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Quadrinapoletano

Da Se i quadri parlassero napoletano, su facebook

 

Dovete sapere che da un po’, per il master, studio arte contemporanea, materia della quale non ho mai capito una ceppa. Sono tra quelli che, guardando un quadro, fanno pensieri simili a quelli del signore qui sopra. Anzi, a essere onesta capisco anche l’assassinio della pittura predicato da Miró, o l’impossibilità di essere naturalisti esemplificata da Klein, ma di fronte a tanto struggimento, e alle interpretazioni lacaniane del prof, confesso di reagire desiderando intensamente la pausa caffè.

Mi ha colpito, però, questo pittore realista spagnolo che si chiama Antonio Lopez, che oltre a dipingere bellissimi cessi espone quadri inacabados, incompiuti. Eccone uno.

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Il prof, udite udite, lo trova retorico. Dice che è retorica anche la tendenza a lasciare l’opera incompiuta.

E allora, senza che abbia nulla a che vedere con l’arte contemporanea, né con le intenzioni del pittore, mi è partita questa pippa mentale che ora vi appioppo, assicurandovi che è comunque più digeribile dei saggi proposti al corso:

  • La retorica dell’incompiuto è una caratteristica della nostra epoca.
  • È il sotterfugio per non esporci troppo agli scherzi della sorte.
  • A me, ultimamente, sembra fantastica nello studio di un pittore, ma non nella mia vita.

Ci conviene rimanere sempre sospesi, il pennello a mezz’aria? A me no. Ci conviene lasciare a metà gli studi, per paura di NON trovare un lavoro che ci piaccia? A me no. Ci conviene perderci appresso a storie che non vadano mai oltre l’entusiasmo iniziale? A me no.

In questo momento i vantaggi di vivere “incompiuta” mi sembrano meno di quelli di finire quello che comincio.

Perché capisco che l’incompiuto/infinito a qualcuno venga spontaneo*.  E non è detto affatto, su questo vi do ragione, che l’unica via possibile sia essere “realisti”, qualsiasi cosa sia per noi la realtà, e chiamare soluzione quello che è sempre stato spacciato per tale: il posto fisso, la famiglia tradizionale, tutto quello che in altri tempi stava nel quadro e lo chiudeva bene.

No, quello che io chiamo bozza potrebbe essere, per voi, un quadro perfettamente completo, un capolavoro, e va bene così.

Ma mettiamo che abbiamo un’idea su come completare il quadro della nostra vita (almeno quello), che il nostro tratto deciso si diriga verso una possibile conclusione. Che succede, se ci viene improvvisamente questa voglia di portare a termine quello che abbiamo cominciato?

Desistiamo perché abbiamo sempre fatto così? Perché non so se l’ho capita, questa retorica dell’incompiuto, ma credo diventi retorica solo quando non sia più “spontanea” e si trasformi in affettazione, una dichiarazione d’intenti dell’artista, che magari (ho sospettato anche questo) non sappia come concludere il quadro senza risultare banale.

In quel caso, forse dobbiamo rischiare di risultarlo. Banali, dico. Forse dobbiamo avere il coraggio di completarlo, il quadro. A modo nostro, ovviamente, non seguendo le tecniche altrui. Dobbiamo avere il coraggio metterci una famiglia, tradizionale o meno, se in fondo vogliamo quello. O di scegliere una volta per tutte di non mettercela, senza dissanguarci in giro in rapporti a distanza di 5, 6 anni, trascinati non per amore, ma per pigrizia.

Se volete “completare” il quadro (e solo in quel caso), meglio farlo che fingere che ci piaccia così, abbozzato, anche stavolta.

Meglio ancora uscirci, dal quadro, e decidere che per una volta l’opera d’arte, fosse anche un Picasso sotto LSD, siamo noi. Completa, completissima.

Ma senza retorica. E dai. Stavolta senza retorica.

 

 

* Se è tornato in arte contemporanea in un mondo d’immagini digitali, un motivo ci sarà. Siamo schiavi di scienza e tecnica, avrà ragione Heidegger, siamo schiavi della pretesa obiettività della fotografia, specie da quando avete comprato tutti la Canon e mi siete diventati il Doisneau d’ ‘a palazzina.

imagesSono giorni che mi sbatto a cercare famiglie arcobaleno a Barcellona che manifestino solidarietà per chi non ha ancora i loro diritti in Italia.

Non ne trovo nessuna. Le poche che conosco hanno da fare. I bambini sono anche un lavoro a tempo pieno. Alla faccia di chi insinua che i gay non siano buoni genitori.

Non avendone di miei, comincio a chiedermi se i pargoli siano appunto una scusa per smettere di fare qualsiasi altra cosa (finalmente!) o davvero si tratti di eterni riproduttori di malattie che ne sfornano una nuova ogni cinque minuti.

Oppure, semplicemente, tante coppie di qua non sentono particolari esigenze di manifestare per diritti che già hanno. Magari quelle italiane residenti a Barcellona sono ancora scottate dai chili di omofobia e pregiudizi travestiti da problemi morali che si sono viste buttare addosso prima di andarsene altrove.

Ma no, forse qua non è un’urgenza e quindi vengono prima le pappe, le visite dal medico per l’ennesima otite (ma quante ne beccano?!), la gita fuori porta complicata dall’attacco di vomito a metà strada.

Che ‘ntender no la può chi no la prova, canta mia madre a mo’ di ritornello, per indicare che solo se sperimenti qualcosa su te stesso puoi comprenderla.

Ecco, io non la provo e magari non la posso intendere.

Però ricordo che, ai tempi degli Indignados, qualcuno diceva che era questo il principio per cui non s’indignassero tanto in Francia. Non potevano capire. Non erano la Spagna messa in ginocchio dalla burbuja inmobiliaria e gli sfratti, col ceto medio in strada per i mutui sfuggiti di mano.

Mi chiedo cosa succederebbe se il ceto medio finisse in strada in Italia, a parte un ricorrere agli amici onorevoli perché “solo io e la mia famiglia” non si venisse sfrattati all’improvviso, ma forse è meglio restare col dubbio.

In ogni caso, la storia della mobilitazione che nasca solo dai propri interessi è roba di cui abbiamo già parlato. È come se tutto si muovesse a partire da un bisogno proprio e al di là di quello non potessimo far molto.

Aggiungici che siamo annichiliti da giornate di lavoro lunghe e umilianti che prima si sostenevano in nome di uno stipendio più o meno decente e di un posto fisso, ma che cadute ste premesse diventano solo una tediosa incombenza. Aggiungici che le donne devono ancora essere addestrate a credere che i figli siano SOLO un meraviglioso dono, senza essere del tutto informate sulla storia delle otiti o almeno di cosa significhi a livello di stress emotivo, frustrazione, sensazione di star buttando la tua vita a beneficio di un altro essere umano che “istintivamente” deve diventare la tua priorità (questa non è mia, eh, me l’ha confessata una mamma). Specie in una società in cui in nome dell’istinto materno (?) gli uomini sarebbero esentati da una percentuale enorme di cura. Ma se non si fa così è la fine, le donne sono la manodopera più a basso costo che si trova, guai a monetizzare il loro lavoro in una società monetizzata, e figurati se pretendono una lauta ricompensa se decidono di fare quel che vogliono del proprio utero e creano bambini per chi non può averne.

No, no, ‘ntender no la può chi no la prova.

Io intendo che da quando sono uscita da questo meccanismo sto meglio. Sì, è vero, mi devo scontrare col buonsenso un po’ soffocante di chi scambia “prendersi cura di sé” con “fare solo ciò che gli conviene”. O si nasconde dietro il paradigma altruista del “fare ciò che conviene agli altri”. Perché anche chi per “vocazione” si dedica agli altri, spesso, non è disposto a fare nient’altro che quello che soddisfi immediatamente il suo desiderio di altruismo.

Ho aiutato a organizzare due mercatini in cui ci si è sbattuti infinitamente per racimolare poche centinaia di euro, buone a distribuire panini tra chi dopo avrà ancora fame. Ma in pochi sono disposti a dedicare qualche ora meno esaltante a un dibattito, una conferenza, un incontro con delle istituzioni, per far sì che piano piano il panino se lo possa permettere chi lo vuole.

A me pare egoismo anche quello, esemplificato brillantemente dalla signora che se ne andò dall’associazione di volontariato con cui collaboro perché quando distribuiva i pasti, diceva, “Nessuno mi ringrazia”.

E certo, se lo fai per soddisfare un tuo bisogno immediato di sentirti speciale, rimarrai delusa. Se ti mobiliti solo quando hai bisogno di qualcosa, non sorprenderti se nessuno lo farà per te.

Diceva uno che confesso di non amare molto, ma questa l’ha detta bene: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”.

Anche se non vengo altrettanto bene nei poster, aggiungerei: siate sempre capaci di sentire le ingiustizie che, attraverso gli altri, commettono contro di voi.

 

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miriammoralespolar.com

Mi osservi più curioso che stupito.

Non ne vedi tante, come me. Magari le intravedi dal carrozzino, in strada, ma mai sedute, mai a mangiare, come in questo ristorante vicino ad Arc de Triomf, con questa roba così colorata nel piatto che è la stessa di tua madre, ma a tua madre è bianca, e la mangia bene.

Io invece lotto col mio riso, con questi occhi strani. Enormi, vero? Di un colore mai visto. E il nasone, poi. I capelli non farci caso, è per una roba alla camomilla che mi ha regalato mio padre. Fa il medico ma di corpi, da dove vengo io si curano solo quelli, e spesso sono corpi come il mio, con gli occhioni grandi e i nasoni e i capelli colorati.

Ti sorrido e mi chiedo se ti faccio giustizia. Guardo di nuovo il libro aperto avanti a me, scritto in segni che troveresti sgraziati, senza fantasia. Parla di persone che 100 anni prima che nascessi tu facevano arte, ma roba strana, che non si capiva subito, e sai che dicevano?

Che lo spettatore ideale è un bambino, che ancora non conosce le regole stupide del mondo.

Magari hanno ragione loro. Magari i miei occhi non ti sembrano strani per nulla, son solo occhi. E il nasone, pazienza. E i capelli ti ricorderanno l’oro finto del vasellame che spero tua mamma scarti, nei negozi qua vicino, quelli coi nomi che sono aironi che volano e giardini felici e che presto tu capirai e io forse mai.

Magari a te adesso andrà tutto bene: la gente come me, quella come te, quella che mangia con la forchetta, quella che mangia con le bacchette, quella che ha due papà, quella che ha due mamme, perfino quella che dice che io e te veniamo da due mondi diversi e non ci capiremo mai, quindi meglio separati e ognuno al paese suo.

Ma a te va di partire, tesoro mio?

A me no. E tu qua ci sarai nato, quindi…

Quindi adesso esci, i tuoi occhietti diventano virgole allegre in un sorriso alla cameriera, che tua mamma saluta in cinese.

Torno anch’io alla mia lezione, sui bambini che capiscono il mondo.

Vabbe’, lo dico: mi sento spiazzata, davanti alle compagne latine del mio master.

Imbevuta dell’orgoglio da liceo classico, che mi ha imposto una discendenza magnogreca a botta di traduzioni e parafrasi, mi sorprendo della beata noncuranza di fronte ai miti loro e altrui. Mi fa strano che l’idea di ceto medio arrogante ma colto, a cui sono state addestrate come me, non passi per quella che dalle mie parti è quasi una tappa obbligata.

Perché non sono come le colleghe nordamericane, ufficialmente denigrabili grazie al “tana libera tutti” dell’imperialismo, per cui si possono prendere in giro certe culture e altre no.

Non sono neanche come le ammirevoli fricchettone in poncho che al Columbus Day si mettono sotto la statua di Colombo, a fine Rambla, e gli urlano nel loro spagnolo affusolato di “mostrare il permesso di soggiorno”, in nome della Pachamama che, loro sì, rivendicano con orgoglio.

No, le mie compagne di master sono beatamente incoscienti di quella che in uno strano modo, viaggiando per vie colonialiste e genocide, dovrebbe essere parte della loro identità, la mitologia greco-romana che Laura Esquivel, nel 1995, fondeva con quella latina in un coro di sacerdoti indios e frati cristiani.

In compenso, quando nel mezzo di una ricerca sui miti di fondazione dell’Attica mi fermo e le interrogo: “Avete qualche dio che ricordi questa storia?”, non sanno rispondermi. “Eh, in Messico rinneghiamo un po’ l’origine precolombiana”. Scusa?! Vuoi dire che io so pronunciare Quetzalcóatl e tu pensi che sia una bevanda hipster? Vuoi dire che Gloria Anzaldúa e la sua cultura meticcia non le hai mai sentite nominare e ti starebbero pure antipatiche? E allora ricordo i loro nomi anglosassoni, abbreviati quasi a ricordare personaggi di Jane Austen (Fanny, Lizzy, Nancy…), ma non mi arrendo all’evidenza.

No, non l’hanno mai sentita nominare, Saffo, figurarsi Medea. Con Antigone ci giocano come quei critici statunitensi che prendono una storia, la decontestualizzano e ci vedono rispecchiato il loro attivismo, l’antimperialismo, il femminismo. Così Sofocle per Bonnie Honig diventa una suffragetta del V secolo, che invita la platea a cospirare contro Pericle. Per quelle che lo sostengono nella loro tesina di fine corso può benissimo essere così, tanto la storia “non le riguarda”, era la prima volta che avessero scoperto che esistesse un’Antigone.

E se mi vendicassi prendendo i loro serpenti piumati e facendomene collane, non li riconoscerebbero nemmeno.

Sta cosa mi fa friggere di rabbia finché non ricordo. Anch’io faccio lo stesso. Anch’io prendo il passato remoto e lo uso come cavolo mi pare, quando implico che avere antenati che 2.500 anni fa parlavano un dialetto greco a Napoli, che ridendo immagino tipo l’istroveneto in Croazia, influisca qualcosa sulla mia vita.

E agli incontri sull’indipendentismo meridionale, stile “coi Borboni stavamo un amore poi i Savoia ci hanno portato l’Inferno“, quando sento invocare i Fenici  vs i “cavernicoli” del Nord capisco che è arrivato il momento di darsela a gambe.

So anche che appunto è un frullato, questa mia eredità magnogreca, con le antiche poetesse che diventavano tutt’uno con le divinità pre-greche che invocavano. Se avessi avuto sul presepe un’immaginetta di Afrodite l’avrei messa senz’altro ad assistere la puerpera Maria.

Insomma, il confronto con culture diverse, ma così diverse che sfuggono anche ai cliché sulla loro diversità (no che non conoscono Tetzcatlipoca, anzi, lo sticazzi è in agguato) fa sempre riflettere su come usiamo la nostra, come tracciamo le nostre frontiere sociali (di ceto medio e “civiltà mediterranea”) sulla base di eroi che tracciavano quelle di città-stato. Come ricicliamo nei secoli storie che però, a non trasferirle nel nostro contesto, non avrebbero avuto più la forza di un tempo.

Infatti che smacco è stato, da storica, scoprire Jung e i suoi archetipi, il matto d’inizio ‘900 che disegna una figura fallica uguale a una divinità non europea. Non che l’inconscio collettivo mi annulli la necessità maniacale di contestualizzare, eh. Per me non bisogna scomodare il patrimonio genetico per supporre che esseri umani di epoche diverse s’immaginino nello stesso modo la loro impotenza davanti al mondo.

Ma tutte queste storie non esistono che in un repertorio che attiviamo noi, quando ci serve. Dovremmo capire quando e come furono utilizzate in ogni tempo, prima di fare di Antigone una femminista del duemila e di Sofocle una suffragetta, ma i miti secondo me sono come quei fighissimi utensili da cucina che ti regalano a Natale e restano anni in credenza: belli, ma hanno un senso solo se li usi. E se le mie nuove amiche gioiosamente ignare dei loro vogliono i miei, glieli presto volentieri.

Trattiamoli bene, magari, utilizziamoli per rispondere a domande nostre, invece che a insicurezze collettive sulle nostre origini e sul nostro posto nel mondo.

Ma facciamo incetta di tutte le storie che vogliamo, interroghiamole come faceva quel mendicante cieco con le urne antiche, e prepariamoci ad ascoltare, con rispetto, tutto quello che hanno da raccontarci. Senza dare per scontato di saperlo già..

Prepariamoci a sorprenderci di ciò che ci diranno.

 

 

 

chiodo Poi ognuno ha i suoi metodi, diciamo, per uscire dalle crisi. Ma volevo dire questa cosa, sul chiodo scaccia chiodo.

A me ha funzionato in modo strano: mi cacciava da un problema a un altro. Cadevo in nuove braccia sbagliate, che mi avrebbero fatto soffrire come quelle di prima senza mai risolvere il problema di fondo: la mia cecità nello scegliere.

Quindi non posso dire che il ripiego (brutta parola) non risolvesse il problema, che non mettesse fine all’angoscia, al senso di perdita: ma alla lunga lo rimpiazzava con altra angoscia e altre perdite, toglieva i sintomi del male senza curarlo fino in fondo.

Poi so che a volte, a botta di culo, a un mese da un addio pesante troviamo la persona della nostra vita (ammesso che esista), a qualcuno capita.

Dico solo quello che succedeva a me: cambiare di braccia, senza cambiare di testa.

Per questo, per un anno, quasi facevo capa e muro all’amica catalanoandalusa che si era presa una laurea in psicologia e una specializzazione in analisi junghiana solo per snocciolarmi la seguente, profonda ricetta: “Un clavo saca otro clavo!”.

Ora quell’amica potrebbe venire da me e dirmi: visto, che ti dicevo?

Eh, no, tesoro. Facile chiamare chiodo scaccia chiodo una storia che comincia a lutto ormai elaborato, dopo un anno a buttare il sangue, magari. Una storia in cui l’altra persona è davvero la benvenuta e non ci serve a niente, non ci fa da tappabuchi, non ci colma il vuoto lasciato da altri, già pronti ad aleggiare tra noi come fantasmi chissà per quanto tempo.

Perché una cosa è buttarsi tra le braccia di qualcuno mentre siamo nel pieno del dolore da perdita, proprio perché non ce la facciamo più, e un’altra è prendere quel dolore, ascoltare quello che ha da dirci (che, si diceva, il dolore è un ambasciatore che non porta pena), e cominciare un’esistenza in cui i suoi insegnamenti siano un pilastro, magari, ma mai l’unica ragione. Una vita fondata su un lutto vi piacerebbe?

E allora, piuttosto che pulirsi le ferite sulla pelle di qualcun altro, scopriamo quanto sia bello, dopo il tempo che ci vuole, essere capaci di aprirci a un nuovo amore senza nessuna fretta o nessun vuoto da colmare, solo col piacere di esplorare, conoscere questa nuova persona che si affaccia nella nostra vita, e che magari, finalmente, ha la buona creanza di bussare senza sfondare la porta.

Magari per allora avremo imparato che nelle vite altrui si bussa e piano, non si dettano leggi, per poi abbandonare il campo.

Solo quando avremo imparato tutto questo, mi sa, potremo finalmente dire avanti.

In tutti i sensi.

ricetta-per-la-torta-millefoglie-vegana_55578c7caa6f10f016ffbe0a652c698f   A una mia festicciola di compleanno, di quelle che dai quando la tua età non raggiunge le due cifre, c’era quest’amichetta che proprio non voleva mangiare la torta.

Era lì di malavoglia, al seguito dei genitori, e si rivelò stranamente incapace di tagliare la sua fetta di dolce, rifiutando ogni aiuto. Era una millefoglie bella tosta (una passione per me inspiegabile degli anziani di casa), quindi una scusa ce l’aveva. Ma gli adulti presenti capirono ben presto la solfa e il piatto le fu prontamente sottratto.

A quel punto, però, mi ribellai io, affetta da una goffaggine che mi portava a un’estrema compassione verso i pochi più imbranati di me.

Cominciai quindi a difendere l’onestà della commediante, che per colpa mia dovette fare un secondo tentativo, altrettanto fallimentare, prima di essere lasciata in pace anche da me. Credo che non capii mai che fosse una commedia, pensavo solo: “Oggi proprio non riesce a mangiarsela”.

Adesso le feste che organizzo sono un po’ diverse: un pranzo per 40 per il 1º maggio, un mercatino di beneficenza con buffet, proiezione e rinfresco con offerta a piacere. I tanti che mi aiutano, per fortuna, sono più efficienti di me, ma anche in questo tipo di feste c’è il reparto impediti. Sarà che, guardate che pretese, se t’incarichi di portare le bibite mi aspetto che tu venga un po’ prima, per metterle in fresco. Sarà che se prepari l’antipasto do per scontato che, per un pranzo che cominci alle due, ti presenti almeno all’una e mezza e non alle due e un quarto.

Ma i primi anni ci sono state scene che a riprenderle sarebbero diventate virali: io che bestemmiavo in catalano con l’unica presente che mi capisse, maledicendo tutta la genealogia del ritardatario, mentre gli altri continuavano rilassati a preparare, rimproverandomi pure: “Vabbe’, non lo sai, che è così?”.

Allora a consolarmi veniva quella che non aveva fatto un cazzo e che non vedevo mai a riunione, solo per chiedermi: “Perché ABBIAMO scelto questo locale, per l’evento? Non c’è atmosfera”.

Neh pereta, facevo per cominciare. Ma venivo trattenuta: lo sai, com’è fatta, non ha neanche il cellulare, è già tanto che abbia trovato il posto.

Allora mi devo arrendere all’evidenza.

Io ho la pretesa di trattare le persone come esseri senzienti.

Ci sono persone che per motivi vari non vogliono essere trattate così.

Come la mia compagnella d’infanzia e la sua fetta di torta inespugnabile. Magari si tratta di veri indecisi, che godono di questa condiscendenza collettiva. Così non devono spiegare che non desiderano la torta e nessuno si sorprende se, una volta accettatala, non la mangiano. Accettano lo status di inaffidabili in cambio di una libertà che non credono di potersi conquistare altrimenti.

Magari conviene loro dirsi di non essere capaci di far nulla, per non rischiare un possibile fallimento.

Oppure, semplicemente, ci marciano. Così s’impegnano il minimo e il personaggio bohémien del simpatico svitato, o della sognatrice che spaccia l’inaffidabilità per emancipazione, è il loro modo di stare al mondo: sempre incompleti, sempre in potenza. Nella loro vita ci dev’essere un “peccato che”. Peccato che non abbia tempo, che non abbia memoria, che non abbia abbastanza soldi per viaggiare (detto magari da qualcuno che li scialacqua in false katane giapponesi).

Peccato comunque, sembrano dire, che io non possa.

Altrimenti sarei un genio. Altrimenti avrei finito da un pezzo l’università. Altrimenti mi avrebbero finalmente riconosciuto il talento, al lavoro.

Altrimenti avrei detto che la torta non la voglio, e mi sarei buttata sulle patatine.

Ma no, restano lì a recitare quella commedia con se stessi e con gli altri, che fanno da spettatori complici.

La mia posizione, invece, è problematica: credo di rispettarli aspettandomi da loro lo stesso che dagli “altri”, ma così non rispetto la loro volontà di essere trattati come bambini.

Infatti raramente mi sono stati grati, e si capisce, per questa mia pretesa. E lasciami stare, sembravano dirmi, a me piace così, che vuoi.

Fantastico. A me non piace assistere alla tua pantomima. E non pretendo certo di cambiare i tuoi gusti attoriali, ma tu non pretendere di cambiare i miei di spettatrice.

Quello che chiedo è che, quando la vita di persone così si incrocia con la mia, ci si venga incontro a metà strada. Non sono d’accordo con quegli psicologi che riconducono la tolleranza di fronte a questi atteggiamenti ad “accettare gli altri come sono”.

A me pare un ricatto morale. Se interagiamo veniamoci incontro a metà strada. So che è più importante l’amicizia che un pranzo perfetto, ma se mi lasci appesa con 40 invitati perché non ti sei segnata l’indirizzo, non so se chiamarla amicizia e nel dubbio frequento amici più empatici o meno distratti.

Senza dimenticare di offrirti un caffè giusto sotto casa tua, per essere sicura che non arrivi tardi.

E se lo fai anche così, ti ordino una millefoglie e non me ne vado finché non l’hai finita.

family  Non immaginate nemmeno cosa mi metta a fare, pur di non lavorare. Perfino guardare su youtube un’intervista ad Anna Tatangelo, per Le invasioni barbariche. Una roba vecchia, risalente a quando la cantante conduceva X-Factor con un collega improbabile come Elio (senza Storie Tese), con cui guarda un po’ sembrava avere della ruggine. Infatti, ed è per questo che vi menziono l’episodio, di fronte alle provocazioni dell’inossidabile Daria Bignardi commentava una cosa tipo: “Elio può fare il radical-chic quanto gli pare, ma poi la televisione la guarda il popolo”.

Il popolo. Io la prima immagine che ho del popolo, l’imprinting proprio, l’ho presa da un discorso del sindaco Peppone, che oggi forse designerebbe così proprio quei radical-chic cui si riferiva Annarella (lo so, l’Italia è cambiata mooolto, dai tempi di Gino Cervi).

Allora, mi sono detta, come siamo arrivati a questo punto? Come può una tipa che canta l’amore e non filosofeggia contrapporre il pubblico di Elio a un “popolo” semplice ma giusto, che le toglie gli schiaffi dalla faccia contro le soperchierie snob degli eredi del popolo pepponiano?

Allora qual è, il popolo?

Il popolo è tutto, temo. E conosco queste contrapposizoni. Le conosco perché ho studiato la guerra. La Grande, Guerra. Che non solo nelle trincee, che lasciamo perdere, ma anche nella stampa, pure nei discorsi da bar, in tram, era tutta così: uno scontro di civiltà all’interno delle civiltà stesse. Da una parte c’era chi mutatis mutandis si sentiva “lib” (l’ho letto di recente come insulto omofobo) e voleva la vittoria di una Francia repubblicana e libera (“libertina”, dicevano allora i cattolici). E chi si sentiva amante dell’ordine, dell’assolutismo, di Kaiser Wilhelm e della scientificità tedesca.

I livelli della battaglia, non ve li dico manco.

Altissimi.

Crucchi di merda vs ricchioni. Ma quali ricchioni, siete repressi voi. E giù a citare l’Iliade, Darwin, Lombroso, la Bibbia, qualunque testo servisse ai due bandi per avallare la propria causa.

Ricordate com’è finita, vero? La guerra che doveva finire tutte le guerre. Seh.

E se lo ricordiamo tutti, perché lo stiamo rifacendo?

Vedete, io noto una cosa. Le grandi battaglie sociali che si combattono ora in Italia, viste da fuori, mi sembrano destinate al fallimento o a soluzioni temporanee proprio per questo dualismo, quest’inasprimento di toni, questo arroccarsi non tanto nelle rispettive cause, ma negli stili di vita che si vogliono propugnare, o addirittura (nel caso di chi nega i diritti) imporre agli altri.

Io lo so che Hegel ha detto che alla base della società c’è una lotta per il riconoscimento, che ci si muove partendo da un vuoto interno e si lotta perché te lo colmino i tuoi simili, riconoscendo la tua egemonia. Mai capito perché questo fantomatico vuoto non possiamo colmarcelo da soli, ma lasciamo perdere.

Vivo in un paese che i diritti civili li riconosce da 10 anni, e non senza la battaglia campale di cui sopra, ma che non è del tutto pacificato. Vedo invece scendere in piazza a Roma persone che dicono ufficialmente di lottare per il bene dei bambini e intanto sembrano gridare “I normali siamo noi. Dimmi che sono normale. Dimmi che sono ancora io quello normale”. Che è uno scrupolo che mi sembra avere più chi crede in qualcosa di estremamente dogmatico, sia esso un’ideologia o una religione (e non importa la provenienza della religione, eh, per me se sei coerente accetti o condanni sia l’Islam che il cattolicesimo che il pastafarianesimo… no, quello si ama e basta). Ho sempre avuto la sensazione che i più grandi insicuri si trovino qui.

Mi fa ridere il fatto che “Dimmi che sono normale”, secondo le poco politicizzate colleghe di università, fosse il motore principale del Gay Pride. Provai a ricordare loro che si combatteva per il riconoscimento di diritti civili molto precisi, al di là della questione filosofica a cui lo riducevano. Ma potrebbe non essere un’idea del tutto peregrina, quando si perde di vista la causa e, in termini per me più elastici dell’altro bandolo, si cerca di ribadire “Guarda, sono normale anch’io” a chi proprio non vuole sentire (e allora andasse a raccogliere percoche, una volta che ci sia l’equità legislativa).

Il mio scrupolo, sapete qual è? Che se i termini del conflitto continuano sul genere bigotti medievali vs ricchioni non se ne esce, o se ne esce con quell’imposizione sociale dall’alto che ha il merito di concedere diritti immediati (i gay spagnoli ringraziano coi loro bellissimi bambini) ma che non risolve il conflitto sociale.

Perché? Be’, so di risultare molto impopolare, ma per me è sbagliato anche vederlo come conflitto. Sarà che le mie crisi personali mi hanno portato a provare un’infinita compassione per me stessa, ma io questo sentimento dal vago sapore religioso lo estendo un po’ a tutti.

E mi fa pena, uno come Magdi Allam, a prescindere dai soldi che può aver guadagnato da questo ruolo che si sia ritagliato, ci vedo una crisi d’identità brutale. Mi fa pena chi è così insicuro della propria fede che ha bisogno di imporla agli altri, perché venga accettata. Ma mi dispiace anche che qualcuno, e non mi riferisco ai gay ma ai “lib” in generale, reagisca a questo sopruso arroccandosi a sua volta in un suo stile di vita che viene venduto con tutto il pacchetto, con le sue riviste, la sua moda e gadget che scopro non conoscere neanche più (che minchia è la Effe? Sono giorni che mi riprometto di cercarlo su google).

Insomma, per me sapete perché non funziona, questo “scontro di civlità”, questo bollare come pedofili tutti i preti e buonisti tutti i non fasci, definire ruspanti le figlie di panettiere che si mettono con Gigi D’Alessio e radical-chic chi preferisce Il vitello dai piedi di balsa ad Annarella?

Perché come sempre, tra i due litiganti il terzo gode, e non stiamo parlando di un’orgia in un club privato sulla Barceloneta. Intanto che ci beviamo lo scontro di civiltà, chi comanda davvero si frega le mani e fa passare le sue leggi. Succedeva con la Grande Guerra e succede oggi.

Da non confondere col benaltrismo, perché i diritti civili non sono prioritari, sono fondamentali. Ma puntiamo su quelli, discutiamo su quelli e non su di noi. Riusciamo a convincere il nostro ego che qualcuno si sposerà una persona del suo stesso sesso o si genufletterà davanti a un altare senza che questo cambi di una virgola la nostra esistenza? So che la causa in sé non riempie le piazze quanto l’identità minacciata di chi ci scende, ma facciamo una prova.

La guerra non paga che gli accaparratori, l’abbiamo visto. O paga a breve termine, con conflitti bestiali che si trascinano per sempre.

Il fatto che sia sempre andata così non significa né che non possa cambiare, né che non possiamo diventare i primi a farlo avvenire, questo cambiamento.

Che Hegel ci faccia una pippa, per una volta, piacerebbe anche alla Tatangelo.

Fox and GrapesManco ‘e cane: espressione napoletana che designa qualcosa di estremamente sgradevole, tanto da non augurarlo neanche ai loppidi (le perdoniamo lo specismo per questioni di anzianità).

Il problema dei manco ‘e cane postumi, riferiti a situazioni che un tempo ci allettavano eccome, è di chiamare in causa un altro animale: la famosa volpe della favola di Esopo, quella troppo poco agile o semplicemente troppo scema per rendersi conto che l’uva tanto ambita si trovasse eccessivamente in alto per raggiungerla.

Come finisce la storia, già lo sappiamo: disprezzo per l’oggetto del desiderio e rapido dietro-front, verso frutti più accessibili. Che peraltro non si capisce perché debbano essere meno appetitosi di quelli così in alto. Non è che l’irraggiungibilità sia sempre sinonimo di buona qualità, eh.

Infatti stamane, mentre voi arrancavate con le ciabatte verso la macchinetta del caffè, io mi stavo ponendo il seguente quesito amletico: e se la volpe avesse ragione? Se l’uva fosse stata davvero acerba, ma da giù non si vedesse tanto?

Non conta, mi risponderete: la volpe critica ciò che non può ottenere, a prescindere dal suo stato di maturità. Se è per questo, lo desidera anche a prescindere da quello, perché francamente non ci credo, signor Esopo, che sto grappoletto situato più o meno sull’Everest fosse così visibile, da sotto.

Comunque, vi sottopongo tutto questo perché mi trovo nell’imbarazzante posizione di dire “Tanto è acerba” di un’uva postuma, in un postumo momento di lucidità.

La situazione l’ho già descritta qui, più o meno. Una visita alla mia antica università, e a un suo occupante a cui un tempo avevo tenuto molto, mi ha aperto gli occhi sulle mie aspirazioni di qualche anno fa. Allora puntavo a un magro assegno di ricerca per un argomento che manco m’interessasse molto, mi ci ero imbattuta per caso (e, come insegna Bourdieu, se ti devi puzzare di fame che sia almeno per qualcosa a cui tieni assai). E con eccessivo sforzo aspiravo all’attenzione distratta di un eterno indeciso, di quelli fin troppo propensi a regalare tutto il loro tempo a chi venga dopo di te.

Insomma, rivedo la mia vecchia facoltà, rivedo il mio non-ex e mi dico: “Ma che minchia facevo della mia vita, ai tempi?”. Il fatto che sia una dichiarazione col senno di poi la rende così sospetta? Cioè, dico ancora che l’uva è acerba perché non sono riuscita a papparmela?

Non posso essermi proprio accorta, per la gioia di chi “me l’aveva detto”, che fosse indigesta? È che dopo lo sfumare di entrambe le aspirazioni (borsa e uaglione), intanto che mi leccavo le ferite e saziavo la fame mi abituavo a qualcosa di nuovo, qualcosa da cui non si torna peggio che dal tunnel della droga: a fare ciò che volessi. O meglio, giacché non sempre vogliamo la felicità, ad aspirare esattamente a ciò che mi facesse sentir bene. Senza pretendere di ottenerlo, ma almeno provandoci.

Niente borsa da due soldi per un argomento che non m’interessa, a questo punto meglio vendere percoche (per dire) e tornare a ciò che mi piaccia davvero, sperando che prima o poi non sia gratis.

Niente amanti distratti da cercare finché abbia fame: questo tipo di amore ricorda un po’ questo, una fame eterna, come quella degli expat che si comprano al Lidl i prodotti finto-italiani. Ma una volta abituatami a cercare solo l’attenzione che voglio, e quindi a ottenerla, difficile tornare a dialogare con uno che si faccia pregare solo per prenderci un caffè. A questo punto, il “Ma come facevo, a sopportarlo?” non sembra una domanda peregrina.

La risposta è semplice: non conoscevo nient’altro. Credevo che tutto andasse conquistato a balzi e sbuffate e ignoravo che le cose indispensabili stanno alla nostra altezza.

Quindi, senno di poi o meno, rivendico il diritto della volpe a essere presa in considerazione, nella sua conclusione finale. Magari era solo una gran paracula, magari ha capito tutto senza saperlo.

Era proprio acerba. Meno male che i filari d’uva non sempre sono così bastardi.

E non tutte le volpi sono masochiste.

soybean Questo post ce l’avevo in mente da un po’. Da quando i germogli di soia, venduti dai miei fruttivendoli cinesi in pacchi che sfamerebbero l’intera Pechino, si sono tramutati da soli in salsa teriyaki. Fermentando malamente, con un lezzo da antologia, prima che riuscissi a consumarne la metà.

Ci ho messo giorni a disinfestare il frigo, esorcizzare la vaschetta delle verdure in cui li avevo incautamente messi, e se non l’ho spaccata al tramonto con un palo di frassino c’è mancato molto poco.

Com’è potuto succedere?, mi sono chiesta.

Be’, ho considerato, questi fruttivendoli sono pionieri, nel mio quartiere. Rispetto a quelli di Arc de Triomf, che è un po’ la Chinatown di Barcellona, presentano infatti la caratteristica di vendere latte di fattoria biologica, che non sanno conservare. Infatti metà delle volte è fantastico e l’altra metà lo devo trasformare in formaggio casereccio per non tornare in negozio e schiattargli la bottiglia in faccia.

Se loro non sanno conservare un alimento che non consumano, noi clienti non cinesi abbiamo difficoltà con quello che consumano loro: i pacchi in cui vendono i germogli saranno così grandi, immagino, per giustificarne un prezzo superiore ai due euro. Ma è anche vero che nella Chinatown sarebbero andati a ruba, consumati in pochi giorni da un’intera famiglia numerosa, o da più famiglie.

Noi clienti non cinesi che vogliamo comprare i germogli, ce li troviamo “pensati” per una famiglia cinese.

Per me è la metafora più efficace, almeno nella mia mente bacata, per quello che volevo spiegare tra i commenti di questo articolo.

L’autrice sostiene che gli uomini e le donne non siano affatto uguali, ma somiglino a due frutti differenti. Assolutamente d’accordo finché non ho letto il testo: iniziava con la premessa che al giorno d’oggi le donne fossero cresciute come “uomini”, da intendere curiosamente come “individui liberi e padroni delle loro scelte”.

Innanzitutto, niente di più falso. Il vantaggio che ricavano gli uomini dalla loro prevalenza nel mondo del lavoro si sconta spesso e volentieri in termini di prestigio sociale, con scelte obbligate dalla famiglia o pagate al prezzo di una sorta di “svalutazione”: il breadwinner, chi è designato dalla società a portare a casa il grosso dei soldi, è incatenato al suo ruolo e, quando per la crisi economica non lo può più ricoprire, scatta pure la crisi identitaria.

Da qui a dire povera stella agli uomini ce ne corre. Ma è per sottolineare che i ruoli di genere li pagano tutti i generi: invece di guardare alla situazione di un genere solo, bisognerebbe guardare al sistema che produce certe regole.

Ma capisco che l’autrice dell’articolo non avesse il tempo di fare tutto questo, perché intanto aveva figliato. Auguri! E diceva di essere pronta alla guerra contro chi dicesse che un uomo e una donna sentissero cose simili riguardo alla condizione genitoriale. Preparo l’armatura? Magari mi aiuta col freddo in casa. Ma che lei riconducesse tutto a questi ormoni che la facevano impazzire se lontana dal figlio mi ha fatto sbadigliare quasi quanto l’inevitabile, trita precisazione che “siamo programmate per” diventare madri che diano priorità ai figli su ogni altra cosa: ah, la metafora biologico-informatica! È il caso di dirlo: che palle la scienza quando diventa dogma, soprattutto a questi livelli di divulgazione.

La conclusione non rendeva proprio onore alla scrittrice, che si chiedeva se per essere un uomo non dovesse restarsene in casa dei suoi a bere birra e lamentarsi della sua condizione. A questo punto ci si chiede se, invece di offendere una categoria che riprendiamo spesso per le offese gratuite che reca a noi, la signora non dovesse semplicemente cambiare frequentazioni.

Ma su un particolare siamo d’accordo: a educare le donne come uomini non si fa un grande affare, specie quando, approdate sul mercato del lavoro, si ricordano che uomini non sono. Per l’autrice saperlo prima avrebbe significato fare scelte diverse in passato. Rabbrividisco al pensiero di quali fossero: chiudersi in casa a cucinare? Scegliere un part-time che la rendesse dipendente dal marito con più soldi? Tutte decisioni molto nobili, ma che dal tono dell’articolo erano lì lì per diventare le uniche possibili.

Allora, torniamo alla questione dei germogli di soia, che abbiamo lasciato a fermentare.

Che quello del lavoro sia un “mercato” la dice lunga su quanto sia equo e come vada avanti: la bufala della meritocrazia, l’illusione che “se sei capace vai avanti sempre e comunque” (ma capace di che?)…

Il fatto che questo mercato sia pensato per uomini, che anzi sia diretto da uomini spesso bianchi, di ceto medio e ufficialmente etero, non aiuta quasi nessuno. Neanche gli uomini. Tanti dei nostri padri sono drogati di lavoro e una volta in pensione perdono la bussola. Intanto, potete dirmi, loro “scelgono” di dedicare la loro vita a un’attività che li nobiliterebbe e invece li trasforma in zombie della domenica e padri assenti.

Già. Ma è come per i germogli di soia.

Pensati per cinesi, in un mercato cinese, quegli enormi pacchi hanno un loro perché.

Trasferiti a un mercato non cinese, qualcosa va storto.

Le donne, nella società postindustriale, si sono ritrovate in un mondo pensato da uomini per uomini, che non aveva intenzione di cambiare per loro.

E provate a convincere il mio fruttivendolo a imbustare i germogli di soia in modo diverso.

Così in un mondo in cui le donne credono di dover fare le supereroine e considerano poco virili i compagni che si occupano dei figli (eh, loro sono programmate così!) è molto difficile che ci si metta tutti d’accordo per un congedo di paternità che non sia risibile. O malvisto in azienda. Ma per fortuna si tira fuori l’idea degli ormoni che costringerebbero proprio le donne a sognare di pannolini e sonaglini e amen.

Certo. Mangiate pure i germogli di soia fino a scoppiare, specie se il massimo della ricetta “forestiera” che abbiate provato sia stato l’insalata russa.

E se io posso boicottare il fruttivendolo finché non mi vende i germogli come dico io, la stessa cosa non avviene nel mercato del lavoro. Le donne non tengono in pugno proprio nessuno, tranne la loro stessa vita, quando fanno propria l’idea di meritare meno perché donne.

Quello che possono fare è smettere di pensare che essere tirate su come individui liberi equivalga a essere educate “come uomini”. Non è eliminando le differenze che si risolvono i problemi, tanto più che, spoiler, eliminare le differenze è mooolto difficile (per fortuna).

Dovrebbero smettere di dare per scontato che quella tra lavoro e figli sia una scelta, che debbano mettere da parte qualsiasi idea abbiano della loro femminilità (che sia un pastocchio di ormoni come per quella dell’articolo, o una cosa complessa e gratificante come la vediamo un po’ di noi).

Soprattutto, dovrebbero tenere in mente che se subiscono mobbing o ricatti che portino a decisioni repentine non è normale, se sacrificano la loro vita al lavoro non è normale. Quello lo lasciassero fare a quegli uomini convinti che il mondo del lavoro sia tagliato a misura loro.

Spero che i germogli di soia che trovano a casa ad aspettarli, preparati da una moglie o una domestica straniera, non gli siano indigesti.

gustav dorè Diciamo che il mio rapporto con la scrittura è sempre stato un po’ strano. Che fosse mia o altrui, eh, a parte la constatazione che quella altrui è quasi sempre meglio (ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).

Dopo un glorioso intento di traduzione all’impronta della Stele di Rosetta, al British Museum, con tanto di scolaresca impaziente alle spalle, gli ultimi episodi imbarazzanti di questa tempestosa relazione si sono verificati sempre in Inghilterra, durante l’Erasmus: sono stata tra le migliaia di idioti che davvero hanno battuto le mani quando Peter Pan chiede se crediamo nelle fate, e sono stata sentita urlare a quello stronzo del marito di Tess of the d’Urbervilles di tornare indietro, perdio, che prima fai il fariniello e una volta che tua moglie ti confessa di aver fatto altrettanto, peraltro in circostanze non chiarissime, prendi e la molli.

Non a caso quelli menzionati furono gli ultimi episodi proprio da ricovero, in coincidenza col mio ingresso nel mondo. Che per me avviene quando scopri che le fate esisteranno pure, ma non sono loro a rifarti il letto e a prepararti da mangiare, e se devi farti nuove amicizie dopo la scuola dell’obbligo, buona fortuna.

L’ingresso alla vita nei suoi aspetti più belli e brutti mi allontanò anche, un po’, dai libri. Che persero per me una funzione vitale: quella di rifugio dal mondo che non capivo, e che nei fumi dell’esistenzialismo pre-bimbominkia sembrava ricambiarmi con piacere.

Vi racconto tutto sto pippone perché immagino sia successo anche a voi di identificarvi con qualcosa che amaste molto (che so, un’arte, un hobby, una squadra di calcio, perfino un partito), e poi allontanarvene quando ha perso la funzione iniziale: penso alle tante scarpe ballerine appese al chiodo da aspiranti Isadora Duncan, che si sono accontentate di un corso di salsa, e a tutti gli astronauti che invece dello scafandro d’ordinanza hanno infilato un casco di motorino e sono andati a sfidare il traffico in centro.

Oppure, per non limitarci ai “sogni infranti” o presunti tali dell’infanzia, pensiamo ai ripieghi infranti, quelli che la nostra generazione si è vista sfumare pure quando pensava vabbe’, io rinuncio a fare la ballerina, ma un posto da insegnante me lo trovo, sì? Ed eccoti a ripassare a memoria la graduatoria vita natural durante.

Insomma, ci sono cose che a un certo punto della nostra vita ci definiscono, magari per i motivi sbagliati. Poi, per tante ragioni, spariscono, a spizzichi e mozzichi o tutte insieme.

Allora, può succedere che non tornino più e restino solo a simboleggiare un’epoca della nostra vita.

Ma a volte ritornano.

Con la forza e complessità degli amori giovanili ripresi più tardi con meno impeto, ma con più costanza.

La scrittura, per esempio, è tornata nella mia vita. E mi sembra di trattarla meglio, adesso che non ne ho bisogno. Adesso che non mi serve per scappare dal mondo, mi sembra che si sia alleata col mondo stesso per farmelo capire meglio. E per farmi vivere tutti i mondi possibili, che si aprono ogni giorno davanti a me fuori alla porta e dentro la babele di titoli sui miei scaffali malandati.

Se avessi detto “O questo o niente”, se avessi preteso come il Grande Gatsby che l’oggetto del mio amore fosse lo stesso dei primi tempi, allora avrei perso per sempre i libri nella mia vita.

E invece, dopo la prima, cocente delusione (“cari libri, non mi servite più a niente, il mondo è meglio di voi”), possiamo aprirci a un ritorno, condividere quello che siamo intanto diventati con quello che eravamo, e trovare la sintesi definitiva.

Quella che ci porterà a essere sempre noi in ogni capitolo, col passato che s’incroci in ogni momento con presente e futuro, come in una storia scritta proprio bene.

Sarà un caso, ma la prima a riuscirci sul serio si chiamava Odissea.