Traduco (male, come sempre) questo breve articolo d’opinione della scrittrice Nuria Labari, pubblicato su El País otto giorni prima che Pepe Rubiales si dimettesse, questa domenica 10 settembre, come presidente della Federazione spagnola di calcio. Nonostante le criticità rilevate anche da osservatrici italiane, la legge di libertà sessuale, detta legge del solo sì è sì, ha provato a definire i termini del consenso e a mettere al centro le intenzioni dell’accusato, invece di limitarsi a far ricadere sulla presunta vittima l’onere di dimostrare la violenza.
Il consenso (e il solo sì è sì) dopo Rubiales
Da Flashcore.es
A volte le leggi non sono importanti solo per ciò che sanzionano, ma anche per ciò che comunicano. E questa comunicazione è imprescindibile per la vita civile e per convivere civilmente. Dunque la missione di una legge non è solo penale e coercitiva, ma ha anche una funzione comunicativa e pedagogica. In questo senso, quando giudichiamo la legge del solo sì è sì per i risultati coercitivi, dimentichiamo l’altra questione fondamentale di qualsiasi legge, che era ciò che comunicava e dove situava il suolo morale delle violenze commesse contro le donne. E questo, alla luce di quanto accaduto con l’abuso di Rubiales, è qualcosa che è cambiato in questo paese.
Finalmente abbiamo messo al centro il consenso.
È vero che il Codice penale del 1995 puniva già qualsiasi atto sessuale realizzato senza il libero consenso della vittima, ma la legge del solo sì è sì ha stabilito, per la prima volta, che ci sarà consenso solo “quando sia stato manifestato liberamente mediante azioni che, in considerazione delle circostanze del caso, esprimano in modo chiaro la volontà della persona”. Questa definizione del consenso è parsa a molte persone innecessaria, poiché poneva un problema probatorio: è difficile distinguere quando esiste o meno consenso in campo sessuale. E in effetti, in una società che non fosse profondamente maschilista, la linea del consenso potrebbe incrociare molte zone grigie. Tuttavia, la legge ha costituito un grande avanzamento in questo senso, perché il problema per molte donne spagnole è che vivevamo in una società così profondamente maschilista che era capace di tollerare e consentire l’esistenza di tipi come Luis Rubiales, fino a trasformarli in una specie di psicopatici socialmente accettati, cioè in uomini che aggrediscono le donne e abusano di loro, e sono, allo stesso tempo, incapaci di riconoscere il danno arrecato alle loro vittime. Il genere di uomo che bacia senza chiedere. E dopo, nel caso venisse biasimato, risponde tutto abbattuto che si è trattato solo di un bacio a stampo. E qui la parola bacio si può facilmente sostituire con la parola penetrazione nella mente del maschilista o dell’aggressore, se si dà il caso.
Perché il Rubiales di turno mette sempre al centro le sue intenzioni, il suo desiderio, la sua volontà, la sua euforia, i suoi interessi. La novità questa volta è che Luis Rubiales ha affrontato una società che da quasi un anno riflette e dialoga sul concetto di consenso, e questo dialogo, che spesso è un dibattito acceso, sebbene non ci abbia fatto trovare un accordo su tutto, ci ha aiutato però ad arrivare in buona forma teorica, in materia di consenso sessuale, al Mondiale di calcio femminile. È vero che prima del caso Rubiales le definizioni di consenso spaziavano tra quelle teoriche, giuridiche, politiche, civili. Ma questo caso è stato una sorta di esame pratico che abbiamo superato a pieni voti.
Esigere legalmente il consenso esplicito in campo sessuale può risultare confuso ed esagerato, ma diventa chiaramente necessario quando è un uomo maschilista a interpretare i limiti di tale consenso. In tal senso, Rubiales ci ha aiutato a chiarire l’opinone della maggioranza: la Spagna non tollera uomini che non collocano il consenso al centro delle loro relazioni sessuoaffettive. Il consenso deve occupare dunque il posto che gli è dovuto nella convivenza civile, e solo così i “maschilisti arroganti” occuperanno definitivamente il loro.
Traduco in fretta, ma volentieri, questo articolo necessario di Gemma Herrero, sull’ambiente in cui devono lavorare le giornaliste sportive.
Da Telecinco
Nel corso dell’ultima settimana, mi è risuonata un’idea in testa senza sosta, senza tregua. E poi le domande. Come è stato possibile arrivare a questo punto? Com’è successo che noi della stampa sportiva non abbiamo denunciato a sufficienza le azioni di Rubiales e compagnia? Come abbiamo potuto tollerare, normalizzare, applaudire, reggere il gioco quando c’erano tanti segnali allarmanti, sotto gli occhi di chiunque? Come abbiamo creduto con tanta facilità al discorso sulle quindici giocatrici giudicandole delle bambine viziate, capricciose, maleducate, ricattatrici, e lo abbiamo diffuso generando una condanna generalizzata nei loro confronti? In definitiva, come abbiamo potuto lasciarle sole, e soprattutto perché? E la risposta arrivava chiara, spietata, secca: perché anche nella stampa sportiva ci sono tanti Rubiales. Per questo non le abbiamo sapute raccontare, perché i muri, i pregiudizi maschilisti – se non misogini – si trovavano, si trovano, anche nelle redazioni.
Quelli che ci hanno toccato e baciato senza permesso né consenso, e il giorno dopo ci hanno informato, avvertito, che non era niente di grave, non esagerare e non ingrandire le cose. Quelli che ti hanno mandato messaggi vocali spiegandoti quanto gli piacevano le tue tette, e dopo fanno finta che non si ricordano, che non è successo proprio niente, e con costoro continui a condividere spazi di lavoro. Questi altri che ora sono famosi, e qualche anno fa ti chiedevano il numero di telefono per passarlo a un giocatore “perché vuole parlare con te e che ti costa, che fa”, questi che spiegavano ad alta voce nell’autobus che ci portava allo stadio come si erano divertiti la notte precedente andando ‘a puttane’, ed era tanto divertente, tutti ridevano, quelli che annunciavano guardando l’orologio che restavano un po’ di più in redazione perché così arrivavano a casa quando i loro figli avevano già fatto il bagnetto e cenato.
Quelli che si indignavano quando gli facevi notare che avevano comportamenti maschilisti, perché loro non hanno ucciso né picchiato nessuno, e come osi dire questo a me, che ho una madre, una moglie e delle figlie. Quelli che indicavano te come una donna acida, una pazza, stai dando i numeri. Quelli che ti davano una bella ripassatina con gli occhi, da capo a piedi. Quelli che quando ti salutavano stringevano più del dovuto. Quelli che ci hanno relegato ai nostri posti di lavoro e ci hanno ammonito perché abbassassimo il tono, perché stai esagerando, calmati, non ti arrabbiare. Quelli che hanno condiviso sui loro social foto di giornaliste con la bocca aperta in una chiara allusione sessuale, e ancora hanno colonne sui giornali, e spazio nei mezzi di comunicazione generalisti perché era uno scherzo, perdio. Quelli che non hanno mai te come punto di riferimento, come modello da imitare, e non ti citano né ti menzionano, ma in compenso si dedicano grandi elogi tra loro. Quelli che addirittura sono arrivati a imitarti, burlandosi di te, in un programma in diretta TV. Quelli di cui parliamo quando noi, le donne, le giornaliste, ci riuniamo per infonderci forza, trasmetterci calore, comprensione, amore, compagnia, affetto, quando ridiamo, ci liberiamo e iniziamo a fare una lista coi loro nomi per avvertirci tra di noi.
Soprattutto, quelli che non abbiamo denunciato perché come ti vai a mettere in guai del genere, non ti crederanno, dovrai dare tante di quelle spiegazioni su cosa ci facevi tu con un bicchiere di troppo, e questa storia ti perseguiterà per sempre. Se già lo sapevi che il giornalismo sportivo era così, perché ti impegoli. O ti ci abitui o non ti lamenti, non parli, taci. Perché non sarai mai più solo una giornalista, ma quella che ha denunciato, e per tutta la vita ti perseguiterà uno stigma, ti sbatteranno le porte in faccia, non ti assumeranno. Porterai la nomea di problematica, esagerata, pazza, mentre loro fanno i padroni, hanno incarichi con nomi lunghi in inglese, fanno carriera e si proteggono tra loro perché niente di ciò che fanno è in malafede, non fare così, che basta una denuncia di queste e gli rovini la vita con la tua testa calda. Il patto tra gentiluomini, l’omertà. Quelli che… not all men, che invece di mettersi dalla tua parte si impegnano a sottolineare che in fondo l’altro è un brav’uomo, un po’ pesante è vero, uno che fa tanti errori, ma una brava persona. Quelli che dubitano della tua parola, della tua esperienza, quelli che la sottovalutano, quelli che sono incapaci di provare empatia, di comprendere l’effetto che ha su di te, sulla tua autostima, sulla tua salute fisica e mentale, e continuano a farti sapere che hai la pelle troppo fina, la devi indurire di più e meglio. Perché, vediamo un po’, cos’è che ti sarebbe successo? Di cosa ti lamenti esattamente?
Non è la prima volta che racconto, che scrivo, che arrivai a Barcellona un settembre, e tre mesi dopo, quando ancora mi stavo ritagliando il mio spazio e stavo conoscendo la città, il lavoro e i miei colleghi, il Barça celebrò una cena di Natale e mi toccò sedermi al tavolo con un dirigente con cui non mi ero mai incrociata, e che passò tutto il tempo a fare commenti sessisti, presunti scherzi, doppi sensi, davanti ai quali i miei colleghi si scompisciavano: commenti tipo che era una buona cosa avere delle donne giornaliste, perché potevi far cadere a terra il tovagliolo e te l’avrebbero succhiato sotto il tavolo. Addirittura mimò la cosa a gesti. Lo shock e il mio desiderio di far parte dell’ambiente, di non rovinare tutto dall’inizio, mi spinsero a tacere in un primo momento. Sedute al tavolo c’eravamo due donne, due giornaliste, e quando l’altra dopo la cena si alzò per registrare il discorso del presidente, il dirigente se ne uscì con: “Che tette!”. E tutti risero. A quel punto esplosi ed esclamai, furiosa, che quando la mia collega tornava al tavolo doveva dirglielo in faccia. Il silenzio fu brutale. Il presidente cominciò in quel momento a parlare e, dopo aver terminato, un giornalista, uno solo, mi disse nell’orecchio: “Qui non siamo tutti così”. Il resto se ne andò senza salutarmi e la mia sensazione fu che avevo sbagliato. Io. La guastafeste. Si stavano divertendo così tanto…
Questa storia l’ho spiegata diverse volte in pubblico, e aspetto ancora che i miei colleghi mi chiedano scusa. So che gli è arrivata, so che mi hanno sentita, so che mi hanno letto, so che si sono avvertiti tra loro. E nessuno è stato capace di esprimermi in privato né le sue scuse né, ovviamente, nessun rimorso per quanto fosse successo, vent’anni dopo: il tempo non gli è mancato. Adesso già li vedo, li ascolto e li leggo mentre pontificano dai loro rispettivi spazi sul maschilismo, sull’avanzare del femminismo, sull’abuso di potere, sul patriarcato e sul sistema arcaico della Federazione spagnola di calcio che ha sostenuto Rubiales. Solennemente indignati.
Due anni fa, Maria Tikas ha pubblicato un reportage su Sport intitolato “Le giornaliste dicono basta”, in cui quindici giornaliste sportive – tra cui c’ero anch’io – raccontavano le mancanze di rispetto, gli abusi, gli insulti e le minacce che facevano parte della nostra vita quotidiana e che erano visibili, ben visibili, sui social. Quindici, che coincidenza. Le nostre esperienze erano identiche, dei veri e propri calchi, ma non è successo nulla. Qualche messaggio privato e pubblico qua e là, e molti silenzi, perché per i più non era niente di clamoroso; già sai come sono i social, anche agli uomini succede. Puttane, zoccole, non sai di cosa parli, non sai un cazzo, sei un’incapace e sei lì grazie a tuo marito, perché sei raccomandata, per le tue tette, per i capelli lunghi, perché lo stai succhiando al capo, che ne sai tu, grassona, spaventapasseri, vecchiaccia, ragazzina, scema. Insulti senza alcun dubbio misogini e maschilisti che sono stati, in generale, ignorati del tutto. Erano il prezzo che bisognava pagare.
Ambienti maggioritariamente maschili o mascolinizzati – con tutto ciò che questo comporta, uomini bianchi eterosessuali che da anni si applaudono tra loro ed espellono dall’ecosistema qualsiasi dissidenza. Quelli che fanno gli offesi quando li accusi, e poi i complici silenziosi, necessari per sostenere una struttura tossica, che adesso cercano di mantenere la loro patina di dignità. Quelli che applaudirono al grido di “sono con te” a Rubiales, nella notte degli sfigati e degli imbecilli totali. Quelli che il lunedì, dopo le scuse inaccettabili nelle quali il presidente della Real Federazione Spagnola di Calcio si stava giustificando, volevano già chiudere il caso perché “ha chiesto scusa e questo gli fa onore”, e che ancora sostenevano che il gesto in sé era una sciocchezza e la caccia alle streghe che si era sollevata era uno scandalo. Quelli che da un giorno all’altro, abracadabra, hanno sviluppato una coscienza femminista. Quelli che fingeranno ancora di non leggermi, quelli che risponderanno irritati a questo articolo esigendo che faccia nomi, perché altrimenti ne escono tutti infangati, che vergogna, che modi sono, che prove avrei?
Quelli che ti incitano a scrivere arrabbiata perché così lo fai meglio, senza rendersi conto, senza che gli importi il tuo logorio fisico e mentale. Perfino quelli che hanno bisogno della femminista di guardia al loro fianco perché poveretti, loro non sanno, è che li disegnano così, ed è uno sforzo titanico capire, leggere, ascoltare, rivisitarsi, e non hanno nessuna cazzo di voglia di guardarsi allo specchio perché in fondo molti sanno che sì, che sono così anche loro, e decidono consapevolmente di fregarsene. Quelli che torneranno oggi alle redazioni dove la presenza femminile è scarsa o inesistente, senza nessuna prospettiva di genere, e torneranno a spiegarci tutto, di nuovo. E non è finita, no. Magari lo fosse. Così che, alla fine, torno all’inizio, alla domanda martellante che mi perseguita da giorni: come facevamo a raccontare loro, se anche noi siamo circondate? E provo molta vergogna.
Dovete sapere che, mentre ero immersa in faccende che avrei romanzato qui, e giorni prima che iniziasse il confinamiento (lockdown) in Spagna, cominciavo a vedere sul web dei cartelli retti da donne che rivendicavano il diritto di ubriacarsi senza che la cosa pregiudicasse, sapete, questo vizio che abbiamo di voler comunque tornare a casa sane e salve, checché ne dica Giambruno (che manco conoscevo)… Perché anche qui, nella terra del botellón, l’idea prevalente era ancora: la violenza maschile è inevitabile, stai attenta tu a non esportici. Figuratevi da noi! Un amico, ricercatore italiano a Londra, postava il caso dei due ragazzi italiani che avevano violentato una ragazza ubriaca in un locale di Soho, e una commentatrice italiana coglieva l’occasione per far notare che “questi [gli inglesi], hanno un problema di alcol davvero serio”. Sì, replicavo, ma sono inglesi anche espressioni come victim blaming e slut shaming, che per qualche arcano motivo sono difficili da rendere in italiano. Lei poteva forse illuminarmi sul perché?
E invece, qui in terre iberiche, daje coi cartelli che tradurremo come “sola e ubriaca, voglio arrivare a casa” o quello che dopo vent’anni da girovaga ci ho proprio tatuato nell’anima: “Quando torno a casa voglio essere libera, non coraggiosa” (anche se di solito mi si diceva che “avevo avuto fortuna”).
Da Nueva Tribuna
La ministra spagnola delle Pari Opportunità, Irene Montero, aveva citato il primo slogan nel corso di interviste TV in cui difendeva la legge sulla libertà sessuale, detta anche “legge del ‘solo sì è sì'”, che nonostante il persistente fuoco amico della coalizione veniva presentata come “pioniera in tutto il mondo”. Si prefiggeva infatti di cambiare sia il codice penale che la mentalità che accompagnava certe scelte giuridiche: stavolta al centro della questione c’era il consenso, esplicito, in assenza del quale si parlava di aggressione sessuale, eliminando così anche la differenza tra abuso e aggressione. Era inoltre necessaria una riforma in ambito educativo, sanitario, giudiziario, per fomentare la prevenzione di casi di violenza e promuovere l’accompagnamento delle vittime, impedendo il solito copione per cui queste ultime o non venivano credute (e Montero citava il famoso “Sorella, io ti credo” sorto in seguito alla violenza de La Manada*) o subiscono una seconda vittimizzazione in cui viene loro chiesto “cosa stessero facendo” per cadere vittima di un’aggressione sessuale. In realtà un aggressore, puntualizzava la ministra, ti colpisce a prescindere da dove tu vada, da come tu vada vestita, da se ballassi o meno…**
Lo slogan “sola e ubriaca” compariva in una campagna ministeriale, che voleva trasformarlo “in una realtà per smettere di vivere nella paura”, e chiosava: “I diritti delle donne non si perderanno mai in vicoli oscuri”.
Prima che facciate il biglietto sul sito della Vueling: l’opposizione si è fatta sentire subito, con le argomentazioni che immaginerete. Pablo Casado, del PP, parlava di istigazione all’alcolismo e ricordava che la OMS suggeriva di bere con moderazione, mentre i mai troppo rimpianti (scherzo) Ciudadanos, nella persona di Inés Arrimadas (nostalgia canaglia!), parlavano di un “settarismo” del governo Sánchez che ostacolava la “vera” lotta per i diritti delle donne. Anche Pepe Rubiales, come accennavo qui, parlava di femminismo buono e cattivo, oltre ad aggiungersi alla tradizione di uomini che spiegano come si debba reagire a un abuso. Il mio preferito resta Santiago Abascal (l’amico di Giorgia Meloni) che vedete qui nella sua foto che preferisco, quando incitava alla reconquista di Spagna che manco i Re Cattolici:
Scusate, dovevo mostrarvela, ma torniamo a noi, anche perché il leader di Vox è l’autore della dichiarazione più pittoresca: “È una cosa tra il comico e l’aberrante. L’obiettivo del ministero delle pari opportunità è che le donne vadano sole e ubriache per strada? Qualcuno può spiegare a questo governo che un ministero non è un pigiama party, e che coi soldi degli spagnoli non si promuovono idiozie?”.
Ebbene sì, anche qui, anche all’interno della stessa sinistra, le critiche possono riguardare il modo in cui vengono spesi “i soldi dei contribuenti”, con l’accusa in stile Arrimadas di alimentare settarismi, piuttosto che occuparsi di questioni che interessino “todos los epañoles” (scusate, traduco subito: “tutti gli spagnoli cis etero di classe media”***). Capirete però, e lo dico nonostante le mie critiche a Sánchez sulla questione catalana e repubblicana, e soprattutto sulle politiche migratorie, che il benaltrismo è un’obiezione più difficile da muovere a una sinistra che, invece di trascurare i diritti sociali per fingere di portare avanti quelli civili (scusate l’immaginario fantascientifico!), taglia l’iva sui beni di prima necessità, prova a regolarizzare i contratti di lavoro, e riesce con una manovra in cui non credevo neanche io a salvarsi a rotta di collo dal (re)conquistador di cui sopra.
Per la cronaca, Montero ha replicato alle accuse con questo tweet: “Quando le donne gridano per le strade ‘Sola e ubriaca, voglio arrivare a casa’ dicono qualcosa di fondamentale: né il tuo modo di vestire, né il fatto che tu abbia bevuto, NIENTE, giustifica o attenua un’aggressione sessuale. Questo ministero lavora perché la Spagna sia un paese libero dalla violenza maschilista”.
Mica solo il ministero.
*Come spiega questo articolo, non si tratta di attentare alla presunzione di innocenza, ma di contestare la linea di difesa degli aggressori per cui la vittima “se l’è cercata”. Dunque, l’imputato è sempre innocente fino a prova contraria, ma non può più costituire una prova di innocenza il fatto che la presunta vittima, come nel caso de La Manada o di alcune vicende italiane, non avesse reagito alla violenza nel modo che si aspettavano i giudici, o i legali, o certa stampa.
**Io mi sento solo di confermare le statistiche, perché dall’età adulta sono sempre andata dove volevo a qualsiasi ora, e le mani sul sedere o sui genitali le ho avute mentre ero vestita di tutto punto, davanti ad altre persone che magari mi volevano bene – un saluto al vecchio rattuso del supermercato sotto i portici, che mi diede una pacca sul sedere davanti a mia madre – e quasi sempre in pieno giorno, di sicuro mai in strada da sola. Quindi mi diverte ricordare l’amico molisano che diceva: “Ah, già, tu devi essere di quelle che non si fanno riaccompagnare a casa la sera”. No, è che non ci ho mai pensato: la mano sulla patana a 14 anni l’ho avuta alle quattro del pomeriggio a Napoli, sul famigerato e affollatissimo autobus R2! E poi, attenzione a chi si offre di accompagnarti: una sera del lontano 2004, in Inghilterra, ero io ad accompagnare un ragazzo austriaco ai cancelli del mio studentato, che si aprivano solo con un chip in dotazione di noi residenti. Il tipo provò a baciarmi nonostante le mie resistenze, in presenza di un ubriacone che passava di lì e gridava: “Pure io!” (cioè, per colmo di ironia, “Me too!”), per poi farmi sapere che mi rifiutavo solo perché ero “a chick”, ‘na zoccoletta. Poi mi chiese scusa (l’austriaco, non l’ubriacone).
*** Scusate, mi ricorda troppo l’intellettuale italiano che si chiedeva: a una lesbica precaria interessa di più il linguaggio inclusivo o trovare lavoro? E quando nei commenti Facebook si provava a dire “Why not both?”, peraltro in toni piuttosto pacati, un sostenitore del filosofo qui sopra (che non linko per compassione) si lamentava perché “non si può più parlare di niente senza manifestare rabbia”. E non ve la prendete se stavolta vi traduco questa, che è una frase italiana, con l’ennesima, efficacissima espressione inglese.
Traduco, come sempre “a sentimento”, questo articolo di opinione del giurista Octavio Salazar, comparso sull’edizione online di Público il 27/08/23.
Da infobae. Scusate se in foto voglio mettere lei.
In questi giorni il caso Rubiales ci sta dimostrando che la società spagnola è cambiata molto, e in meglio. L’azione instancabile delle femministe e l’impulso politico che ha individuato determinate questioni nel dibattito pubblico – come, per esempio, la centralità del consenso nell’approccio giuridico alle violenze sessuali – hanno contribuito al fatto che azioni e comportamenti che fino a pochissimo tempo fa erano irrilevanti diventino ora intollerabili.
È il dato più positivo che possiamo ricavare da eventi che ci stanno dimostrando, come se fosse la lezione base di un manuale di studi di genere, come la mascolinità è stata e continua a essere uno strumento di potere, un artefatto culturale e politico sempre più eroso e messo in discussione, il che sta provocando reazioni da parte di uomini offesi e furibondi. Si tratta di una contestazione che è parte centrale del discorso dell’estrema destra che avanza in tutto il mondo, e che incontra terreno fertile sui social, dove assistiamo alla crescita pericolosa di ciò che le esperte chiamano ‘manosphere’: un termine con cui oggi nominiamo la misoginia di sempre, che però ora viene proiettata sugli schermi, a loro volta in mano a poteri maschili.
Le reazioni di Luis Rubiales, e in particolare il modo in cui ha articolato il suo discorso nell’Assemblea della Federación Española de Fútbol, rispondono fedelmente alle esigenze di un mandato che è costruito sull’idea di dominio, e sulla negazione della soggettività e autonomia femminili. Allo stesso tempo, questo mandato è bisognoso del sostegno dei “confratelli” [fratría], in una specie di performance riaffermativa e celebratoria.
È così che, nella lunghissima storia del patriarcato, è venuto fuori con insistenza ciò che Celia Amorós denominava “patti giurati tra maschi”, dei quali fanno parte, come abbiamo potuto ben vedere in questi giorni, le complicità silenziose e le comodità dietro le quali noi uomini ci siamo abitualmente trincerati, beneficiando sempre, benché in modi diversi, dei rapporti asimmetrici con le donne. Il desiderio di dominio, che è anche desiderio di possesso, si proietta singolarmente sui corpi e la sessualità delle donne. È da lì che sussiste ancora oggi una delle frontiere che definiscono il polso di un regime, quello patriarcale, che non vuole saperne di sparire.
Il problema che abbiamo dunque con la mascolinità, intesa come ‘megastruttura’ culturale e politica che ci definisce in maniera personale e collettiva, è un problema politico. E lo è perché ha a che vedere col potere, coi (dis)valori associati alla mascolinità stessa, e coi meccanismi che per secoli hanno mantenuto noi uomini come la metà privilegiata dell’umanità: coloro che definiscono l’umanità e gli amministratori dei beni e delle opportunità, i re della casa e i principi della città, coloro che di solito non hanno avuto nessuno scrupolo a usare vilmente le donne come scudo, o coloro che hanno usato con frequenza la strategia di trasformare le vittime dei loro abusi nelle “femmes fatales” che avrebbero distrutto le loro vite.
Non ci bastano le soluzioni individuali o la buona volontà dei singoli, ma è urgente una trasformazione sociale che metta il dito nelle piaghe dei poteri – inclusi, non lo dimentichiamo, quelli economici, che sono quelli che dettano legge – e che costruisca una cultura di emancipazione: niente di più e niente di meno di ciò che da secoli cerca di fare il femminismo, non quello “buono” o “cattivo”, ma l’unico*, che a sua volta si proietta in centinaia di ramificazioni che partono dallo stesso tronco. È un orizzonte che sarà possibile solo se, insisto, cominciamo a rompere questi patti che ci sostengono e fomentano: un compito che tocca singolarmente a noi che in maggior o minor misura beneficiamo di tali patti. Dobbiamo svolgerlo intanto che impariamo a riconoscere il valore e l’autorità delle donne, in quanto soggetti che ci equivalgono in qualsiasi ambito umano, e per i quali non dobbiamo continuare a essere il punto di riferimento a cui aspirare.
Oltre a quanto detto in precedenza, il caso Rubiales dovrebbe farci riflettere anche sulla necessità di non aspettarsi troppo dalle soluzioni che possano venire dal Diritto Penale. Va da sé che, se le azioni del personaggio in questione hanno gli estremi per una denuncia, e si agisce per vie legali, la legge dovrà essere applicata con tutte le sue garanzie e conseguenze. Tuttavia, quando parliamo di questioni relative alla cultura che abitiamo e che ci abita, la risposta dovrebbe provenire dalla comunità, dalla reazione della società e dagli effetti pedagogici che possano tenere i limiti e i freni posti a partire dall’esercizio delle responsabilità pubbliche. Pertanto le possibili sanzioni, come ad esempio il ritiro del sostegno economico, devono avere più valore per le conseguenze negli immaginari collettivi, che per il livello di punizione che costituiscono. Ricordiamoci una volta di più che il Diritto Penale non ha mai contribuito a una maggiore uguaglianza, e nemmeno a una maggiore giustizia sociale.
Il caso Rubiales ci sta insegnando, inoltre, che noi uomini abbiamo davanti un lungo processo di apprendimento, però anche di dis-apprendimento di tutto ciò che il maschilismo ha convertito per noi in punti di riferimento e aspettative. È un processo che dev’essere accompagnato da un impegno militante e pubblico che, come minimo, ci faccia prendere le distanze, come finalmente hanno iniziato a fare alcuni calciatori, da coloro che ancora si prodigano a imporre la legge del più forte. A patto che, ovviamente, questo impegno non obbedisca alla necessità di ricoprirci con la gloria del politicamente corretto o delle “nuove mascolinità”**, ma che risponda alla necessaria cooperazione che le donne reclamano da noi per rendere questo mondo più giusto ed egualitario. E questo passa, per forza di cose, per il coraggio di guardarci allo specchio e iniziare a smontare il Rubiales che tutti, in maggiore o minor misura, portiamo dentro di noi.
*Anche a queste latitudini, molti benaltristi e lo stesso Rubiales distinguono tra un femminismo buono, come quello che esigerebbe “la parità” (che per questi uomini spesso significa ignorare il lavoro di cura gratuito e risparmiarsi l’assegno di mantenimento), e uno cattivo, costituito da ragazzine capricciose che pretendono addirittura un’adeguata legislazione sul consenso, o la distribuzione paritaria del lavoro di cura. Che tempi.
**Per me il politicamente corretto è uno spauracchio delle destre, e quanto alla critica delle nuove mascolinità… Público è un po’ tankie, e i contributi femministi mi fanno spesso cadere le braccia. Ma abituata agli standard italiani trovo facile continuarlo a leggere.
Ce lo chiede Amia Srinivasan nella sua raccolta di saggi che prende il nome dal testo più acclamato: Il diritto al sesso (pubblicato da Rizzoli nel 2022).
Del libro mi piace il fatto che l’autrice, con un rigore dialettico che (lo dico?) a volte mi pare addirittura pilatesco, pone più domande che risposte su tematiche importanti per il femminismo, specie nella sua corrente intersezionale.
C’è questo saggio in cui Srinivasan, che tra le altre cose tiene seminari sul porno, discute con la sua classe di over 18 del rapporto tra il porno stesso e la cultura dello stupro.
Eppure era iniziata così bene: negli anni ’60, la pornografia si presentava come un inno alla libertà sessuale, finché non è stato chiaro che sembrava perlopiù ignorare, se non reprimere, il piacere di un… genere a caso! (Il mio). Il contrasto di visioni è evidente anche nella Spagna polarizzata tra pasionarie e nostalgici del franchismo: molti anni fa, mentre vedevo un film spagnolo che celebrava il destape post-franchista, sentii mezza sala sussultare davanti alle comprensibili rimostranze di una giornalista, che sullo schermo criticava i film soft porno e l’immagine subordinata che davano delle donne. Poi capii l’ilarità generale: la giornalista era interpretata da un’attrice resa famosa proprio da quei film!
Srinivasan osserva laconicamente che la questione sul proibire o meno il porno è stata risolta da Internet: stiamo ancora a illuderci che ci riusciremo?
Pensiamo piuttosto alla domanda che poneva la giornalista polemica del film, anche se poi era l’Edvige Fenech de nosotros: è liberazione un’immagine del sesso che non tenga conto del desiderio femminile? A questa domanda, una mia conterronea molto orgogliosa delle sue origini magnogreche ci illuminava sull’etimologia della parola porno, che secondo lei ignoravamo, e sosteneva che era ovvio che l’industria in questione fosse al servizio del piacere maschile. Si sentiva molto “avanti”, in questo postulare che il piacere di un uomo etero dovesse prescindere da quello femminile, se non sopraffarlo. A suo modo era avanti sul serio: è stata precorritrice di articoli imbarazzanti e delle loro ignave esegesi.
Il fatto è che a un certo punto ci si è chieste se il porno si limitasse a descrivere immaginari maschili, o li creasse: la seconda che hai detto, rispondeva Catharine MacKinnon nel 1993. La subordinazione delle donne viene erotizzata, dunque resa reale. “La pornografia è la teoria, lo stupro la pratica” dichiarava Robin Morgan già nel 1974.
Non vi dico alcune femministe nere: ah beh, siamo di nuovo alla Venere ottentotta, all’esibizione delle schiave al mercato? All’anima della rivoluzione del piacere! Aiutami a sbadigliare.
Ma ancora una volta non è così semplice: secondo Jennifer Nash, la rappresentanza nel porno di donne nere fa della loro condizione “un locus di piacere ed eccitazione sessuale”, sia per lo spettatore bianco che per la spettatrice nera (un discorso portato avanti anche da Leslie Green a proposito del porno gay). E poi la mancata rappresentatività nel porno può diventare un ulteriore segno di oppressione: la scarsità di native americane o donne dalit non significa certo che queste categorie se la passino benissimo! Allora mi sono ricordata di quando cercavo su Google il significato del termine Beurette, trovato in una serie francese, ed era venuta fuori una profusione di video porno! Non avevo neanche dovuto cliccare per capire si trattasse di donne arabe, un feticcio dei cugini d’Oltralpe che magari di mattina le consideravano “poco francesi” e arretrate. Però Srinivasan, che è di origini indiane, si chiede: perché devo assistere alla sottomissione sessuale di una persona che mi somiglia, per sapere di essere desiderabile? Quando si appartiene a una categoria discriminata, non bisogna scambiare il dover scendere a compromessi per un segno di emancipazione!
Invece le sex-positive, come le abbiamo chiamate in tempi recenti, insistono sul diritto delle donne al proprio piacere, che sì, può passare anche per il porno mainstream.
Come la pensa la classe interpellata dall’autrice, una congerie di over 18 che è cresciuta a pane e Internet? Sorpresa: sposano in pieno le motivazioni delle abolizioniste! Sì, il porno non descrive solo l’oggettivazione delle donne, ma aiuta a realizzarla. E sì, rende più difficile per le donne dire di no, e per gli uomini “dare ascolto a queste proteste”. Il porno femminista? “Mica guardiamo quello” commenta uno studente (d’altronde, osserva Srinivasan, non è quasi mai gratuito e non può essere certo usato nell’ora di educazione sessuale). Ai ragazzi annoia (!) la performance trita e ritrita che esclude ogni reciprocità e azzera del tutto quella roba lì, l’aff… affett… Niente, devi fare solo il trapano vivente. Non si potrebbe cambiare copione, ogni tanto?
Avoja, rispondono le studentesse, ma se nessuno ti parla di sesso impari “studiando” i porno, apprendendo un copione in cui il tuo piacere non è mai il punto focale: al massimo serve a dimostrare al macho che ci sa fare.
Insomma, per la prima generazione “formatasi” guardando porno, c’è un copione che non detta solo gesti e movimenti, ma anche “lo stato d’animo appropriato, i desideri appropriati, l’appropriata distribuzione del potere”.
L’obiezione sarebbe: il porno è una forma di intrattenimento, se adolescenti a digiuno di informazioni lo prendono per un’autorità, di chi è la colpa? La pornostar Stoya punta il dito contro il sistema americano di educazione sessuale, che brillando per la sua assenza ha trasformato lei nell’autorità che non ha mai preteso di essere (al lavoro sessuale è dedicato un complesso saggio a parte nel volume).
D’altronde, avverte Srinivasan, attenzione a non fare il gioco dei conservatori, dei loro appelli a “preservare l’innocenza” di un’infanzia slegata dal mondo adulto che non è mai esistita, che diventa anch’essa una fantasia: “Ai miei tempi…”. Quei tempi lì non sono mai esistiti, Donald. E comunque non ha senso credere che le nuove, ultraconnesse generazioni siano sprovvedute come lo saresti stato tu, negli anni ’60. L’autrice sembra molto determinata ad apprezzare lo spirito critico della sua classe o della GenZ in generale, e cita esempi di ribellione aperta a presidi e insegnanti che cercavano di colpevolizzare le vittime di stupro nei campus, criticandone l’abbigliamento.
Il discorso dunque non è bianco o nero: come avviene (spoiler) per il lavoro sessuale, ciò che in realtà sostengono diverse femministe pro-porno non è che il porno sia ‘sta favola da preservare, ma che è inutile legislarci contro in un mondo in cui ogni tentativo di mettere paletti è stato strumentalizzato per colpire le minoranze sessuali, o rafforzare, in nome di un femminismo bianco egemonico, la differenza tra “donne rispettabili” e prostitute.
“Qualsiasi cosa dica la legge, il porno sarà realizzato, comprato e venduto. Ciò che dovrebbe interessare di più alle femministe non è ciò che la legge dice del porno, ma ciò che la legge fa per le donne che ci lavorano”.
E insistere sull’educazione sessuale, come fa anche la classe “GenZ” dell’autrice. I genitori che vi si oppongono, rivendicando il diritto di istruire i propri figli sull’argomento, ignorano la semplice realtà che i figli in questione “vengono già istruiti in materia di sesso, e non da loro”.
Basterà l’educazione sessuale a cambiare immaginari dettati da vere e proprie multinazionali (vedi PornHub), e da un algoritmo che arriva perfino a penalizzare le attrici dai 23 ai 30, perché non rientrano né nella categoria MILF né in quella teen?
La tanto agognata educazione sessuale, dunque, non dovrebbe presentare “una via alternativa” al porno mainstream, insegnandoci cosa dovrebbe piacerci e cosa no, ma dovrebbe promuovere uno spirito critico e, soprattutto, l’immaginazione che algoritmi e stereotipi consolidati hanno sottratto alle generazioni precedenti.
Già che ci sono, termino qui i commenti sul libro e vi appioppo un aneddoto finale sugli immaginari sessuali.
Tempo fa ho commentato una cosa tipo “Preferirei che non parlassi anche a nome mio” sulla pagina Facebook di una nota fumettista, che scherzando presentava una fantasia di sottomissione (“quando mi faccio sbattere”) come qualcosa di comune a tutte le donne. Allora una persona non binaria mi faceva sapere che a sua volta adorava “farsi sbattere”, ma non veniva a rompere “le palle” a me se non condividevo i suoi gusti! Nella replica, consapevole del mio privilegio cis (la fumettista è trans), ho spiegato che chiunque poteva fare ciò che voleva, ma la reverse logic (cioè, rigirare la frittata) non funzionava su un argomento per cui tante donne sono stufe di fingere orgasmi su fantasie di questo genere, che evidentemente non funzionano in maniera universale, e se sono cis scoprono quanto la penetrazione sia un di più e mai “il punto” (e non mi riferivo certo al mito del punto G, pure costruito intorno al piacere maschile). Quindi dicevo solo: in materia di fantasie, sesso, e a questo punto anche di porno, cerchiamo di non parlare per “tutte”, come recitava il post originale benché usasse un tono ironico. E mi permettevo di consigliare un libro ad hoc.
Te la sei cercata? Non basta: te la devi meritare.
Ma l’avrei scoperto solo a casa, il tempo di far cadere dal pero due commesse de La Central in c. Mallorca, che sembravano ignare di cosa fosse la… Cultura de la violación (2019, pubblicato inizialmente da Flâneur nel 2017). Poi una delle due ha scoperto quale fosse la casa editrice, e in un balzo mirabile ha sottratto alla mensola più alta questo libricino, che pareva un pamphlet. Sette euro.
Ero già pronta a leggerlo nel bar della libreria ma, quando mi sono arresa all’afa della terraza e mi sono installata all’interno, ho sperimentato la carrambata del secolo: seduto accanto a me c’era un compagno delle medie di mio fratello! Avevamo venticinque anni da riassumerci davanti a un café con hielo, e tra le tante novità c’era il fenomeno descritto da Giulia Blasi: sempre più uomini si fanno sentire anche in Italia contro la cultura dello stupro.
Dunque mi toccava tornare a casa, coi capelli appiccicati alla schiena sudata, per poter aprire il libro e… leggere della violenza a Brigitte Vasallo.
L’attivista non ne aveva mai parlato prima, ma ha ricevuto la prima gogna mediatica per le sue riflessioni sul caso de La Manada: una profusione di commenti sul fatto che a Vasallo, una “bollera malfollada” (“lesbicaccia che non scopa”), non poteva mai succedere ciò che era accaduto alla ragazza violentata (letteralmente) dal branco. E allora, avverte l’autrice, se le donne sono disumanizzate e considerate un oggetto, e se “l’unica possibilità di esistenza dell’oggetto è attraverso il soggetto”, si arriva al paradosso: te la devi meritare, la violenza. Devi esserne degna, perché nella cultura dello stupro diventa un “regalo di esistenza, una ricompensa per l’oggetto”. Le prove? L’immagine dei tweet ricevuti a proposito de La Manada, tra i quali per me vince ZoteParo: “A questa lesbicona femmigrulla non la stupra neanche il moro più in astinenza, aaarrrgggggg” (p. 17, l’ultima parola è copiata paro paro, il resto qui e in seguito è una traduzione mia).
Non è mica una questione di uomini e donne, spiega Vasallo: secondo il CDC, un bambino su sei e una bambina su quattro subiscono abusi sessuali prima di compiere 18 anni. Dunque, ciò che le vittime di stupro hanno in comune “non è il fatto di essere donne, ma il fatto di essere state violentate da uomini”. Lo stupro non si riduce a “uomini stupratori e donne stuprate”, ma a una questione di “potere strutturale spalleggiato da meccanismi di cosificazione”, che hanno come bersaglio le persone in posizione subalterna. Nelle campagne antistupro c’è il mostro cattivo, o la vittima che piange: mai che impugnasse una pistola, perché, come Vasallo segnala altrove, decostruire la mascolinità significa che gli uomini ora possono piangere, ma decostruire la femminilità non include l’idea che le donne possano usare la violenza. No, devono essere le vittime perfette. “Per poter disporre di un’altra persona, bisogna disumanizzarla, renderla irriconoscibile, esogena, alterizzarla” (p. 15). Mi viene da pensare all’immagine del “pezzo di carne” (che di certo, postilla vegana, non “alterizza” solo gli individui della mia specie!), ma Vasallo imperversa: c’è una dinamica dello stupro come castigo, come affronto che uomini di origini geografiche diverse si fanno tra loro, attraverso i corpi delle donne che rappresentano la patria. Ecco qua la prospettiva “razziale”: a Colonia quanti uomini bianchi commisero abusi? Quante donne razzializzate subirono quegli abusi? E Abu Grahib non è stato il tipico esempio di stupro usato verso degli uomini (anche da militari donne) come arma da guerra?
A questo punto entra in contropiede Úrsula Santa Cruz Castillo, nel secondo saggio del volumetto: può il genere come categoria di oppressione spiegare la violenza esercitata su donne razzializzate e impoverite dai colonialismi? “Continueremo a insistere sul patriarcato come sistema di oppressione comune a tutte le donne?” si chiede Castillo a p. 27, e mi ricorda la giovanissima attivista latina che non riesco più a rintracciare, ma che ironizzava su TikTok: “Beata te, se il massimo dell’oppressione che ricevi è per il fatto di essere donna!”. Anche Castillo non le manda a dire: “Il vostro universalismo ci nega e ci annulla”, in quest’Europa che promuove il modello della femminista egemonica “emancipata”, che l’8 marzo grida “Se toccano una, ci toccano tutte” intanto che lo stato guatemalteco assassina proprio un 8 marzo 43 ragazzine e adolescenti che non erano bianche, né europee, dunque non erano “donne”. Non sono donne neanche le molte migranti cis e trans che “si definiscono come lavoratrici sessuali, mettendo in discussione e decostruendo il discorso stigmatizzante, moralista e vittimista del femminismo abolizionista e molte associazioni di ‘salvatrici delle puttane'”.
Castillo è arrabbiata e sa che è un problema (vedesse quanto lo è in Italia, dove il tone policing la fa da padrone!): le femministe bianche si sentono “aggredite” dai sistemi di lotta delle razzializzate, ma se fossero nei panni di queste ultime capirebbero la necessità di togliersi “questi occhiali che vedono solo il genere” (p. 35), e ripenserebbero un po’ la tanto nominata sorellanza.
E qui, non venitemi a picchiare apposta, ho pensato all’ultimo accorato appello della scrittrice che ha unito e commosso mezza Italia, e che ci invitava a non dividerci tra noi facendo il gioco dei misogini: l’idea in sé mi trova d’accordissimo, anche perché non ho motivi particolari per sentirmi esclusa o incazzata più del dovuto. Ma capisco l’attivista di cui sopra che su TikTok chiosava: scusate, ma la sorellanza io ce l’ho con le mie compagne di lotta.
Certo, è così umano pensare che i “veri problemi” sono (letteralmente) i cazzi nostri. La moglie spagnola di un amico considerava delle piagnucolone quelle che non apprezzavano il catcalling, mentre spiegava a un mio ex che il suo problema era quello di mettersi sempre con delle femministe (ehm). Poi è scesa in trincea per i diritti delle donne (o meglio, i suoi), quando ha capito che nella sua azienda non l’avrebbero considerata al pari dei colleghi uomini. Antifemminista, mica scema.
Non so cosa risponderebbe a Deyanira Schurjin, che mi chiede: quella per arrivare in Europa è una “rotta” o un’avventura? Perché nel secondo caso chiunque può essere il tuo stupratore, torturatore o prosseneta, e nel primo, con un po’ di fortuna, ti violenta solo il tuo protettore, o al massimo qualche amico suo. In quelle che furono colonie occidentali, lo stupro è un’arma da guerra, o uno strumento perpetrato da organizzazioni criminali, mentre nel cosiddetto Occidente la vecchia struttura di dominazione maschile è presente “in un formato di minore intensità” (p. 41), reso invisibile e naturalizzato: la maggior parte della violenza di genere è costituita da atti individuali. Ma non ci inganniamo: anche quello porta alla vessazione e denigrazione e può degenerare nel femminicidio, perché “gli elementi centrali nella configurazione del dominio maschile sono esattamente gli stessi”. Nelle zone di conflitto, invece, “il corpo della donna si trasforma in un’ulteriore parte del territorio”, con un’aggravante in quei casi in cui le donne subiscono anche la violenza privata dei propri compagni, “allo stesso modo delle donne occidentali” (p. 42).
Inutile indignarsi con condiscendenza, formare associazioni al grido di “Mai più!”, e denunciare la violazione dei diritti umani, che ormai sono soprattutto “la base teorica del modo in cui si produce la ricchezza”, e invece di promuovere una distribuzione equa del potere perpetrano “i processi dominanti di divisione sociale, sessuale, etnica e territoriale” (p. 45). Dell’excursus, per me sconcertante, che l’autrice fa su Camille Paglia e le sue critiche al “femminismo egemonico”, vorrei segnalare soprattutto questa idea: per le donne razzializzate l’unica opzione è difendersi, invece di finire distrutte e senza risorse. D’altronde esiste un femminismo bianco “della vendetta”, che Schurjin individua in Despentes, Solanas, Salander e altre. Confesso che qui mi è venuto da pensare alle trappole del cosiddetto empowerment, tra cui quella di colpevolizzare le vittime, ma ancora una volta mi devo ricordare che, se violentano me, almeno ho il passaporto giusto per recarmi dalla polizia.
Concludo con i quesiti di Ana Llurba, che fa un excursus sul mito della partenogenesi nel Mediterraneo e mi ha messo in crisi sul “consenso” di Maria di Nazareth: non so il vostro parroco, ma il mio al catechismo lo dava per scontato! Ok, quell'”Io sono la serva del signore” arriva ex-post, però Dio è onnisciente… Vabbè. Da tutto questo retaggio culturale, secondo Llurba, ci è rimasta “un’eco misogina che difende la vittima solo se è stata previamente santificata” (p. 58), nella collaudatissima dicotomia (denunciata perfino da Jovanotti!) tra la vergine e la puttana.
Questo libro mi ha fatto riflettere anche nei punti in cui non sono d’accordo: è minuscolo ma ben compatto, su tutti i fronti. Spero venga tradotto presto in italiano, e…
… Ok, non resisto e concludo con un ultimo auspicio di Brigitte Vasallo:
“La decostruzione del razzismo, del maschilismo, della omo-lesbo-transfobia ecc. non è un privilegio di gente benestante con vite facili e stupide, senza nessun trauma e senza altre occupazioni che quella di psicanalizzarsi in eterno. Al contrario. Delle nostre ferite, possiamo farne un rizoma” (p. 13).
Per il ciclo “Niente fiori, ma opere di bene”, qui sotto traduco male gli spezzoni di un’interessante intervista a Brigitte Vasallo, autrice di un libro importante sulla decostruzione della monogamia che in Italia è stato pubblicato da Effequ. Per me l’intervista è una chicca: sollecitata da domande poco accomodanti, Vasallo spiega ciò che *non va* del poliamore.
Fin dall’introduzione del suo nuovo libro, lei avverte che il poliamore è rientrato alla perfezione nel discorso neoliberale: consumiamo corpi.
Il poliamore può anche essere una monogamia con un altro nome. È successo che ci siamo messi a smontare la monogamia senza capirla. Ci siamo ritrovati molte volte con una questione numerica – con quante persone stai – senza addentrarci a definire “chi era costei” [la monogamia, n.d.R.].
Ci piace parlare delle relazioni poliamorose, ma non delle ferite che lasciano. Cosa si fa con questa persona, una volta che si utilizza nella “poligamia di mercato”?
Si sostituisce. Come si fa con il cellulare: ne esce uno nuovo sul mercato e, senza chiederci se ne abbiamo bisogno o no, lo sostituiamo. Perché la novità, nelle relazioni, è un valore in sé. Dunque, quando parliamo di libertà nel libro bisogna considerare due linee: quella libertaria, che è un esercizio filosofico classico; un altro tipo di libertà, quella capitalista, nella quale cadiamo costantemente nel poliamore… Una perversione della parola. Se la libertà nell’amore è fare ciò che ti pare e badare solo ai tuoi desideri, dobbiamo ridefinire cosa significa “libertà” e dobbiamo affrontarla da una prospettiva politica.
Sì, è così. Faccio lo stesso quando parlo di uomo, lo indico come marchio registrato, o di donna, a sua volta un marchio registrato. È una lettura semplice, di forte impatto visivo. Non stiamo parlando di ciò che ciascuno fa nella sua vita con le proprie decisioni. Il sistema ci impone molte cose attraverso queste etichette.
Tutto questo si combatte facendo dell’amore uno strumento politico? Non è naïf pensare che smontare le relazioni private possa cambiare un sistema?
Non so se si tratta tanto di pensare che dalla sfera privata si possa smontare un sistema, e la risposta è sì, quanto di pensare fino a che punto i sistemi si ficcano nella nostra sfera privata. È il primo passo per capire tutto ciò. Con l’amore continuiamo a credere che sia una cosa naturale, spontanea e libera da qualsiasi condizionamento. Come se non fosse la costruzione sociale che è. Il nostro modo di provare sentimenti è costruito socialmente.
Nel libro parla di come, per mantenere l’esclusività sessuale, è necessario generare un “terrore costante”. Dice che a un/a partner si potrebbe spiegare facilmente una notte brava, il fatto di bersi un whisky di troppo, ma non una notte di sesso.
Il sesso è trascendete perché ha una serie di connotazioni [cargas]. Però ciò che mi sembra importante è che bisogna aprire il ventaglio delle definizioni di desiderio. Il desiderio si trasforma nella costruzione di un’identità chiusa, e questo presenta alcune condizioni. Quante decisioni che ci vengono date di default potremmo prendere, se definissimo di nuovo questo desiderio? Viviamo una grande penalizzazione della sessualità, ed esiste una alimentazione della sessualità promiscua come conquista, capitale sociale… Ciò che abbiamo bisogno di smontare non è la pratica in sé, ma i fattori condizionanti che portano la pratica a essere così.
La monogamia è definita dall’esclusività. Lei precisa: “Ciò che definisce la monogamia non è l’esclusività, ma la gerarchia di alcuni tipi di affetto sugli altri”.
La base di tutto ciò è la gerarchia. Questo non è un libro di shortcuts, di scorciatoie, ma mi sembra importante pensare che l’argomento dell’esclusività è conseguenza e non causa della monogamia. Perché questo sistema gerarchico funzioni, l’esclusività sessuale è necessaria, perché bisogna costituire un’identità sessuale chiusa.
Il sistema fa competere le relazioni tra loro?
Sì. Puoi avere una relazione di coppia, una relazione a tre, ma senza problematizzare questa gerarchia e cercare un equilibrio. E non si tratta del tempo che dedichi a ogni persona, ma del peso che viene dato ad alcune relazioni rispetto ad altre. Soprattutto se sappiamo e abbiamo incorporato la idea che la costruzione romantica dell’amore, che a me piace amare “amore Disney” (perché non ha niente di buono), è attraversata dalla violenza, e gli occhi che ci servono per vederlo non sono contaminati da questo romanticismo.
A quale violenza si riferisce?
Gli squilibri che si verificano nelle relazioni sono intrinseci alla romanticizzazione delle stesse. Non è una deviazione dal sistema, non è qualcosa di aneddotico, è il sistema in sé a essere così. Questo non vuol dire che non possiamo costruire una relazione. Vuol dire che dobbiamo costruirla in un altro modo. Perché dico questo? Viviamo in un mondo di merda e nell’ora della verità, quando sei malata, inevitabilmente chi si prende cura di te è la famiglia o la persona con cui hai una relazione*. Ma questo è parte delle conseguenze di star costruendo così gli amori: alcuni vincoli hanno la responsabilità di prendersi cura di te, e altri no. Nei contesti queer ci è chiaro, perché continuiamo a essere espulse e dobbiamo costruirci un cuscinetto a partire da altre prospettive che non includano la romanticizzazione. Una delle perdite più gravi che ha provocato questo sistema monogamo è il fatto di disgregare la comunità in atomi molto piccoli: la famiglia nucleare o la relazione normativa, coi suoi annessi e connessi.
(Continua)
*Da donna etero mi sono divertita a questa affermazione perché, hashtag not all men ecc., ci sono studi decennali sulla frequenza con cui gli uomini abbandonano la partner quando questa ha una malattia debilitante.
Descrivi un incontro casuale con uno sconosciuto che ti ha impressionato positivamente.
Era un bambino, in un negozio di vestiti vintage. Più o meno tre anni, occhi a mandorla e passeggino da “bimbo grande”, circondato da madre e sorelline. Gli feci un sorriso e mi fissò un po’ stranito, poi ricambiò sempre più convinto, finché non gli vidi i piedini agitarsi nei sandali estivi, forati ai lati. Incapace di contenere quella gioia improvvisa, afferrò la mano di una sorellina, che lo osservò con sorpresa e sorrise anche lei. La gentilezza è contagiosa.
Stavamo scherzando sull’idea di iscrivermi a un corso di uncinetto, e ho deciso che era giunto il momento di mostrargli il mio segreto: la mia prima gonna di filo, confezionata secoli fa! È stata pure l’ultima, con la sua caterva di punti sbagliati. Però spaccavano, quei fiorellini color turchese con un bottone a fare da pistillo. L’avevo indossata una volta o due, poi mi ero arresa al fatto che fosse scomoda, e mi ero dedicata a scrivere romanzi.
Di fronte alla rivelazione, il coinquilino ha insinuato che la gonna fosse troppo stretta per andarmi bene. Quando l’ho smentito indossandola addirittura sui pantaloni, l’ha voluta provare lui! E sì, per me gli stava benissimo. Mi piace come cadono le gonne strette su certi corpi maschili. Il bello, però, è arrivato quando mi ha spiegato che la trovava “liberatoria”, per il frescolino sulle cosce, e mi ha chiesto: “Secondo te potrei indossarla domani, per uscire?”.
Ho valutato la domanda, e in quel momento è successo. L’oggetto “gonna” ha cambiato significato.
Per esempio: per ovvi motivi, a un uomo cis la stoffa non cade del tutto liscia sul davanti. Dovevamo decidere se minimizzare la cosa o lasciarla così, e da quel momento le nostre linee di pensiero si sono separate del tutto. Anche perché la soluzione da me proposta (indossare boxer coordinati) ha scoperchiato di nuovo il vaso di Pandora.
Dovete sapere che giorni fa, incapace di dire “slip sgambato” in inglese, gli ho comunicato che lui usava mutande “tipo quelle da donna”, e lui mi ha subissato di domande! Mi mostrava perfino gli ultimi acquisti: erano da donna? Non capivo. Aveva un appuntamentogalante e temeva una figuraccia? Oppure aveva paura che l’ultima spesa da Tezenis fosse avvenuta nel reparto sbagliato? La seconda che ho detto, giura ancora lui. Ignora che nella calza della Befana troverà quattro capi “non sgambati” di Intimissimi Uomo (uno mi è stato dato in omaggio): è un regalo che faccio soprattutto a me stessa, per non doverlo più stare a sentire!
E invece eccolo lì che voleva indossare una gonna, e la vera differenza tra noi riguardava le priorità. Io gli ho sventagliato tutti i trucchi per esporre “solo i centimetri necessari”, appresi in un’adolescenza costellata di pantaloncini sotto le minigonne. Lui non mi seguiva: perché avevo tutta questa urgenza di fargli coprire il corpo? Quello che gli interessava era capire come “funzionasse” una gonna, oggetto a lui familiare, ma quasi proibito: per questo chiedeva le istruzioni per l’uso.
Per un momento ho provato invidia, e non per la “sporgenza” da nascondere, con buona pace di Freud, ma per uno che non capisce perché la mia priorità, quando indosso un capo corto, sia minimizzarne l’effetto vedo non vedo. D’altronde per lui era stato impensabile indossare una gonna fino a quel momento, mentre io vado da sempre in giro coi pantaloni della tuta, quando mi scoccio di vestirmi.
Alla fine ci siamo stabilizzati sulla regola della maglia: se lui ne trovava una abbastanza lunga da coprirgli i fianchi, era fatta.
Purtroppo non aveva una maglia di quel tipo. A malincuore ha lasciato la gonna sulla sedia, e ha lasciato me con un dubbio: quella conversazione sarebbe stata possibile altrove? Ne abbiamo parlato con una nonchalance permessa, forse, solo da due circostanze. Una è che lui è quello che è: ce lo vedo a girare sperduto come quegli ebrei chassidici che lasciano la comunità (nel suo caso, i boschi…) e non sanno neanche, per dire, comprarsi un paio di mutande da Tezenis. Un’altra è che io ho lasciato da tempo la mia comunità, che non sarà chassidica, ma provate a indossare una gonna “da uomo” la domenica al corso.
O forse la società è cambiata tanto che l’unico problema vero, per il mio coinquilino che indossa la gonna, diventerà sul serio come abbinarci i boxer.
Mi sa che indosserà quelli che gli ho preso io per la Befana.
Spring 2021. It’s one o’ clock at night and the Internet is not working.
No big deal, I’m going to bed soon. But my tenant shows up at my door: it is a big deal to her. She works as a content moderator in Italian for a famous social media company, and tonight she has a night shift. She needs to do something, or she’ll be in trouble.
Restarting the router (and all that) proves ineffective, so I, as a landlady, am required to sign a letter certifying the Internet is down. I feel a bit like my mother did, back in Italy, when I was sick and she had to write an excuse note to my school. But there is nothing to laugh about: a few months earlier, the power was cut due to works down the street, and my tenant (who prefers to remain anonymous) would chase the workers and ask them to sign. I remember a man with a safety helmet, staring before him in obvious embarrassment while she insisted, kind but firm.
This time, instead, the lady borrows my phone, since she’s getting hers fixed: she needs to explain to the company why she is not online. So I start receiving several emails: first, the impatient instructions of a supervisor, on how to restart the router (which we were perfectly able to figure out by ourselves!), then a sequence of “Are you done?”, which gets no reply because no, connection is not being restored no matter what we try. Finally, my tenant snorts: “Fu*k them, then, I’m going to bed!”. The last mail, as I realised the next day, had arrived after two at night. That summer I catch my tenant in the act of moving from my flat, without notice. I am standing before the building at an unusual time for me, and I bump into her, carrying some of her stuff with a friend and babbling some confused explanation when she sees me. That very night she sends me a long message, in which she explains she needs to go, and she’s sorry for the five-day notice: she is not feeling well. She no longer wants to work for that company, so she won’t be able to pay the rent. She’ll crash for a while at her friend’s place. This is what I have experienced, from my position as a privileged observer. Finally, today, my former tenant has given me a more detailed account of her own experience as a content moderator. Here’s what she’s told me.
“We are about 2500 employees, we have 15 nations to moderate. Our net salary amounts to 1660 euros a month, to which we can add a night-shift bonus and a multiple-language bonus. So, depending on the month we can hit 1900 euros. Policy is updated every 2 weeks, so it is very difficult to evade. Its interpretation is often left to the ‘upper spheres’, especially if a famous user is violating it: one day, Italian politician Matteo Salvini used the term ‘zingaraccia’ (derogatory for gipsy, ed.), so he was clearly referring to an ethnicity in derogatory terms, but our supervisors ordered us not to intervene.
Let’s get to work conditions. We all accepted a contract which included different shifts, but the Spanish law establishes that fixed shifts cannot last more than 6 months. Instead, we have been facing the same shifts for 3 years. For 2 weeks, we work at night: during the first week we work 6 days over 7, and we also cover 9 hours on the weekend. We have an afternoon shift in the following 2 weeks, then a morning shift in the last 2 weeks. We have been often denied any holidays for unknown reasons (we suspect they wouldn’t be able to cover our hours). Same happened with the days off we gained by working on a bank holiday. We only could get a break in ‘dead’ months, such as November”. [Apart from the first two days, November is quite a dull month in Europe, ed.].
Moreover, during about 8 months between 2018 and 2019, we have been working up to 8 days without a break. For 6 months we could not be unionised. Since May 2018, when the project started, we never had an emergency drill, or a security plan to leave the building, which is situated in the Agbar Tower of Barcelona. To this day, we still can’t access the emergency staircase: we can only use the lifts.
Finally, in the summer of 2022 the Spanish authorities gave the company a 50.000-euro fine, and because of that the company is hiring new workers, but after two years of broken promises, and the end date of june to fix the shift situation, our pleas remain unanswered. We know our Filipino colleagues suffer even worse conditions: forced in offices without any natural light, they had to deal with the content in English, to save the company money. When their work was finally given to a US department, there was a class action, resulting in a 50.000-dollar compensation: not much, for the American healthcare.
In fact, it is a health problem we’re dealing with: we are worn out by the lack of days off, and by the appalling content we are forced to watch (I’ll talk about that in a bit). Also, we did not have proper psychological attention until we started presenting symptoms of PTSD. Before that, we had counsellors, who had us meditate and colour mandalas: a therapy which proved highly ineffective for most of us. Sadly, our team leaders tend to undermine the symptoms we report, because they have one main priority: our performance.
We are required to deal with a report every minute, and this average handling time is calculated to the second. Our clicks on other pages outside the social media platform (sometimes we attempt to google reportedly fake news) are not counted as working time.
Let’s talk about content. The most violent and disagreeable images would pop out before we started remote work. Now it is not happening as often, but we can still bump into a shocking video from time to time. We have witnessed animal tortures, especially in industrial farming or Chinese dog-meat festivals. However, many terrible scenes involved humans, such as hostages tortured by terrorists or drug cartels. I have witnessed the extractions of organs from people who were still alive. Also, we receive constant reports of online soliciting, and at some point the algorithm changed and we were increasingly exposed to child pornography.
Now, as I mentioned, we have been assigned some psychological help from licensed therapists, but what we really need is the possibility to rest. Our only option is applying for stress leave, as many senior moderators are. I believe that, in order to avoid PTSD, we shouldn’t ‘get fixed’ once we’ve watched perjudicial content: rather than having us talk to a therapist afterwards, they should have offered proper training in the first place. Instead, they did everything in economy: they hired fewer people than needed, in the shortest time possible, all the while keeping high expectations on our performance. This is not fair.
I mean, you don’t hire just anyone to make an autopsy!”.