissà se riesco a integrarmi di nuovo”.

Sì, brucia.

E possiamo reagire come vogliamo, ci ha fatto male lo stesso. Fa male lo stesso.

Ma a volte, se lavoriamo abbastanza e abbiamo fortuna, si arriva a una consapevolezza come quella (ma ognuno ha la sua) che ha preso me ieri sera. Pensavo proprio a questo: al fatto che, indipendentemente da come reagissi, da se scrivessi questo blog o no, da se per un incredibile scherzo del destino mi ritrovassi coi miei desideri di un tempo realizzati, quello che è successo è successo.

È atroce.

È uno schifo.

È passato.

Sì, passato. Improvvisamente mi sono resa conto che niente di quanto fosse successo mi circondasse in quel momento. Che ci fosse il dolore, il rimpianto, la confusione, ma non la “cosa”, l’avvenimento in sé. Che in quel preciso istante ci fossi solo io, uguale e diversa rispetto a quella che fossi al momento dei fatti.

Sana e salva, più o meno, più resistente, e tuttavia ostinata a costruire la mia vita intorno a qualcosa che è passato, svanito.

Non svaniscono le conseguenze, ovviamente, di questo passato che finalmente lasciamo andare. Non svanisce l’amore, o il rimpianto, o il buco nel conto in banca.

E non svanisce il fatto che il tempo “perso” a soffrire avremmo potuto impiegarlo a inaugurare altri dieci progetti di lavoro, a conoscere altri dieci candidati a rovinarci la vita come meglio credessero (sorrido).

Ma, si diceva, resto io. Uguale e diversa. Quel diversa mi è costato tempo e lavoro, ma mi piace.

E allora sì, che conta la nostra reazione. Allora sì, che sono contenta di aver vissuto il dolore fino in fondo (perfino di vivere quello che resta) e di averlo usato per cambiare.

Quando mi renderò conto, quando ci renderemo conto anche che rinunciare alle cose che non fluiscono, a volte, è l’unico modo per far sì che accadano? Magari non le stesse (o forse sì?), ma ne accadono di buone, utili, felici. Quando ci renderemo conto di questo neanche il tempo sarà più qualcosa di perduto.

Diventerà il giusto tempo passato a soffrire, prima di occuparlo nella cosa più importante: lasciarci vivere.

clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.

sempre_speranzaNella puntata precedente vaneggiavo del sollievo che ci porta a continuare a soffrire. E non mi ero nemmeno drogata per l’occasione.

Argomentavo che il sollievo dopo l’ennesima riappacificazione con un compagno che evidentemente non ci fa bene, o quello di tornare a casa dal nostro lavoro interinale senza essere stati ancora licenziati, sanno più di disperazione che di reale serenità (e qui, lo so, scatta un grande “grazie al…”).

Non sto dicendo di dover per forza estirpare il dente. Chiudere la storia prima dello scossone finale, licenziarci prima di aver trovato un altro posto o formulato un piano B.

Dico solo che a volte ci rifiutiamo di provare un dolore che, a lungo andare, potrebbe portarci a star meglio. Il dolore che si prova nello sbarazzarsi di qualcosa che non funziona (e spesso non è una persona, ma un nostro atteggiamento, una nostra convinzione), e ricominciare con più decisione.

Ma è un’operazione che fa male e porta con sé un esito incerto.

E allora lasciamo che il dolore ci consumi a poco a poco, in un circolo vizioso di illusione-delusione-illusione.

Io non ne sono ancora uscita, perché mi arrendo sempre a fatica alla grande evidenza dietro al sollievo: non posso ottenere tutto quello che voglio. Ci hanno ingannati, sia quando dicevano che eravamo gli artefici della nostra fortuna (invece di stabilizzarsi machiavellicamente su un cauto 50%), sia quando sostenevano, al contrario, che fossimo nelle mani del destino.

Ma non possiamo ottenere la resurrezione dei morti, l’amore di chi non ci ama, e ultimamente manco un lavoro a tempo indeterminato che sia davvero tale, con tutte le condizioni al posto giusto per essere sicuri che non ci licenzieranno in uno schiocco di dita.

E allora forziamo la mano, navighiamo controcorrente, che fa sempre figo (e io sono la prima), e ogni minimo segnale che le cose andranno come vorremmo noi, o che non andranno per forza in senso del tutto contrario, è benvenuto. Fino alla prossima delusione. A cui seguirà un’altra illusione, col suo bel carico di sollievo.

Imparare che possiamo aspirare a più del sollievo, che possiamo arrivare alla serenità, non si fa dalla sera alla mattina. Io ci lavoro da mesi, ormai, e ancora devo vedere la luce.

Soprattutto, dovremmo imparare a “sentirlo”, quando possiamo sperare e quando lasciar perdere, invece che ascoltare gli amici che ci dicono sempre lo stesso, come se riuscissero a convincerci.

Per ora mi tengo caro il famoso detto “la gente spera di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose”. Lo dice anche il buon Watzlawick: introducendo un piccolo cambiamento in un sistema, piccolo e costante, il sistema dovrà cambiare per forza.

La mia impressione è che tutto quanto non segua un flusso più o meno spontaneo ci stanchi enormemente: ci incaponiamo in una storia che non “fluisce”, appunto, o ci intestardiamo nel portare avanti un progetto che ormai ci costa più tempo e denaro dei guadagni che ci darebbe secondo le più rosee previsioni. Le tregue che ci concediamo quando proprio non ce la facciamo più le chiamiamo tranquillità, e spesso sono solo questo sollievo sterile che porta a un altro giro, a un’altra corsa. Come se, per provare un po’ di tranquillità, dovessimo crearci lo stress, come se non riuscissimo a vedere la bellezza che negli interstizi dell’orrore. Invece la bellezza è gratis, quella sì che potremmo esigerla da noi stessi in ogni momento.

E ribadisco, sono la prima a non arrendermi di fronte al “non è girata”, ma mi rendo conto di trovarmi sempre in un equilibrio precario tra lottare per ciò che voglio e accanirmi in qualcosa il cui esito non dipende da me.

Si tratta di non pretendere che cambi “per forza” come vogliamo noi. Di imparare a sperare che lo faccia come ci converrebbe.

La speranza, maledetta stronza.

sollievoSecondo me, proviamo sollievo per le cose sbagliate.

Ok, ancora una volta parlo per me. Ma scommetto che pure voi, qualche volta, avrete provato sollievo per qualcosa che invece avrebbe dovuto allarmarvi.

Ve lo ricordate, il povero Giacomo Leopardi martoriato da facebook, quando diceva che la gente chiama felicità la fine del dolore?

Più o meno stiamo là. Chiamiamo sollievo, a volte, la promessa di continuare a fare, per inerzia, quello che ci fa star male.

Il sollievo è apprendere che per un po’ non staremo peggio. Anche quando star peggio, magari, sarebbe solo la premessa a star bene.

Esempio. Ricordo un amico, a Napoli, che litigava costantemente con la fidanzata. Erano male assortiti, per differenza d’età, d’interessi… Ma, come accade con le grandi passioni, questo particolare era stato ignorato nei mesi dell’idillio ed era affiorato prepotente quando la vita aveva ribussato alla porta, esigendo attenzione. Allora, era diventato tutto un litigio continuo, soprattutto per telefono. L’amico gridava ogni volta che sarebbe stata l’ultima, poi cominciava a temere che lo fosse davvero. Finché una nuova telefonata della ragazza, con l’ennesima tregua, gli “salvava” la serata e lo faceva sentire risollevato.

Finisce bene: una volta si lasciarono davvero e lui ora è con una che lo fa sentire davvero amato.

Lì diventa una malattia, me ne rendo conto, uno di quei problemi che stai peggio a risolverli che a lasciarli così. E allora si vive di piccoli sollievi.

Al lavoro mi capitavano situazioni analoghe, quando improvvisamente chiamavano qualche collega “al piano di sotto”, dove c’era il manager, e lo vedevamo tornare, raccogliere le sue cose e salutarci. Ok, il sollievo del “non è toccata a me” c’era quasi sempre, collegato a spiegazioni varie tipo “non lavorava bene, veniva sempre tardi, si è preso quelle ferie inspiegabili che poi ha prolungato”. Non so se avete presente, per drammatizzare un po’, la scena di Trono di Spade in cui Gregor Clegane sceglie il condannato del giorno per il suo simpatico interrogatorio: uno dei candidati era sicuro di non essere mai scelto perché lo guardava dritto negli occhi durante la selezione. Finì per essere preso, come gli altri.
Io, più modestamente, un giorno fui convocata con l’intero dipartimento e ci fu annunciato che saremmo stati licenziati tutti, in tronco.

E senza la possibilità di salutare gli altri, che provassero il loro momentaneo sollievo prima dei licenziamenti del pomeriggio.

L’azienda in questione ora naviga in pessime acque, eh, non è che questi metodi la facciano sempre franca.

Ma il sollievo che ci accompagna in questo e altri casi dovrebbe farci quasi tenerezza, non trovate? Perché ci diciamo di stare in una situazione “senza via d’uscita”, quando una via d’uscita c’è. Solo che è molto dolorosa.

Non aspettatevi di trovarla nella prossima puntata, che ancora devo arrivarci anche io, ma continueremo a ragionarci su. Se intanto qualcuno la trova la postasse, in palio una paella e la mia eterna gratitudine.

james deanQuelli come me si credono unici, e non si accorgono di essere un marchio registrato: il Giovane Holden ha commosso una generazione, magari la parte più sfaccimmella e interessante, ma una generazione. Desigual, poi, è proprio l’emblema del conformismo anticonformista.

Quelli come me vengono da realtà piuttosto chiuse, province denuclearizzate o fin troppo nuclearizzate che non cambiano mai, e allora si possono fare scudo di questa cosa, di essere “gli ultimi giusti”, quelli che non si sono piegati, quelli che andavano a fumare nei cessi a scuola o, ancora meglio, non ci andavano e si sentivano ancora più alternativi. Quelli che o se ne sono andati a Berlino e a Londra a vivere “in un paese civile” o, ancora meglio, sono restati “perché bisogna avere il coraggio di cambiare le cose”.

Quelli che vanno contro quelli che benpensano.

E non si rendono conto che la cosa che più proclamano, la loro unicità, è l’unica cosa che non possano rivendicare, perché di “unici” al mondo ce ne sono tanti.

Ma no, siamo (ecco, parliamo alla prima plurale, così non faccio la gnorri), siamo troppo impegnati a fare due cose:

– gli alternativi;
– gli incompresi.

A fare quelli che il Mondiale lo guardano ma con riserva, sperando che vinca il Costa Rica o torturandosi nel loro tifo complesso per l’Italia, che si capisca, eh, che è complesso, se non fosse per il fanciullino di pascoliana memoria che si portano dentro (ma ai tempi di Pascoli a scuola loro leggevano Jim Morrison o uno sconosciuto poeta dialettale del loro paese) pascolerebbero nella più rigida ortodossia intellettuale.

E quando si accorgono che a non guardare il Mondiale, in effetti, sono in tanti, senza dover ripetere a se stessi quanto siano intelligenti a essere maschi etero MA non guardarlo, quando si accorgono che in tanti guardano solo Rai3 o i canali di notizie e considerano il fumetto un genere letterario di tutto rispetto e il porno un genere da rivalutare, allora fanno le vittime… Quando se ne accorgono, fanno le vittime di se stessi.

Tutto pur di non fare la cosa di cui hanno più paura: se stessi, appunto. E magari vivere, ogni tanto.

Perché, se i fratelli conformisti hanno sempre avuto un’ideologia dominante a cui far capo, senza mai sentirsi soli, questi giovani Holden de noantri (a ben vedere, proprio noantri) l’ideologia, l’immagine di sé, hanno creduto di ritagliarsela su misura, guarda caso usando lo stesso metro di tanti loro simili.

E adesso se la ripetono a pappardella, in primis con se stessi, proprio mentre Internet ci dimostra quanto siano generalizzati i nostri gusti, quanto sia vero che c’è una stragrande maggioranza che ascolta musica che odiamo e sembra pensare col culo, ma poi a ignorare l’enorme minoranza che la pensa come noi peccheremmo di disonestà intellettuale. E l’onestà intellettuale è il nostro migliore scudo.

Perché questo, ci serve, uno scudo. Uno scudo per le battaglie contro i mulini a vento che coraggiosamente portiamo avanti fin dall’infanzia, fin dall’adolescenza di disadattati che nessuno ci toglie, fin dal coraggio che pure abbiamo dovuto mostrare a rifiutare il primo tiro di canna o ad accettarlo, a seconda, a partire o a restare, ad avere il coraggio di essere noi anche se non eravamo previsti dalla definizione corrente di “noi”.

Ma poi è finita lì. Questo scudo non l’abbiamo mai abbassato e finiamo per fare i “noi” all’infinito, a riunirci, ad accoppiarci, a divertirci tutti allo stesso modo, e dire di essere diversi da “loro”. Tutti. Finché non ci si comincia a chiedere questi “loro” esattamente chi siano, e non ci si rende conto che “i fan di Beyoncé” o “i berlusconiani” come risposta è un po’ laconica.

E allora che fare?

Io un’idea ce l’avrei: cercarli in noi, questi “loro”. Li abbiamo corteggiati tutta la vita, respingendoli con fervore. Abbiamo costruito l’intera esistenza intorno a un “loro” da respingere, forse nessuno più di noi è preparato sull’argomento (loro, infatti, non sanno nemmeno di essere loro). E una volta trovatili, dire “amen” e finalmente vivere.

Non accontentarci di essere l’alternativa tutta uguale (anzi, disuguale) a un generico “loro”, e a fare gli ortodossi dell’ideologia finché non si tratta di guardare un Mondiale, i duri e puri finché non si tratta di chiavarsi una vrenzola.

Il mondo era minaccioso a scuola, va bene, era “minacciosa” la domenica in chiesa con mamma, concediamoci anche questo. Ma adesso siamo adulti, abbassiamo lo scudo e la prosopopea e guardiamo in faccia la nostra paura di essere uguali a tutti quanti.

Affrontiamola, anzi, invitiamola a prendersi un caffè, come farebbe “uno qualunque”.

Forse ci dirà più cose lei di noi stessi che tutte le storielle autoesaltanti che ci racconteremo da qui alla morte.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOh, quella volta che è possibile scegliere, scegli.

Nella puntata precedente si parlava di un bivio. Della facilità con cui tu e io ci chiudiamo in un angolo nella nostra vita, perché ci spaventa l’idea di non poterla controllare tutta, e allora “almeno” ce ne ritagliamo un angolino e ci osserviamo vivere.

Perché lo facciamo? Per paura.

Ti infili in relazioni “metà e metà” perché temi di soffrire in un rapporto più stretto. Finendo per soffrire in un rapporto metà e metà.

Accetti lavori gratis per paura di ritrovarti senza stipendio (questa si commenta da sola).

Finché proprio quella parte della vita che non puoi controllare, quella che eviti chiudendoti in un angolo, ti dà la salvezza.

Ti fa naufragare.

Perché si fa sempre naufragio, ricorda Adriano nel libro della Yourcenar.

Cos’è, che ti ha fatto fare naufragio?

Cosa ti ha fatto ritrovare con la tua bella zattera di fortuna al bivio dei bivi?

E anche se qui andiamo sulle metafore acquatiche, come ogni bivio che si rispetti ha una via stretta e una larga. Spetta a te fare distinzioni.

Una delle opzioni è quella di non uscire dal tuo spazio vitale, decidendo che tutto quanto ti succeda da lì, ti vada bene. Ti lamenti ma non molli, anzi, lavori pure sodo, accusando la sorte per non averti fatto trovare tutto quello che ti serve a portata di mano. Fallisci sicuro, ma potrai accusare “il destino” per non averti dato questa o quella opportunità. E magari spararti qualche palla rassicurante a fine tragitto, stile forse era giusto così, forse ma forse ma sì.

L’altra è quella di uscire dall’angolo e, come recita una preghiera famosa, accettare la parte della tua vita che non puoi cambiare, cambiare quella che puoi, e imparare a riconoscere la differenza. Non è sicuro che tu fallisca, né che riesca, se è per questo. Ma non potrai accusare il “destino” che per quelle due-tre cose che proprio ti sono girate storte all’improvviso, “se no…”.

Non sono scelte facili perché non è che una sia il paradiso e l’altra Armageddon.

E capisco perché scegliamo spesso la prima. Alla fine, non ce ne accorgiamo nemmeno, ed è così facile che le cose vadano male comunque, a prendere il timone della nostra vita, che meglio metterci da parte, fedeli al fatto che prima o poi il caso farà da sé. Come spesso accade.

Ok, avrai capito che sono di parte. Io posso solo dire che da quando ho preso la seconda strada le cose mi vanno molto meglio. E non perché abbia coronato grandi sogni d’amore o trovato il lavoro della mia vita o avuto chissà che colpo di fortuna.

No, semplicemente mi sento più serena. So che non potrò calcolare tutte le mie mosse, ma ragionevolmente saranno buone. Arrendendomi alla parte di vita che non controllo ne sono diventata amica e coautrice. Con risultati alterni, ma grandi possibilità di miglioramento.

La scelta l’ho fatta, insomma.

Qualunque cosa scelga tu, sappi che stai scegliendo.

La libertà di scegliere, di farlo davvero, non è cosa di tutti i giorni.

nobodyputsbabyinthecorner… tranne te. Siamo noi a chiuderci, spesso e volentieri, in un angolino, da cui guardare il mondo senza parteciparvi. Ci sarà pure un motivo per cui la frase del titolo sia la più famosa di Dirty Dancing, film nazionalpopolare che, come si suol dire, “parla alla pancia”, e almeno quello lo fa bene.

A metterci in un angolo siamo proprio noi.

Ad accontentarci. Che non è rinunciare saggiamente alle cose che non dipende da noi ottenere, o smettere di accanirci nella ricerca. No, accontentarci è metterci da soli in un angolino della nostra vita, contenti di aver trovato almeno quello. Tanto, mica si può avere tutta la stanza.

Sicuri? Ok, magari la stanza no, ma uno spazio vitale più grande?

No, ci chiudiamo da soli nell’angolo, con lo stesso entusiasmo con cui a Barcellona vanno a mangiare indiano con Groupon in un vistoso ristorante del ricco Eixample, che offre roba mediocre agli stessi prezzi dei veri indiani del Raval.

Ma era un’offerta, vuoi mettere?

E allora, vuoi mettere anche la necessità di ricordarti che la tua vita non è un 3 x 2?

Ma niente, tu come me fili nell’angolo, hai visto mai ti tolgano pure quello.

E allora come me ti accontenti di lavorare gratis, meglio che niente, poi dice che mi assumono, e poi hai idee migliori?

E ti ritrovi a dedicare tempo a gente che ti dà le briciole del suo, a mendicare le attenzioni di chi, quando non ha voglia di sesso o coccole rassicuranti, ti dedica al massimo un saluto su facebook. Finché non ti mette da parte, un bel giorno, magari per qualcuno dispostissimo a riservargli lo stesso trattamento che ha propinato a te.

E finisci per sacrificarti per tutti, senza mai saper dire di no, perché è così che va, perché se nella tua vita non pensi di meritarti che un angolino, figurarsi in quelle degli altri.

Ora, se n’è parlato ampiamente in precedenza, hai ragione. Almeno quando intuisci che tutto lo spazio non lo puoi avere, non come vorresti, almeno. Non con la libertà di controllare tutto ciò che vi succeda, il traffico di persone ed eventi e le improvvise virate della sorte.

Ma questo è un buon motivo per chiudersi in un angolo e costeggiare la vita?

E non parlo di quando ormai la ruota va avanti da sé, di quando ormai hai messo la faccia in quel progetto e sei comprensibilmente riluttante a lasciarlo cadere, a quando sei talmente innamorato o talmente frustrata da una relazione sbagliata che non riesci a staccartene e deve intervenire qualcosa di esterno (un’altra persona, un trasferimento per lavoro) per farti mollare la presa.

Parlo del sublime momento (che non è mai un momento, abbiamo tempo per prepararci) in cui tutto questo può essere evitato.

Ed è un momento che comincia alzandoti dall’angolo, senza aspettare il ballerino trappano di turno che ti porti sul palco a ballare la pachanga.

È il momento in cui sei di fronte a un bivio.

Ma ti ho già ucciso abbastanza la salute, di questo bivio parleremo la prossima volta.