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orlandoNella scorsa puntata, si vaneggiava di stanze in cui cerchiamo forsennatamente cose che abbiamo perso o che non abbiamo mai avuto, senza mai porci il problema che l’oggetto del desiderio possa trovarsi fuori da quelle quattro mura.

Ora, per concludere, facciamo un po’ di variazioni sul tema.

Potrebbe venirci il dubbio che, siccome quanto cerchiamo non si trova in quella stanza, non sia da nessuna parte. In quel caso, ovviamente, si troverebbe immediatamente sulla soglia, ma usciremmo con gli occhi bassi senza neanche accorgercene. Oppure potremmo ammettere che semplicemente non sappiamo cosa stia succedendo e dove sia finito l’oggetto della ricerca, ma IN QUEL MOMENTO non riusciamo a localizzarlo. Rinunciare in questi casi è la cosa più difficile da fare. Ne parleremo in seguito. Limitiamoci a osservare, qui, che ne va del nostro orgoglio e dell’esigenza che sentiamo di dimostrarci di non aver perso tempo in una ricerca inutile.

E sì, forse il “tempo perso” è la cosa che fa più male.

A volte, però, ammettendo di averlo “perso” nel senso che intendiamo noi, ci accorgiamo che non è perso affatto, è stato solo una lunga e dispendiosa premessa per trovare davvero, nel luogo opportuno, ciò che cercavamo.

Quanto al ritrovamento, chi mi dice che avverrà proprio là fuori? Be’, niente, vado a tentoni come voi. Mi conforta l’esperienza, l’atticuccio assolato ed economico trovato quando ormai avevo rinunciato a sbattermi a cercare come non ci fosse un domani, limitandomi a visitare un sito di annunci immobiliari e passare parola (e il passaparola, come spesso accade, ha vinto). E quante volte i disperati tentativi di far funzionare una storia che una volta accantonati hanno portato almeno a una comoda, deliziosa amicizia? Ok, poche. Ma ci sono, vabbuo’?

E qui veniamo all’ultimo punto: siamo sicuri che troveremo esattamente quello che cerchiamo?

Vediamo. Magari sì. Se cercavate esattamente quel lavoro, e lo trovate appena abbiate lasciato la stanza in cui vi siete chiusi da soli, scrivetemi e spiegatemi come avete fatto. Anche se la persona che vorreste accanto, dopo interminabili tentativi di conquistarla, viene a voi senza che dobbiate minacciarla di morte.
Vi invidierò come una bestia, ma sarò anche contenta per voi, garantito.

A volte, però, potremmo renderci conto che quanto ci aspetta fuori dalla stanza non è esattamente quello che cerchiamo, ma va bene lo stesso. Come scritto in precedenza, potrebbe essere “l’idea” di quello che cerchiamo. Potremmo trovare l’amore, senza per forza “localizzarlo” in quella persona. Oppure ottenere il lavoro che volevamo in un’altra azienda che improvvisamente necessiti di un dipendente, e chi l’avrebbe mai detto che ci sarebbe piaciuto di più altrove.

O anche scoprire che se ci riposiamo un po’, senza neanche uscire dalla stanza, ci accorgiamo che quanto cercassimo era sempre stato lì, come quando cerco gli occhiali che tengo inforcati, solo che la cecità dataci dalla stanchezza e dall’accanimento ci teneva nascosto il particolare.

Quello che è certo è che a cercare sempre là dove non troviamo, si rischia di perdere ancora più tempo, ancora più energie, senza mai trovare.

E allora perché volevo intitolare questi paragrafi “la stanza del dolore”? Perché, come scritto in precedenza, il dolore mi pare un posto terribile in cui cercare le cose. Pensiamo che per il solo fatto di soffrire ce le siamo meritate, e allora sarà lì. E allora, mettiamo, le mie sofferenze di ora porteranno il mio ex a tornare da me. Ma le sue sofferenze non sono altrettanto degne di riportarlo dalla sua, di ex, e così via? E dopo un anno perso a cercare un lavoro, come reagiamo all’amico appena uscito dall’università che ne trova subito uno?

Allora, uscire dalla stanza del dolore. Perdonando, pensando ad altro, fate voi.

Basta che usciate.

E se come sospetto trovate tutto quello che cercavate ad aspettarvi fuori, magari non come credevate, magari non così, non dite che non ve l’avevo detto.

lampioneEro indecisa se chiamare o no quest’articolo la stanza del dolore, riprendendo uno dei primi testi di questa mia svolta emo.

È che da un po’ mi perseguita un’immagine.

Cerco disperatamente qualcosa in una stanza molto grande e caotica, non lo trovo ma non voglio mollare.

Finché non mi devo rassegnare al fatto che no, non ci sia, e se c’è non è in mio potere vederlo, in quel momento.

Allora esco dalla stanza e mi accorgo che quanto cercassi era fuori, era sempre stato fuori.

Forse mi sarà successo in qualche festa organizzata con l’associazione, quando ci mettiamo in 10 di noi a cercare, che so, il microfono, o una cassa di birre, tra le cianfrusaglie degli altri collettivi che fanno capo al centro che ci ospita.

Quante volte ci è capitato di accorgerci che quanto cercassimo fosse direttamente in corridoio, che non l’avessimo mai portato dentro?

E non è che voglio vedere metafore dappertutto, ma inso’. Poi una legge Julia Cameron che ne La via dell’artista dice che noi ci chiudiamo in una stanza, la nostra Comfort Zone, e tutto quello che ci serve si trova fuori.

Per non parlare di quelle frasi che ho letto sulla rinuncia. Dappertutto: su facebook, nel romanzo di Chiara Gamberale, che cercavo in precedenza e finalmente mi sono procurata (sempre a Capodichino, è tradizione). Qualcuno argomentava addirittura che in certi casi la rinuncia fosse una conquista.

Dipende, ho annotato a matita sul libro della Gamberale. Se è rinuncia a cose che nemmeno vogliamo, ma continuiamo a cercare per orgoglio o abitudine o paura, ben venga. Se è “accontentarsi di quello che abbiamo”, per paura di procurarci quello che vogliamo davvero, non ci piace.

Infine, mi viene in mente quella storiella usata da tutti gli autori di self-help, e allora perché non riciclarla io che non ci guadagno niente (anche se vedete banner, i soldi se li pappa WordPress): nottetempo, un tipo cerca le chiavi di casa sotto un lampione. Un passante gli chiede se le abbia perse proprio lì, e lui risponde di no. E allora perché le cerchi là sotto?, insiste il passante. Perché qui c’è luce, spiega lo scemo.

Quando cerchiamo di far sì che le cose vadano esattamente a modo nostro è come se stessimo cercando qualcosa esattamente dove non c’è, proprio perché lì è più comodo provarci. E se, guarda un po’, non troviamo nulla, possiamo sempre accusare la sfiga. Ma, a differenza del protagonista di un racconto, noi non sappiamo come andrà a finire. Non sappiamo se, a furia di cercare, prima o poi troveremo, o troveremo un succedaneo di quanto cerchiamo, o qualcuno entrerà nella stanza a portarcelo, o ci dimenticheremo della ricerca e ci arrangeremo con quello che abbiamo.

Il momento in cui rinunciamo potrebbe essere il più saggio della nostra vita o il più stupido.

Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Guardo le pareti e non ci credo, che non mi parlino di dolore.

Non conosco altra lingua, a volte, a volte non riesco a ordinare un hamburger senza pensare nonmiamanonmiamanonmiama.

Ma per fortuna passeggiando passa la paura, mi ricordo qual è la situazione, passeggiando nel mio nuovo barrio catalano ma non troppo, straniero ma non troppo, in cui non ci sono i pakistani a guardarti insinuanti ma dei mulatti latini a farti hooola al supermercato, e promettono grandi diverimenti.

Ma l’amore chiama ancora, nella sua assenza, e allora ti ricordi com’è la situazione: no che non ti ama, cocca, c’è quello bello là di fronte che ti sta guardando e non tanto puoi rispondere perché pensi ancora a lui. E oggi ti hanno offerto un lavoro, fatto un trasloco, fatto un complimento fatto una sorpresa e tutto quello che sapeva dire questa bambina di 33 anni che ti porti appresso, mentre giravi come una trottola per non cadere sbattuta a terra, era nonmiamanonmiamanonmiama.

Be’, la casa a questo serve. A vedere com’è un mondo in cui nonmiama e va bene.

Un mondo in cui la luna non è una chimera, basta affacciarsi alla terrazzina. Un mondo in cui chi ti ha preceduto era giovane e innamorato, non il vecchietto buono dell’altra casa, e solo la pioggia ti separa dai riflessi della candela cinese fuori al balcone.

La pioggia è entrata nella notte umida di una domenica che non hai vissuto, eri ancora altrove, dove le pareti parlano di dolore.

E ora resta l’odore di pioggia e di acqua che proprio non vuole andarsene, proprio insiste a invaderti camera e ricordarti che esiste qualcosa al di là del dolore, anche se hai paura, anche se non era previsto.

E sarebbe anche ora che prendessi la paura in mano, come il portacandele arrugginito ma ancora buono da usare, e vedessi un po’ cos’è.

Cersei-LannisterSe c’è un personaggio con cui m’identifico, in Trono di Spade, è Ned Stark: l’Animus ultraretto che finisce per rovinare tutti e se stesso con la sua fame e sete di giustizia. C’est moi. La mia Ombra invece (il mio lato oscuro, per chi non avesse seguito) non sa più che inventarsi per comunicarmi che sono pure Cersei Lannister: ‘na granda cessa, avida di gloria. E allora so’ pure bona?, le chiedo. Solo allora tace, Ombra dimmmerda.

Invece, per rassicurarmi dei progressi che sto facendo sulla strada della sanità mentale, ho tentato una rapida classifica degli uomini che mi piacciono in questa serie. Risultato: 1) Tyrion Lannister, 2) Jon Snow, 3) Khal Drogo. Allora ho lasciato perdere il progetto sanità mentale.

Vabbe’, a parte Khal Drogo, a cui affiderei direttamente l’impero del mondo, tanto stenderebbe i nemici con un rutto, mi sembra di capire che la tendenza sia sempre quella. Mi piacciono gli outsiders. Quelli che non sono esattamente integrati nella loro famiglia o nel contesto sociale. Ma che sono brillanti ed eccellenti in qualcosa.

Ieri, essendo rimasta al secondo volume della saga, ho letto di quando Jon riflette sul fatto di essere il fratello bastardo di un re, e si dice che il fratellino se ne starà a bere vino dolcificato mentre lui succhierà l’acqua ghiacciata di qualche fiume, oltre la Barriera.

Allora stanotte ho sognato Cersei che mi stendeva la biancheria, un curioso bucato tutto fatto di sciarpe che, sempre senza spoilerare (tanto siete tutti alla quarta serie), mi ha fatto pensare a un momento cruciale per la vita di Ned Animus Stark, una scena da perderci la testa. Come a dire che ha vinto lei, che ha usurpato il trono contro le legittime pretese della successione.

Ma allora sono Ned o Cersei? Ovviamente, la mia vita appartiene a entrambi, sono entrambi parte di me. E come il Buono e il Malo del Visconte dimezzato, di Calvino, non saprei dire chi faccia più bene. Perché i Ned Stark, con la Legge che applicano ciecamente anche quando non è giusto (pensate al poveretto decapitato all’inizio della saga) fanno ancora più male di chi almeno agisce per amore, del solito cattivo indispensabile perché la storia vada avanti.

E voi? Se la vostra vita fosse un trono, adesso chi lo occuperebbe? Qualche sovrano oltranzista che è meglio spodestarlo anche se ha tutti i blasoni al posto giusto, come Stannis Baratheon?

Pensate a Jon. È giusto che abbia meno diritti di Robb? Così va il mondo? Sì, così va finché non va più così.
Finché non vi dite che usurpare il diritto a decidere della vostra vita non è usurpare. È metterci il legittimo sovrano, quello che avrebbe dovuto essere seduto lì da sempre. Voi.

C’è una difficoltà, ovviamente. Se avete sempre vissuto da bastardi, emarginati, se vi siete identificati tanto in questo ruolo, vi sentirete sempre un po’ usurpatori a cambiarlo.

Che sia una pippa mentale vostra aiuta poco, non è una convinzione che si raggiunga con la ragione e l’ho imparato a mie spese.

Ancora una volta, l’importante è cominciare. Cominciate a buttar giù dal trono il fantoccio oltranzista che avete messo al vostro posto, e scoprire un po’ come ci si sente, a prendere decisioni.

Poi andate a braccio. A mettere Jon sul trono, se non fosse stato emarginato tutta la sua vita sarebbe stato un altro Robb, coi suoi pregi, ovviamente, ma la metà delle esperienze, delle lotte, dei ghiacci affrontati e vinti.

E allora ringraziate gli anni di emarginazione che vi siete inflitti e regalatevi un trono, da governare con saggezza e un po’ di sana bastardaggine.

Che quella, statene certi, non ve la leva nessuno.

The_ShiningNon è neanche colpa nostra, questo è vero. Ma di sicuro non è colpa sua.

Del vostro ex, per il fatto di non amarvi più.

Di vostro padre, che preferisce vostro fratello a voi.

Del vostro capo, se nonostante tutti gli sforzi che facciate gli sta più simpatica la collega inetta.

Prima di tutto è importante arrivare a capire che non è colpa nostra. È un gran passo avanti, credo. Ci liberiamo del peso di dover essere perfetti, obiettivo impossibile che ci impedisce di essere noi, al meglio delle nostre capacità. Di dover piacere a tutti, o di credere che, se gli altri non ci amano come vorremmo, è perché noi siamo sbagliati.

Il passo successivo è capire che non è colpa loro.

Non sto giustificando le loro “malefatte”, sia chiaro. Hanno degli obblighi, verso di noi, quelli di tutti: il rispetto, la coerenza.

Il nostro compagno è tenuto a non prenderci per i fondelli. Nostro padre, a essere equo nella distribuzione di attenzioni e beni materiali. Il nostro capo, a riconoscere i meriti di chi lavora e le responsabilità di chi non lo fa.

Se vengono meno a questi obblighi, la nostra rabbia è sacrosanta. È rispetto per noi stessi.

Però i loro obblighi si fermano qui. Fortunatamente, perché più di questo non possono fare.

Non possono amarci o stimarci per pura forza di volontà.

E noi dobbiamo rendercene conto e anche ammettere che è la cosa che ci ferisce di più. Per superarla e andare avanti con la nostra vita.

Se siamo onesti, cos’è che ci rode di più, dei favoritismi dei nostri genitori? Vedere che abbiano portato nostra sorella al ristorante, per il suo compleanno, mentre quando è toccata a noi non hanno rimandato la visita all’avvocato? O ammettere che, per qualche inspiegabile gioco di alchimie, nonostante il bene che ci vogliano, se l’intendano di più coi nostri fratelli? Che con loro abbiano una complicità che non ci spieghiamo, che neanche loro, spesso, riescono ad ammettere a se stessi? E possiamo rimproverarli per cosa abbiano fatto, ma non per cosa provino.

E quando una relazione finisce o non decolla, cos’è che ci fa più male? Il suo essere sparito, fare il doppio gioco, tenerci nell’ombra mentre la nuova tempo una settimana è sulla bocca di tutti?
O il fatto che non ci ami? Che non sia scattata quella molla che lo rendesse partecipe della nostra vita, interessato alla nostra giornata, ammirato da qualcosa di diverso dalla sicurezza che gli davamo o da ciò che avessimo tra le gambe? Che dopo di noi verrà qualcuno a cui sì che risponderà al telefono, con cui troverà il tempo di andare a passeggio, per cui rimanderà l’impegno di lavoro per una serata tra termometri e borse dell’acqua calda?

Possiamo rimproverare loro ambiguità, impegni presi e non mantenuti, le scorrettezze assortite che tutti sappiamo. Ma non quello che sentono o non sentono.

Se noi non ci possiamo fare niente, non possono neanche loro. La trovo ancora una legge ingiusta e ancora non so come uscirne, a parte usare il famoso verbo che schifo, accaccett… Quello.

D’altronde, non so se vi capita, siamo bravissimi, ad accettare la mancanza di attenzioni di cui sopra. Lì siamo i campioni dell’accettazione. Siamo i migliori nell’accontentarci, in certe relazioni ambigue, delle briciole di tempo dell’amato bene, dei due baci in pubblico dopo aver appena passato la notte insieme. Perché lo facciamo? “Perché lo amo”, ci rispondiamo, come se questa giustificazione facesse da tana libera tutti.
Se per noi è così, però, tolte come si diceva le scorrettezze deliberate, anche l’altro, a domanda “Perché lo fai?”, dev’essere libero di rispondere: “Perché non ti amo”. Altrimenti dovremmo riconsiderare la nostra risposta.

Considerando che i genitori non si scelgono (ma sì che, nel corso della vita, ce ne siamo scelti di adottivi, vero?), che i datori di lavoro vanno tenuti buoni se il lavoro ci piace, quello che possiamo fare è imparare a vivere nonostante tutto questo. Con l’ex, aiuta capire come ci siamo messi in questa situazione, come è deteriorata se siamo mai stati insieme, come non ci siamo sottratti in tempo se non è mai decollata. Aiuta renderci conto, si diceva, se l’apprezzassimo per quello che era, o se nei suoi occhi cercassimo noi stessi (vedi Ombra).

Soprattutto per me aiuta, ormai si è capito, non sottrarsi al dolore, per non portarcelo dietro. Distrarci quando vogliamo distrarci, ma fare gli emo quando così ci gira.

Prima o poi, di questo passo, su tutto questo riusciremo anche a farci una bella risata, come questo signore qua sotto.

portaapertaPremessa: non voglio che questo blog, orgogliosamente inutile, diventi la brutta copia di un libro di self-help.

Né che si trasformi in un trattatello di psicologia spicciola, per quello basta essere gggentisti.

L’idea è: ho attraversato un brutto periodo, spero di aver imparato delle cose. E allora le condivido con voi, un po’ per catarsi, un po’ per illudermi che sta merda serva almeno a qualcosa per qualcuno, e un po’ addirittura per a… al… altruis… Insomma, avete capito.

Oggi volevo parlare delle incongruenze che capitano quando ormai vi siete messi in marcia e avete deciso di partire alla scoperta di voi stessi, della parte di voi che avete trascurato.

Bel passo, eh? Complimenti! Siete partiti all’avventura, alla ricerca di una nuova vita. E soprattutto, vi siete sbattuti la porta alle spall…

Ehm, no. Giratevi un attimo. La “porta”, riferito alla vita, è un po’ poco. In realtà le porte sono tante, e non si chiudono tutte insieme.

È questa la fregatura. Vogliamo cambiare, cioè essere noi stessi davvero (il paradosso della nostra ricerca, cambi per essere te), ma non funziona come lo schemino mentale che ci siamo fatti, non ci si lascia tutto alle spalle. Oddio, volendo è anche confortante. Qualcuno non cambia perché pensa, e poi gli amici? Mi riconosceranno? Gli piacerò? Devo per forza lasciare il mio compagno? Il mio lavoro è già tanto che l’abbia trovato, con sta crisi…

Tranquilli, per fortuna o purtroppo non vi chiuderete tutte le porte alle spalle. A volte, ma qui è proprio a botta di culo, potrete addirittura fare una selezione volontaria.

Ma certe porte, semplicemente, non si chiudono da sole perché non possono.

Io rifuggivo l’amore, sdegnosa. Ora lo chiamo il mio affronto a Venere. Che non è solo la zoccola del Pantheon, è quello che resta di una divinità molto più potente, e io non riderei tanto delle divinità, perché rappresentano sfaccettature del nostro spirito che difficilmente riconosceremmo senza metafore e simbolismi (l’ideale sarebbe farlo senza crociate, ma ci arriveremo). E Venere, con la sua notoria cazzimma, mi ha buttato a faccia in giù nell’amore più astruso possibile, roba che Freud si sarebbe dato fuoco trascinandosi con sé ventimila manuali su quanto l’amore vero sia solo quello corrisposto e che tipo di “complementarietà” ci debba essere con l’amato bene per incastrarsi a pennello (tranquilli che le coppie scoppiano uguale, quindi fate come cacchio vi pare e buonanotte al secchio).

Poi volevo una casa tutta per me. Qua Venere, continuando sul tema, lascia il testimone a Vesta, per la serie “ho fatto il classico”. Sembrerà più materialistica, come aspirazione, ma volevo un tetto sulla testa che fosse mio, in cui stare al sicuro per conto mio o, al massimo, con le persone che amassi (sempre gradito, si diceva, un riscontro da parte loro, ma vabbuo’). E per fare questo ho contravvenuto alla regola che mi ero imposta dall’ingresso all’età adulta: io, d’ora in poi, faccio tutto da me. E invece no, per come stanno le cose oggi ho accettato di dipendere dai miei. E per far contenti loro, che invero mi hanno dato carta bianca, ho preso la cosa “più conveniente”, secondo un mero calcolo matematico metri quadri/tempo perso a cercare/prezzo finale. Senza che il mio ventre, che sarebbe diventato la mia bussola solo dopo la catastrofe, mi dicesse una volta sola di essere giunta a destinazione, di aver trovato quello che cercassi. Ricordate la questione “ascoltarsi”? Non sapevo come farlo.

Me ne sono accorta dopo la catastrofe, appunto. Dopo aver dovuto ammettere che Venere mi aveva fregato, e sta casa è un cesso che ho amici che manco gratis ci vengono a vivere.

Ma che l’hai scelta a fare, mi chiedono ogni tanto. E pure in amore, come dice una saggia Natalie Portman (ma lei parla di corna, qui un lusso perché implicano almeno una relazione), c’è sempre un momento in cui ti puoi fermare, puoi dire ok, qui sono ancora in tempo. Perché non l’hai fatto?

Perché (vedi articolo precedente) ero talmente scollegata da me stessa che non sapevo neanche cosa volessi mangiare a pranzo e indossare per uscire di casa, figurarsi cosa volessi dall’amore e sotto che soffitto volessi svegliarmi.

Ma non v’illudete, ammettere gli errori non significa cancellarli. Non potreste smettere improvvisamente, mettiamo, di avere una casa. O di amare.

E se un amore non corrisposto e un cesso di casa sono tutto quello che la vita mi chiede per rimettermi in marcia, per riprendere il flusso con lei, mi è andata davvero di lusso. Ho mancato troppo nei suoi confronti, nei miei. È un prezzo che non pago volentieri, ma ci sta. A certa gente ci vuole un cancro per arrivare agli stessi risultati. E senza la sorte di una casa per sé. Certa gente non ci arriva mai.

Sono porte che non si chiudono subito e fanno male.

Ma sono mie, sono io, io sono anche questo.

E arrivare a essere anche le mie sconfitte è quanto di meglio sia riuscita a fare finora.

Voi farete ancora meglio: vi fermerete prima della catastrofe. Se no vi picchio.

Con affetto.

eyes-wide-shutNon voglio rubare il lavoro agli psicologi, ma credo che a un certo punto della nostra vita ci allontaniamo da noi stessi. Dalle nostre sensazioni, quello che vogliamo fare davvero. Chi più chi meno, tra vergogna e sensi di colpa per avere dei desideri umani in una società che cerca la perfezione, prendiamo un po’ le distanze, ci dissociamo, letteralmente, da quello che vorremmo.

A qualcuno va meglio, ad altri va peggio. A me è andata malissimo e benissimo, insieme. Benissimo, perché sono stata fortunata, in molte cose, ora lo so.

Malissimo, perché questa fortuna, lontano da me, non tanto me la sono goduta. E la parte più divertente è che, se stai allontanato da te, non te ne accorgi nemmeno.

Deve succedere qualche amenità tipo, che so, crollarti il mondo addosso, o giù di lì. Oddio, se te ne accorgi prima è meglio.

E allora mi propongo come esempio. Di quello che succede se non vi accorgete in tempo che chi sta vivendo la vostra vita non siete voi, è una maschera che vi siete messi e che ormai va col pilota automatico, perché è di quelle maschere che è doloroso tenere, ma ancora più doloroso togliere.

Allora potreste finire come me, è una minaccia! Finire per fare scelte avventate “perché sì”, frequentare gente con cui non vi trovate bene “perché sì”, credere di aver raggiunto quelle mete che piacciano a tutti o che aumentino lo status sociale (un buon lavoro, un matrimonio felice, una svolta economica inaspettata) e di star bene così, anche se il vostro vero desiderio era aprire il famoso chiringuito sulla spiaggia. Che quando si apre per sfuggire alla responsabilità di ciò che volete davvero, è una gran fregatura; ma se è il vostro reale desiderio, fossi in voi non lo baratterei neanche con un posto di Imperatore Papanapulione con diritto di vita e di morte pure ‘ncopp’ ‘e lacerte (cit.). O potreste ritrovarvi a morire dicendo Rosebud, per la disperazione dei giornalisti 2.0 che vi devono “updatare” il coccodrillo.

Come accorgervi di questo prima che crolli tutto? Eh, bella domanda. La risposta è: ascoltatevi. Il modo per farlo, è una parola. Cambia da persona a persona. A me la meditazione ha aiutato, ma non è stata tutto. L’idea è mettersi comodi cinque minuti da qualche parte e concentrarsi sulla respirazione. Quello che mi ha fatto veramente bene, personalmente, sono stati i sogni. Farci caso, appuntarmeli, avere sempre un quaderno sul comodino. Questa parte che abbiamo allontanato ci manda messaggi quando siamo incoscienti, quando le barriere che abbiamo costruito tra noi e lei sono temporaneamente abbassate.

E vi assicuro che non è poi così male, eh, la nostra metà oscura, leggete un po’ che dice Jung dell’Ombra. In realtà è “oscura” perché rimane al buio della nostra coscienza, ma a volte, a dirla tutta, è anche migliore di quella che identifichiamo come “noi”.

Qual è il vostro idolo? E perché vi piace tanto? Sicuri che non avete le sue stesse caratteristiche? Ok, magari non così sviluppate, ma neanche questo è detto. Il fatto è che è più facile riconoscere le parti brutte del nostro lato oscuro, e autogiustificarci per averle ignorate, che ammettere con noi stessi di aver messo da parte anche quelle belle. E rispolverarle sperando che non sia “troppo tardi” (spoiler: non lo è mai) per prenderci la responsabilità di coltivarle.

Tutto ciò è molto bello, ma lo fanno in pochi, finché la vita non li costringe, perché come immaginerete non è proprio una passeggiata.

Ci sono controindicazioni, incongruenze, ecc. Ma meglio di vivere “la mia vita senza di me”, no? A voi la risposta.

E poi ci sono io a farvi da antiesempio.

Delle controindicazioni ci occuperemo nella prossima puntata.

miss havishamQuando stava per morire mio nonno paterno, la notizia mi fu annunciata in maniera singolare: “Metti un po’ d’ordine che, se succede qualcosa, poi viene gente”. Di lì a un’ora mio padre, appena arrivato dal capezzale del malato, consolava i miei ululati dodicenni con la frase: “C’è un tempo per tutte le cose… Uno per nascere, uno per morire… “. E continuava con tutto un repertorio di metafore da bestiario medievale, mentre io pensavo solo che volevo che questo tempo allora si fermasse.

Avrei dovuto ripensare all’aneddoto, mesi fa, contemplando il terribile orologio in finto oro, con annessa statua d’Amore e Psiche, che faceva bella mostra di sé all’ingresso della mia nuova casa. Mobilio gozzaniano, è stato definito. Fermo su un orario che non ricordo più, lo stesso che aveva quando il mio amico robivecchi pakistano se l’è portato via, dopo aver quasi spezzato l’aureola alla Madonna barocca che l’accompagnava (l’aveva presa per un gancio). Anche gli altri orologi della casa erano fermi, tranne quello in cucina, che segna un orario assurdo che non ho neanche tentato di correggere, ammaliata da questo suo mondo in cui alle 7 è notte fonda.

Non me n’ero accorta, nelle mie brevi visite a questa casa che ho preso in fretta e furia, senza pensarci troppo, che tutti gli orologi fossero fermi. Per me si sarebbero fermati al terzo giorno di trasloco, e adesso che imbianchini ed elettricisti li hanno tolti dalle pareti, relegandoli all’oblio che meritano, faccio fatica a riavviarli.

Quando morì mio nonno, forse ancor più del dolore era forte l’indignazione di ragazzina beneducata verso la Morte, che si permetteva di bussarmi in casa sotto Natale: il clou del cattivo gusto. Stavolta ero indignata con la vita, che in un momento così importante e così sbagliato, di stress accumulato e sogni di carta che bruciavano rapidi, mi veniva a fare questa visita di auguri in una casa vecchia prima ancora di cominciare a vivere.

Fu allora che scoprii la storia di Miss Havisham. Non che non avessi letto Great Expectations, Grandi speranze di Dickens. L’avevo cominciato, almeno, perdendomi poi nei meandri delle sue luci e ombre.

Non ricordavo, semplicemente, il dettaglio dell’orologio di questa singolare signor(in)a, fermo alle nove meno venti del giorno del suo matrimonio, quando scopre che lo sposino l’ha truffata ed è scappato con la grana. E passa la vita in un’antica magione sempre più decadente.

Mi ci è voluto un bel po’, per decidere che non avrei fatto lo stesso. Ma la cosa più difficile del tempo delle cose non è fermarlo, è riprendere la corsa. Il coniglio di Alice diventa la tartaruga di Achille, al confronto, e riesce comunque a battere il traguardo prima di me.

Che ora mi ritrovo ad ammettere che la signora Morte non visita quando stiamo comodi, e grazie al cazzo, anzi, come la Vita senza cesareo (ir)rompe spesso a notte fonda. E i castelli di carte che si tengono su a stento cadono al primo soffio come certe case antiche, comprate troppo in fretta con gli orologi fermi.

E siccome il mio orologio si è fermato al terzo giorno di trasloco, la primavera ha un bel daffare a bussare e chiedermi se almeno a lei un caffè lo voglio offrire, caffè e vestiti leggeri, ma negli scatoloni ancora imballati non so più dove trovare i suddetti vestiti, ne compro pigra di altri in promozione, finché non mi accorgo che è sparita anche la paccottiglia che spacciavo per gioielli, e allora cerco tra i mobili IKEA ancora smontati (ve li regalo, li volete?) e libri già letti che butto via infastidita.

Dicono che ho un debito, con questa casa. Non se lo meritava, di essere lasciata così, sospesa, quando avrei dovuto ridere in faccia alla sorte e aprire le finestre, darle aria nuova e batteria alle sue lancette. E rispetto a Miss Havisham, spogliata di tutto, grottesco arredamento di una vita che non si arrende alla sorte, rispetto a Miss Havisham i miei debiti col tempo li voglio pagare.

(Il tempo di partire / il tempo di restare)

Prosaicamente, stavo in bagno.

Mi sono buttata in corridoio e mi sono ritrovata faccia a faccia con mia madre, a distanza sulla soglia della cucina, mentre gli uomini restavano nelle stanze di prima. Non avevo mai visto mia madre con la terra che le tremasse sotto i piedi.

Io: “Dobbiamo metterci sotto le porte? Come funzionava? … Ma andare in strada no?”.

Lei: “Tranquilla, la casa è forte. Ha resistito al terremoto dell’ ’80”.

Già. La formula magica che cacciamo a ogni terremoto, una specie di veto alla ciorta: eh, no, sei passata di qua nell’ ’80 e abbiamo resistito, ora che vuoi?

Poi mi sono ricordata che nell’ ’80 la distribuzione dello spazio tra me e mia madre era diversa, ma è una storia che ho già raccontato. Praticamente io le stavo nella pancia e non mi muovevo, indignata forse da tanto trambusto. Lei aveva 25 anni e aveva paura. Il vicino, nella campagna in cui si erano rifugiati, voleva farci riprendere a tutte e due con la camomilla.

Non so se è anche per quello che ogni tanto, da anni e anni, mi ritorna in mente un paradosso che mi ha già fruttato qualche occhiata perplessa: “Che succede se avverti una scossa di terremoto proprio durante una scossa di terremoto, ma la tua sensazione è sbagliata, nonostante la scossa sia vera?”.

Ci pensavo anche ieri mattina, e adesso mi diranno che porto seccia.

Ora credo di sapere cosa voglia dire: che succede se credi di amare quando dovresti farlo, ma non è vero? Se fingi di essere emozionata/contenta proprio quando dovresti esserlo? Se ti ritieni orgogliosa di aver raggiunto un traguardo a caso proprio nel momento in cui dovresti farlo, ma non è vero?

Questo scollamento tra vita e sensazioni mi è vacillato ieri insieme ai vetri dell’esile porta a cui mi appoggiavo ingenua.

Anche se in realtà proprio in quel momento non pensavo assolutamente a niente. Solo a dove andare per salvarmi e se resistere all’impulso innato di scappare. E poi a un rimpianto lontano, indefinito, di errori che non avevo ancora fatto, su cui mi trastullavo fino a qualche minuto prima.

Poi sono arrivate le telefonate, senza pensarci. Fatte, ricevute. Non c’è una logica, mi sono resa conto di non ricordare più chi fosse chi nel gioco di ruolo della vita: il tuo migliore amico, l’amica che deve venirti a trovare ma non è raggiungibile, l’eterno amore non corrisposto finito a tarallucci e auguri di Natale. E poi passi in rassegna chi invece sai al sicuro e ti dici che ti sarebbe spiaciuto crollare due piani con un lampadario nello stomaco senza dirsi manco auguri.

No, è come quando hai il raffreddore e non senti più i sapori che definiscono le singole pietanze. Capisci solo che è roba da mangiare e continui per fame. C’era quella pubblicità ridicola dei primi anni ’90, di qualche formaggio da banco frigo con fermenti lattici vivi.

“Lo voglio vivo”.

In quel momento è l’unica cosa che abbia senso. E l’ho pensata anche di me.

Perché è da un po’ che ho come la fantasia che mi stia “partorendo”, stia vivendo uno di quei momenti di rinascita che si manifestano con un cambio di capelli e gusti alimentari e in questo caso, guarda un po’, col raddoppio dei valori di prolattina nelle analisi.

Dopo questo, di terremoto, ho avuto la soddisfazione di accarezzarmela io, la pancia piatta.

Sì, c’ero ancora.

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Paco è il padrone di questa casa, che ora è mia.

Ma in realtà è ancora di Paco.

Me ne sono resa conto da quando la porta si è chiusa alle mie spalle l’ultima volta e mi sono ritrovata con 13 scatoloni da svuotare e l’improvvisa scoperta che per chissà quanto sarei rimasta solo io.

Eccomi quindi a occupare un angolino della casa di Paco, senza disturbarlo. Le sue madonne barocche (non in senso artistico, parlo dei gingilli che hanno addosso) sono rimaste sulle pareti. Come sono rimaste le sue pantofole di vecchio artritico che, siccome mi ha confessato che gli restava poco da vivere, a volte guardo dicendomi che potrebbero essere le pantofole di un morto, e non lo saprei.

Perché di Paco, dopo quella visita al notaio in cui mi ha dato il mazzo di chiavi come se fosse stata una sigaretta che gli avessi chiesto per strada, conosco solo le poche parole che abbiamo scambiato. La galanteria d’altri tempi con cui ha immediatamente assecondato l’agente immobiliare, quando gli ha chiesto se fossi bella. La tendenza un po’ fastidiosa a circondarsi di calendari di farmacie.

La gente che bussa, chiede ancora di lui. Per me bussano in pochi, anche perché pochi aspetto. Uno sembrava incazzato, aveva una voce straniera. “Paco?”. “No”. “Dov’è Paco?”, “Non vive più qui, ora ci vivo io”. “Vale, vale, adiós”. E io a chiedermi se avessi detto la verità.

Perché in realtà ho preso la stanza più piccola di casa di Paco, quella della Madonna più grande ma più dolce, con meno fronzoli, e ci ho fatto buttare un letto molto basso, che pomposamente chiamano tatami, e che è diventato il mio nuovo quartier generale, la mia vera casa.

E niente, vivo aspettando che casa di Paco diventi casa mia.

So che dovrei fare delle cose, perché succeda, svuotare gli scatoloni e progettare tutte le ristrutturazioni che i pochi visitatori suggeriscono dopo avermi chiesto “Ma stai qua tutta sola?”.

Sì.

E mentre mi ci abituo, a casa di Paco, aspetto come il ficus scoperto su uno dei balconi, quello che mi chiedevo quanto inaffiare e ogni quando, prima che cominciassero le piogge e si mettesse educato a prendere l’acqua che gli serve e a fare la sua vita, e rallegrare la mia le rare volte che mi affaccio a curiosare in strada.

È un bel ficus, mi spiace non avere un giardino per piantarlo bene. Sembra che non abbia bisogno di niente. Come faccio finta io da sempre.

Ma lui davvero.

http://www.youtube.com/watch?v=RgOFMqUoyN8