Mi ci siedo per guardare meglio il tramonto alle mie spalle. Un tramonto tardivo, da dieci rintocchi di campana.
Ma è quando il vento mi scompiglia la seta rossa del vestito indiano che mi guardo indietro, oltre il parapetto del balcone su cui sono seduta, e vedo come sarebbe facile. Sei piani.
Il vestito non ci ho mai creduto, che sia di seta, penso cercando il sole tra le antenne rosa. L’ho preso a Manchester, allo Student Market, prima ancora di prenderci un fidanzato. Feel free to try it on, aveva detto il tipo, e avevo imparato l’espressione feel free.
Muovo i piedi e le lunghe onde del vestito si fanno ancora più rosse e maliziose, scoprendomi le ginocchia che in un secondo potrebbero sfracellarsi in un volo di… Quanti metri? I soffitti sono bassi.
Poi però cambia tutto. Mi rendo conto che la questione è un’altra. Non quanto sarebbe facile buttarsi. Ma il fatto che scelga di star lì seduta nonostante sia facile.
Scelgo il tramonto delle 10 di sera, e i dolori mestruali, e gli altri, da abitare come il balcone sporco di sabbia e vento, ma non di rosa, che il sole batte soprattutto nel primo pomeriggio.
Scelgo di vedere come va a finire. Se si pubblicherà quel libro che ho discusso oggi con una psicologa, seduta a un tavolino in Plaça Reial, e odio i tavolini della Plaça Reial ma la psicologa mi ha dato un sacco di consigli utili.
Magari lo si pubblica, conosco almeno una persona che vorrebbe leggerlo: io.
Scelgo di far credere alle mie vicine che vivano affianco alla Llorona, che tengo ‘a vede’. Sono pure messicane. Poi viene la gatta ad allietarle coi suoi, di lamenti, se preferiscono.
Scelgo di scegliere di sedermi ancora lì ogni volta per guardare un tramonto e dirmi quanto sia facile e se ne valga la pena, di non farlo.
E finché la risposta è anche solo non so, rimettere i piedi a terra, scansando l’orlo di finta seta del vestito, e andare a farmi da mangiare.
Dopo quasi 5 anni a Barcellona, sto imparando lo spagnolo. L’ultima volta che ho studiato una lingua che già parlavo da 5 anni è stato 27 anni fa, e fa strano. Devo riflettere su meccanismi fonetici che davo ormai per scontati, che per me non erano mai stati una regola grammaticale, ma un amico che davanti a una birra mi diceva una frase mai sentita. Allora gli chiedevo “Aspetta, che minchia hai detto?”, nel mio castigliano a dir poco approssimativo.
Ma l’inganno è durato poco: la differenza tra una lingua che studi per bene, e una che impari per prove ed errori, me l’ha insegnata il catalano. Ovvio che mi viene più spontaneo, salvo periodi speciali, parlare spagnolo, ma che differenza coi congiuntivi, quando “vado a orecchio” coi vari me gustaría que hiciéramos, e l’equivalente catalano. Su quello ho buttato il sangue in certi weekend invernali di pausa dal lavoro, quando ancora non avevo deciso di sospendere il mio periodo di asocialità post-Erasmus e manco avevo l’amaca in terrazzo, su cui accomodarmi con coperta e dossier del Consorci de Normalització.
E ora tocca allo spagnolo, bistrattato anche per questioni di, ehm, sopravvivenza. E chi vuole intendere intenda.
Adoro, poi, i periodi in cui apprendo due cose importanti allo stesso tempo. Infatti, per la gioia di mia zia che non ha vissuto abbastanza per assistere a questo giorno, sto imparando anche a campare. Una disciplina, più che un’arte, che notoriamente non s’impara sui libri, anche se secondo me quelli aiutano, se li sai scegliere bene.
La mia grammatica di spagnolo, per esempio, fa miracoli.
Nelle poche lezioni cui ho assistito su Saussure, mi chiedevo perché una teoria linguistica potesse cambiare un’intera cultura.
L’ho scoperto coniugando il preterito perfecto coi miei impegni pomeridiani, numerosi e poco redditizi, scanditi da una crisi economica che rende il mio dottorato più o meno carta straccia. Semanticamente, si tratta di capire che certe cose sfuggono totalmente al controllo umano. Come i generi delle parole, per esempio. Perché el sol è maschio e la luna è femmina? E mi dispiace per le patite del femminismo new age, ma in tedesco è “maschia” la luna.
No. Certe cose sfuggono al controllo umano, non so bene in che dose. Dobbiamo fidarci di Machiavelli, che faceva un pratico fifty-fifty tra fortuna e azioni umane? Ora, per una con le manie di controllo selettive, che se non può farsi il mondo a sua immagine se lo inventa, questa è la cosa più difficile da accettare.
Eppure con le lingue non mi succede così. Non mi è dispiaciuto affatto, per 5 anni, farmi guidare dall’orecchio per distinguere si no da sino, su cui mettere un bell’accento acuto in catalano. Nella vita invece non accettavo, fino a ieri, che ci fossero cose che sfuggissero al mio controllo. Che il male che senza volerlo, ma senza far molto per impedirlo, ho fatto ad altri, possa essere fatto a me con le stesse, indolenti buone intenzioni. Che dopo anni senza il coraggio di cercarmi una casa editrice per i miei volontari catalani, la trovassi, guarda un po’, a un anno dal centenario della Prima Guerra Mondiale. Ok, l’ultima non era proprio una coincidenza, ma è curiosa lo stesso.
Fondare il mio spagnolo su solide conoscenze grammaticali si sta rivelando un’impresa piacevole. Ammettere che le cose importanti della mia vita sfuggono spesso a qualsiasi regola fa più male, anche se non sempre questa benedetta fortuna si rivela sfortunata. Anzi.
Forse, per studiare con profitto questi due ambiti così affascinanti, dovrei ricordarmi del mio amico Antimo.
Dieci anni fa, quando lo riaccompagnavo a casa in auto, ritrovavo sempre l’arzigogolata strada del ritorno, senza prestarvi troppa attenzione. Non ricordavo, o fingevo di non ricordare, gli incroci e le traverse che mi portavano fuori la Villa comunale di Sant’Antimo, e da lì fino al ponte di Grumo, quello delle macchine, e da lì fino a casa mia. Mi sembrava una piccola magia, mi piaceva così. Quando dovetti ammettere che il percorso avrei saputo descriverlo, se me lo avessero chiesto, l’incanto svanì un po’, ma fui orgogliosa della mia consapevolezza.
Forse con la grammatica dovrei fare uguale, sono orgullosa, come la prof. di scrittura creativa, del mio spagnolo raffazzonato per strada, con accento variabile a seconda dell’interlocutore, ma ora voglio che diventi eccellente.
Con la vita, invece, si tratta di sapere già che la strada non la conoscerò mai. Ma va bene così.