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madamebutterflyAvvertenza: lungi da me affermare che ‘e guaje gruosse, i problemi gravi, ce li procuriamo da soli. Le malattie non sempre sono dovute allo “stile di vita”, checché ne dicano i ministri che dovrebbero aiutare ad arginarle. E, come si dice in inglese, shit happens.

Quello che ho scoperto è che, tolti i guai veri, la maggior parte dei miei “grandi problemi” sono delusioni. Sono rimasta delusa da persone che non erano come mi aspettassi, da eventi che non sono andati come avrei voluto, da situazioni in cui ho agito con meno efficacia di quanto credessi.

Non notate niente di strano, in quest’ammissione? Io sì: la maggior parte dei miei problemi è legata a false aspettative.

Quindi me li sono creati da sola, aspettandomi cose che poi, per colpa mia o di qualcun altro o del destino (cioè, del corso che hanno preso gli eventi) non si sono realizzate.

E scoprire che i problemi più gravi me li sono creati io non è stata una bella cosa.

Attenzione, però, qua siamo in un terreno minato, perché scatta il “non aspettarti nulla” di guru paraculi e zie rassegnate.

Il discorso non è bersi l’ “accettami così come sono, altrimenti non mi ami” (detto da uno che magari è inaffidabile e infedele).

E abbiamo più di una buona ragione per essere incazzati, se alla fine di un dottorato brillante veniamo parcheggiati, perché non ci sono posti neanche per quelli già interni all’università.

No, ne abbiamo parlato altrove. Le false aspettative, per me, ce le creiamo quando ci facciamo un quadro della situazione e chiamiamo fallimento tutto quanto non vi entri. Senza tenere in conto quei fattori che non dipendono da noi.

È una cosa pericolosa soprattutto quando ci impedisce di capire cosa stia succedendo nella realtà, perché rientra in quello che non vogliamo vedere.

E allora, non vogliamo vedere che sto ragazzo molto bello con cui siamo andati a prenderci un caffè ha fatto una battuta poco lusinghiera su una causa politica che ci sta molto a cuore. Se continuiamo a vederci può diventare motivo di scherzi, o un forte fattore di conflitto. Intanto, che ne dite di notare il particolare? Oppure, il tecnico che ci offre il prezzo più basso per farci i lavori in casa non risponde al cellulare due volte su tre. Ok, è economico, ma meglio smettere di giustificarlo prima che si volatilizzi a soldi intascati, guardandosi bene dal rilasciarci i dovuti certificati (basato su una storia vera).

Insomma, da brava ansiosa so quanto sia importante avere un quadro più o meno fedele della situazione, di qualsiasi situazione. Ma la soluzione non è crearmi una vita a mia immagine per non dovermi mai accorgere delle cose che non vanno.

Senza che sfioriate la mia follia, può succedere lo stesso anche a voi, se come me cercate il giusto equilibrio. Se pretendete ciò che vi spetta di diritto (educazione e rispetto, specie se li date voi). Se non pretendete ciò che non date (se siete ambigui difficilmente vi si risponderà con sincerità, no?). Se non pretendete che le cose succedano solo perché volete così (non possiamo costringere nessuno ad amarci o a essere diverso da quello che è, possiamo chiedere rispetto e coerenza).

Allora, quando avremo riconosciuto tutto questo che perdevamo tempo a negare, i problemi piccoli e grandi che ci nascondevano la nostra paura del fallimento, dell’abbandono, della vita, non ci servono più.

Una volta smascherata la paura che li provoca, non ci servono più. E alla fine noi umani siamo pratici, tendiamo a conservare solo le cose che ci servono.

A quel punto, non ci resta che vivere.

CenerentolaQualche tempo fa si parlava dei piccoli e medi problemi (scadenze, bollette mai pagate, dissapori col capo) che non risolviamo mai anche per non doverci occupare di quelli grandi (amori infelici, rancori familiari, salute trascurata).

Lo facciamo, ipotizzavo, per paura del vuoto. Per paura di una vita che non cambierebbe tanto da farci ritrovare a sorseggiare mojitos alle Hawaii, ma abbastanza da toglierci tutti gli alibi per affrontare i problemi veri.

Si diceva infine che un primo passo, una cosa che aveva fatto bene almeno a me, consisteva nel “vedere una soluzione”. Immaginarsela, cominciare a pensare che esiste.

Scoprire che, anche senza finire alle Hawaii, una vita più serena non è malaccio. La cominceremmo anche oggi se non fosse che il capitolo “ora mi occupo dei problemi veri” potesse comprendere la parola fal… fallim… fallimen… No, davvero, non riesco manco a scriverla.

Ebbene, ho una notizia buona e una cattiva, che però è la stessa, quindi non vi chiedo quale volete leggere prima.

Ammesso che ciò che temiamo si chiami fallimento, potrebbe essere già in atto. Sicuramente, già sapete, non lo eviteremo ignorando il problema. Ne prolungheremo solo il decorso.

Ci cureremo l’insonnia quando già sarà diventata cronica (e mi sono mantenuta su un disturbo non letale), tenteremo di recuperare il rapporto quando saremo già troppo presi noi e ormai lontana lei, ecc. ecc.

E in più avremo ancora le incombenze, i problemini di cui sopra.

Vogliamo questo? Io no.

E allora dobbiamo educarci.

Il primo passo dopo la visualizzazione, dopo esserci immaginati questa nuova vita, è metterla in atto, magari una cosetta al giorno, per un certo tempo. Scrivere ogni sera due riflessioni sulla giornata passata, così da non perdere di vista dove siamo ora. Prendersi cinque minuti ogni giorno per una colazione in piedi, invece di mangiare schifezze al lavoro.

Ventuno giorni, ho letto da qualche parte. Fare una cosa per 21 giorni la trasforma in consuetudine.

Dubito che neutralizzi vizi accumulati per anni. Ma è vero che, inserendo pian piano un elemento nuovo nella nostra routine, lo trasformiamo in abitudine. In fondo, come abbiamo imparato a leggere?

Impariamo a leggere anche la vita in un modo diverso.

E per quello non ci sono scorciatoie. Tocca proprio fare un poco ogni giorno.

E una volta dato il primo passo, scatta la reazione a catena. Esempio scemo. Se raccolgo la cartaccia a terra in camera mia, poi mi viene voglia di buttarla, e osservando la scopa vicino alla pattumiera la prendo e la uso. Poi mi dico “che bel pavimento tirato a lucido, chissà come ci starebbe bene una passata di mocho”. E così mi ritrovo la stanza in ordine, e non ci credo nemmeno.

Restano i problemi seri.

Su quelli riflettiamo lunedì.

shadow-1Si parlava di coppie che scoppiano e dei nonostante su cui si reggevano: arrancavano, infatti, nonostante le differenze di carattere, d’intenzioni, di progetti di vita, di gusti…

In un’evidente forzatura, paragonavo questi amori “sani” (o certificati tali da esperti saputelli) a quelli spudoratamente malati a cui sono più abituata. E sapendo di generalizzare facevo una differenza tra l’amour fou e l’amore sano.

Il primo, quello da canzone, col senno di poi sembra una vocazione al martirio. Il nonostante sembra il perno di tutta la storia che non decolla. Ti butti con insistenza tra le braccia di persone che, nella mia personale declinazione di questa follia, sono evidentemente distanti, a volte anche fisicamente, che accettano la situazione più per inerzia che per altro. Ti getti a kamikaze in qualcosa in cui non credi neanche tu, quasi che tu voglia arrivare in fretta alla delusione finale e prenderti il diploma di vittima dell’ennesimo “stronzo” (o della stronza di turno). Uno stronzo che ti sei quasi costruita da sola, chiamata persa dopo chiamata persa.

Ebbene, credo che spesso le coppie presunte sane e quelle “disfunzionali” abbiano una cosa fondamentale in comune.

La famigerata ricerca dell’anima gemella? No, della propria, di anima. Della parte di sé che non (ri)conoscono.

Conosco varie ex coppie in cui lei è brillante e lui è timido, o viceversa. Ma il timido “si scioglieva” con le persone di cui si fidava e l’estroversa nascondeva spesso una gran timidezza. Ebbene, credo che nessuno dei due se ne accorgesse, di queste caratteristiche latenti che pure erano in loro. Non quadravano col loro personaggio, la famosa maschera pirandelliana che si erano costruiti.

L’unico modo per farci i conti, allora, era trovare qualcuno che incarnasse il loro “lato oscuro” (oscuro nel senso di ignoto, nascosto) e amarlo nonostante.

Tutto qui? Ovvio che no, l’amore è ben altro, sono tante cose insieme. Ma nella mia esperienza, che non fa statistica, questo fattore non è tra gli ultimi da considerare.

Pensate se ciò non fosse necessario. Se vincessimo la paura e ci guardassimo, e lo scoprissimo per cazzi nostri, il “lato oscuro”. Se l’amico intellettuale e iperrazionale ammettesse che a volte invidia l’amico appassionato di yoga, e si pone domande a cui manco Darwin risponde. Se l’amica appassionata di yoga e che riconduce tutto alla spiritualità ammettesse la sua curiosità per cose più terrene, tipo come pagarsi l’affitto. Se l’amica leader nata, l’amico aspirante manager, accettassero di voler essere ogni tanto anche indecisi, irresoluti, bisognosi di protezione, invece di mettersi accanto un’ameba con un sorriso disarmante. E se l’ameba decidesse di diventare una persona e stabilire da sola che giacca abbinare ai jeans.

Così potremmo andare al piano B, suppongo, trovarci qualcuno che ci piaccia, e non qualcuno di cui abbiamo bisogno.

C’è tutta la differenza del mondo.

rizomaMi giungono nuove dal paese.

Solita trafila di nascite e morti, matrimoni, lavori trovati, qualche emigrazione. Di quelle calibrate, volte a inseguire un incarico al Nord o il posto fisso, aspettate pazientemente dormendo oltre trent’anni nella propria stanza di bambino.

Normale amministrazione, insomma.

Ma in quest’agosto curioso di città deserta di giorno e straripante di notte, di amici spariti e amici ritrovati, di presenze mute e assenze che parlano, mi capita di nuovo di vivere in un limbo in cui presente e passato si mescolano nei più strani abbinamenti.

Ecco quindi che l’altro giorno mi sono svegliata con in testa un pomeriggio di mare in cui un nonno lontano nel tempo, ma solo in quello, si fingeva illetterato per far ridere i bambini.
E, secondo un cliché caro alla mia generazione, mi identificavo ancora coi bimbi che ridevano, piuttosto che con le mamme che riponevano il thermos nella sporta da spiaggia. Anche se per la verità mi piacerebbe essere tra queste ultime.

Ma quel giorno toccava ancora il limbo di agosto e una tesina inutile da scrivere e le assenze che parlano e le presenze che tacciono.

Allora ho preso carta e penna e, tra i vaneggiamenti del flusso di coscienza, mi è uscita la parola rizoma.

Ora, confesso che sul momento non ho ricordato bene cosa fosse. In quelle frasi vomitate in fretta in una canicola assente mi dava l’idea di qualcosa di fisso e immutabile, la radice ultima che ho perso, che non ho mai affondato in una terra precisa, semmai in stanze. La stanza mia di bambina, poi la prima in affitto e tutte quelle che l’hanno seguita, e che non ho saputo chiamare mie che quando non lo erano.

E rizoma, nella mia patente ignoranza botanica, o nell’attimo in cui scrivevo, era tutto questo. Era radice fissa, ma perduta.

E invece le letture per la tesina che credevo inutile mi hanno riportato alla metafora del rizoma per Deleuze: radice che è tronco che è fusto che è radice, narrazione che può riprendere da qualsiasi punto per diventare un’entità indipendente. In un certo senso, direi, un’altra pianta.

Come gli emigranti italiani delle navi da cui non uscivi vivo, quelli che puzzavano e non sapevano scrivere, e i loro figli ora si chiamano italiani e mangiano macaroni cheese e in qualche caso votano per un paese che non hanno mai visto, che a volte non fa votare quelli che lì ci nascono.

Come noi emigranti per caso, di lusso ma non troppo, che facciamo la trafila dei paesi in cerca di un lavoro e in cerca di noi, o magari lontano da noi. Noi che ci diciamo (e spesso è vero) che non possiamo tornare per il lavoro, per la società, per la qualità della vita, anche quando magari non lo facciamo perché abbiamo perso una radice che non abbiamo mai conosciuto, riconosciuto, come nostra.

Almeno così capita a me. Che sento le mie radici portatili al sicuro tra le guglie di Barcellona e credevo di anelare a un’antica radice perduta, lasciata in qualche secchiello fluorescente del lungomare domizio.

E invece sono rizoma, sono radice che si fa fusto, fusto che si fa radice, passato che si fa presente, presente che si fa me.

banksy (1)Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.

Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.

Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.

Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.

In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.

L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.

In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.

E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?

No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.

Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.

Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:

Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.

Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).

Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.

Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.

Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.

Ne avremo il coraggio?

Avremo il coraggio di scoprirci?

Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?

Eli_Wallach_012Ci credereste, che L’amore non va in vacanza ha fatto parte di un cineforum, durante il mio dottorato?

E siccome ero una studentessa zelante e desiderosa di imparare tutto quanto i dottorandi hanno a disposizione in Italia (soprattutto attacchinaggio e presenzialismo ai cineforum dei prof) non me ne persi una virgola.

Mi rimase impressa la battuta del trailer che spammavano l’inverno precedente a Manchester (dove me l’ero scansata per El laberinto del fauno, il mio destino spagnolo era segnato). Con lessico cinematografico, il compianto Eli Wallach dava a Kate Winslet una lezione di vita: nei film ci sono le protagoniste e le migliori amiche. Tu sei una protagonista, ma per qualche motivo fai la parte della migliore amica.

Immagino che la frase fosse stata scelta nel trailer perché molte (e molti) di noi si riconoscono nella definizione.

Ci ripenso ora, a più di 6 anni di distanza, perché finalmente l’ho capito: io nella sceneggiatura non sono manco la migliore amica. Vivo direttamente negli spazi tra le battute. Io vivo tra parentesi. O vivevo, spero.

Ero l’amica che ti consigliava quando avevi problemi d’ogni genere, ma quasi mai condivideva i suoi con te. L’alunna che stava zitta per non far vedere che sapeva più degli altri, ma che non si esimeva dal dichiarare l’ignoranza nelle materie che non le riuscivano.
Poi, l’impiegata veloce che, temendo ripercussioni sui compagni di reparto, suggeriva loro al PC le risposte da dare.

In amore, sono stata soprattutto due cose: l’eterna amica che sapeva quando sparire, quando la “titolare” rivendicava l’attenzione del suo amore platonico; quella che “se smettessi di usarmi come passatempo staremmo così bene, insieme”.

Perché lo facevo? Ora mi dico, per due motivi principali.

Il più ovvio è che le cose non possono andare male se non ci provi nemmeno. Se sei il puparo invece che la marionetta è come se i fischi non li prendessi mai tu. O meglio, parafrasando il quinto libro di Trono di Spade: meglio ridere del gioco che giocare e perdere.

E poi perché [attenzione, argomento contorto], a sminuire la mia importanza confermavo a me stessa di essere speciale.

È che ero troppo brava per uscire allo scoperto a scuola o al lavoro. Aiutavo perfino gli altri. Così non dovevo notare le cose ridicole che facevo in campi che non padroneggiavo.

Ero troppo buona rispetto alla Corte dei Miracoli costituita dal mio gruppo di amici: occupandomi dei loro problemi potevo chiudere tutti e due gli occhi sui mille modi che trovassi io per rovinarmi la vita.

L’amore, per esempio. Avere un amore platonico è comodo, così come mettersi in situazioni ultrapoetiche e drammatiche in cui non c’è mai il rischio di ritrovarsi davanti a un divano in pantofole a guardare la Tv insieme. Solo baci furtivi e spazzolini da denti messi di nascosto in borsa, che manco quelli era dato lasciare nell’altra casa. Ovviamente era l’altro che non si accorgeva di che splendida compagna sarei stata, invece che amica o amante. Colpa sua, comunque, io ero quella dell’amore puro che non poteva fare sul serio per reticenza altrui.

Insomma, niente fa sentire così speciali come non fare da protagonista, nella propria vita. Così bravi e condannati dal destino.

L’antidoto, ora ve lo posso dire, siete stati voi. Non l’unico, eh, che pare che vi sto adulando.

Ma insomma, tutto questo mio sentirmi speciale dove andava a parare? Nell’essere unica e irripetibile.

Ed è difficile continuare a crederlo quando qualcuno altrettanto unico e irripetibile si prende il disturbo di scriverti due righe: “Ciao, sai che in questo post mi sono riconosciuta molto?”. “Quello che scrivi qua è esattamente quello che mi sta succedendo”.

Mi sa che non potremmo andare così sincronizzati (smussando le mie follie) se non fosse che siamo fatti della stessa sostanza. Non solo dei sogni, ma degli esseri umani.

E che una delle maledizioni più belle che ci toccano è avere simili bisogni e desideri, anche se declinati in modi diversi. Ve lo dice una che si vantava di volere cose diverse da tutti.

Ma è proprio dura trovare qualcuno che non voglia essere amato, qualunque sia il tipo di amore che cerca, a meno che non creda di non meritarselo, che quella è un’altra storia. Come è difficile trovare qualcuno che voglia essere non dico felice, ma sereno, una volta che capisca come me che tutta l’ansia autoprodotta per evitare le sue paure gliele serve su un piatto d’argento, pronte ad avverarsi.

Insomma, mi state guarendo dall’assurda e arrogante malattia di credere che l’unicità abbia un prezzo.

Si distribuisce gratis, dalla nascita, ma se ne accorgono in pochi.

Per gli altri, mi sa, ci sono i blog autoreferenziali. Ehm.

La RUOTA DELLA FORTUNA Niente, non lo trovo. Vorrei citarlo a dovere, ma si sarà perso tra un trasloco e l’altro.

Il libro sull’ansia, dico. L’unico testo in italiano sull’argomento in cui mi sia imbattuta.

In attesa di riacciuffare l’autore, ricordo il concetto.

In molti casi, quando ci prefiggiamo delle mete, abbiamo lo stesso atteggiamento di chi accende un cero alla Madonna e spera di vincere al lotto.

Ci diciamo infatti: il mio obiettivo è prendere 30 all’esame.

Alt. È legittimo e più che desiderabile, ma dipende da noi? No. Dipende da un’infinità di fattori: da come si è svegliato il professore, da quale assistente ci sentirà la parte generale, da che domande ci faranno, e a che ora (meglio una prof. affamata e desiderosa di chiuderla lì, o una ancora in digestione ma soddisfatta del pranzetto?).

E già, dipende anche (si spera soprattutto) da come abbiamo studiato.

Sui primi fattori, come vedete, possiamo influire molto poco. Sul secondo… Be’, sì, c’è molto da fare.

Quindi, prendere 30 all’esame, se ricordo bene la definizione del libro, è un Obiettivo Risultato: una cosa che ci sfugge di mano, perché non sta in noi ottenerla. A meno che il vostro santo di fiducia non sia più efficace di una raccomandazione multipla, e allora svelatecene il nome che corriamo in cereria.

Intanto, quello che ci serve è un Obiettivo Performance.

Ovvero, soffermarci sulla seconda parte: quello che possiamo fare.

Il nostro obiettivo, quindi, dovrebbe essere studiare da 30.

Ovvio che l’esempio più assurdo in questi casi, insieme al famoso terno al lotto, è l’amore.

Uno può essere attratto o meno da noi per un insieme di fattori imprevedibili, che vanno da quanto abbia bevuto quella sera a quanto somigliamo alla sua personale bambina coi capelli rossi (non Anna, dico quella di Charlie Brown).

Il bello è che non ce ne rendiamo conto e ci ostiniamo a pensare che l’amore sia qualcosa che possa essere “provocato”.

E sì, che possiamo fare qualcosa al riguardo: possiamo presentarci nella nostra migliore veste, possiamo non demordere subito, possiamo anche corteggiare un po’, senza sfinire. Un mio ex di Napoli aveva la regola dei tre inviti a uscire: il primo rifiuto può essere davvero dovuto a ad altri impegni, il secondo è probabilmente una scusa, il terzo ci dice che non ne vuole sapere.

Quello che non possiamo fare è ipnotizzare la persona che ci interessa e costringerla ad amarci, e non è neanche raccomandabile il noto metodo Alfredo Canale, il luogotenente del Camorrista di Tornatore che risolve un litigio con la fidanzata gambizzandola (nella scena successiva stanno battezzando il loro figlioletto).

Quindi, il nostro obiettivo non dev’essere: devo conquistarla/o.

Manteniamoci su un prudente: devo fare quanto sta in me per piacere, e (soprattutto) capire se piaccio.

Insomma, a meno che non stiamo chiedendo due numeri a San Gennaro, capiamo una volta per tutte che soffermarci su quanto possiamo fare noi, invece di pretendere di piegare il destino, non è volare basso, è volare e basta.

Seguendo il vento. E quando lo facciamo (seguire il vento, dico), invece di soffermarci sul fatto di non poterlo piegare alla nostra volontà, dovremmo renderci conto che siamo noi a imboccare la strada più semplice, senza più pretendere di decidere il meglio per gli altri e per la sorte.

Quando rinascete padreterni, per nostra disgrazia, farete tutto quello che vorrete.

In quel caso, mi raccomando, tenetemi presente. 15 e 58, una settimana sì e una no.

rossetto-1Ho assistito alla scena molte volte.

In qualche occasione era un amico che giustificava con se stesso (come se ce ne fosse bisogno) la sua mancanza di femmine con “Non so corteggiare”. Come se ogni volta ci fosse da timbrare il cartellino e sparare una serie di minchiate a raffica, perché una si accorga della tua esistenza.

Più spesso è stata una donna, come la signora che da Kiko, a Barcellona: vuole una matita per gli occhi. La commessa le spiega le proprietà di qualche lapis particolare, finché lei non risponde “Eh, io questa cosa di truccarmi non tanto la faccio bene, dammene una nera e pace”.

E non è un dialogo banale, traspariva qualcosa che, quando si parla di standard maschili e femminili e della “necessità” di rispettarli, spesso manca: l’onestà. La signora non era sprezzante, come quando si sarà beata con le amiche della sua incapacità di fare cose superficiali come truccarsi. Manifestava, in quel caso, un disagio che effettivamente aveva, che magari era stato un problema nell’adolescenza, ma che ormai era rimasto relegato all’idea di aneddoto.

Perché, quando ci rendiamo conto di non saper essere uomini o donne secondo le regole imposte da la società, è di disagio che si tratta. Di orgoglio, di vanità, di anticonformismo… Ma anche di disagio. È dal disagio che partono, anzi, l’orgoglio, l’anticonformismo…

Prendiamo questi miei amici “incapaci di corteggiare”. Pensare di non avere una compagna per questo è una grande scappatoia: suggerisce che il corteggiamento sia una farsa (e fin qui sono perlopiù d’accordo), che i nostri eroi sono “troppo onesti” per portare avanti. Quindi, non possono avere quello che vogliono per un eccesso di onestà. Comodissimo! Peccato che, ad avere il privilegio di essere loro amica, vedevo in loro il classico accontentarsi di quello che passava il convento, le relazioni fallimentari con ragazze tutte uguali, o una serie di amori platonici alternati a relazioni molto pedestri.

E veniamo alle donne. Il nostro caso è contorto come il modello femminile che abbiamo appreso se siamo nate dopo il 1950. Da un lato la classica principessina Disney, con la differenza che non veniamo su col rossetto incorporato come Biancaneve. Dall’altro, la “donna emancipata”, quella che usa il-cervello-mica-altro per andare avanti. Tertium non datur.

E allora, deridi apertamente quelle che fanno tutorial su youtube su come truccarsi (le parodie sono un’altra cosa, le adoro) e critica sperticamente quelle che non vivono come te e si truccano, spendono e spandono in abiti firmati…

E non c’è niente di male nel non apprezzare i modus vivendi altrui. L’odio feroce, invece, dovrebbe farci pensare che qualcosa non va. Che dietro le nostre critiche molto logiche sul consumismo o sul modello maschilista che ci impongono ecc. ecc. di fondo c’è sempre lui: il disagio.

L’idea, appresa magari in un’età molto precoce, che in fondo facciamo male a “ribellarci” a quegli standard. E che l’unica verità è che siamo incapaci di riprodurli. Allora ne diventiamo i più acerrimi nemici. E lasciamo che s’impossessino di noi

Ne parleremo ancora.

acquaTempo. Ultimamente, si parlava di quello, da queste parti.

Del tempo che perdiamo a non ammettere di aver perso tempo.

Di aver trascinato inutilmente una relazione che è andata male, un progetto di lavoro che non funziona, una disputa senza vie d’uscita.

E per una volta vi risparmio la solfa, in cui peraltro credo molto, dell’insegnamento che ne possiamo ricavare, del tempo che non è mai perso se impariamo, del “possiamo scegliere come reagire”. Perché non cancella una realtà ovvia, lapalissiana: una cosa brutta che ci è successa, ci è successa, indipendentemente da come reagiamo.

Penso alla più grande tragedia dell’umanità, i genitori che perdono i figli. Magari in qualche stupido incidente che poteva essere evitato. Alcuni si chiudono nel proprio lutto, altri fondano associazioni, si battono contro la causa della morte del figlio, della figlia. Sono reazioni diverse, ugualmente accettabili, ci mancherebbe, alla stessa cosa. Chi può dire se elaborano meglio il lutto quanti si chiudano nel dolore, se non lo accettino meglio di chi si accanisca nella ricerca degli assassini, nella speranza vana di vedersi restituito il figlio.

Fortuna che in genere non dobbiamo affrontare niente di così grave.

Ma brucia.

“La mia relazione è fallita. Non mi ha mai amato, ho fatto di tutto, di tutto. È durata un anno. È venuta un’altra persona, in cinque minuti gli ha preso il cuore, ha avuto tutto quello per cui ho lavorato, mendicato, implorato”.

“Il progetto è andato a monte. Ci ho investito soldi che avrei potuto impiegare in un mutuo, ho chiamato la gente giusta, ci ho messo la buona volontà e le mie energie. Niente. Sembrava che le cose andassero storte apposta, che una mano invisibile le sabotasse”.

“Devo ritornare in Italia. Le ho provate tutte. Il padrone di casa non mi ha concesso una proroga, è il terzo call center che cambio in tre mesi. Mia madre ha bisogno di me per il negozio. I miei amici se ne stanno andando. Che sono partito a fare cinque anni fa, che adesso che torno mi ritrovo gli amici sposati e con la loro vita. Chissà se riesco a integrarmi di nuovo”.

Sì, brucia.

E possiamo reagire come vogliamo, ci ha fatto male lo stesso. Fa male lo stesso.

Ma a volte, se lavoriamo abbastanza e abbiamo fortuna, si arriva a una consapevolezza come quella (ma ognuno ha la sua) che ha preso me ieri sera. Pensavo proprio a questo: al fatto che, indipendentemente da come reagissi, da se scrivessi questo blog o no, da se per un incredibile scherzo del destino mi ritrovassi coi miei desideri di un tempo realizzati, quello che è successo è successo.

È atroce.

È uno schifo.

È passato.

Sì, passato. Improvvisamente mi sono resa conto che niente di quanto fosse successo mi circondasse in quel momento. Che ci fosse il dolore, il rimpianto, la confusione, ma non la “cosa”, l’avvenimento in sé. Che in quel preciso istante ci fossi solo io, uguale e diversa rispetto a quella che fossi al momento dei fatti.

Sana e salva, più o meno, più resistente, e tuttavia ostinata a costruire la mia vita intorno a qualcosa che è passato, svanito.

Non svaniscono le conseguenze, ovviamente, di questo passato che finalmente lasciamo andare. Non svanisce l’amore, o il rimpianto, o il buco nel conto in banca.

E non svanisce il fatto che il tempo “perso” a soffrire avremmo potuto impiegarlo a inaugurare altri dieci progetti di lavoro, a conoscere altri dieci candidati a rovinarci la vita come meglio credessero (sorrido).

Ma, si diceva, resto io. Uguale e diversa. Quel diversa mi è costato tempo e lavoro, ma mi piace.

E allora sì, che conta la nostra reazione. Allora sì, che sono contenta di aver vissuto il dolore fino in fondo (perfino di vivere quello che resta) e di averlo usato per cambiare.

Quando mi renderò conto, quando ci renderemo conto anche che rinunciare alle cose che non fluiscono, a volte, è l’unico modo per far sì che accadano? Magari non le stesse (o forse sì?), ma ne accadono di buone, utili, felici. Quando ci renderemo conto di questo neanche il tempo sarà più qualcosa di perduto.

Diventerà il giusto tempo passato a soffrire, prima di occuparlo nella cosa più importante: lasciarci vivere.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOh, quella volta che è possibile scegliere, scegli.

Nella puntata precedente si parlava di un bivio. Della facilità con cui tu e io ci chiudiamo in un angolo nella nostra vita, perché ci spaventa l’idea di non poterla controllare tutta, e allora “almeno” ce ne ritagliamo un angolino e ci osserviamo vivere.

Perché lo facciamo? Per paura.

Ti infili in relazioni “metà e metà” perché temi di soffrire in un rapporto più stretto. Finendo per soffrire in un rapporto metà e metà.

Accetti lavori gratis per paura di ritrovarti senza stipendio (questa si commenta da sola).

Finché proprio quella parte della vita che non puoi controllare, quella che eviti chiudendoti in un angolo, ti dà la salvezza.

Ti fa naufragare.

Perché si fa sempre naufragio, ricorda Adriano nel libro della Yourcenar.

Cos’è, che ti ha fatto fare naufragio?

Cosa ti ha fatto ritrovare con la tua bella zattera di fortuna al bivio dei bivi?

E anche se qui andiamo sulle metafore acquatiche, come ogni bivio che si rispetti ha una via stretta e una larga. Spetta a te fare distinzioni.

Una delle opzioni è quella di non uscire dal tuo spazio vitale, decidendo che tutto quanto ti succeda da lì, ti vada bene. Ti lamenti ma non molli, anzi, lavori pure sodo, accusando la sorte per non averti fatto trovare tutto quello che ti serve a portata di mano. Fallisci sicuro, ma potrai accusare “il destino” per non averti dato questa o quella opportunità. E magari spararti qualche palla rassicurante a fine tragitto, stile forse era giusto così, forse ma forse ma sì.

L’altra è quella di uscire dall’angolo e, come recita una preghiera famosa, accettare la parte della tua vita che non puoi cambiare, cambiare quella che puoi, e imparare a riconoscere la differenza. Non è sicuro che tu fallisca, né che riesca, se è per questo. Ma non potrai accusare il “destino” che per quelle due-tre cose che proprio ti sono girate storte all’improvviso, “se no…”.

Non sono scelte facili perché non è che una sia il paradiso e l’altra Armageddon.

E capisco perché scegliamo spesso la prima. Alla fine, non ce ne accorgiamo nemmeno, ed è così facile che le cose vadano male comunque, a prendere il timone della nostra vita, che meglio metterci da parte, fedeli al fatto che prima o poi il caso farà da sé. Come spesso accade.

Ok, avrai capito che sono di parte. Io posso solo dire che da quando ho preso la seconda strada le cose mi vanno molto meglio. E non perché abbia coronato grandi sogni d’amore o trovato il lavoro della mia vita o avuto chissà che colpo di fortuna.

No, semplicemente mi sento più serena. So che non potrò calcolare tutte le mie mosse, ma ragionevolmente saranno buone. Arrendendomi alla parte di vita che non controllo ne sono diventata amica e coautrice. Con risultati alterni, ma grandi possibilità di miglioramento.

La scelta l’ho fatta, insomma.

Qualunque cosa scelga tu, sappi che stai scegliendo.

La libertà di scegliere, di farlo davvero, non è cosa di tutti i giorni.