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Bansly_Monnalisa-e1444993184395-1024x680  Una volta, a un mercatino di beneficenza, l’organizzatore dell’evento successivo prese a sollecitarci perché concludessimo in fretta e gli cedessimo i tavoli che usavamo come bancarelle, indispensabili per la sua triste cena associativa. Alla terza sollecitazione sgarbata gli risposi per le rime. Allora una compagna buddista, immaginatevi la scena, si avvicinò a me, che ero diventata verde col fumo che mi usciva dalle orecchie, e mi sorrise:

– Lascialo stare, Maria. Vedi, è una persona arrabbiata, che trasmette molta rabbia. Se lasci che ti prenda, diventi come lui. Vedi come sei alterata? Lo stai già facendo.

Ora, il mio stomaco è più debole di quello dell’ammirevole compagna e la prima tentazione che m’investe è ancora quella di trasformarmi in Super Saiyan.

A volte, dunque, m’invade il dolore altrui.

Travestito da rabbia.

Lo fa all’improvviso, quando scorro la home di facebook e mi ritrovo uno status di Salvini. Capirete che uno dei privilegi di vivere fuori dall’Italia è scegliere quando farmi intossicare la giornata da cose del genere.

Stavolta, però, Salvini viene a “casa” mia (anche se virtuale) a vomitarmi banalità sugli immigrati, la cui cacciata dovrebbe restituire ai suoi (e)lettori il lavoro e la stabilità che neanche il Padreterno può contendere alle banche e ai governi che le proteggono.

Allora m’incazzo, e faccio male. Perché così ha vinto lui, e ha vinto il fascistello che mettendo mi piace a tante ipocrite ovvietà mi ha intossicato il caffelatte.

Infatti sono pochi, i conoscenti che si bevono sta roba, e quasi tutti “hanno sofferto da piccoli”. Non è una condicio sine qua non, magari lo fosse, così avremmo un’indagine sociologica esaustiva. È quello che succede ai miei contatti, e a volte a me.

È la tentazione che ho avuto alla lettura della mia tesina di master, quando ho scoperto in commissione la professoressa che aveva tenuto un intero corso di norme di stesura tesi che avevo bellamente ignorato, e che ora con garbo e dovizia di spiegazioni mi abbassava il voto.

Per non incazzarmi con lei, vedete che analisi complicata mi toccava fare: lei è puntigliosa, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma ha ragione quando mi segnala dei problemi nel testo, ma voglio continuare a fare di testa mia, sì ma devo migliorare.

Non è più facile dare la colpa a quella grande zompapereta?

Peccato che non funzioni, né con me né con gli altri.

Mi spiace che tu abbia perso il lavoro, o euroscettico, o che a 30 anni stia facendo uno stage. È colpa dell’Europa? Sì, anche. Allora sostieni Farage? Sicuro che recuperi lavoro e stabilità, eh.

Mi spiace che ti sia morta la mamma per una malattia contratta sul lavoro, amico hooligano, ma non è colpa “dei zincari”. Prendertela con loro non ti restituisce tua madre, né ti migliora la vita. Ti rende solo più rancoroso e cattivo. Devi addirittura chiamarmi buonista, per non vedere quanto ti sei incattivito tu, e per niente.

Perché è inutile, tutta questa rabbia che scarichiamo sempre su qualcun altro quando la colpa o è nostra o non è di nessuno, o è proprio di chi ci invita a dare la colpa ai soliti che ci sono abituati.

È inutile perché non risolve niente. È solo bello crederci.

Come lo shampoo schiarente che ti promette capelli platino “ma comunque sani”, o come quei tutorial tipo “ADDIO CELLULITE!111!! coi fondi del caffè sbruscinati sui fianchi”. Facile e indolore. Peccato non funzioni.

Ma questi sono fatti di chi ci crede.

Il mio problema è che la rabbia altrui, come il dolore che la muove, è contagiosa. Ed è un peccato, farsene travolgere. È un’altra cosa inutile, che stavolta sottrae energie anche a noi che ci caschiamo.

Allora sorrido, cancello il post di Salvini, non prima di avergliene dette quattro, e torno a pensare ai cazzi necessari.

 Avete presente il luogo comune “Non devi piacere a lui, ma a te stessa?”. Va bene anche la versione maschile, può diventare unisex.

Ebbene sì, sono qui per ribadirlo. Ne sentivate il bisogno? No? Peccato.

Perché è una di quelle frasi fatte così vere che ce le dimentichiamo, le scartiamo pensando o che abbiamo imparato la lezione o che alla fine è una cagata, e facciamo i bastian contrari pure su questo.

Io sono qui per ricordarvela per un motivo: è una frase che a sottovalutarla costa tempo e denaro.

Non ci credete? Allora rilancio con un altro luogo comune: se le donne amassero il proprio corpo, quante aziende andrebbero in fallimento?

Vedete, ora che ho di nuovo del tempo libero sono tornata alla mia follia degli ultimi anni: il fai-da-te. Scarto su youtube i tutorial più divertenti, cerco di mettere in pratica con risultati alterni le lezioni su come farsi un maglione a uncinetto o un ghiacciolo di yogurt e frutti di bosco.

Ma sapete quanti tutorial riguardano la bellezza personale, quest’ossessione per essere sempre smaglianti, oppure esibire la tartaruga perfetta e il look giusto per ogni occasione?

Ecco, pensate a quanto costi questa roba in termini di tempo e denaro.

Me l’immagino come una strada che prima di portarci alla meta (piacere a noi, in definitiva) si attorciglia peggio dei labirinti del Corriere dei Piccoli, per chi se li ricorda.

Quello è il percorso che facciamo se cerchiamo la nostra approvazione attraverso gli occhi degli altri. Con l’aggravante, magari, di lasciar andare gli altri in questione una volta che l’abbiamo ottenuta.

Invece, la strada per l’approvazione di noi stessi, senza questa falsa scorciatoia che finisce per farci perdere, è una vita retta, un po’ monotona ma lineare, due metri al giorno se va bene, con occasionali balzi e rarissime tappe bruciate (non vi ci affezionate, però). Non costa che qualche minuto di attenzione, soprattutto costanza, che è la cosa più difficile. La costanza con cui ci applichiamo del balsamo sapendo che prima di un mese non vedremo risultati.

Ecco, l’amor proprio è un balsamo che funziona un po’ così.

Non ci dà le impennate d’orgoglio che può conferire l’approvazione altrui, né la sensazione di star facendo chissà cosa, perché ormai ci sembra che se non buttiamo tempo e denaro non stiamo facendo niente.

Eppur si muove, funziona, fa quei miracoli che proprio per l’assenza di miracolosità sono i più duraturi, economici, efficaci.

Quindi, non sottovalutiamo sta storia che piacere a noi in definitiva è l’unica cosa che conti.

Peraltro non sono mai piaciuta tanto agli altri come quando ho smesso di cercare la loro approvazione e ho mostrato loro, serenamente, la mia per me.

 Primo giorno di libertà!

Ovvero, primo giorno in cui:

  • non devo fingere di saper scrivere una tesina in spagnolo (per il catalano avrei un certificato che proverebbe il contrario, ma vabbe’);
  • non devo preparare lezioni serali per zombie che davanti alla concordanza nome/aggettivo rispondano “es igual”;
  • non devo mandare più a nessuno informazioni sul sit-in di oggi per Regeni (a proposito, se siete a Barcellona vi aspetto davanti al Comune! ).

In poche parole: sono libera!

E sono anche emozionata, in fondo, per il fatto di provare di nuovo la sensazione di libertà che a scuola dava giugno, un tempo il mio mese preferito: quel brivido onnipotente di poter fare quello che volessi, prima che diventasse noia e monotonia. E lo so, che adesso scatta Il sabato del villaggio, costruzione e parafrasi: l’attesa del piacere che è essa stessa il piacere (credeteci).

Con buona pace del grande Giacomino, questo cercherò di evitarlo: rispetto all’adolescente che accoglieva giugno in Palladium color panna (ma le trovo su Amazon?), ho ormai chiaro che, a non coltivarli, questi piccoli miracoli perdono interesse e bellezza.

Quando il tempo libero è raro sembra sempre l’unica cosa che conti. E allora perché finisce per annoiarci, di lì a poco? Forse perché lo usiamo male?

In quei mesi di giugno di Palladium e ultime interrogazioni di greco, mi affacciavo al balcone della mia compagna di studi e vedevo in strada le ragazze già libere, tutte agghindate anni ’90 con tanto di pantaloncino sotto la gonna, per montare in motorino senza casco.

Magari lavoravano nelle fabbrichette abusive di cui avrete letto in Gomorra, ma in quel momento mi sembravano le più fortunate del mondo, perché loro avevano l’aria libera, io Platone. E a 16 anni non c’è storia.

Adesso che so anche quanto valga il secondo, non lascerò che il tempo libero diventi routine, che l’abitudine mi privi del piacere di svegliarmi ogni giorno sapendo quello che ho: un mezzo, perché il tempo è questo, non un fine, una scatola vuota da riempire con cose che facciano bene a me e, possibilmente, ad altri.

È vero che tendiamo ad abituarci anche alla bellezza, ad annoiarci e passare avanti.

Ma come la pizza margherita col basilico fresco sopra, certe cose non dovremmo mai scordarci di che sapore abbiano.

E quest’anno, giurin giurello, non lo farò.

limonata Sono diventata intollerante a ciò che non mi piace.

Intendiamoci. Se mi devo sparare quattro ore di lezione con alunni cinesi inconsapevoli dell’esistenza dell’articolo, lo faccio e zitta.

Se invece devo mangiarmi un piatto carbonizzato di pasta ammescata, piuttosto butto tutto, con sommo orrore di mio padre che d’altronde è figlio della guerra e non riflette sulle scarse probabilità di mandare quella schifezza ai “bimbi in Africa”.

Credo sia una buona abitudine, diventare allergici alle sgradevolezze evitabili. Pare anche facile, invece provateci e ditemi se qualche volta non vi sentite spreconi. O, peggio, egoisti, quando vi fingete morti pur di non ascoltare l’ennesimo sfogo di un amico, pronto a rituffarsi tra le braccia di quella pereta.

Ma resistete! Che la vita sia un piacere, se no, come dice una canzone, era meglio morire da piccoli.

Però, però. Ci sono cose che non possiamo classificare esattamente come sgradevoli, ma che neanche sono una passeggiata.

Prendete il lavoro. Adesso che consegno la tesina del master e mi finisco tutti i corsi che sto dando, cosa m’impedisce di mettermi a quattro di bastoni con un mojito in mano? (Ok, al massimo una limonata).

Be’, il fatto che a non finire siano le mie lezioni private! Neanche poche, piazzate in quegli orari strategici che nella routine quotidiana sono perfetti, ma che a luglio ti intossicano la giornata.

Però, vediamo, mi fa schifo avere delle entrate extra, quest’estate? E gli alunni sono così carini, specie ora che cominciano a capire che “ho andato” è Satana!

Allora che faccio? Mi accorgo di una cosa: gli alunni vivono in zone pericolosamente vicine al mare. Pensateci un attimo. Io. Barceloneta. Luglio. Metteteci un po’ di crema solare e il gioco è fatto.

Lo stesso dicasi per l’apparecchio che ho comprato per gassificare l’acqua (una poracciata su Amazon). Ero stanca di bottiglie di plastica a profusione, ma io sono da acqua gassatissima a livello estintore, mentre quella prodotta da questa macchina è la cugina loffia della Perrier.

Se mi avesse fatto proprio schifo, starei già a fare questione col rivenditore. Ma continuo a non voler produrre una discarica intera di bottiglie e troppo gas ha spiacevoli effetti collaterali.

Così mi faccio un punto d’onore di passare l’estate a fare bibite gassate il giusto, con gli ingredienti che dico io. Non eguaglierò mai il fantastico mandarino al seltz catanese, ma uno sciroppino casareccio da gassificare ad hoc si può provare. Vedi se la ricetta la devono avere i ‘mericani e chiamarla Italian soda, ma inso’, la tradizione fa giri strani.

Tutto questo per dire: le cose che non ci piacciono, via. Quando proprio non siamo obbligati a sorbircele, rispediamole al mittente.

Quelle con un’equivalenza tra pro e contro, be’, ricordate quella canzone di Elisa quando faceva l’inglese? Heaven out of Hell? Insomma, trasformare l’Inferno in Paradiso.

Lo so, lo so, adesso fa più figo dire che se la vita dà limoni bisogna farne limonata.

Io non sarei così drastica: non quando i limoni si possono bellamente snobbare per le fragole.

Per tutto il resto, ho un gassificatore ad hoc, vi aspetto a casa!

 

 

indoor-plants Per quelle coincidenze che fanno bene al cuore, ho rivisto la “mia” casa due anni dopo averla lasciata.

Scrivo mia tra virgolette perché l’ho sempre sentita estranea, dopo qualche mese tra le sue pareti lunghe e tetre l’ho sbolognata a un ragazzo che l’ha fatta davvero sua, prendendosene cura.

Due anni dopo ammiro le piante, nelle stanze in cui neanche io riuscivo a coltivarmi.

Non è cambiata l’atmosfera un po’ triste, da vecchietto che aspetta.

Restano le vicine cresciute lì, incattivite dal non saper pronunciare il mio cognome straniero.

Ma due anni dopo è cambiato tanto, quasi tutto.

Anch’io. Per esempio, ora consegno la tesi che ad ascoltare il famoso cuore avrei scritto 10 anni fa. Portare 10 anni di ritardo sulle tabelle di marcia “cardiache” non è uno scherzo. Ma tengo botta, ho pensato impigliandomi tra i rampicanti del corridoio che a me era sembrato una prigione.

Eccomi determinata a tenermi quello che mi serve, a separarmi da quello che non funziona più.

E a non dedicare mai più il giorno dopo il trasloco (come due anni fa) a una festa non mia che non verrà neanche apprezzata: l’emblema del mio antico fare cose di cui non ho bisogno, per gente che non le vuole.

Questo, a prescindere, è passato.

Mi spiace per il ficus di quella vecchia casa, enorme e mai travasato, le radici accomodate su una ringhiera, come rampicanti.

Non potevo tenerlo. Quello che invece ho portato via era appena nato, un regalo dell’unica festa celebrata tra quelle pareti ingiallite.

Era un germoglio in un vasetto troppo piccolo, ora cresce.

E sta bene dove sta.

heygirl  Avete presente la situazione? Una tesina da consegnare proprio entro la domenica del trasloco.

Nel mio caso ci si era messo pure un evento con l’associazione, quindi l’ho spedita via mail il venerdì notte, dopo il lavoro (smontavo alle 21).

Apprendevo due settimane dopo, nel WhatsApp di noi “masterizzandi”, che il prof avesse lanciato un ultimatum per chi non avesse ancora consegnato.

DUE SETTIMANE DOPO, ragazzi. Nonostante fossimo già alla seconda proroga.

Ci credereste? Si lamentavano.

Criticavano la preparazione dell’insegnante (che è convinto d’insegnare male e non fa molto per dimostrarsi il contrario) e c’era qualche allusione scherzosa alle sue origini italiane.

Ieri sono usciti i voti. L’ho appreso che andavo al lavoro e non ho potuto controllare subito il mio. Mi sono letta però qualcosa come 50 WhatsApp di critiche al docente, “perché aveva penalizzato chi consegnasse in ritardo”. Si davano ragione tra di loro (“questo preferisce la velocità all’accuratezza?”) e tutti insieme sfottevano lui, con una gara a chi facesse la battuta più salace.

Io adoro questi momenti di sospensione del giudizio, perché sono rivelatori.

Mi ricordano la tanto vituperata Chiara Gamberale ne Le luci nelle case degli altri, quando una madre consola suo figlio, un futuro fallito, per aver preso un brutto voto a scuola (perché incompreso, ovviamente). Cioè, mi pare così evidente questa rimozione di responsabilità: la colpa è sempre del prof. O del tuo zelo che ti porta ad approfondire troppo, invece che attenerti alle aride scadenze accademiche. Non è mai colpa tua.

E preciso  che un voto basso o una mancata consegna non sono la fine del mondo. Se la prossima volta mando affanculo tesina e prof ed esco a bermi una birra in calle Blai, l’unico problema è che non bevo (ubriaca sono uno spettacolo). L’importante è che mi assuma le mie responsabilità, che sia consapevole della mia scelta.

Mi sembra grave, invece, avere sempre una storiella pronta che ci racconti quanto siamo stati impeccabili noi e quanto avversa si sia rivelata la sorte. Poveretti che siamo.

Finché è una stupida questione di voti, ok. Ma se dobbiamo mantenere un lavoro, una relazione, risolvere una disputa da cui dipenda l’equilibrio familiare? Con questo meccanismo non risolveremmo il problema: ci convinceremmo solo che noi non c’entriamo niente. E una consolazione non è una soluzione, in nessun universo parallelo.

Ma capisco che autoingannarsi serve, ci dà il vantaggio di uscircene sempre con l’autostima intatta, a costo di non risolvere mai il problema. Non rischiamo mai di metterci in gioco, e neanche di prendere il massimo dei voti.

Halle-Berry-Oscar A proposito (immaginatemi con un lungo vestito nero e una statuetta in mano con la sagoma del professore), questo risultato volevo dedicarlo a voi.

A voi che avete ancora il buonsenso di capire che la vostra vita non la scandisce la Fata Turchina, ma quello che a fine giornata siete riusciti a portare a casa.

E a voi che ci state arrivando.

Perché anche voi cominciate a intuirlo: che sia buono o cattivo, che dipenda interamente da voi o solo in parte, quello che portate a casa a fine giornata è tutto vostro.

 

 

house-or-me Una signora piuttosto eccentrica, ma piena di energie, una volta mi disse che si era resa conto di un’incongruenza: prima puliva casa e poi si lavava lei. A suo modo di vedere, significava continuare a dare priorità ai suoi “doveri di sposa e madre”, piuttosto che alla cura di sé, quindi da quel momento in poi avrebbe fatto il contrario: prima la doccia, poi le pulizie di primavera.

Continuo a pensare che l’ordine inverso sia più efficace (a me ci vorrebbero un paio di docce, quella volta che pulisco), ma non è questo il punto.

Come già dicevamo, è vero che facciamo le cose in un ordine sbagliato. Che diventiamo i nostri problemi, invece di restare noi stessi e risolverli.

Al risveglio, quando mi assale la consapevolezza di tutto ciò che debba fare in una giornata, penso spesso che cinque minuti di mindfulness mi facciano perder tempo. Dimentico che per me un momento di raccoglimento è il modo migliore per fare le cose presto e bene.

Come chi dimentica quanto sia utile una passeggiata per perfezionare un capitolo della tesi, e predilige ancora lo studio matto e disperatissimo rispetto a una giornata ben bilanciata, in cui i momenti d’impegno si alternino a quei quarti d’ora di svago che rendano il lavoro ancora più efficace.

Insomma, l’ordine delle cose non sempre è istintivo ed è inutile arrivare agli eccessi della signora di cui sopra (che però dal suo escamotage ricava gli stessi benefici che la meditazione per me, ciascuno ha il suo metodo). Ma è veramente vitale, per me, capire che facciamo spesso le cose nell’ordine sbagliato, prima pensiamo a loro e poi a noi, perdendo così il punto fondamentale, il motivo per cui spero le facciamo: per stare meglio noi, per avere una vita serena e magari estenderla a chi amiamo.

Se ci lasciamo travolgere dalle cose le facciamo male, contravveniamo proprio al motivo per cui le abbiamo intraprese e perdiamo noi stessi nell’operazione.

In che ordine vogliamo vivere la nostra vita, cosa viene prima?

La vita stessa, o tutta la paccottiglia che ci portiamo dietro per giustificare la definizione che ci diamo di noi?

Per una volta, andiamo con ordine.

love A volte è la signora a cui pesto i piedi in metro, e non accetta le mie scuse.

O quello in skate che mi travolge, buttandomi quasi a terra.

Altre volte è qualche fantastico problema in casa, rubinetto rotto o citofono che non va, che per chiamare un tecnico mi manda a carte quarantotto i piani per la giornata.

In un caso è stata la protesta di un cliente al lavoro, su qualcosa per cui, peraltro, aveva ragione (ma io eseguo ordini, come dicevano le SS a Norimberga).

Insomma, sapete meglio di me che gli imprevisti che intossicano la giornata (ma anche solo una passeggiata, o una pausa sigaretta per i fumatori) sono tanti. Specie per chi, come me, rimugina anche sulla pereta dei piedi pestati, che per avere una giornata storta doveva regalare rancore ingiustificato all’umanità.

Ma adesso scriverò una cosa più zen del solito: mi accorgo che, in qualche strano modo, questi piccoli incidenti la giornata me la migliorano.

E non si tratta di un’opera di persuasione da pensiero positivo, ma di bilanci che faccio la sera tardi.

Sapete perché? Perché quando succede qualcosa del genere, sono costretta a leccarmi la microferita e consolarmi, ricordandomi quello che ho di buono. E queste 24 ore che mi erano sembrate uguali alle altre, ora che le guardo dal marciapiede su cui sono caduta, tornano a essere preziose assai. Come tutte le altre.

Solo che, a vivere una giornata senza incidenti, tutta fatta di lavoro e corse in metro e ore al pc a finire la tesina del master, me ne sarei dimenticata.

È in questo senso, che lo dico. Questi piccoli incidenti sono vitali, per me: mi obbligano a fare tutta una ricapitolazione di quello che ho, e ad ammettere che non è affatto male.

Ed è vero, a renderlo così piacevole è proprio quello che faccio quando non mi succede niente: il lavoro, le corse alla metro, le ore al pc a finire la tesina del master. La routine che mi costruisce la vita che voglio, rischiando però di spersonalizzarla.

Ed è qui che entra in gioco la signora rancorosa, la cliente indignata, il rubinetto che mi fa riflettere su quello che invece funziona, o si aggiunge a tutti i buoni motivi per cambiare casa (fatto!).

Non si tratta di fare chissà che cambio di prospettiva, nel nostro modo di vedere le cose, solo di aprire bene gli occhi su quello che abbiamo.

E una vita in cui anche una caduta sul marciapiede può essere motivo di soddisfazione, schifo schifo non deve fare.

 

 

 

 

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Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.

In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.

Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.

Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.

Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.

Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.

Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?

Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.

Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.

Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.

Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.

Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.

Orgoglio   Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.

D’altronde, se stavo combinando tutto quel casino, non era per far pace. Era perché una parte di me ancora non aveva chiuso quel capitolo e sperava lo facesse lui.

Detto questo, salve.

Per concludere questo sproloquio sull’ “assenza che ci appartiene” (parafrasando una canzone di Giorgia che forse ricordo solo io), volevo proprio chiedermi: perché abbiamo tanto bisogno di rivedere qualcuno che ci evita? Perché pretendiamo che sia l’altro a chiudere un capitolo della nostra vita?

Capisco all’inizio, quando chi volevamo incontrare era ancora lui, perché era passato poco dalla rottura e ci mancava. Ma col tempo, i lavori, i viaggi, gli altri amori, per me quello che vogliamo rivedere è il nostro passato, con cui abbiamo un conto in sospeso. I nostri vent’anni, che ora ci sembrano spesi male. I maldestri tentativi di farlo innamorare, evaporati al primo incrocio di sguardi con un’altra. L’incapacità di accettare che quello che faccia male a noi sia così indifferente all’altro.

Ecco, la chiave, almeno nel mio caso, è stata la più semplice e la più difficile: accettarlo. Ma proprio prenderne atto. Ingoiare il boccone e andare avanti. Senza cercare altre spiegazioni, i sentimenti non ne hanno bisogno. E l’indifferenza, personalmente, la considero un sentimento di tutto rispetto. Anche quando si accompagna ad altri fattori (come i sensi di colpa), tende a neutralizzarli con la sua evidenza.

Una volta accettato questo, ho avuto il tempo e la voglia di fare altro. Per esempio di accorgermi di quelli che, a invitarli a prendere un caffè, non ci avrebbero pensato due volte.

E poi, devo confessarlo. È stato quando ho accolto l’assenza, che l’assente ha voluto vedermi.

Sapete quando l’ho preso, un caffè col fuggitivo?

Quando ho risolto il problema mio, con me. Quando ho smesso di cercare i miei vent’anni negli errori altrui e ho cominciato a trovarli nei miei.

Oppure quando l’ho piantata di cercare solo errori, spiegazioni razionali, e ho riconosciuto quanto delle nostre vicende sia dovuto al caso. Alla telefonata che l’ha restituito al lavoro, un settembre in cui per noia o solitudine si stava riavvicinando. Alla permanenza all’estero che improvvisamente gli ha risolto ogni dubbio sul cominciare o no la relazione.

Stiamo certi che, se alla base ci fosse stato un interesse vero, sarebbe stato almeno più difficile che queste circostanze avessero rovinato la storia.

Accogliamo l’assenza, dunque, ma come una possibilità concreta. Non come un’ospite scomoda. Che l’accogliamo o meno, quella si siede di traverso sui nostri rimpianti, manco fossero un divano.

Tanto vale accettarla e chiederle quanto conta di restare. Ci risponderà che, in gran parte, dipende da noi. È di quelle ospiti che per andarsene devono assicurarsi di essere ben accette. Quando hai preso atto della sua presenza, quando quasi ti ci sei affezionata, ecco che prende il cappotto ed esce dalla porta giusta.

Quella che nessun altro chiuderà per noi.