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san-valentino-mete-viaggiVeniamo alle dolenti note, che sono dolenti soprattutto per un’italiana all’estero alle prese con le connazionali inviperite perché gli uomini del loro nuovo paese “non se le filano”.

E che magari ha adorato il nuovo paese anche per questo.

Perché, vediamo un po’, cosa significa che non se le filino? Qua scoppiano proprio guerre particolarmente combattute da quelle che vogliono essere corteggiate e scambiano sta cosa per il pssst in mezzo alla strada, o giù di lì.

Allora, chiamata in causa in discussioni a cui non vorrei neanche partecipare, dal vivo o sui social, spiego che per me il pssst sulla strada non è affatto corteggiare. E personalmente, passando a metodi meno cafoni, non amo manco chi si senta obbligato a dirmi tutto il tempo che begli occhi che ho, che bella che sono, come se fosse un copione che dovesse recitare, anche perché, come dice un comico, il sottotesto quando si va a copione e non a soggetto è spesso dammeladammeladammeladammela.

Prova ne sia che quando degli amici timidi o con poco successo con le ragazze (ma è una gara?) mi hanno parlato di questa o di quella che apprezzassero, aggiungevano subito “Ma non so corteggiare”.

Allora corteggiare mi sembra sempre più sinonimo di impastoiare con una serie di complimenti che farebbero uguali a quella che dovesse venire dopo di te o mostrarsi più disposta a passare al sottotesto (che poi sta cosa di darla, mai capita, dal mio punto di vista ne prendo).

Ma la cosa che mi piace di meno dell’idea di corteggiare è questa creazione di ruoli che tiene come implicita. È un gioco, diceva un amico particolarmente affezionato a questo tipo di sceneggiata, salvo dichiarare che “Quelle che te la danno al primo appuntamento so come usarle, per quelle che m’interessano aspetto”. Sottolineo queste frasi perché me le hanno sempre sciorinate grandi corteggiatori, a confermarmi che questo gioco di ruoli non è esattamente una cosa che vorrei vivere.

Un gioco, dunque. Fantastico. Buon divertimento. Ma, appunto, bisogna divertirsi. Per divertirsi in un gioco bisogna non averne bisogno, scusate il bisticcio, se no diventa una necessità e non uno svago.

Una tizia che viveva in Germania, in una lettera a un giornale del 2007, diceva che gli uomini tedeschi erano deludenti, meno male che c’erano i turchi che ogni tanto la trattassero come un oggetto sessuale. Ripensai alla prima, meravigliosa sensazione di camminare in minigonna in mezzo a una comitiva di inglesi a Manchester che non si sentissero tenuti a fare commenti per dimostrare la propria eterosessualità. Come mi vengono in mente certe cose? Be’, compagno d’università, a Napoli, che ammette: “A volte quando sei circondato da altri ragazzi, specie tamarri, ti senti quasi in dovere di guardare una che passa facendo lo sguardo malato, ma io cerco di trattenermi”.

In dovere! Ma non era un gioco? E un gioco che si confonde pericolosamente con l’insulto per strada?

In effetti, diceva la sua anche una bella quasi-cinquantenne conosciuta qua a Barcellona: “Che simpatici, gli italiani! Erano incredibili, Ciao bella, detto a me, poi passava un’altra dietro di me e lo dicevano anche a lei”.

A proposito, battuta spagnola sugli italiani: “È così brutta che neanche un italiano se la scoperebbe”.

Battuta americana: “Qual è l’unica donna che un italiano non si scoperebbe? Una bruttiiissima bambina di 5 anni”.

Ok, questo non è un gioco, è una presa per il culo, al paese mio (e a quanto pare in quelli altrui). È un non fregarsene niente di come tu sia fatta o chi tu sia, è un vedere se ci stai, se no avanti la prossima, “bellissima” proprio come lo eri tu un secondo fa.

La questione è: perché abbiamo bisogno di questa cosa?

Perché lo so, che quelle che vogliono essere corteggiate e si difendono per questo come se fosse un tribunale, la vedono in modo diverso. Vogliono un uomo con tutti i crismi (?) che le faccia sentire desiderate, belle, capaci di sedurre col solo essere.

Fantastico. Liberissime. La questione è: lo vogliono o ne hanno bisogno?

Perché credo che ci sia un equivoco di fondo, ed è la stessa linea sottile che passa tra guardare con discrezione una donna o un uomo che passa (a me sgamano in trenta secondi nonostante faccia la vaga), e ritenersi autorizzati a fissare con insistenza e un sorriso volgare o a rivolgere la parola con eccessiva familiarità, quando ad esempio non si permetterebbero di dare del tu a una donna più grande o sfiorare volutamente un pendolare che aspetta la metro.

Quando succede questo, per me è molestia, è prendersi libertà che con persone che non ci interessano non ci prenderemmo mai e poi mai.

Le sfumature che avvengono tra questo e il non “filartisi proprio” sono infinite e di diverso gradimento, a seconda della persona.

Io ho la fortuna di avere un ragazzo che mi dice ogni giorno quanto mi trovi bella. L’ho avvertito, che dovrebbe cambiare la gradazione degli occhiali, ma non vuole saperne. Anzi, le sue appassionate dichiarazioni: “Sei bella anche in pigiama, con le pantofole pelusciose e i capelli sconvolti” mi sanno effettivamente di presa per il culo.

Ma non c’è mai stato, nel nostro rapporto, un corteggiamento.

“Come hai potuto fraintendere le mie intenzioni” mi disse un ex di quando ero appena tornata dall’Inghilterra “non c’è stato corteggiamento!”.

Allora, se vuoi starci insieme la veneri, per il resto c’è Durex.

Con quest’ex vidi la differenza tra la situazione corteggiamento e quella “irregolare”. Quando passammo da scopamici a coppia a tutti gli effetti (sì, a volte succede). Prima potevo pure morire, andare in vacanza da sola, uscire con altri uomini. Dopo, auguri di Natale non richiesti ai miei, presentazione alla famiglia, e davvero uscivo con la minigonna anche senza di lui?

No, col mio ragazzo di adesso il gioco di ruoli non l’abbiamo fatto. Non mi chiama bella perché mi stia corteggiando, non assume la funzione di quello che sa proteggere e riparare elettrodomestici mentre io perdo mezz’ora a prepararmi (“ma ne vale la pena”) e mi aspetto un regalo favoloso all’anniversario.

No, il mio ragazzo non mi ha mai corteggiata, spontaneamente mi dice quanto mi trovi bella e lo pensa. E non mi sono mai sentita così amata.

Allora, se volete l’uomo all’antica che porta rose e fa complimenti, fantastico. Quello che m’interessa è che non ne abbiate bisogno.

Che sia piacevole, ma non una necessità. Se la tipa della lettera al giornale voleva qualcuno che le facesse i complimenti la capisco, i complimenti sono carini, energia pura, un cioccolatino inaspettato a metà mattina. Se in Italia è arrivata a pensare di aver bisogno, di uno che glieli facesse, ci vedo un problema.

Perché il messaggio che passa, da quando tua madre ti spiega che riceverai attenzioni per strada, è ambiguo: non rispondere mai, ma è una cosa buona, significa che sei bella.

Allora, viene fatto di pensare, se non mi tampinano per strada non sono bella. E siccome essere bella è ancora sinonimo di esistere, in certi contesti, l’idea è “se non mi corteggiano non esisto”.

No, no. Grazie, ma passo.

L’ultima che mi ha fatto una filippica sul corteggiamento, vantandosi di aver trovato uno (italiano) che glielo offrisse, mi ha fatto un po’ pena. Ci sono uscita, col suo portentoso cavaliere, perché avevamo un’amica in comune ed entrambi eravamo appena arrivati a Barcellona. Lui aveva liquidato immediatamente la mia delusione con un coinquilino sentenziando “il problema è che ti sei concessa” (che non si sentiva dal delirio di Ophelia in Shakespeare). Poi mi aveva improvvisamente afferrato le braccia in un bar dicendomi che gli serviva calore umano (un gesto interpretabile in vari modi, ma comunque spiazzante per uno che conosci da mezz’ora). Qualche giorno dopo, suggeriva su facebook che stesse azzuppando il biscotto con una nuova (non ero io, per fortuna di entrambi).

Eliminato dai contatti, vai con Dio.

Dunque, se il corteggiamento lo vivete come un gioco, non vi partecipo ma lo rispetto. Se diventa un bisogno, specie per chi riceve le attenzioni, per me di base c’è un problema di autostima. E non sempre vengo rispettata io, quando lo dico.

Mi consolo tenendomi i miei complimenti quotidiani, sinceri.

Liberi.

E li ricambio di tutto cuore.

bombcountdownTra i coinquilini più terribili che possano capitare a Barcellona, c’è la terrorista. Lo declino al femminile, ma in realtà, nelle mille accezioni che può avere questo termine, qualche ometto mi è capitato. Specie tra i fanatici della pulizia.

Certo, quella che più si adegua a questo tipo di descrizione era la “padrona di casa” (in realtà quella che aveva il contratto d’affitto, il che a volte è peggio) del mio primo appartamento nel Raval.

Avrei dovuto capirlo dalla prima visita alla stanza, che non era cosa: avrei dovuto presentirlo dallo sguardo allucinato che mi fece e il sorriso a 97 denti mentre affermava “ECCO, QUESTA SÌ CHE È UNA PULITA!”. Prima di tutto perché la maniacalità era evidente. E poi, perché aveva torto marcio, come casalinga sono tipo quello di Kramer contro Kramer al primo giorno senza la moglie. Ma devo dire che a paragone con gli altri inquilini, uno squatter sivigliano e una ragazzina portoghese poco propensa a pulire il bagno, ero la signora Minù.

Quanto alla terrorista, mi spiegò ben presto che era stata sergente nell’esercito israeliano ed essendo di origine etiope si era dovuta guadagnare il rispetto dei commilitoni con metodi che preferisco non immaginare. Mi spiegava altresì che sua madre, se vedeva un chicco di riso per terra, faceva il diavolo ebraico a quattro, e che il venerdì doveva proprio tenere il fornello acceso tutta la notte, o non avrebbe potuto utilizzarlo a meno che non gliel’accendessimo noi.

Insomma, bell’esperienzina. Ma col tempo sono grata a quella ragazza un po’ nevrotica che probabilmente cercava solo la pace. Prima di tutto perché mi ha fatto provare gratis i prodotti di bellezza della ditta per cui lavora, una cosa costosissima ma miracolosa che magari boicottereste.
E poi perché tra una rampogna e un’altra mi ha insegnato un particolare molto importante: il tempo delle cose.

– Ma insomma – sbraitava – quanto ci mettete, a pulire a terra in bagno?

E contava: uno, due, tre (prendeva il mocho), quattro, cinque, sei (tornava in bagno), sette, otto, nove (dava una passata), dieci, undici, dodici (seconda passata), tredici, quattordici… Qui già faceva un po’ la sborona. Ma il senso era quello.

Perché aveva perfettamente ragione: i nostri impegni in sospeso non sono nulla se li consideriamo in termini di tempo.

Considerate la domenica che passate al pc o a fare qualsiasi cosa pur di non contemplare i piatti sporchi in lavandino.
Quanto perdete a guardare video scemi su youtube invece di fare quello che volete? Un pomeriggio? Adesso portatevi il pc in cucina con su la vostra canzone preferita e cominciate il temuto lavaggio. Scommettiamo che a fine melodia siete arrivati almeno a metà?

Non vi dico, poi, i mesi che ho perso pensando di non avere il controllo di casa mia! Troppo piena di cianfrusaglie, coinquilino assente la maggior parte del tempo, e che faccio di camera sua…

Sapete quanto ci ho messo, un giorno che mi sono messa di buzzo buono e ho pulito le mensole in cucina, il frigo, il bagno…? Tre ore. Tante, faticose. Ma a saperlo prima mi sarei evitata un inverno infernale: dopo quel primo sforzo, il resto è manutenzione, mezz’oretta ogni due-tre giorni e tutto brilla.

E non crediate che il ragionamento si fermi alle incombenze domestiche. Anzi, riconosco ancora che mi è più facile prendere una pezzuola bagnata di candeggina che rimaneggiare un articolo o un intervento per la radio.

Anche lì, però, tutt’è prendersi un secondo per aprire il file. Vedrete, tempo cinque minuti e ci si è già fatta una radiografia della situazione e si può stimare quanto ci voglia a finire il lavoro.

Soprattutto, si tratta di capire che quelli che ci sembrano tormenti eterni ci tormentano finché ci pensiamo solo, invece di agire.
Quanto più “mettiamo le mani”, concretamente, proprio, tanto più sarà facile, rapido e indolore portare avanti il compito che ci angoscia.

Insomma, la prossima volta che vedo la mia terrorista preferita potrei perfino offrirle un caffè. Sempre che abbia un minuto da dedicarmi.

solnce-rassvet-poleLa differenza, si diceva.

La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.

Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.

Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.

Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.

Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.

Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.

E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.

Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.

Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…

Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.

Ci saremo resi conto della differenza.

E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.

Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.

E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.

Vi sarete infinitamente grati.

spring-field-haworthNon fraintendetemi, Indietro non si torna non significa che non possiamo svolgere di nuovo quel lavoro che ci realizzava, o rimetterci insieme a quella persona.

Semplicemente, intendo dire che non torneremo mai alle condizioni di prima, come non si può crescere di cinque centimetri e poi perderli all’improvviso.

E invece no, non c’è pericolo che si torni a quel punto ormai passato in cui eravamo tutti concentrati sulla soluzione, o non-soluzione, del problema che ci affliggeva: le angherie di un tutor/capoufficio troppo pieno di sé o l’amore non corrisposto che ci risucchiava energie che manco a 16 anni, col controllo ossessivo dei messaggi per vedere se ci avesse scritto.

Ecco, immaginate di risolvere questo, di avere la questione lavorativa più o meno avviata e quest’amore finalmente realizzato o, più credibilmente, sostituito con un altro. Come vi sentite, ora?

Se foste un po’ onesti, qualcuno di voi farebbe un sospirone come se gli mancasse l’aria. Quando siamo abituati da troppo tempo a costruire la vita intorno a un problema, la sua soluzione spiazza. Ovvio che ci metteremmo la firma, ma questo strisciante dubbio inconscio di essere ormai tutt’uno col problema che abbiamo ci trasmette una sorta di horror vacui che ci fa chiedere: e mo’?

E mo’, dicevo l’altra volta, c’è tutto il resto.

C’è una specie di miracolo: prima i nostri pensieri partivano da noi, dal nostro problema, e a noi arrivavano, in una sorta di circolo vizioso. Adesso partono da noi e si espandono tutt’intorno. Adesso che possiamo fare spazio al resto del mondo, quello ci invade riprendendosi il suo posto. E allora, col nuovo lavoro, possiamo finalmente pensare a fare progressi. Ma intanto torneremo a dipingere, o a mandare avanti quell’idea di suonare questo strumento, o faremo le cose che davvero ci riempiono e, ahimè, abbiamo relegato al tempo libero.

Oppure, ora che finalmente siamo amati e corrisposti e non dobbiamo provare a noi stessi di esser capaci di suscitare sentimenti simili, possiamo fare una cosa incredibile: costruire insieme, invece di fare ad acchiapparello con l’altro che fugge sempre e noi che cerchiamo invano di raggiungerlo. E quando si costruisce insieme non bisogna per forza pensare subito a mettere su famiglia, basta sostenersi nelle debolezze reciproche, regalare all’altra persona un pomeriggio, farci assistere durante una brutta influenza… Fare tutte quelle cose che sembrano banali ma che valgono più di mille problemi per dimostrare all’altro che siamo lì per ascoltarci a vicenda e sostenerci.

Niente horror vacui, dunque. Quello che chiamiamo vuoto, in realtà, è lo spazio giusto per essere noi stessi. La stanza tutta per sé che non serve solo alle scrittrici, ma in forma virtuale è la cosa più importante da mantenere, in ogni occasione.

Solo, abbiamo lasciato che un solo problema, una sola ossessione, ce la riempisse di cianfrusaglie che non ci servono.

Non vi dico di non ripetere più l’errore. Quando vi accorgerete di come si stia bene senza, verrà spontaneo.

Della differenza, parleremo tra qualche giorno.

Il-giovane-gamberoE sì, parlo ancora col mio amico immaginario, quello onnisciente e onnipotente che non avrà il diritto di replica ma, secondo il suo ufficio stampa, avrebbe tutto il resto, visibile o invisibile. E non ci crederete, ma, anche ora che ha dimostrato ampiamente di aver ragione Lei (sì, me l’immagino femmina), continuo a dirglielo, che io mi sarei perfettamente accontentata di essere infelice a modo mio. Con le cose che volevo per me, anche se mi avrebbero fatto male.

Ma indietro non si torna. È questo, forse, che ci dà tanta paura di cambiare o ammettere, come me, che l’altra strada, quella che alla fine imboccheremo, sia meglio per noi e per chi ci circonda.

Quando ancora non abbiamo abbandonato la vecchia siamo come in bilico, ci chiediamo ancora se verrà il miracolo, l’aiutino finale che ci lasci esattamente dove avremmo voluto noi. Lo sto sperimentando con ben due amici, che si credono capaci di mantenere una relazione senza impegno con una persona di cui sono innamorati. Mentre io vado leggera per il mondo, senza credere che tutto ciò sia cambiato in così poco tempo.

Quello che ho fatto io è stato essere onesta con me stessa: ammettere che qualsiasi lavoro mi avesse impedito di scrivere mi avrebbe reso la vita peggiore, anche se fosse stato ben remunerato o prestigioso, e costruire la mia vita lavorativa intorno a questo postulato. O ammettere che, anche se avessi avuto la possibilità di seguire gli amici di cui sopra, la mia voglia di essere amata era molto più forte di quella di essere NON amata, un sabato sì e un sabato no, da chi amassi io.

Questione di onestà e, quando l’hai raggiunta, indietro non si torna.

E ci fa paura perché il dolore è un buon riempitivo di vite abituate a essere vuote, a snodarsi tutte intorno a un problema.

E quando quel problema si risolve, che c’è?, ci chiediamo senza accorgercene.

C’è tutto il resto, ragazzi, e non sapete quanto sia tutto il resto.

Ne riparleremo.

cross-seas-03Penso a quelli che… “Se mi ama, tutto andrà meglio”.

All’università conoscevo una gran brava ragazza con un unico, spiacevole problema: un sarcasmo costante e fuori luogo che ne tradiva una certa amarezza di fondo.

Per un lungo periodo sembrò cambiare strada, guarda un po’ in concomitanza con una relazione che si sarebbe consolidata nel tempo. È così semplice?, mi chiesi allora. Questa viene trasformata dall’ammmore e diventa improvvisamente una persona gradevole?

Manco per sogno. Da giorni avevo notato in lei lo stesso sarcasmo di un tempo, gli stessi giudizi da yogurt scaduto che avevano sorpreso anche gli amici che si trovavano per caso a conoscerla. Quando gliel’ho fatto notare ha tagliato i ponti, andando ad arricchire la vita di altri.

Questa piccola storia mi ha fatto ripensare che è tutto molto più semplice: la nostra vita diventa felice perché abbiamo incontrato qualcuno? Macché. Piuttosto, se stiamo bene con noi stessi, ci stiamo in ogni situazione.

Che venga qualcuno o meno, che andiamo o meno da qualche parte, che prendiamo o meno questa o quella decisione. A un certo punto diventa un seguire la corrente, una corrente su cui abbiamo il potere di prendere una direzione rispetto a un’altra, magari, ma finché la seguiamo va tutto bene, o almeno non c’è scoglio tanto grande da farci naufragare.

Sto dicendo che stare o non stare con quella persona è la stessa cosa? O che restare al paese natale e partire sia uguale? Per niente. Peraltro hai voglia ad adattarti e seguire la corrente, se quella persona non va bene per noi verrà fuori, e seguire la corrente diventerà accettare che le nostre strade si dividano. Lo stesso vale, più o meno, per dove lavoriamo o dove decidiamo di mettere radici.

Lo faccio sempre, quest’esempio: la mia scoperta il primo giorno di yoga. La prof. che mi spiega che tutte quelle posizioni arzigogolate, che non riesco a imitare neanche a spezzarmi le ossa, non servirebbero a niente se perdessimo la motivazione di fondo. La respirazione. Sentire quella, diventare quella.

Così ho imparato che, nella vita di ogni giorno, quello che conta è il contatto con noi stessi. A prescindere da chi ci accompagna in quel momento, o da ciò che stiamo facendo. Anzi, è proprio in virtù di questo contatto che possiamo goderci chi frequentiamo e cosa facciamo. E scegliere. Permetterci il lusso di scegliere chi o cosa ci faccia meglio.

Insomma, ancora una volta le cose vanno al contrario di come ce le immaginiamo: prima ci respiriamo, poi respiriamo gli altri.

Farei una battutaccia su respirazione e metro a Barcellona in questi giorni di solleone e penuria di deodoranti, ma insomma, avete capito: che il pericolo sia il nostro mestiere!

E crediamo che conoscersi sia pericoloso solo perché ancora non ci conosciamo.

Flying-Balloons-Girl-by-BanksyVi avverto da mo’: sto per mettere nello stesso post Giordano Bruno e Rob Brezsny. Lo so, il primo, al pensiero, uscirebbe dalla tomba solo per tornare in Campo de’ Fiori con una tanica di benzina e darsi fuoco da solo, stavolta. D’altronde il “collega” Galileo faceva oroscopi (non ci azzeccava manco, peraltro) e io che ci devo fare, se mi hanno ispirato entrambi.

Cominciamo con Rob. Seguendo il link di un suo fan sfegatato, vado sulla pagina d’Internazionale e leggo: “Compiti per tutti. Sai quello che devi fare e quando farlo. Dimostrami che è vero”.

In effetti lo so, cosa devo fare. Ho davanti a me un certo ventaglio di possibilità: titoli di studio da sfruttare o aggiornare, eventi da organizzare con questo o quest’altro collaboratore, una casa che in inverno tornerà a regalarmi 10 gradi come temperatura massima. Ciò che devo fare è risolvere quello che posso e seguire la corrente, una volta create le premesse per farlo. Perché mi sembra vero che, a fondamenta gettate, una giornata, un anno, un’esistenza si costruiscano da sé, come per necessità.

E qui veniamo a Giordaniello di Nola. Dal libro di storia della filosofia che apro ogni tanto becco questa frase: “Per Bruno l’unica vera libertà che hanno gli uomini è quella di accettare il proprio destino”.

Parole grosse!, penso subito. Alla faccia dell’homo faber e del suo nipote yankee, il self-made man.

Però torno al ragionamento di cui sopra, su “ciò che dobbiamo fare” e penso: magari è vero, che dentro di noi abbiamo un seme, un’inclinazione spontanea, se non naturale, dettata dal carattere, dalle esperienze. Che, in modo meno rigoroso e inevitabile del “progetto fisico” che ci portiamo già nel DNA alla nascita, ci andiamo creando un altro tipo di progetto che, se lo seguiamo bene, è il più congeniale, quello che meglio si accorda a noi.

In questo senso, è come se intorno a noi si creassero delle circostanze che, riuscendo a seguirle appieno, farebbero la nostra fortuna. Ma tante volte abbiamo paura di dare il meglio di noi, o non è così semplice: sappiamo che ci converrebbe un lavoro meno remunerato ma più congeniale, e scegliamo l’approvazione sociale, la soddisfazione dei genitori. Sappiamo che vorremmo una relazione più piena, emotivamente, e scegliamo l’affetto ormai tranquillo del partner dei banchi di scuola.

E allora sì che pare che la scelta sia tra osare star bene e continuare per paura a stare a mezza botta. Forse è vero che non ci apriamo sul serio la nostra strada nella vita, ma andiamo un po’ dove ci sbattono le correnti in quel momento.

Ma visto così, non mi sembra una perdita di libertà, anzi. È come se stessimo ingaggiando una gara col vento prima di farcelo alleato, come se dovessimo imparare a cavalcarlo per sviluppare in tutto e per tutto il nostro essere. Ci vuole pazienza, intuizione, e lavoro, perché il miglior vento non funziona se non siamo pronti a saltargli su quando arriva.

Forse il cosiddetto destino non è che questo: il meglio che potremmo essere, se osiamo esserlo.

Non so se sia scritto una volta per tutte, quello che so è che io un’idea di dove mi porti ce l’avrei, e farò di tutto per seguirla.

Spero d’incontrarvi per strada.

Mongolfiera_e_mongolfiera_al_contrarioMi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:

– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!

Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.

La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:

– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.

Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.

E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.

Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.

Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?

So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?

È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.

Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.

Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.

Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.

Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.

katniss_everdeen__by_xxhannahsalvatorexx-d4q9msuAdoro la parola inglese outgrow, che sostanzialmente significa “non stare più in qualcosa” (generalmente, nei panni dell’infanzia, perché si è cresciuti).

Il senso che mi piace di più è quello metaforico: ci facciamo troppo grandi per portare la terribile salopette regalo di zia Palmira? Be’, possiamo anche diventare troppo maturi per la situazione in cui ci troviamo.

La prima volta che ho riflettuto sul significato del verbo è stato in riferimento alla saga di letteratura giovanile (che sì, mi piace molto, ok?) The Hunger Games.

Come alcuni di voi sapranno, parla di una ragazza, Katniss, che cresce in una sorta di mondo postatomico, con una regione centrale e (pre)potente, The Capitol, per la quale devono lavorare, ridotti in miseria, il resto degli esseri umani. La saga accompagna la protagonista nella lotta “pubblica” per riscattare la sua gente. E in quella privata di adolescente divisa, secondo un luogo comune caro a certa letteratura al femminile, tra due ragazzi completamente diversi tra loro: l’affascinante “maschio alfa” Gale, cacciatore eroico e prestante, e il sensibile Peeta, romantico e pieno di risorse (ad esempio, beato lui, fa torte incredibili).

Non vi dico chi la protagonista scelga alla fine, ma ho trovato interessante uno dei tremila commenti sul web a proposito dei due “pretendenti”: secondo una lettrice, se non ci fosse stata tutta la rivoluzione alla base della storia, Katniss avrebbe, appunto, “outgrown” Gale. L’avrebbe “smesso” come si smette appunto la t-shirt delle medie quando ci cresce il seno (un brivido che personalmente non ho mai sperimentato).

In effetti, l’idea di diventare troppo grandi, mature/i o coscienti per una storia è affascinante.

Certe situazioni vanno accantonate in scatoloni da riciclare negli appositi contenitori, perché intanto saremo cresciute, saremo diventate persone infinitamente più “grandi” di quelle che hanno cominciato quella relazione, che si sono infilate in quella scomoda situazione familiare, che credono di uscire da ogni problema facendo i capricci.

Il fatto che un tempo questa vecchia vita ci calzasse bene non vuol dire che sarà sempre così. Se ormai ci va stretta, mettiamola da parte e ammettiamo che respiriamo meglio senza averla addosso. Che ci serve una taglia in più.

Che crescere di una taglia, checché ne dicano i guru della prova costume, non sempre è una brutta cosa.

casatiello-con-uova-e-formaggi-crop-4-3-489-370L’Inferno, se esiste, me l’immagino così: la figura celestiale di mia madre che varca la soglia della mia casa all’estero, con una sporta piena di crocchè, fiori di zucca ripieni, casatiello, piccola pasticceria… E io con raffreddore forte, lacrime agli occhi, al primo giorno di ciclo.

No, non è neanche un film horror, è esattamente cos’è successo sabato scorso a casa mia.

– Vuoi un’altra fetta di tortano, Maria?

Pensare che per me sapesse esattamente quanto un passato di verdure, mi faceva desistere.

Chi ha sperimentato ciclo e raffreddore, poi, sa quanto le visioni mistiche, in quei momenti, si alternino alla voglia di fare testamento.

Così, in un momento di particolare sconforto, mentre i miei al bar si sbafavano abbondanti piatti di tapas il cui sapore potevo solo indovinare, ho deciso che il senso del gusto non mi sarebbe tornato mai più.

Paranoia inutile, ovviamente. Col passare dei giorni, appena le patatas bravas mi si sono fatte sempre più presenti e squisite contro il palato, facendomi già pregustare le noci del casatiello veg ancora ottimo, mi sono ritrovata a pensare alle seconde opportunità: a quando imploravo, la sorte, o chi per lei, di donarmi un nuovo inizio in tutt’altro ambito. Gli ambiti erano diversi, per la verità, visto che affrontavo sta crisi globbale totale sul fronte abitativo, sentimentale, lavorativo… Allora mi chiedevo cosa avessi fatto di male, mi accorgevo che l’elenco era lungo, convenivo però che non tutto fosse dipeso da me, e speravo con tutte le mie forze di poter avere una seconda possibilità.

E quella sì che non sapevo se arrivasse, che il corpo da una febbre si riprende presto, ma se siamo stati proprio bravi bravi a rovinarci la vita, non siamo mai del tutto sicuri che le cose si aggiusteranno in tempi non geologici.

È per questo che, sfuggita a questa terribile faida del mio corpo ingannato da una primavera ancora fresca, ho giurato tipo Rossella O’Hara che, Dio mi è testimone, non soffrirò mai più la fame di casatiello.

Non metterò mai più il parmigiano nelle pellecchie (vabbe’, solo ogni tanto, rispettate le mie perversioni alimentari, ok?).

Non mi farò più convincere a mangiare la pizza da quei degenerati cileni che hanno la salsa di peperoncini verdi su ogni tavolo.

Perché ho avuto la mia seconda possibilità, come prima ho avuto quella di ricominciare tutto il resto, e farlo bene.

E quando si ha una seconda possibilità, il segreto per non sprecarla, se l’etica non funziona (vedi parmigiano sulle pellecchie), è non dimenticare come si stava prima.

Io la sensazione al risveglio di esser stata spianata da un bulldozer (che accomuna stranamente le delusioni d’amore al secondo giorno di ciclo) non la dimenticherò mai.