Le mie recenti incursioni italiane (o nella comunità italiana) mi hanno fatto conoscere due archetipi maschili interessanti.
Uno ha un’età compresa tra i trenta e i cinquanta, lavora da un pezzo, si era iscritto all’università ma ha mollato. Quindi sono esclusi i miei amici di lettere o storia (quelli etero, almeno) che di solito finivano al banco vicino al mio perché avevano già provato a ingegneria o medicina. Questo qui, l’archetipo, ha mollato studi che neanche voleva intraprendere, ma la famiglia insisteva, e adesso guadagna pure bene. Ma cova rancore verso chi – un assistente, una professoressa senza qualifiche, gli avrebbe impedito di realizzare questa tappa obbligata della mascolinità borghese. Conoscendo i miei polli, avrà pure ragione. Ma ne fa un cruccio di vita: pure se non l’hai mai visto prima, deve dimostrarti che lui quella laurea se la meritava. E si meritava più fortuna. Non che gli manchino le doti, anzi.
E tu che di questo tipo non sapevi neanche il nome, figurarsi i titoli di studio, ti chiedi come la conversazione abbia preso questa piega qui.
Il peggio avviene quando dipendi dal tipo per qualcosa, che sia una gita al mare o una fattura per la riparazione dell’auto. A volte l’efficienza è solo apparente, o è accompagnata da momenti in cui il Nostro deve esibirti qualità non richieste. Guardami, lo so fare. So fare anche di meglio. Guardami, per favore.
Va da sé che il tipo, sotto sotto, ti disprezza, per tutto questo bisogno che ha di te.
A proposito di bisogno: l’altro archetipo è una figura ancora più cupa. Di solito viaggia sulla sessantina, e non lo sai, ma hai bisogno di lui. Specie se ha matrimoni alle spalle o ha viaggiato tanto e ora è solo. Perché a lui la solitudine pesa, e ha un modo tutto suo di uscirne: rendersi necessario. Spesso infatti possiede, o si è procurato apposta, qualcosa che ti può servire, che è molto utile nel posto in cui vi trovate. Una camera libera in una città sovraffollata. Le conoscenze giuste nell’ambiente in cui vorresti entrare. Il fondo cassa di un’associazione. O anche delle capacità che tu non hai: manine d’oro per i lavori di casa, competenze informatiche… Quasi sempre i suoi amici sono più giovani e bisognosi di una mano. Le sue donne sono dolci e dipendenti, tranne quando, per qualche motivo a lui ignoto, diventano “isteriche” dopo la fine della storia. Chissà perché. Lui è così buono, aiuta tutti. Pure le ex e quelle che “non gliela danno”. E aprirsi un po’, mostrarsi vulnerabile, o anche solo procurarsi una personalità, sono lavoracci non da poco. Meglio prenderti per il collo e costringerti a tornare. Almeno è sicuro che resterai.
Sono archetipi, eh. Forse me li sono sognati. Gente che di fronte a ruoli ingiusti ha avuto reazioni fin troppo umane.
Una funzione necessaria ce l’hanno: ricordarci che i ruoli fissi non fanno bene a nessuno.
Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.
Non va sempre così bene.
L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.
Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.
Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.
E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.
Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:
“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”
Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.
Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.
Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.
Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.
Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.
Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.
Non va sempre così bene.
L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.
Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.
Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.
E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.
Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:
“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”
Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.
Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.
Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.
Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.
Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.
Ieri, con un amico scozzese, abbiamo scherzato sull’opportunità di guardare insieme la finale degli europei: lui avrebbe tifato Italia, io Inghilterra.
Visto? Non si tratta di gufare, ma di sostenere la squadra che sentiamo più vicina! Ok, l’amico sostiene che “proprio non può tifare Inghilterra”, anche se questa, per lui, è la formazione più difficile da schifare di sempre. Quanto a me, devo molto a Manchester, dai Take That in poi, e soprattutto sono rimasta disgustata dalla soluzione democristiana al “dilemma” di inginocchiarsi: sintomo di un paese dispostissimo ad avere il prosciutto sugli occhi, purché sia San Daniele.
In generale, il calcio mi rievoca al massimo una lontana partita in pineta con amici di famiglia, in cui un terzino quarantenne sollevava da terra mio fratello di otto anni, per rubargli la palla! Un po’ poco per farmi amare il tifo, che è anche una questione di identità: non vi dico le pagine di italiani all’estero, come si stanno fomentando in queste ore! In un posto in cui diventi all’improvviso minoranza, certe insicurezze si affrontano in due modi:
lavorandoci su ogni giorno;
facendo quadrato e sfottendo il resto del mondo.
Indovinate qual è la soluzione più facile? In fondo anche il mio insulto preferito a questo genere di espatriati, che per la cronaca è “fasciobeghini”, fa parte di una strategia identitaria: mi prendo il meglio di ciò che per me è stata l’Italia, e me lo godo nella mia nuova casa.
Lo so, la nazionale pretende di unire “tutti”, e vi auguro che sia così! Al momento unisce di sicuro le mascolinità fragili che, giorni addietro, hanno bombardato la pagina di un attivista che si limitava a chiedersi: quanto è facile, per gli uomini cis etero, occupare spazi pubblici per festeggiare? Siamo proprio all’ABC del concetto di privilegio: non è una colpa, tuttavia continua a offendere identità scolpite nella roccia, ma piuttosto soggette a sgretolarsi alla prima scossetta.
Vabbè. Domenica, se l’amico scozzese mi dà buca, mi farò una passeggiata rilassante anche per questi qua.
Finalmente ho capito perché non dormo! Sento freddo. Cioè, a volte caldo e a volte freddo. Ieri notte, ad esempio, avevo il letto gelato: cose di mezzi tempi.
Però il dormiveglia di queste notti strane mi sta regalando delle chicche che neanche sotto acidi.
Ieri, per esempio, mi sono svegliata pensando: Barcellona è Wickham Place. Adesso, se vi piace come scrive E. M. Forster, o come recita Emma Thompson, mi avrete dato comunque per causa persa: il gelo delle lenzuola mi è arrivato direttamente alla testa. Se invece non sapete manco di cosa io stia parlando, Wickham Place è la casa vittoriana in cui vivono le due sorelle di Casa Howard, col loro fratello Tibby che, per me e il compagno di quarantena, è il vero eroe della storia! In ogni caso, il cognome dei tre fratelli è Schlegel, ma viene pronunciato all’inglese, con la prima “e” che diventa “i”, e non alla tedesca come avrebbe fatto il loro padre, omonimo e connazionale di un grande filosofo tedesco. Gli Schlegel londinesi, invece, sono un po’ cittadini del mondo: devono lasciare la loro casa di sempre, e se ne fregano. Per Margaret, la sorella maggiore, una casa vale l’altra e Wickham Place non è né meglio, né peggio di altri posti. Ecco, per me Barcellona è un po’ così: una casa in cui sto comoda, come ce ne sono tante. Dico scherzando che ci resto per inerzia, perché farei lo stesso tipo di vita in altri posti che mi piacciono o mi incuriosiscono, ma sono più freddi. Quindi mi tengo il mare e la primavera un po’ folle, senza mettermi a piangere se circostanze non tragiche mi spingessero ad andare altrove.
A dirla tutta, per me anche l’Italia era un po’ Wickham Place: quando una connazionale mi chiede proprio da Londra “se penso mai di tornare in Italia”, non è che io arricci il naso e risponda subito di no. Mi rendo conto, piuttosto, di non averci mai pensato. Perché dovrei? La vita da mezza asociale la posso fare dappertutto, semmai mi piace sentirmi parte di una comunità internazionale: quindi forse mi troverei benino a Milano, ma s’era detto che non disdegno sole e mare.
Per questo, svegliandomi ieri dopo l’ennesima nottata di sonno scarso, pensavo all'”apolidia” spietata delle nostre sorelle Schlegel, intellettuali benestanti e suffragette di default, più che per passione. Nel loro caso, però, viene in soccorso la mitica Mrs. Wilcox: una signora anziana che sarà pure sposata a un arido uomo d’affari, avrà anche tre figli uno più “moderno” e scemo dell’altro, ma è nata a Casa Howard, anzi, “Howards End”: il nome originale suona tipo “la fine degli Howard”. È una casa rurale dall’aspetto antico: il signor Wilcox l’ha deturpata con un garage, ovviamente, ma c’è ancora un albero secolare che vanta nel tronco dei denti di maiale! Una superstizione contadina, per curare il mal di denti. È per questo che Mrs. Wilcox non ci può proprio pensare, quando scopre che la sua nuova amica Margaret Schlegel deve lasciare casa sua. La abbraccia, la compatisce, e poi fa la cosa più strana di tutte: le lascia Casa Howard! Sì, gliela intesta all’ultimo momento in barba al marito arido e ai figli scemi, che poi tanto scemi non sono, perché bruciano il bigliettino scritto dalla mamma in punto di morte: tanto non ha valore legale. Ma ci sono cose, suggerisce l’autore in quella sua prosa disinvolta, che la legge non controlla.
A me piace un sacco questa storia di prestare a qualcuno le proprie radici. Mi ricorda gli immigrati italiani che a inizio Novecento si portavano dietro i tralci delle viti di casa, poi facevano il vino e lo offrivano con compiaciuta fanfaronaggine alla nuova comunità, forse anche a John Fante. In un romanzo che non so se pubblicherò mai, anche perché ha la genesi difficile ed era nato come opera “a quattro mani”, un insegnante precario di Napoli ripudia il nome di famiglia perché non se ne sente degno, quindi fantastica sull’idea di prestarlo a un altro personaggio: uno straniero ancora più “perduto”, tanto è vero che ha smarrito il suo nome o, comunque, se lo tiene per sé. Verrebbe da dire al protagonista (e all’autrice): come fai a prestare il tuo nome agli altri, se non lo vuoi neanche tu? Mrs. Wilcox invece è tutt’uno con la sua casa, con le sue radici, che “presta” a Margaret solo quando le tocca lasciare questo mondo, e condividere la fine degli Howard per cedere letteralmente il terreno a un nuovo inizio.
Ma tanto, Casa Howard è un capolavoro del 1910, epoca, come ricorderete, di grandi cambiamenti. Il mio romanzo fetecchia l’ho cominciato a scrivere a inizio 2019: altra epoca che quanto a cambiamenti non scherzava. In entrambi i casi, ciò che avrebbe fatto seguito sarebbe stato ancora più “clamoroso”, per usare un eufemismo, ma i cambiamenti clamorosi inducono spesso a riflettere sul prima.
Che la porti avanti un grande scrittore, o una sfigata insonne senza radici, la questione sopravvive nel tempo: cos’è l’identità? È fissa, è fluida, ne ho bisogno? Per fortuna non c’è una risposta definitiva, e non so se ci sarà mai.
Non so nemmeno se ci sia in agguato anche per me una Mrs. Wilcox, pronta a prestarmi le sue radici intestandomi una bella casa di campagna.
In tal caso, sapesse fin da ora che non mi offendo mica, thank you very much.
Il teatro del crimine: gente che passeggia sulla Rambla, mantenendo le distanze!
Il nuovo anno si è preannunciato col botto fin dai suoni strani che provenivano dalla tromba dell’ascensore. Riti orgiastici di oscura tradizione, perfetti per questo nuovo mondo alla rovescia e scanditi da orazioni il cui senso mi era ignoto:
“Oh le le, oh la la / faccela vede’ / faccela tocca’!”
Che belli, i miei nuovi vicini italiani: per niente vistosi, rumorosi o rispondenti alla macchietta che tanto onore ci fa nel mondo. Ho risposto all’antico richiamo con altrettante formule, rivolte in particolare ai loro antepassati: ma a questo punto le mie parole sono risultate ostiche all’ex compagno di quarantena. D’altronde, a proposito di riti insoliti, lui per l’occasione mi ha regalato una pianta: il famoso regalo di fine anno! Una piantina grassa, che simboleggerebbe la prosperità. Mi ha fatto piacere avere un regalo così insolito, quando meno me l’aspettavo.
Al momento del conto alla rovescia, però, ero sola e in preda al panico, e non stavo contando per i motivi che credete. Avevo una missione speciale. Dovevo mandare a mezzanotte precisa un manoscritto a questa agenzia letteraria, che, in perfetta sintonia con questa fine anno un po’ misterica che mi è toccata, accetta solo i primi tre manoscritti mandati il primo di ogni mese a partire dalla mezzanotte. Pensavano di essersi liberati di me solo perché era Capodanno? D’altronde mi hanno commossa perché, stando al loro web, rispondono alle missive solo se interessati alla proposta editoriale, e nel mio caso si sono presi sette mesi solo per farmi sapere che non erano interessati! Però mandassi pure altra roba, mi hanno incoraggiata: i poveretti non sapevano che li avrei presi alla lettera.
Quando spedisco un nuovo manoscritto, cioè ogni mese, di solito premo “Invio” alle 23:59:59, ma questa volta volevo andare anche a sentire le campanadas, o almeno sorprendere ancora qualcuno a strozzarsi con i dodici chicchi d’uva del rituale iberico: uno per ogni rintocco, sempre per buon augurio. Così, quando ormai avevo già la mail pronta, ma anche la mascherina sul mento e il cappotto canadese su una spalla sola, col tempismo delle 23.57 ho pensato di fare pipì, dopo che col compagno di quarantena mi ero concessa ben tre dita di cava per brindare (e dunque, per i miei standard, ero prossima al coma etilico). Non torno in salone giusto alle 23.59? E nel panico non sono riuscita ad attivare sul cellulare la conta dei secondi! Quale impedita non riesce a innescare un conto alla rovescia a Capodanno? Insomma, ho mandato il manoscritto verso le 00:00:10, in ritardo rispetto agli altri sfigati che stavano passando il primo dell’anno nello stesso modo. Peccato: qualche secondo prima e avrei certo innescato la reazione a catena che mi avrebbe portata al Nobel!
Ma tanto ero in ritardo pure per le campanadas: la gente radunata in Plaça Catalunya, pochetti e distanziati, stava semplicemente bevendo del cava. Meno male che, invece, ero arrivata in tempo per farmi investire sulla Rambla dalla Guardia Urbana!
Perché all’improvviso, mentre mi concedevo un’ultima passeggiata prima del coprifuoco all’una, ho visto tre volanti, tra cui una camionetta, irrompere a velocità supersonica e dividersi proprio sulla Rambla, mentre io pensavo bene di tornare indietro. La camionetta, però, mi si è messa alle costole facendosi un tour panoramico del noto boulevard barcellonese: solo che lo ha fatto a una velocità che Hamilton scansati. Poi si è piantata lì, tra i passanti esterrefatti che non stavano facendo niente, e ha pensato bene di scendere dalla Rambla in direzione di Plaça Catalunya, tagliando la strada a un taxi che sopraggiungeva. Scusate, non sono abituata a queste situazioni: sono bianca. A ben vedere, ero tra le poche bianche in quel momento sulla Rambla, e l’unica da sola, a parte una che attraversava in fretta. Che fosse un falso allarme? O era un metodo mooolto originale per evitare assembramenti? Non lo sapremo mai. Posso solo dire che credevo che gli investimenti risolvessero il problema dell’occupazione, mica quello dell’affollamento! Ma si vede che in questo mondo alla rovescia bisogna essere creativi. Non mi sembra una grande novità di inizio anno, invece, il fatto che le uniche persone che in quel momento attentassero alla mia salute non erano i “terribili immigrati” che mi circondavano.
A quel punto ho guardato l’orologio di un palazzo modernista che di solito ignoro (il palazzo, dico) e stavolta mi è sembrato bellissimo, così chiuso e deserto: era mezzanotte e un quarto, e già avevo rischiato la vita!
Io con l’Italia non mi trovo più. Non capisco bene cosa venga pubblicato lì, e perché debba essere rilevante per me.
Ne parlavo l’altro giorno con un vicino che sta traslocando, ed è salito da me a raccontarmi del suo nuovo appartamento (e a darmi dritte per aggiudicarmi eventualmente quello che lascia): come me il giuovane scrive, ha vissuto in più paesi e ha imparato a fare a meno di traduzioni per quasi tutte le lingue romanze, oltre a leggere senza problemi almeno in inglese.
Anche lui non legge quasi niente in italiano, come d’altronde succede a un ex compagno di scuola che ora vive nell’est europeo. Ci siamo detti, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, che vorremmo una casa editrice della diaspora italiana, visto che il mondo editoriale italiano ci genera perfino più alienazione di quanta ne susciti a chi rimane in Italia! In parole povere, quando leggiamo romanzi italiani ultrasponsorizzati, strombazzatissimmi, che abbiano guadagnato ventimila premi, finiamo quasi sempre per chiederci: “Eh?”.
(Ok, spesso ci chiediamo proprio “WTF”, ma so che lo scenario intellettuale italiano è in fase di autarchia linguistica e vorrei risparmiarmi la fucilazione.)
Non che manchino buoni testi, ovvio, ma la questione è: se volessimo leggere Marguerite Duras e Annie Ernaux, o una specie di Bukowski con la camicia stirata, in tutta franchezza ci compreremmo gli originali.
Ho smesso di seguire qualche scrittrice premiata quando ho visto che nella sua pagina alternava discorsi sull’importanza di trovare i sandali giusti (e di farsi la pedicure) alla sua personale cognizione del dolore, che condivideva con qualche compagna altrettanto sofferente. Dio santo, come vi capisco: sono nata anch’io in un Sud di padri padroni e donne oggetto (e il Nord non è che sia così diverso…), dove essere tristi e tormentati non solo è più che comprensibile, ma fa pure fico.
D’altronde a volte chi legge quello che scrivo io (e non mi riferisco allo stile, tutto da migliorare, ma ai contenuti) non sembra parlare la mia lingua, a meno che non abbia fatto un percorso simile al mio: mi piacerebbe pensare che ciò sia dovuto alla mia incapacità di formulare un pensiero lineare, ma una volta ho avuto l’onore di sottoporre a un’addetta ai lavori una scena del libro che poi ho pubblicato, e mi sono sentita dire che la mia Irene sembrava la solita Erasmus a Barcellona, con tanto tempo da perdere per dedicarsi alla politica: addirittura l’indipendentismo catalano!
Peccato che Irene, come specificavo anche nella scena che avevo inviato, sia una stagista già laureata, che guadagna meno di cinquecento euro al mese e ci si paga un affitto di settecento euro con il fidanzato che studia e lavora, per permettersi un appartamento che ha la doccia sul balcone. Irene non ha neanche trent’anni, età in cui alcune amiche mie rimaste in Italia chiedevano istruzioni da Facebook su come azionare una lavatrice (ma giusto perché erano in vacanza).
Ma che ve lo dico a fare: Barcellona (che comunque, sapevatelo, è nel Sud della Spagna!) è solo una meta Erasmus, l’indipendentismo è come la Lega e chi se ne occupa anche solo per criticarlo ha tempo da perdere, specie perché non è rimasta a “lottare per cambiare le cose” (tipo i pregiudizi su tutto ciò che non è italiano?).
La domanda a questo punto mi nasceva spontanea: com’è che avrei dovuto scrivere, allora, secondo agli addetti ai lavori italiani? Be’… ricordate la scheda tecnica su un altro manoscritto (uno incentrato proprio sull’Erasmus!) che avevo commissionato? L’autrice della valutazione mi dava consigli utilissimi, per carità, ma sembrava voler trasformare il mio romanzo, che sarà stato senz’altro banale e ritrito, nel Tempo delle Mele per ventenni, o in Cento colpi di spazzola. Tanto per migliorarlo, insomma! La mia protagonista, a quanto pare, sembrava un’eterna adolescente a cui bastava “alzare il dito” (sic) per chiamare sua madre e chiedere soldini per rimpolpare la magra borsa Erasmus. Ovvio che avevo scritto esplicitamente che la madre non voleva che la ragazza partisse, e che aveva giurato alla figlia che, a borsa esaurita, non le avrebbe passato neanche un centesimo.
Va da sé che, secondo l’autrice della scheda, non si capiva perché la protagonista pretendesse dal suo tutor italiano informazioni almeno corrette, se non addirittura complete, sui dettagli dell’Erasmus: evidentemente “era già tanto” che un professore si degnasse di coordinare lo scambio linguistico (leggi: fare il minimo, e farlo male). Pazienza che la protagonista si ritrovasse a frequentare un corso inutile ai fini della laurea perché il virtuoso tutor non era al corrente di quella clausola.
Ma il peggio, per l’autrice della scheda, doveva ancora venire: come poteva la protagonista trascurare questo corso inutile se poi, esplicitamente trascinata da altri, finiva a seguire una conferenza “del tutto irrilevante” sul GENDER!11! Ma lo sapeva, Papa Francesco? Non fa niente se l’argomento richiamava ciò che le stava accadendo in casa… Mary Nash, perdona loro! Nel mio paese, nonostante gli sforzi di tante, sono in molte di più a dichiararsi “né maschiliste né femministe”.
Inoltre, una editor italiana viene spesso pagata una miseria… A suo tempo mi stavo sfogando su tutta la questione proprio con un altro editor, e quello mi diceva scherzando che avevo ragione: il romanzo italiano oggi consta di quattrocento pagine di pippe mentali del protagonista, poi alla fine “succede qualcosa” (meglio tardi che mai!) e arrivederci.
Almeno, le autrici americane che adoro vengono tradotte, se non proprio lette in massa: Elizabeth Strout (anche se alla mia amata Olive Kitteridge viene preferita Lucy Barton, con la sua finta prosa working class) oppure Gillian Flynn. Ma in generale mi sembra che, con qualche eccezione, un romanzo italiano che si permetta di avere una trama corale o almeno un po’ più complessa si becchi subito un “quanti personaggi”! No, sono quasi sicura che oggi la mia antica professoressa di storia e filosofia si metterebbe in fila al Salone del libro per conoscere lo scrittore giovanile e affascinante, che scrive di tradimenti come di un fenomeno ancora pruriginoso (mentre, con un amico, stiamo per pubblicare un articolo sulla vasta diffusione del poliamore a Barcellona).
A proposito, cari scrittori italiani uomini: la piantiamo di ipersessualizzare le straniere? Cacchio, non linko esempi per pietà, e voi comunque non arrivereste mai a leggere questo post. Ma ripeto: pietà. Fatevi le seghe, mentali e non, lontano dallo scrittoio.
Ma, come in Italia si fanno strada autrici, autori giovani e non che provano a fare il loro, e case editrici coraggiose che li sostengono, così fuori dall’Italia siamo in tante e tanti, in modi diversi e complicati, a seguire una nostra personale via ai libri, una sorta di sviluppo parallelo a quello che hanno compiuto i nostri amici più a contatto con quello che succedeva giorno per giorno in Italia: però a volte ci manca una nostra via italiana ai libri (che per esempio leggiamo sempre meno in cartaceo, le piccole librerie non hanno una sezione fornitissima in lingua straniera…), alle storie, alle vite che raccontano.
Un esempio lampante: le storie che ho amato ultimamente non avranno proprio un lieto fine, e a volte terminano in modo bizzarro, ma spesso c’è una speranza vera. Non un riso amaro. Gliene sono grata.
Io non so se sarei arrivata anche in Italia alla conclusione che la felicità è unfinale possibile, che rientra almeno nel ventaglio delle possibilità senza che si sia deficienti, o ignoranti, o superficiali.
Però sono felice di leggere storie che non fanno dell’infelicità una protagonista di più, o non la danno come conclusione scontata di fondo, confondendo un lieto fine con un momento effimero di speranza.
Spero succeda sempre di più in italiano, senza che il romanzo venga considerato robetta da poco.
Adoro leggere in italiano qualcosa di ottimista (non stupido: ottimista) e scoprire che non è una traduzione.
Il sito originale è indicato nella foto (oggi WordPress non mi lascia inserire il link della pagina!).
Il Gattopardo. S’è comprato Il Gattopardo.
Il libro, dico. Gli è bastato che gli traducessi in inglese la mitologica frase di Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, che è esattamente ciò che il mio compagno di quarantena non vuole succeda al mondo, dopo tutto questo. Per lui non c’è pericolo, per me sì.
Quello che per me non cambia, al momento, è il mio dubbio sulla scrittura. Sdraiata tra due cuscini sul mio balcone lillipuziano, mentre scopro che nel patio di sotto c’è addirittuta un baldacchino – artigianale, ma baldacchino – sto alternando la lettura di due autrici bravissime, e diverse tra loro: Elizabeth Strout e Maria Attanasio.
La prima mi parla direttamente ai nervi scoperti, agli ormoni premestruali che danzano al posto delle gambe confinate nelle pantofole rosa, sempre troppo pelose (le pantofole, dico).
La seconda l’ammiro come un gioiello prezioso, uno che, a interrogarlo, mi accorgo stupita che parla la mia lingua: vale a dire, la prima che ho imparato.
Cosa succede, infatti, quando diventi una che in italiano ci scrive per caso? Una che corteggia la Francia come il Principe Salina “corteggia la morte”, ma che da quasi vent’anni è all’Inghilterra che guarda, e ancor di più agli Stati Uniti. A quei libri che negli ambienti in cui sono cresciuta sono considerati l’unica cosa che si salva di quel paese (sempre che siano scritti da uomini, e di sinistra, o almeno ubriaconi).
Cos’è che cerco di comunicare, in quello che scrivo? Se lo chiedeva, dicevamo, questa editor, che alla lunga si è rivelata più utile di quanto credessi. Nelle mie parole inseguo un ritmo, un movimento: un’azione che definisca il personaggio più dell’inflazionata credenza, a cui non so abituarmi, che la vera parte di noi stessi si manifesta quando siamo sotto pressione. Ne siamo proprio sicuri?
E poi il linguaggio, si diceva: il mio “italiano per caso” potrebbe sapere di quella minestra sciapa che da vent’anni a questa parte abbiamo imparato a chiamare globalizzazione, e che si alimenta di merci e non di persone: delle stesse canzoni sentite dappertutto, degli stessi cibi venduti a prezzi sempre più convenienti, in riproduzioni più scialbe, o più facili da imporre dell’originale.
È questo l’italiano che uso? Quello sporcato da altre lingue e pieno di dubbi, che più di un editor si sente in dovere di addomesticare? Su WhatsApp ho scritto “massa di farina”, invece di “impasto”, perché pensavo a masa e amasar, o perché m’era venuto in mente il significato originale del termine? Finisce che la mia diventa una lingua scarna, che va per sottrazione: descrizioni rese in due frasi, intere saghe familiari accennate in un gesto.
Le autrici italiane cresciute amando le francofone (Yourcenar, Duras,Ernaux) le assaggio come facevo con certi biscotti arabi con tanto miele, nati secoli prima degli additivi, che parlano di storia, di periodi in cui un po’ di zucchero sul pane era una festa. Sono deliziose, ma il loro sapore mi è estraneo.
Preferisco gli additivi globalizzati, allora? Giammai.
Al momento, insieme a tanti e tante che hanno lasciato l’Italia per altri lidi, faccio come la protagonista del manoscritto che mi assilla da un po’: strapazzata da domande spietate, a volte inopportune, spesso doverose, m’improvviso cuoca in tempi di crisi, e cerco d’impastare in una sola ricetta tutte le parti di me.
Il tipo del buffet take away all you can eat auannasgheps entra apposta dietro di noi, dimenticandosi di distribuire bigliettini ai turisti di altre nazionalità.
Prima che prendiamo i vassoi ci indica il disinfettante per le mani, che chiameremo Amuquinas: capisco che ci ha sentiti parlare italiano.
“Non sono offesa, avrei paura anch’io” dichiara mia madre.
Il signore che entra dopo di noi ha la pelle più scura della sua, e chiede con accento indiano se nell’insalata di pasta c’è del pesce. A lui non viene richiesto di lavarsi le mani.
Questa scena è di ieri sera: l’avevo presente insieme all’aneddoto della tizia lasciata a piedi da un tassista perché italiana, quando ho chiesto ai miei di parlare solo napoletano, davanti ai taxi in attesa a mezzanotte in Plaça Catalunya. Scrupolo inutile, magari, ma i contrattempi erano l’ultima cosa di cui avevano bisogno, alla vigilia di una partenza rimediata a stento. Il mio accento appreso da studentessa a Forcella faceva a pugni con quello loro di paese, che si erano sforzati di non “contagiarmi” (ah ah ah). Alla fine il tassista a stento capiva lo spagnolo, mentre gli chiedevo di condurli al porto.
Mentre scrivo, loro sono letteralmente in alto mare. Hanno preso la nave anche se partiva alle due e mezza di notte, invece che alla mezza come previsto. Oggi sarebbe partita all’una e mezza, invece che alle undici: mare mosso, a quanto pare. Dopo la cancellazione del volo, però, si sentivano intrappolati qua (il prossimo disponibile era previsto per il primo aprile, ma chissà che la Vueling non cancellasse pure quello). Combattuti fino all’ultimo, hanno preso la decisione quasi all’improvviso, dopo aver saputo che la compagnia di navigazione non chiude i battenti: l’avevano comunicato anche consolato e ambasciata. Le cabine a uso privato erano ancora libere. Basta pagare, e non sei costretto a mescolarti alla gente.
I padroni catalani, approfittando dell’epidemia del coronavirus, vogliono buttare per strada i lavoratori e le lavoratrici [suppongo si riferiscano a quelli indesiderati, che le leggi in materia di lavoro non permettevano di licenziare in uno schiocco].
Per le lavoratrici domestiche che sono in contatto diretto con le persone di cui si occupano non ci sono orientamenti chiari su come debbano proteggersi nella quotidianità.
Chi pagherà le lavoratrici domestiche, che guadagnano in base alle ore di lavoro svolte?
Che significa dover restare confinate in casa, quando condividi un appartamento con altre persone e con famiglie? [In alcune case, intere famiglie, perlopiù straniere, vivono in una stanza sola.]
Che succederà ai lavoratori che non potranno realizzare il telelavoro?
Per non concludere solo con delle domande, faccio presenti le richieste del Sindicat de Llogater(e)s, che riunisce molte persone che vivono in affitto. Fino a tre ore fa, scrivevano qualcosa che in Italia forse sarebbe accolto, con qualche eccezione, come irresponsabile: “i rischi economici e sociali del Coronavirus sono in questo momento più grandi del rischio sanitario”. Questo è il loro “pla de xoc” (sic):
Intervenire sulla totalità delle risorse sanitarie private e metterle al servizio dell’interesse generale.
Apertura dei reparti degli ospedali pubblici chiusi per i tagli alla sanità.
Moratoria del pagamento degli affitti.
Moratoria dei mutui.
Paralisi degli sfratti.
Copertura del 100% dei salari.
Copertura economica delle cure.
Interrompere tutti gli ERE [procedura di sospensione o licenziamento del personale].
Piano di supporto a chi lavora con partita IVA.
Programma per un’informazione corretta della popolazione.
L’idea è quella di proteggere sia la salute, che i diritti.
(Non voglio affatto mettere a paragone, ma… Adda passa’ ‘a nuttata.)
Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.
E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.
A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.
Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.
È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.
Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!
Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.
È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.
Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.
Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le buleríasdi Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.
Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.
Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.
Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.
“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.
“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.