Archivi per la categoria: Fate come lei

mandala  Sì, sono sempre io, la sferruzzatrice folle. Quella che passa le giornate di fine anno a scrivere una cosa che si chiama “El fracaso del duelo: anti-monumentos de la Primera Guerra Mundial (Virginia Woolf y Käthe Kollwitz, 1922 – 1939)”. E la sera bestemmia appresso all’ineffabilità della maglia bassa all’uncinetto. Per non parlare di quella bassissima: che mi prendi per il culo?

In ogni caso, sferruzzando sferruzzando (i ferri mi riescono meglio), ho imparato quello che decine di anni di cantonate ed errori orgogliosamente ripetuti, in caso la prima volta non avessi afferrato il concetto, non mi hanno inculcato: la già menzionata e ancor più ineffabile arte di lasciar andare.

Pure le cose belle, come per il mandala tibetano. Specialmente quelle, quando è ora.

Me lo prefiggo come proposito di inizio anno, e mi permetto di suggerirlo anche a voi.

Perché, immaginatevi la scena: sto sferruzzando da almeno tre film (io lavoro a maglia la sera, davanti al pc, così se non mi piace la trama sullo schermo mi consolo con quella della sciarpa). Quando ormai la mia creazione si è fatta così lunga da coprire tutti gli spifferi di casa mia (e non basta tutta la lana del mondo), mi accorgo che un centinaio di ferri fa ho fatto uno di quegli errori irrimediabili che, pure a ripassare tutti i tutorial sulle soluzioni facili, condanna per sempre il resto del lavoro a essere una ciofeca.

Che faccio? Disfo. Tutto.

Ma se sta sciarpa, mi sussurra la voce della coscienza, si è sciroppata almeno due film nuovi di Woody Allen!

A maggior ragione. Disfo. Quando non c’è niente da fare per migliorare una situazione, uscirne è la via più pratica. Ed è quasi sempre possibile.

No, poi non è come se non l’avessi mai fatta, la mia sciarpa fallita. Innanzitutto, il gomitolo è diventato una matassa inestricabile, che mi fa rimpiangere di non avere il cugino sfigato a reggermelo con le mani disposte a telaio, come nelle migliori commedie anni ’80. Non è che abbandonando una brutta cosa ti rifai una verginità laniera!

Ma vuoi mettere l’esperienza? Il punto a grana di riso non ha più segreti, per me. Semplicemente, l’ho applicato allo schema sbagliato. Anzi, quando si è inceppato il meccanismo dovevo essere persa nell’unica scena decente della quarta stagione di Homeland. Mai distrarsi, nella vita. Il conto arriva troppo tardi per risputare la bottiglia di fiele ordinata come antipasto. Ok, dimenticate l’ultima frase, che state ancora digerendo il cenone.

E davvero, se non avete idea di cosa significhi disfare una sciarpa ormai avviata, pensate all’ultimo piatto costatovi un giorno in cucina, che avete dovuto buttare ai piccioni. O al pc che si mangia l’articolo che dovevate mandare entro il 31 dicembre, a cui avete sacrificato svariate partite a rubamazzetto (ecco, adesso mi viene la paranoia, vado a controllare se ho salvato El fracaso ecc.).

Pensate a quando state portando avanti una qualsiasi situazione che ormai è tutta sbagliata, ma “avete lavorato troppo tempo” per disfarvene. Così proseguite infelici nel vostro errore, il tempo aumenta e non avete il coraggio di liberarvene mai.

No, no, dite al Dalai Lama che i suoi mandala mi fanno un baffo: si mettesse a fare sciarpe!

Abbiate il coraggio di produrre cose belle e lasciarle andare, quando sono ormai fritte.

È l’unico modo di farne ancora più belle con l’esperienza accumulata.

Io per esempio ho fatto una sciarpetta a punto inglese che è la fine del mondo.

Ok, mi è caduto qualche punto per la via, ma quasi non si nota. Giuro.

Auguri.

 

images (4)  Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.

Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.

No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.

Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.

E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).

Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.

Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha  messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.

L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.

Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?

Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.

  • Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
  • Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
  • Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.

A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.

Fatevi due conti.

 

 

 

princecharming Quanto detestavo quegli articoli su Donna Moderna, tipo Come far funzionare un rapporto.

Fregavo il giornale a mia madre, indignata dal contenuto prosaico, quando l’amore per me significava più o meno cantare come una scema davanti a un pozzo o in una foresta e trovarmi un ficcanaso alle spalle che dicesse: “Ho sentito tutto e sono quello che fa per te”.

Ora capisco, ovviamente, anche se continuo a diffidare di linguaggi troppo scientifici o tecnicistici di un fenomeno che sfuggirà alle nostre analisi perfino quando si sarà trasformato in mutui da pagare e figli da sfamare.

La questione è che, tradita dall’amore romantico e dalla sua idea disneyana, l’ho confuso spesso col pathos, o più squallidamente con le montagne russe. Con quelle situazioni da amore non amore, ti chiamo non ti chiamo, oggi mi piaci e domani no…

E stavo molto attenta a scegliermi gente che mi lasciasse nell’incertezza il maggior tempo possibile (per non avere nessun dubbio, magari, con la fortunella che mi avrebbe sostituito).

Allora per me questo era diventato la normalità, come l’imprinting per le paperelle.

Adesso so che succede quando le cose “funzionano” sul serio e la questione “ma siamo innamorati? e tutti e due?” è a posto.

Prevedibilmente o meno, la domanda successiva è: e mo’?

So che c’è gente che per evitare la risposta cerca sempre l’amore litigarello o impossibile, hai visto mai ci si dovesse annoiare o assumere responsabilità. Ma a lungo termine la trovo la più noiosa delle soluzioni, quindi l’interrogativo resta.

Insomma, se ti chiamo e rispondi sempre, se ti propongo di uscire e ci sei, anzi mi stavi chiamando tu, se non hai nessuna intenzione di metterti con la mia migliore amica o di abbandonarmi senza neanche curarti di farmelo sapere, che cavolo facciamo, tu e io?

Ecco: funzioniamo.

Non solo tra noi. Perché chi è abituato a stare la maggior parte del tempo a soffrire per amore, a non mangiare perché non ti vuole ecc. ecc., una volta svanito quest’alibi deve proprio funzionare. Vivere. Ammettere che c’è tutta un’esistenza da occupare in altro modo.

Facendo quello che vogliamo, per esempio. O quello che più ci riesce congeniale, intanto che continuiamo a fare quello che ci serve per vivere, mettere il piatto a tavola, procurarci salute e benessere q. b.

Insomma, tutto sto papiello per dire che, con buona pace di Disney, ho finalmente capito cosa significhi far funzionare un rapporto.

Significa funzionare e basta. Proprio noi.

Smettere di passare il tempo a risolvere problemi che ci creiamo da soli, come se non ne avessimo abbastanza di reali, e scoprire quante altre cose possiamo farci, con le nostre giornate.

Rischiare di annoiarci, anche.

Che per me a un certo punto diventa il più grande dei lussi.

come-fare-i-bordi-nel-lavoro-a-maglia_5c874eb5bdb85480ac2cc8b3cd5b8e3e

Certi pomeriggi prendo i ferri da calza, come una nonnina, e mi metto ad ascoltare canzoni malinconiche.

Dimentica delle mie attività del momento, della gioia di una relazione felice e completa, di tutto quello che ho e che m’impegno a raggiungere, l’unica cosa che voglio fare è smettere di pensare e abbandonarmi a tutta la malinconia che tengo a bada quando cerco di essere troppo (pro)positiva.

Non credo sia uno sbaglio, questi momenti ci vogliono.

Mi hanno travolta spesso, con la stessa furia dei bambini quando si scocciano di stare nell’angolino in cui li hanno relegati per una benintenzionata quanto inutile punizione.

Allora ne approfitto per ascoltarli e capire che tutti i cosiddetti fallimenti che mi vengono in mente in circostanze simili sono solo i tanti volti di una malinconia di fondo, che cammina con me anche quando faccio finta d’ignorarla.

Non importa come si sia manifestata, se in un’inspiegabile voglia di fare esattamente quello che mi facesse male, o nell’ebbrezza di farmi trascinare dai miei errori come da onde troppo alte per non tuffarcisi.

C’è questo piccolo nucleo di dolore pigro, lento, che mi chiama da qualche parte e che va ascoltato com’è giusto che sia, anche perché non se ne andrà.

Se imparo a chiamare la mia malinconia col suo nome, invece di di darle quello di un amore svanito, di un progetto sfumato, di un sogno rimasto tale, allora la saprò lenire come un neonato nella culla, di quelli vecchi quanto il mondo.

E allora, solo allora, mi lascerà libera di andare dove voglio.

funny-pics-funny-quotes-funny-sayings-funny-pics-2014-Favim.com-1093250E niente, come dicevo nell’altro post sono sopravvissuta alla canzone di Adele, mai ascoltata che io sappia, e pure al Black Friday.

Sono passata per Portal de l’Àngel proprio mentre chiudevano i negozi, ma ho fatto in tempo a vedere la scritta che troneggiava sulle vetrine: tutto al 20%. Il ven-ti-per-cen-to? A me serve giusto un paio di calze, marroni. Secondo voi mi vado a prendere a capelli con mezzo mondo per pagare 1 euro e 60 in meno sul prezzo normale? Vabbe’ che non lo farei neanche se me le regalassero, ma a maggior ragione, chi si è fatto abbindolare da una roba del genere? Ah, molti?

Ok. Ognuno facesse quello che vuole. È che ultimamente mi sto rendendo conto della famosa differenza, che ebbene sì, mi tormenta spesso, tra volere e avere bisogno.

Le due cose andavano a braccetto per la zia novantenne che si chiedeva perché comprassimo le patatine fritte surgelate, quando bastava prendere una patata e tagliarla a sigaretta: l’olio l’avremmo scelto noi e avremmo fritto una volta sola. Ma a noi nipoti consumisti piacevano di più così.

Adesso no, mi sto rendendo conto che, se superiamo l’equivoco della comodità, tendiamo a volere solo le cose di cui abbiamo bisogno. L’insalata imbustata sarà comoda, ma quando comincia a marcire la rucola prima della lattuga a un paio di giorni dalla data di scadenza, e non riusciamo né a mangiarla né a buttarla, ci ricordiamo che il fruttivendolo ha la gentilina rossa a 10 centesimi in meno, un cespo intero. Ho cronometrato il tempo che ci metto a lavarla: cinque minuti perché sono lenta. Non ne valgono la pena?

Così per tutto il resto. Sono stata a un mercatino di beneficenza e ho preso vestiti carini e originali, roba di Nolita, Benetton, Miss Sixty. Alcuni nuovi, modelli che mi piacevano e nei negozi non trovo più, e adesso sto pensando a cosa mi servirebbe comprare e non trovo risposta (a parte le famose calze marroni). Ho tutto e mi scoccio di far posto ad altra roba che non mi serve.

Ho scoperto la passione per la cucina cinese, quella vera di zuppe e tagliatelle fatte a mano, e mi lascia perplessa chi dice che non può “permettersi di essere vegetariano”, forse pensando ai prezzi di Valsoia e prodotti bio. Dici che non vuoi, magari, non ti obietto niente, ma se mi tiri fuori l’economia ti ricordo che a fronte dei cinque euro delle tue ultime fettine io ho speso 80 cent di farina di forza e ho fatto tanto di quel seitan che pensavo di surgelarlo. Peccato che non surgeli mai niente, non ho bisogno neanche di questo. Lo spleen domenicale a che serve, se non a cucinare per mezza settimana?

Ma d’altronde, a che serve il Black Friday? A far girare l’economia. La stessa che condanna al precariato i commessi che fanno turni massacranti non retribuiti per farci comprare gli ultimi regali di Natale.

A proposito, sto facendo sciarpette per tutti, e non crediate che i gomitoli costino poco, vanno dai 5 ai 7 euro e per un lavoro decente ce ne vogliono almeno un paio. Ma volete mettere “‘a cazzata pe’ tu’ cognato”, come direbbe Osho, presa all’ultimo momento al centro commerciale, con la sciarpetta sbilenca che i miei amici fingeranno di apprezzare con un sorriso a denti stretti? Apprezzeranno il lavoro fatto pensando a loro ogni sera davanti a un film, o non sono amici miei.

Quello che voglio dire, in tutto questo, è: perché c’è la corsa ai regali, coi nuovi rituali dello sconto inventati negli ultimi anni? Perché così si usa. E perché così si usa? Perché abbiamo sempre fatto così.

Non sarà, allora, che sia questione di abitudine?

Perché, se è così, è fantastico: basta cambiarla! No, che non è difficile, basta fare un’altra cosa ogni giorno e diventa un’abitudine pure quella.

Sarà che i miei coinquilini, in questa casa, vengono e vanno a intermittenza, sarà che essere abbandonati al proprio destino genera mostri, ma io un po’ per volta ho assunto uno stile di vita basato molto sul fai da te, che mi taglia i costi perché compro quasi solo materie prime, e mi fa capire sul serio che tante cose che ci sembrano indispensabili lo sono diventate all’improvviso e quando impariamo a farne a meno non le rimpiangiamo affatto. Sì, lo so che non ho scoperto niente e siamo in tanti. Ma non sarà che siamo ancora pochi, a giudicare da come si sbattevano quelli del Black Friday?

Ok, le calze marroni mi servono ancora e non mi priverò della busta di germogli quando torno famelica dal corso delle 21.00. Non si tratta di riciclare per sempre le camicie smesse come stracci per la polvere e mangiare la stessa zuppa per una settimana, come “chi ha visto la guerra”.

Si tratta di scegliere come vogliamo vivere. Il resto, quello che dico succeda quando abbiamo cominciato, potrebbe sorprendervi sul serio.

 

 

 

geppo È che non sapete quanto ci voglia a contattarlo.

Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.

Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.

Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.

E allora eccolo lì, pronto a raccontare.

Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.

Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.

Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.

Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.

Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.

Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.

Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.

E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.

Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.

Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.

E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.

Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.

Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.

Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.

Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.

Io vi ricordo che un presente esiste.

 

 

 

 

grandma-knitLo so, che siete stanchi di Internet.

Che facebook vi pare una perdita di tempo, che gli smartphone sono un’alternativa molto poco romantica al caro vecchio ignorarsi in metro nascondendo la testa dietro a un giornale.

Che al bar non hanno Wi-Fi perché dobbiamo parlare tra noi, mica perché il proprietario è troppo tirchio per metterselo.

So anche cosa significhi scoprirsi vecchi, secondo convenzioni che potremmo rispedire al mittente ma non lo facciamo, se appuriamo che nostro cugino/nipote di 15 anni riceve in un nanosecondo il messaggio della fidanzatina del mare che a noi costava 20 giorni d’attesa e scrutinio dell’ormai obsoleta cassetta della posta.

Lo so, che schifo Internet. Che ci unisce tra italiani all’estero e ci fa parlare in video con la famiglia senza scrivere lettere strappalacrime alla Mario Merola e prenotare il volo più economico per andarli a trovare al primo fine settimana libero.

Che schifo le nuove risorse, solo perché qualcuno ne fa un uso che troviamo sbagliato.

C’è sempre quest’idea di base che cambiamento sia sostituzione. Che Kindle significhi addio ai libri e ne vedo in giro ancora tanti, che facebook elimini il contatto diretto, e pazienza se ci informa in tempo reale di tutti gli eventi in cui incontrarci e dirci le nostre banalità dal vivo. Pazienza se Tinder ci toglie da mezzo la gente che vuole solo scopare, che copulano come ricci da qualche altra parte mentre chi vuole si cerca qualcuno intenzionato a metter su famiglia (ok, quest’ultima mi dicono sia da brevettare meglio).

No, le risorse ci fanno schifo, troppa libertà fa male. A chi, mai capito. Forse a chi non la sa usare. E la tua libertà in qualche modo mina la mia.

Be’, io grazie a Internet sto facendo la calzetta. E la pasta a mano, e i piatti di varie cucine, che nella mia babilonia quotidiana, esterofila e vagamente asociale, mi sembrano valere esattamente quanto quelli della cucina mia, senza che la sminuiscano in niente.

Mi sarebbe piaciuto essere parte di quella catena meravigliosa di saperi che si tramandano “di madre in figlia” (i ragazzi sono una new entry piuttosto abile e desiderosa di riconoscimento), fatta di ricette segrete, di punti croce e gioie domestiche.

Ma non ho potuto. Mia nonna sapeva insegnare a leggere e scrivere, mentre le coetanee a stento riuscivano a buttar giù il loro nome. Ma sferruzzare, ricamare… Non pervenuti.

Indovinate chi è venuto in mio soccorso? Youtube. Che mi ha regalato decine di maestre in lingue diverse che mi hanno finalmente chiarito tutti i misteri del punto a rovescio.

Così con me la catena può ricominciare, questi trucchi li posso insegnare ai miei figli e ai miei nipoti, ibridati dalla mia propria esperienza in giro per mondi e genti, deprivati di un po’ di tradizione che rimpiangerò sempre e arricchiti dalle tradizioni altrui che con gratitudine ho fatto mie.

Trasmettere. Con qualsiasi mezzo. Mi sembra un bell’obiettivo, che sia romanticamente raggiunto in una cucina calda di vapore o davanti a un più freddo e dovizioso tutorial di taglio e cucito.

Quello, mi ripeto sempre, è una risorsa, è come un coltello. Ci puoi ammazzare la gente o affettare il pane.

Continuate ad affettarci il pane e non vi curate dei morti di giga.

the-ultimate-winter-couscous-1Ormai sto post lo sapete tutti (almeno chi ha la sfortuna di conoscermi di persona), senza che l’abbia mai pubblicato una volta. Grazie a WordPress che pretende addirittura che salvi le bozze che scrivo, come se non fosse tenuta a leggermi nel pensiero!

Comunque, meglio così: ieri a lezione di Storia della Letteratura (sì, sono recidiva) il professore enciclopedico e schizofrenico del decennio (ogni mia decade ne ha uno) ha dichiarato che “la felicità bisogna cercarla”.

Fantastico! Tempo fa un amico mi ha passato il link di un articolo che sosteneva che la felicità “arriva quando non la cerchi”.

Pure il mio antico consigliere Watzlawick sostiene che la viviamo in ogni momento se non ci ostiniamo a cercarla, come per il Fiore Blu dei suoi connazionali romantici.

Allora, indovinate un po’, credo che in questo caso valga la proverbiale via di mezzo, se diamo per assodata una cosa: la felicità è un piatto di couscous.

Fermi lì! So che vi piace quello precotto che provate ogni tanto per sentirvi internazionali, e in effetti con una buona salsetta fresca fa la sua porca figura.

Ma io parlo di quello che si fa da zero, a partire dalla semola, l’incubo delle cuoche velate delle bettole del Raval quando mi aggiro famelica in pieno Ramadan e minaccio di prenotarne una razione (leggi “di farle sudare dalle 10 di un mattino d’agosto senza neanche poter bere”. No, non l’ho mai fatto).

Perché in effetti ci sembra una sfacchinata, prepararlo, se consideriamo che con quello precotto in cinque minuti abbiamo il piatto pronto. Già, ma non faccio l’hipster se vi dico che col couscous preparato da zero c’è la stessa differenza tra gli spaghetti alla bolognese in scatola che potete comprare da Tesco, in Inghilterra, e le tagliatelle fatte a mano in un ristorante di Bologna.

Non comprate paradisi precotti, che la vostra felicità sia autoprodotta!

E poi, come la felicità, il couscous ha un’altra caratteristica: alla fine, la nostra parte nella preparazione è piuttosto esigua, diciamo un 30%.

Ok, dobbiamo avviare il brodo (e qui ve lo concedo, il dado, anche se buttare verdura di stagione in una pentola non è un’impresa impossibile!). Ok, dobbiamo mescolare la semola non rimacinata con un po’ d’acqua, abbastanza perché si sgrani meglio.

Ma per le restanti ore di lavorazione, ve lo prometto, fa tutto il vapore. E non serve neanche la couscoussiera, la felicità non è schizzinosa e la pentolina bucata Ikea da mettere sulla solita caccavella va bene lo stesso.

Ma vapore q.b. e il vostro couscous in tre ore è fatto. Noi al massimo dobbiamo girarlo ogni 40 minuti: non è mica una criatura come il ragù, da accudire passo passo! E poi, con tutta la manutenzione che avete dedicato alla vostra ultima relazione fallimentare, non volete girarmi a mano un po’ di couscous?

Insomma, couscous e felicità hanno due cose in comune: né vanno costruiti da zero né ci cascano nel piatto.

Dobbiamo metterli noi a cuocere in pentola, ma una volta iniziata la preparazione fanno tutto loro. E saranno tanto più generosi e abbondanti quanta più cura ci avremo messo all’inizio.

Ahò, mia mamma, che non tanto digerisce quei brodi di carne che si usano da noi, ha detto che il mio brodo vegetale di accompagnamento del couscous è la cosa più delicata che abbia provato ultimamente. E no, di solito non mangia bisonte in salmì.

Sarà per questo che, senza tralasciare di perfezionare la ricetta, la felicità ultimamente bussa spesso alla mia porta.

Voi, invece di autoinvitarvi a pranzo, cominciate ad accendere il fuoco.

chocolate-11Sapete che sono il personaggio di un libro? In realtà, avendo amici scrittori che a differenza mia pubblicano, di più di uno. Ma in questo sembro saggia (come si vede che è finzione). Alla protagonista, un’olandese appena arrivata a Barcellona, raccomando: “Fai tutti gli errori che devi il primo mese”.

Ecco, questo, ai tempi del libro, era il mio approccio kamikaze alla vita. Adesso m’introdurrei nella conversazione, sorriderei alla svampitella che ero e griderei alla protagonista: “Ma va’, evita tutti gli errori che devi, fin dal primo giorno“.

Perché ce ne sono un sacco, di persone che appena scese dall’aereo si premurano di trovarsi la casa sbagliata, la compagnia sbagliata, quando va bene il lavoro sbagliato. È incredibile quanto questi errori possano essere evitati in un attimo. In una seconda occhiata all’inquilino dal sorriso falso, nella lettura delle righe piccole, nella decisione fulminea di evitare per un po’ l’aperitivo italiano, se ancora non sai che l’h spagnola è muta.

Spesso un attimo è tutto quanto si frappone tra la decisione giusta e un incredibile spreco di energie.

L’altro giorno un tipo che conoscevo appena, aggiunto a facebook su sua richiesta, ha postato un commento sgradevole a un mio link. Mi avevano avvertito troppo tardi che fosse un manipolatore, avevo anche pensato che uno così, per scegliermi come vittima, dovesse trovarmi in qualche modo adatta al ruolo. Al suo commento avrei potuto rispondere in vari modi, perdendo mezz’ora del mio tempo e facendo il suo gioco. Invece gli ho messo “mi piace” e sono passata appresso. Lo faccio spesso, in queste circostanze. Prendetelo come un abbraccio di Gianni Morandi.

È in realtà il messaggio: “La tua spazzatura non venire a buttarla a casa mia, e se lo fai te la rilancio”. Un po’ come la storiella di Buddha che spiega che, se non accetti un regalo, quello resta al donatore, come le offese che ci rifiutiamo di cogliere.

E a volte è davvero un attimo, in questi casi innocui come in quelli pericolosi sul serio. Prima di arrivare alla saggezza zen di Morandi, infatti, mi sono rovinata la vita per attimi equivalenti.

Per esempio, ho cominciato una relazione assurda perché il tipo in questione (che fino a quel momento mi piaceva, eh, non sono così folata) aveva buttato lì un commento poco lusinghiero su di me. No, non sto raccontando la trama di Orgoglio e Pregiudizio. Non se n’era manco accorto, quello lì, avete presente empatia zero? Ecco, dove c’era un tizio che ne fosse dotato, là c’ero anch’io. In quel momento avrei potuto fare diverse cose. Dire “Sei bello tu” e piantarlo lì in strada. O ridere e rendermi conto che avessi di fronte un infelice, cambiando argomento.

Perché mi sono decisa per la soluzione più logorante, senza manco la prospettiva di diventare la signora di Pemberley?

Perché non ho riconosciuto la classica “tragedia” che potesse essere evitata in un attimo, con una reazione immediata e appropriata. Per arrivare a quella, in effetti, ci vuole molta più preparazione che fare l’opposto, occorre un ingrediente che non si trova ogni giorno: un certo amore per se stessi o, se proprio ci manca, almeno un po’ di rispetto.

Perché, probabilmente, se ci mettiamo in situazioni assurde come queste, dalla lite con l’arrogante di turno alla storia infinita con lo psicopatico, è anche perché ci serve.

In che senso? Come evitarlo? Ci sarebbe da scriverci un romanzo e invece vi ho già stordito di chiacchiere.

Ne parliamo lunedì, va’. Intanto non fate troppi errori!

Cooking-DisasterSto facendo cose. Praticamente, proprio. Le sto creando con le mie manine maldestre, poco abituate alle attività pratiche.

Tagliatelle fatte a mano, formaggio casereccio, anche solo una soluzione di acqua e candeggina che non mi faccia strisce sui mobili. Uno smokey eyes senza sbavature. Una gonna confezionata da me (prossimamente su questi schermi).

Una mensola montata quasi dritta (aspettate che compri un trapano e scansatevi!).

Sono proprio contenta, non ero tanto abituata a farlo.

Perché? Perché subivo, come tanta gente, specie tante donne che si sono ritrovate incastrate nella contrapposizione corpo/mente, l’idea che tutto quanto fosse intelletto fosse intrinsecamente superiore.

Penso alle donne che insomma, fin da ragazzine sono state bravine a scuola, che hanno intrapreso un corso di studi “di concetto” ecc., e che fanno fatica a scrollarsi di dosso questa condanna di poter essere delle grandi ragionatrici, ma dover essere negate a fare una torta per essere credibili.

Tanti uomini, ultimamente, si permettono di fare i Carlo Cracco della situazione, specie se c’è una donna a sbattere le uova mentre loro si occupano delle cose interessanti. Io sono genuinamente contenta che una maggiore libertà sociale permetta loro di superare più velocemente problemi di autostima  e identità. Ma pare che avvicinarsi ad attività tradizionalmente considerate femminili possa essere fatto da un uomo solo se in grande stile e con un piglio ironico, da “Ok, lo faccio perché sono moderno” (in qualche caso seguito da un “Metti l’olio sul fuoco, Maria, mentre preparo la tempura”). Per una donna, invece, spesso si tratta ancora di “degradarsi”, perché abbiamo creduto che l’unico modo di battere il destino che ci voleva “donnine di casa” sia considerarlo degradante.

Non cadiamo nella trappola. È sbagliato un sistema che a priori decide cosa sia nobile e cosa no, che campa dello sfruttamento di lavoratori manuali intanto che si lascia governare dal pensiero in tutte le sue forme, relegando in un angolo l’intuizione, deridendo la spiritualità come se fosse unicamente appannaggio di confessioni religiose sessiste e omofobe.

Usare le mani è molto bello. Creare le cose, vedersele fiorire davanti. La farina viene accostata spesso alla parola “fiore”, specie nei dialetti e nelle espressioni legate alla gastronomia, e come un fiore sboccia per diventare un piatto di gnocchi, o una torta e quindi una festa.

Non ci riduciamo a un ruolo solo: non è vero che per averne diritto dovremmo essere solo quello.

(Ciò non significa cadere nel ricatto morale di dover fare le perfette casalinghe e le fantastiche lavoratrici fuori casa, attenzione sempre agli estremi che uccidono).

Non mi piacciono le campagne contro le belle raccomandate, la bellezza è odiosa quanto il nepotismo ma fa il doppio dello scandalo, né mi convincono, come già detto, quelle proteste benintenzionate ma a mio avviso pasticcione contro gli standard di bellezza.

Insomma, non caschiamoci. Specie noi donne. Se sappiamo fare una torta non significa che siamo relegate sistematicamente alla sfera della cucina. Che sia una scelta, sempre.

Riappropriamoci di una parte bella e creativa che in qualche modo ci è stato chiesto di abbracciare del tutto o sacrificare per sempre.

Come quando ci è stato ordinato di sacrificare la sessualità alla maternità per diventare vergini e madri, o la cosa umanamente più vicina a questo status.

O ci è stato detto che “le vere donne esibiscono il cervello e non le gambe”, magari da una donna.

No, sul serio. Riprendiamoci le mani. Facciamone ogni buon uso possibile.