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funny-fail-worker-pics   La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.

Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).

Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.

Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.

Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.

Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).

Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.

Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.

Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?

Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.

A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.

Lo so, era ora.

Come si dice, un po’ alla volta.

dead-end.jpg  Tornare a casa per le feste significa anche questo: immergerti nel museo di ricordi che è diventato camera tua e scoprire che, come spesso accade, chi ti fa soffrire di più è anche chi ti fa più regali.

Nelle vite precedenti, almeno. O così vorrei raccontarmi, ma in questa vita che mi piace definire come nuova, in cui ho il fiuto per aggirare i guai e un nuovo radar per la gente piacevole, in effetti di regali ne ricevo pochi. Forse perché nessuno ha niente da farsi perdonare o tutti sono già un regalo di per sé, perché è bello sapere che un WhatsApp sia tutto quello che mi separi da un infuso esistenziale in qualche baretto hipster di Sant Antoni.

Ma torniamo alla mia stanza-museo e alle cose che vi ho scoperto.

Ho ricordato che i difetti erano un valore aggiunto, nella mia antica costruzione delle relazioni di amicizia, amore. Perfino dei rapporti di lavoro.

Avete presente quando dite di qualcuno: “Ha una bella faccia tosta. Mi piace”? O: “È proprio pazza, che forte che è”. Ok, fin qui sono Falsi Difetti.

Poi c’è quello che secondo le leggende metropolitane è molto popolare tra le donne: “È proprio stronzo, ergo dev’essere mio”. Che poi a me sembra unisex, ma vabbe’.

In effetti per me adesso è difficile da capire, questo, ma a persone meravigliose che ho conosciuto al momento sbagliato mancava proprio un difetto. Quello che ai tempi cercavo per sentirmi a casa.

Quello che dovevo assimilare in me, e allora lo cercavo sempre altrove.

È come perdersi per le stradine di una città familiare ma non troppo: per trovare il bar che cercassi dovevo fare esattamente lo stesso percorso che mi ci avesse portato la prima volta, vicoli ciechi compresi. Dovevo proprio arrivare fino alla strada sbagliata, dirmi: “No, qua poi mi sono resa conto che avrei dovuto svoltare prima”, e tornare indietro. Mi succede ancora, ogni tanto, specie nell’Eixample, dove le strade si somigliano tutte.

Anche i miei amici di un tempo si somigliavano, per il difetto che me li faceva amare, quello che mancava a chi mi avrebbe trattata meglio e con più responsabilità: erano tutti un po’ sperduti in una nebbia che non era ancora disoccupazione, problemi seri di credito, convivenze abortite e gravidanze portate a termine.

Erano tutti persi e quasi contenti di esserlo, ma intanto spaventati e anche cattivi per questo.

Ed è strano pensare che in certi momenti della nostra vita, a volte per sempre, abbiamo bisogno di un difetto, per andare d’accordo con qualcuno, dell’insicurezza di una donna che secondo le leggende rende gli uomini più sicuri, della strafottenza di un uomo che trasforma le finte sicure in crocerossine, del difetto che è odioso e ti rende la vita odiosa, ma senza non sai bene come relazionarti.

Come quando ringrazi un operatore telefonico prima di riattaccare. Non sa come risponderti, tanto è abituato agli insulti e al comprensibile fastidio che condivide con chi perseguita.

Io a volte ho sentito la mancanza di questo difetto proprio come dei vicoli ciechi in cui dovevo perdermi per ritrovare la strada, l’unica che conoscessi, per la meta che mi prefiggevo.

Poi mi sono accorta che le strade sono tante e quella più breve non è poi quest’opzione impossibile da considerare (in tal caso, non riuscendo a percorrerla, la consideravo noiosa o sconveniente).

Certo, è difficile vivere così, accettare la responsabilità e le conseguenze di qualcuno senza IL difetto, uno che magari ce li avrà tutti, meno quello che ti faceva funzionare, allora quando ti farà male giungerà davvero inaspettato e senza risposte immediate.

Potrebbe anche essere che non succeda mai, o che sia un male umano, noioso e complicato che in qualche modo si possa risolvere, anche lasciandoselo alle spalle.

Non bisogna mica sciropparsi qualcuno o qualcosa in vista del prevedibile finale amaro.

Questo è il momento di scoprire che anche la strada più semplice possa essere una sorpresa continua. Solo che ha un difetto: non ci dà quel senso d’insicurezza che ci fa illudere di star attraversando chissà che grande avventura urbana, mentre quelle vere, intanto che affrontiamo questa, stiamo attenti a tenerle sempre fuori portata.

No, i difetti che mancano potrebbero addirittura non essere più un motivo di rimpianto.

Superarli potrebbe portarci alle cose necessarie, quelle belle sul serio.

Glielo perdoniamo, vero?

 

 

 

gafapasta Le ho conosciute entrambe all’arrivo, ovviamente. Persa nel vano tentativo di farmi amici sfigati quanto quelli che mi lasciassi dietro. E artistici, soprattutto artistici, prima ancora che artisti. Frangette squadrate male, perché qua si tagliano a mano o te le fa l’amica “brava con le forbici”, e allora escono un po’ meno squadrate.

Quella di Concha più regolare, a rivelare un’epoca in cui doveva essere stata un ciuffo ben laccato, di quelli stile anni ’90 che contraddistinguono i pijos (fighetti) di qua. Quella di Gemma, sbarazzina, che lo dico a fare, sugli occhiali doppi con montatura spessa, stile anni ’60. Qua gli hipster si chiamano gafapastas. Ma Gemma non è un’hipster. Troppo facile. È intensa sul serio. Infatti non ci ho rimuginato troppo, quando il mio primo flop sentimentale di qua mi ha guardata meglio e ha ripiegato su di lei, sulla somma di adolescenzialità e di grazia che, si capisce da subito, l’accompagnerà per sempre. Negli scritti autopubblicati, nelle letture collettive delle jam session poetiche, nel libro finalmente in cartaceo con sopra il nome di una casa editrice pesa, almeno per chi nasce a queste latitudini.

Per allora, Gemma aveva già lasciato andare, con poca convinzione, il suo amato-sempre-assente. Se l’era pappato Concha, all’improvviso. Concha, frangetta squadrata a nascondere le proprietà sul Tibidabo, le vacanze in India con una madre-sposa bambina di qualche critico musicale che aveva fatto dell’antifranchismo, come andava di moda negli anni ’60: niente garrota, una fuga a Parigi a fare la vita bohémienne. Promosso per sempre e Visca Catalunya lliure, coi fondi della Regione.

Da qui veniva Concha e a maggior ragione, quando l’ho incontrata, sembrava sputare su tutto questo, caricandoselo addosso ancora di più. L’avevo schifata, come d’altronde Gemma e il suo ragazzo che avrei voluto io, per i dibattiti accesi che scatenava all’improvviso e senza un reale motivo, nelle rivendicazioni femministe, animaliste, “iste” in generale che adoro e che in bocca a lei sembravano capricci della niña de la casa, in cerca di un po’ di attenzione.

Capirete che insomma, quando scopro in un raid alla vecchia università che il mio ex rimpianto è passato dalla soave Gemma all’insopportabile Concha, un po’ di traverso mi va, il caffè catalano con mezzo litro di latte a lunga conservazione, come se non bastasse quello per cominciare male la giornata. Eccheccazzo. La mia teoria è che quando ti preferiscono una che avresti scelto anche tu fa meno male. So che il dibattito è aperto.

Poi ho rivisto questa Concha, invecchiata di 7 anni, o ringiovanita, per la verità, e ho capito tutto. Ho ammirato i suoi ismi distrutti di fronte a una finalmente onesta dichiarazione d’impotenza e ho capito cos’avesse, lei, che durasse, che i bei libri di Gemma, sempre intenta a inseguire un destino indefinito, non hanno: Concha è terrigna, è fatta di carne e sangue e lo sa.

E a un certo punto si è fatta una bella risata sulla vita di dubbi che conduceva e si è data quella che per me è l’unica risposta possibile: “Machemenefo'” (scusate il catalano).

Mentre Gemma si sforza, si barcamena in un mondo che non capisce e che la rassicura solo se è fatto di carta stampata, odorosa d’inchiostro fresco, Concha si è arresa alla sua irriducibile concretezza. Alla capacità di amare uno anche se non ti disprezza o se russa una notte intera senza citare Nietzsche al risveglio. Alla voglia di avere bambini anche se “la vita di una donna non si può ridurre a quelli” (ma va’). A una certa arietta antipatica che l’accompagnerà sempre ed è solo, o soprattutto, timidezza, ma che a lui, ho potuto notare quando finalmente li ho visti (e non erano freschi, convivevano da un po’), a lui fa proprio bene.

Ma la mia è una visione egocentrica di Gemma e Concha, degli opposti che si odiano forse perché la seconda non avrà mai la profondità della prima, e la prima non sarà mai così leggera. A parte la rosicata per quello lì che mi ha disdegnata per loro, forse le guardo così perché io sono esattamente sospesa tra i loro due mondi, tra l’Iperuranio di una e le profondità sulfuree dell’altra.

Se invece di schifarsi a morte capissero quanto dell’altra già contengono, forse anch’io mi sentirei più a mio agio, col passato e con quello che non so essere, ma ho la grazia di non provarci nemmeno.

Forse chiedo troppo da due persone che sono state nello stesso posto.

Ma hai visto mai che un giorno le possa sorprendere in un bar di Gràcia a sfottersi le rispettive frangette, ad annegare insieme al latte in un luuungo caffè.

 

maxresdefault A me?! Ok, un pochino lo sarò. Giuro che non lo faccio apposta. Mi chiamano così quando, seguendo una mia intuizione che potreste tranquillamente definire “non farmi i cazzi miei”, mi lascio scappare qualche commento, a tavola, su dei conoscenti in difficoltà.

Allora argomento che l’amico iperattivo che sta facendo tremila master e venti stage per non affrontare una situazione familiare difficile dovrebbe fare i conti con quello che ha tra le pareti domestiche, prima di ammalarsi inutilmente e rendere pure poco nello studio.

Oppure che i tanti che non vogliono respirare l’aria del quartiere, addirittura della città o dello stato del proprio ex compagno/amante/scopamico per timore d’incontrarlo, dovrebbero invece andarci. Non dico di proposito, se non hanno di meglio da fare, ma dovrebbero passarci a ogni occasione e vincere la propria paura passo dopo passo. Io così ho scoperto che il bar all’angolo della strada sua faceva lo shakerato alla nocciola! A Barcellona. Prima dell’invasione di bar italiani. Tutto il tempo a intossicarmi qualche metro più in là e potevo fermarmi a gustare l’unico caffè che prendo volentieri.

Insomma, mi si risponde: “Ma come puoi giudicare?”. E anche: “La gente ha paura, è comprensibile”. Vero.

È comprensibile, la paura di affrontare le proprie paure. La procrastinazione è la legge del millennio e i caratteri irrisolti passano per simpatici, mentre chi si arrischia a essere sereno o addirittura felice è uno stupido senza rimedio. Solo perché chi lo critica, magari, non ci riesce.

E c’entrano assai, ci mancherebbe, le condizioni economiche, c’entra pure la botta di culo che capita a uno e a un altro no, ma se ti porti appresso quella capa, te la porti anche quando ti hanno staccato un assegno di un milione di euro (a proposito, nessuno ha vinto la lotteria di Capodanno?).

Insomma, io sono presuntuosa e non mi faccio i fatti miei. È che l’unica volta in cui ho rischiato seriamente di buttarmi giù da un balcone (non che ne avessi l’intenzione, ma manco mi ero affacciata per prendere il sole), mi sono accasciata lì davanti, spinta dalla stessa forza che mi buttava sotto la doccia in quel periodo, e sono tornata in camera. Poi sono uscita pronta a prendermi un diversivo da Radio Lacrima e ci sono riuscita con pazienza e lavoro, soprattutto con l’accortezza di NON buttarmi in mille impegni per far finta di niente e NON evitare possibili incontri pericolosi, specie se dovevo lavorarci gomito a gomito, ma neanche cercare contatti inutili (se non ti amano non ti amano, ripetetelo come un mantra e scoprirete che alla fine sarete ancora vivi).

Insomma, sono presuntuosa a voler condividere cose che sono andate bene a me. E che magari faccio male a proporre come soluzioni per altri, ma lo faccio proprio perché il mio malessere mi ha insegnato la bellezza della condivisione, della solidarietà, della serenità che non nasca dal sollievo che proviamo per problemi che ci creiamo da soli. E proprio per questo preferisco suggerire, banalmente: attraversa il tuo problema come fosse la strada di casa, l’unica per tornare. E poi, chi ti ammazza.

So che è una parola, infatti io ho dovuto precipitarci (in senso figurato, per fortuna).

Però, adesso vado dove voglio, alterno attività e riposo, e questo post è nato proprio da una discussione con chi usavo come scusa per farla finita.

Adesso ci litigo al bar.

Pensate un po’.

 

649df3b915237269533bdf2c928ca551  … O almeno spero!

Perché l’ultimo dell’anno ci invade una tale valanga di buoni propositi altrui, tra social e discorsi ubriachi a tavola, che quando andiamo a fare la prima pipì del primo gennaio ci passa davanti agli occhi tutto l’anno nuovo, come la nostra vita quando zia Drusilla ci taglia la quarta fetta di panettone, e ci diciamo: “Ua’, c’è da fare!”.

Ma io, che trascorro il 31 come una nonnetta e il giorno dopo sono già attiva alle 9 (si vede che non ho consegnato tutte le tesine del master?), in effetti non ho la salvifica incoscienza che accompagna i miei amici devastati, fino all’ora di rimettersi a tavola e affogare le loro inquietudini in altro alcool.

No, a me l’anno nuovo si presentava così, questo primo di gennaio: come un’enorme stanza piena di cianfrusaglie da mettere in ordine. Meglio degli anni che mi sono apparsi come una gigantesca casa vuota da arredare da cima a fondo (lo so, volete chiedermi cosa metta mio padre nello spumante).

Ma subito dopo il Mammarocarmene della prima impressione, mi sono fatta la domanda chiave:

– Ok, quest’anno devo vincere il Nobel per la Letteratura, guadagnarmi una cattedra a Harvard e mettere al mondo due gemelli. Ma oggi, che devo fare?

Risposta: pubblicare il post di Capodanno e rivedere la tesina.

E basta. Impegnativi per un giorno festivo, specie una tesina scritta in uno spagnolo che se la gioca con quello di Raffaella Carrà. Ma niente di trascendentale, su.

Passo dopo passo. Little by little. (A) poc a poc.

Basta fare i compiti ogni giorno. Anzi, dopo quelli viene ancora più voglia di lavorare.

Infatti ho sferruzzato per tre ore (davanti a terribili programmi TV seguiti da mia madre), ho abbozzato un inizio di romanzo, evidente parto mostruoso delle pizze avanzate il giorno prima, e mi sono fatta una mefitica maschera di argilla, prontamente rifiutata dai familiari invitati a “favorire”. Me ne sono pure messa troppa sulle labbra, finendo per fare indigestione di Olio di Tea Tree.

L’importante è aver fatto quello che dovevo, quei due compitini di cui sopra. È un segreto così scontato e facile da dimenticare, quello di dividere un progetto in tanti passaggi brevi…

O anche, per procrastinatori cronici, fare solo cinque minuti al giorno, ogni giorno, di quello che non ci va di fare, e aumentare gradualmente il tempo.

Non mettiamocelo solo in bacheca, il meme con la strada e la frase di Martin Luther King (e invece è Lao-Tzu): “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo”.

E l’ultimo che arriva passa Capodanno con me.

mandala  Sì, sono sempre io, la sferruzzatrice folle. Quella che passa le giornate di fine anno a scrivere una cosa che si chiama “El fracaso del duelo: anti-monumentos de la Primera Guerra Mundial (Virginia Woolf y Käthe Kollwitz, 1922 – 1939)”. E la sera bestemmia appresso all’ineffabilità della maglia bassa all’uncinetto. Per non parlare di quella bassissima: che mi prendi per il culo?

In ogni caso, sferruzzando sferruzzando (i ferri mi riescono meglio), ho imparato quello che decine di anni di cantonate ed errori orgogliosamente ripetuti, in caso la prima volta non avessi afferrato il concetto, non mi hanno inculcato: la già menzionata e ancor più ineffabile arte di lasciar andare.

Pure le cose belle, come per il mandala tibetano. Specialmente quelle, quando è ora.

Me lo prefiggo come proposito di inizio anno, e mi permetto di suggerirlo anche a voi.

Perché, immaginatevi la scena: sto sferruzzando da almeno tre film (io lavoro a maglia la sera, davanti al pc, così se non mi piace la trama sullo schermo mi consolo con quella della sciarpa). Quando ormai la mia creazione si è fatta così lunga da coprire tutti gli spifferi di casa mia (e non basta tutta la lana del mondo), mi accorgo che un centinaio di ferri fa ho fatto uno di quegli errori irrimediabili che, pure a ripassare tutti i tutorial sulle soluzioni facili, condanna per sempre il resto del lavoro a essere una ciofeca.

Che faccio? Disfo. Tutto.

Ma se sta sciarpa, mi sussurra la voce della coscienza, si è sciroppata almeno due film nuovi di Woody Allen!

A maggior ragione. Disfo. Quando non c’è niente da fare per migliorare una situazione, uscirne è la via più pratica. Ed è quasi sempre possibile.

No, poi non è come se non l’avessi mai fatta, la mia sciarpa fallita. Innanzitutto, il gomitolo è diventato una matassa inestricabile, che mi fa rimpiangere di non avere il cugino sfigato a reggermelo con le mani disposte a telaio, come nelle migliori commedie anni ’80. Non è che abbandonando una brutta cosa ti rifai una verginità laniera!

Ma vuoi mettere l’esperienza? Il punto a grana di riso non ha più segreti, per me. Semplicemente, l’ho applicato allo schema sbagliato. Anzi, quando si è inceppato il meccanismo dovevo essere persa nell’unica scena decente della quarta stagione di Homeland. Mai distrarsi, nella vita. Il conto arriva troppo tardi per risputare la bottiglia di fiele ordinata come antipasto. Ok, dimenticate l’ultima frase, che state ancora digerendo il cenone.

E davvero, se non avete idea di cosa significhi disfare una sciarpa ormai avviata, pensate all’ultimo piatto costatovi un giorno in cucina, che avete dovuto buttare ai piccioni. O al pc che si mangia l’articolo che dovevate mandare entro il 31 dicembre, a cui avete sacrificato svariate partite a rubamazzetto (ecco, adesso mi viene la paranoia, vado a controllare se ho salvato El fracaso ecc.).

Pensate a quando state portando avanti una qualsiasi situazione che ormai è tutta sbagliata, ma “avete lavorato troppo tempo” per disfarvene. Così proseguite infelici nel vostro errore, il tempo aumenta e non avete il coraggio di liberarvene mai.

No, no, dite al Dalai Lama che i suoi mandala mi fanno un baffo: si mettesse a fare sciarpe!

Abbiate il coraggio di produrre cose belle e lasciarle andare, quando sono ormai fritte.

È l’unico modo di farne ancora più belle con l’esperienza accumulata.

Io per esempio ho fatto una sciarpetta a punto inglese che è la fine del mondo.

Ok, mi è caduto qualche punto per la via, ma quasi non si nota. Giuro.

Auguri.

 

A-LIVELLA  Ho appena scoperto che, durante il nazismo, un grande segno d’insubordinazione al regime era partecipare ai funerali dei dissidenti. Allora mi sono detta che era ora di scrivere sto post che meditavo da tempo, sullo spinoso argomento: a che servono, i morti?

A chi servono, più che altro.

Il primo morto che vidi mi evocò un’immagine strana: lo stereo di camera mia. Apprendendo della morte di mio nonno ero corsa ad accenderlo e, nonostante i 19 anni suonati, avevo messo su una canzone dei Take That, per rifugiarmi in tempi più spensierati in cui al massimo temevo l’interrogazione di matematica.

Ecco, questa è l’idea che mi diede il mio primo morto. Non più persona, solo cassa di risonanza di un dolore. Di un lutto.

Quello di chi resta.

I morti, dovetti concludere banalmente, servono a chi resta.

Ho seguito una volta i miei, nel giro devoto che fanno quasi ogni domenica al cimitero. C’è un orsetto carrillon sulla tomba di un bimbo. Loro danno sempre la corda e “ninnano” l’antico proprietario.

A me interessava la sorte delle piante, vive, messe lì a seccare sotto il sole di luglio. A che pro lasciarle a soffrire per una zia che non se ne sarebbe vista bene?

Ma niente, le piante restano.

E la zia si “visita” ogni domenica.

Quelli che davvero escono rinfrancati dalla visita sono i miei. Che hanno trovato il modo di comunicare ancora coi “loro”.

Allora ricordo quella junghiana che sostiene che il soprannaturale, perfino la divinità, non è che un’espressione di nostre facoltà interne. Non riusciremmo a coglierle se non le proiettassimo fuori, a volte in una divinità monoteista, a volte nei pagani Penati. Quelli che ci aspettano, appunto, ogni domenica al cimitero.

Già avvezza, quindi, al meccanismo, ho incontrato settimane fa una signora croata, che in un italiano buffo mi ha spiegato che ogni domenica si fa un’ora e mezzo di corriera per andare a trovare i suoi. Che, per inciso, l’ “aspettano” al cimitero del paesello nativo.

Niente di nuovo sotto il sole, ho pensato. Poi la mia interlocutrice ha aggiunto:

– Con me viene pure mia figlia. Sai, lei ha il fidanzato proprio nel paese in cui sono nata e allora parte con me volentieri.

Questa scena, scusate, è bellissima. Mi ha ricordato Chichi dei Quattro cavalieri dell’Apocalisse, una mia lettura adolescenziale, che sulla tomba del fratello morto in guerra piglia il fidanzato e gli dà uno spettacolare bacio nel vento, col panneggio sconvolto che le disegna i fianchi ad anfora (e perfino io che sognavo gli spigoli di Claudia Schiffer capivo il concetto, fertilità accanto alla morte, il ciclo eterno della vita, cos’).

Insomma, sono contenta almeno di questo: del fatto che quelli che mi hanno insegnato a scrivere, a camminare, a leggere l’ora su un orologio coi numeri romani (la mia cazzimma da qualche parte sarà venuta), riescono ad avere ancora una funzione sociale. Quella di rendere più dolce e tollerabile la vita di chi li ricorda. Vuol dire che hanno seminato bene.

Infatti a me piace ricordarli senza nicchie e piante a seccare al sole.

Portarmeli dietro nella speranza di farli conoscere a chi mi seguirà.

Ma sono gusti.

images (4)  Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.

Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.

No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.

Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.

E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).

Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.

Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha  messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.

L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.

Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?

Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.

  • Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
  • Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
  • Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.

A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.

Fatevi due conti.

 

 

 

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Certi pomeriggi prendo i ferri da calza, come una nonnina, e mi metto ad ascoltare canzoni malinconiche.

Dimentica delle mie attività del momento, della gioia di una relazione felice e completa, di tutto quello che ho e che m’impegno a raggiungere, l’unica cosa che voglio fare è smettere di pensare e abbandonarmi a tutta la malinconia che tengo a bada quando cerco di essere troppo (pro)positiva.

Non credo sia uno sbaglio, questi momenti ci vogliono.

Mi hanno travolta spesso, con la stessa furia dei bambini quando si scocciano di stare nell’angolino in cui li hanno relegati per una benintenzionata quanto inutile punizione.

Allora ne approfitto per ascoltarli e capire che tutti i cosiddetti fallimenti che mi vengono in mente in circostanze simili sono solo i tanti volti di una malinconia di fondo, che cammina con me anche quando faccio finta d’ignorarla.

Non importa come si sia manifestata, se in un’inspiegabile voglia di fare esattamente quello che mi facesse male, o nell’ebbrezza di farmi trascinare dai miei errori come da onde troppo alte per non tuffarcisi.

C’è questo piccolo nucleo di dolore pigro, lento, che mi chiama da qualche parte e che va ascoltato com’è giusto che sia, anche perché non se ne andrà.

Se imparo a chiamare la mia malinconia col suo nome, invece di di darle quello di un amore svanito, di un progetto sfumato, di un sogno rimasto tale, allora la saprò lenire come un neonato nella culla, di quelli vecchi quanto il mondo.

E allora, solo allora, mi lascerà libera di andare dove voglio.

funny-pics-funny-quotes-funny-sayings-funny-pics-2014-Favim.com-1093250E niente, come dicevo nell’altro post sono sopravvissuta alla canzone di Adele, mai ascoltata che io sappia, e pure al Black Friday.

Sono passata per Portal de l’Àngel proprio mentre chiudevano i negozi, ma ho fatto in tempo a vedere la scritta che troneggiava sulle vetrine: tutto al 20%. Il ven-ti-per-cen-to? A me serve giusto un paio di calze, marroni. Secondo voi mi vado a prendere a capelli con mezzo mondo per pagare 1 euro e 60 in meno sul prezzo normale? Vabbe’ che non lo farei neanche se me le regalassero, ma a maggior ragione, chi si è fatto abbindolare da una roba del genere? Ah, molti?

Ok. Ognuno facesse quello che vuole. È che ultimamente mi sto rendendo conto della famosa differenza, che ebbene sì, mi tormenta spesso, tra volere e avere bisogno.

Le due cose andavano a braccetto per la zia novantenne che si chiedeva perché comprassimo le patatine fritte surgelate, quando bastava prendere una patata e tagliarla a sigaretta: l’olio l’avremmo scelto noi e avremmo fritto una volta sola. Ma a noi nipoti consumisti piacevano di più così.

Adesso no, mi sto rendendo conto che, se superiamo l’equivoco della comodità, tendiamo a volere solo le cose di cui abbiamo bisogno. L’insalata imbustata sarà comoda, ma quando comincia a marcire la rucola prima della lattuga a un paio di giorni dalla data di scadenza, e non riusciamo né a mangiarla né a buttarla, ci ricordiamo che il fruttivendolo ha la gentilina rossa a 10 centesimi in meno, un cespo intero. Ho cronometrato il tempo che ci metto a lavarla: cinque minuti perché sono lenta. Non ne valgono la pena?

Così per tutto il resto. Sono stata a un mercatino di beneficenza e ho preso vestiti carini e originali, roba di Nolita, Benetton, Miss Sixty. Alcuni nuovi, modelli che mi piacevano e nei negozi non trovo più, e adesso sto pensando a cosa mi servirebbe comprare e non trovo risposta (a parte le famose calze marroni). Ho tutto e mi scoccio di far posto ad altra roba che non mi serve.

Ho scoperto la passione per la cucina cinese, quella vera di zuppe e tagliatelle fatte a mano, e mi lascia perplessa chi dice che non può “permettersi di essere vegetariano”, forse pensando ai prezzi di Valsoia e prodotti bio. Dici che non vuoi, magari, non ti obietto niente, ma se mi tiri fuori l’economia ti ricordo che a fronte dei cinque euro delle tue ultime fettine io ho speso 80 cent di farina di forza e ho fatto tanto di quel seitan che pensavo di surgelarlo. Peccato che non surgeli mai niente, non ho bisogno neanche di questo. Lo spleen domenicale a che serve, se non a cucinare per mezza settimana?

Ma d’altronde, a che serve il Black Friday? A far girare l’economia. La stessa che condanna al precariato i commessi che fanno turni massacranti non retribuiti per farci comprare gli ultimi regali di Natale.

A proposito, sto facendo sciarpette per tutti, e non crediate che i gomitoli costino poco, vanno dai 5 ai 7 euro e per un lavoro decente ce ne vogliono almeno un paio. Ma volete mettere “‘a cazzata pe’ tu’ cognato”, come direbbe Osho, presa all’ultimo momento al centro commerciale, con la sciarpetta sbilenca che i miei amici fingeranno di apprezzare con un sorriso a denti stretti? Apprezzeranno il lavoro fatto pensando a loro ogni sera davanti a un film, o non sono amici miei.

Quello che voglio dire, in tutto questo, è: perché c’è la corsa ai regali, coi nuovi rituali dello sconto inventati negli ultimi anni? Perché così si usa. E perché così si usa? Perché abbiamo sempre fatto così.

Non sarà, allora, che sia questione di abitudine?

Perché, se è così, è fantastico: basta cambiarla! No, che non è difficile, basta fare un’altra cosa ogni giorno e diventa un’abitudine pure quella.

Sarà che i miei coinquilini, in questa casa, vengono e vanno a intermittenza, sarà che essere abbandonati al proprio destino genera mostri, ma io un po’ per volta ho assunto uno stile di vita basato molto sul fai da te, che mi taglia i costi perché compro quasi solo materie prime, e mi fa capire sul serio che tante cose che ci sembrano indispensabili lo sono diventate all’improvviso e quando impariamo a farne a meno non le rimpiangiamo affatto. Sì, lo so che non ho scoperto niente e siamo in tanti. Ma non sarà che siamo ancora pochi, a giudicare da come si sbattevano quelli del Black Friday?

Ok, le calze marroni mi servono ancora e non mi priverò della busta di germogli quando torno famelica dal corso delle 21.00. Non si tratta di riciclare per sempre le camicie smesse come stracci per la polvere e mangiare la stessa zuppa per una settimana, come “chi ha visto la guerra”.

Si tratta di scegliere come vogliamo vivere. Il resto, quello che dico succeda quando abbiamo cominciato, potrebbe sorprendervi sul serio.