Di giorno non faccio altro, più che un lavoro è un’ossessione.
Ho bisogno di riordinare dei fatti al limite del surrealismo che sono accaduti a me, a gente che conosco, e a qualcuno di cui ho letto.
Nessun dramma irreparabile, solo le contraddizioni di una città in cui avere una casa diventa un privilegio, e occuparla… una barzelletta.
Solo oggi, 6 novembre, il mio libro è gratis in formato ebook. Ecco il link.
Non fingerò di aver scritto un horror classico, il vero orrore è il precariato. E il barbiere assassino, a Barcellona, era una leggenda prima di Sweeney Todd.
Di giorno non faccio altro, più che un lavoro è un’ossessione.
Ho bisogno di riordinare dei fatti al limite del surrealismo che sono accaduti a me, a gente che conosco, e a qualcuno di cui ho letto.
Nessun dramma irreparabile, solo le contraddizioni di una città in cui avere una casa diventa un privilegio, e occuparla… una barzelletta.
Solo oggi, 6 novembre, il mio libro è gratis in formato ebook. Ecco il link.
Non fingerò di aver scritto un horror classico, il vero orrore è il precariato. E il barbiere assassino, a Barcellona, era una leggenda prima di Sweeney Todd.
Te la sei cercata? Non basta: te la devi meritare.
Ma l’avrei scoperto solo a casa, il tempo di far cadere dal pero due commesse de La Central in c. Mallorca, che sembravano ignare di cosa fosse la… Cultura de la violación (2019, pubblicato inizialmente da Flâneur nel 2017). Poi una delle due ha scoperto quale fosse la casa editrice, e in un balzo mirabile ha sottratto alla mensola più alta questo libricino, che pareva un pamphlet. Sette euro.
Ero già pronta a leggerlo nel bar della libreria ma, quando mi sono arresa all’afa della terraza e mi sono installata all’interno, ho sperimentato la carrambata del secolo: seduto accanto a me c’era un compagno delle medie di mio fratello! Avevamo venticinque anni da riassumerci davanti a un café con hielo, e tra le tante novità c’era il fenomeno descritto da Giulia Blasi: sempre più uomini si fanno sentire anche in Italia contro la cultura dello stupro.
Dunque mi toccava tornare a casa, coi capelli appiccicati alla schiena sudata, per poter aprire il libro e… leggere della violenza a Brigitte Vasallo.
L’attivista non ne aveva mai parlato prima, ma ha ricevuto la prima gogna mediatica per le sue riflessioni sul caso de La Manada: una profusione di commenti sul fatto che a Vasallo, una “bollera malfollada” (“lesbicaccia che non scopa”), non poteva mai succedere ciò che era accaduto alla ragazza violentata (letteralmente) dal branco. E allora, avverte l’autrice, se le donne sono disumanizzate e considerate un oggetto, e se “l’unica possibilità di esistenza dell’oggetto è attraverso il soggetto”, si arriva al paradosso: te la devi meritare, la violenza. Devi esserne degna, perché nella cultura dello stupro diventa un “regalo di esistenza, una ricompensa per l’oggetto”. Le prove? L’immagine dei tweet ricevuti a proposito de La Manada, tra i quali per me vince ZoteParo: “A questa lesbicona femmigrulla non la stupra neanche il moro più in astinenza, aaarrrgggggg” (p. 17, l’ultima parola è copiata paro paro, il resto qui e in seguito è una traduzione mia).
Non è mica una questione di uomini e donne, spiega Vasallo: secondo il CDC, un bambino su sei e una bambina su quattro subiscono abusi sessuali prima di compiere 18 anni. Dunque, ciò che le vittime di stupro hanno in comune “non è il fatto di essere donne, ma il fatto di essere state violentate da uomini”. Lo stupro non si riduce a “uomini stupratori e donne stuprate”, ma a una questione di “potere strutturale spalleggiato da meccanismi di cosificazione”, che hanno come bersaglio le persone in posizione subalterna. Nelle campagne antistupro c’è il mostro cattivo, o la vittima che piange: mai che impugnasse una pistola, perché, come Vasallo segnala altrove, decostruire la mascolinità significa che gli uomini ora possono piangere, ma decostruire la femminilità non include l’idea che le donne possano usare la violenza. No, devono essere le vittime perfette. “Per poter disporre di un’altra persona, bisogna disumanizzarla, renderla irriconoscibile, esogena, alterizzarla” (p. 15). Mi viene da pensare all’immagine del “pezzo di carne” (che di certo, postilla vegana, non “alterizza” solo gli individui della mia specie!), ma Vasallo imperversa: c’è una dinamica dello stupro come castigo, come affronto che uomini di origini geografiche diverse si fanno tra loro, attraverso i corpi delle donne che rappresentano la patria. Ecco qua la prospettiva “razziale”: a Colonia quanti uomini bianchi commisero abusi? Quante donne razzializzate subirono quegli abusi? E Abu Grahib non è stato il tipico esempio di stupro usato verso degli uomini (anche da militari donne) come arma da guerra?
A questo punto entra in contropiede Úrsula Santa Cruz Castillo, nel secondo saggio del volumetto: può il genere come categoria di oppressione spiegare la violenza esercitata su donne razzializzate e impoverite dai colonialismi? “Continueremo a insistere sul patriarcato come sistema di oppressione comune a tutte le donne?” si chiede Castillo a p. 27, e mi ricorda la giovanissima attivista latina che non riesco più a rintracciare, ma che ironizzava su TikTok: “Beata te, se il massimo dell’oppressione che ricevi è per il fatto di essere donna!”. Anche Castillo non le manda a dire: “Il vostro universalismo ci nega e ci annulla”, in quest’Europa che promuove il modello della femminista egemonica “emancipata”, che l’8 marzo grida “Se toccano una, ci toccano tutte” intanto che lo stato guatemalteco assassina proprio un 8 marzo 43 ragazzine e adolescenti che non erano bianche, né europee, dunque non erano “donne”. Non sono donne neanche le molte migranti cis e trans che “si definiscono come lavoratrici sessuali, mettendo in discussione e decostruendo il discorso stigmatizzante, moralista e vittimista del femminismo abolizionista e molte associazioni di ‘salvatrici delle puttane'”.
Castillo è arrabbiata e sa che è un problema (vedesse quanto lo è in Italia, dove il tone policing la fa da padrone!): le femministe bianche si sentono “aggredite” dai sistemi di lotta delle razzializzate, ma se fossero nei panni di queste ultime capirebbero la necessità di togliersi “questi occhiali che vedono solo il genere” (p. 35), e ripenserebbero un po’ la tanto nominata sorellanza.
E qui, non venitemi a picchiare apposta, ho pensato all’ultimo accorato appello della scrittrice che ha unito e commosso mezza Italia, e che ci invitava a non dividerci tra noi facendo il gioco dei misogini: l’idea in sé mi trova d’accordissimo, anche perché non ho motivi particolari per sentirmi esclusa o incazzata più del dovuto. Ma capisco l’attivista di cui sopra che su TikTok chiosava: scusate, ma la sorellanza io ce l’ho con le mie compagne di lotta.
Certo, è così umano pensare che i “veri problemi” sono (letteralmente) i cazzi nostri. La moglie spagnola di un amico considerava delle piagnucolone quelle che non apprezzavano il catcalling, mentre spiegava a un mio ex che il suo problema era quello di mettersi sempre con delle femministe (ehm). Poi è scesa in trincea per i diritti delle donne (o meglio, i suoi), quando ha capito che nella sua azienda non l’avrebbero considerata al pari dei colleghi uomini. Antifemminista, mica scema.
Non so cosa risponderebbe a Deyanira Schurjin, che mi chiede: quella per arrivare in Europa è una “rotta” o un’avventura? Perché nel secondo caso chiunque può essere il tuo stupratore, torturatore o prosseneta, e nel primo, con un po’ di fortuna, ti violenta solo il tuo protettore, o al massimo qualche amico suo. In quelle che furono colonie occidentali, lo stupro è un’arma da guerra, o uno strumento perpetrato da organizzazioni criminali, mentre nel cosiddetto Occidente la vecchia struttura di dominazione maschile è presente “in un formato di minore intensità” (p. 41), reso invisibile e naturalizzato: la maggior parte della violenza di genere è costituita da atti individuali. Ma non ci inganniamo: anche quello porta alla vessazione e denigrazione e può degenerare nel femminicidio, perché “gli elementi centrali nella configurazione del dominio maschile sono esattamente gli stessi”. Nelle zone di conflitto, invece, “il corpo della donna si trasforma in un’ulteriore parte del territorio”, con un’aggravante in quei casi in cui le donne subiscono anche la violenza privata dei propri compagni, “allo stesso modo delle donne occidentali” (p. 42).
Inutile indignarsi con condiscendenza, formare associazioni al grido di “Mai più!”, e denunciare la violazione dei diritti umani, che ormai sono soprattutto “la base teorica del modo in cui si produce la ricchezza”, e invece di promuovere una distribuzione equa del potere perpetrano “i processi dominanti di divisione sociale, sessuale, etnica e territoriale” (p. 45). Dell’excursus, per me sconcertante, che l’autrice fa su Camille Paglia e le sue critiche al “femminismo egemonico”, vorrei segnalare soprattutto questa idea: per le donne razzializzate l’unica opzione è difendersi, invece di finire distrutte e senza risorse. D’altronde esiste un femminismo bianco “della vendetta”, che Schurjin individua in Despentes, Solanas, Salander e altre. Confesso che qui mi è venuto da pensare alle trappole del cosiddetto empowerment, tra cui quella di colpevolizzare le vittime, ma ancora una volta mi devo ricordare che, se violentano me, almeno ho il passaporto giusto per recarmi dalla polizia.
Concludo con i quesiti di Ana Llurba, che fa un excursus sul mito della partenogenesi nel Mediterraneo e mi ha messo in crisi sul “consenso” di Maria di Nazareth: non so il vostro parroco, ma il mio al catechismo lo dava per scontato! Ok, quell'”Io sono la serva del signore” arriva ex-post, però Dio è onnisciente… Vabbè. Da tutto questo retaggio culturale, secondo Llurba, ci è rimasta “un’eco misogina che difende la vittima solo se è stata previamente santificata” (p. 58), nella collaudatissima dicotomia (denunciata perfino da Jovanotti!) tra la vergine e la puttana.
Questo libro mi ha fatto riflettere anche nei punti in cui non sono d’accordo: è minuscolo ma ben compatto, su tutti i fronti. Spero venga tradotto presto in italiano, e…
… Ok, non resisto e concludo con un ultimo auspicio di Brigitte Vasallo:
“La decostruzione del razzismo, del maschilismo, della omo-lesbo-transfobia ecc. non è un privilegio di gente benestante con vite facili e stupide, senza nessun trauma e senza altre occupazioni che quella di psicanalizzarsi in eterno. Al contrario. Delle nostre ferite, possiamo farne un rizoma” (p. 13).
Sentite, magari il mio migliore amico se l’è inventato, ma una volta se ne uscì che, a Pearl Harbor, i cuochi che meno soffrirono di stress post-traumatico furono quelli che lanciarono patate agli aerei giapponesi.
Fedeli a questa leggenda, in casa mia stiamo “lanciando patate”, cioè stiamo facendo cose che non contano granché nell’economia del cosmo, ma ci aiutano a sentirci utili. Per esempio, ci stiamo occupando delle visite al veterinario di questa gattina. Lascia che, quando discutiamo i dettagli col suo umano preferito, ci sentiamo rispondere che non ci sta con la testa, facessimo noi: al contrario di lui, noi non abbiamo mai avuto “i russi in città”, non in quel senso lì.
Sì, nel mio paese d’origine ci sono tante di quelle migranti che la Pasqua ortodossa si festeggia nella piazza principale, e la prole di queste signore mi fa sentire una nanerottola fin da quando va al ginnasio!
Nella mia città d’adozione, invece, stanno cancellando le prenotazioni in un ristorante che offre sottaceti fantastici: ma niente, prenotazioni cancellate anche se il tipo che serve ai tavoli (sospetto sia il co-proprietario) parla catalano e ha un figlioletto che si chiama Oriol. Ok.
Noi, intanto, lanciamo patate. Portiamo la gattina al veterinario, mangiamo i fantastici sottaceti. Per chi potesse fare di più, le iniziative si moltiplicano: portare generi di prima necessità, o anche ospitare mamme ucraine con prole al seguito (e nel vostro caso verranno proprio loro, non un senzatetto un po’ despota di nome Cri).
Poi, adesso che Sam arriva in libreria, scoprirete quanto quel rompipalle ami Dostoevskij.
Ieri sera ho accompagnato un amico a un pub in cui lui lavorava in un momento difficile della sua vita.
A quei tempi sembrava che con l’amico potessimo stare insieme, ma il momento era così difficile che lui non era pronto per una relazione. Infatti non ne ha avute da allora.
Il pub era uno di quelli che potrebbero trovarsi in ogni parte del mondo, a parte il fatto che la presentatrice del quiz domenicale traduceva le domande anche in spagnolo. Il mio amico ha trovato subito l’ex collega con cui voleva parlare, ma quello aveva appena smontato, e giocava a freccette con un compaesano scozzese. Il mio amico non si aspettava di trovarsi a tu per tu pure con l’altro, che lo ricordava ai tempi in cui era un barman depresso e maldestro.
Risultato: sono rimasta impalata diversi minuti, in attesa che 1) i due scozzesi mi degnassero di uno sguardo; 2) l’amico mi presentasse. Mi tornava alla mente il mio primo fidanzato, in paese, quando si fermava a salutare amici che mi ignoravano. Timidezza, li giustificava il fidanzato, oppure arretratezza mentale: le ragazze degli altri non si guardavano neanche. Io ci rimanevo malissimo, perché nella mia vita avevo fatto una cosa del genere solo con Angelo Branduardi. Un’estate, il cantautore era venuto con la famiglia nel mio stesso villaggio vacanze, e una volta l’avevo incontrato a spasso con la figlia, mia coetanea. Avevo invitato la figlia a un’attività dello junior club e, sapendo che il padre si beava di quell’anonimato vacanziero, l’avevo ignorato a costo di sembrare maleducata. A parte questa illustre eccezione, mi sono sempre premurata di riconoscere l’esistenza di chi si trovava a un metro dal mio naso.
Ieri sera l’amico mi ha ritrovata al bancone del pub, alle prese con una clara che non bevevo da anni, e mi ha chiesto scusa, invitandomi a giocare a freccette coi due scozzesi sprucidi. Ma io detesto le freccette, e ormai ero presa dal quiz: la presentatrice era una donna inglese sulla cinquantina, e faceva domande toste per il suo pubblico anglosassone.
“Cosa vuol dire la frase latina ‘omnia vincit amor’?”
La tipa aveva messo subito le mani avanti sulla pronuncia: “O ai tempi di Cesare non c’eravate neanche voi, oppure avete in soffitta un quadro molto speciale…”. E questo era un riferimento ovvio alla sua, di cultura. Ma in effetti la sua pronuncia del latino era un ibrido tra quella anglosassone, la nostra e lo spagnolo. Il risultato era tipo: “Omnia Vicky amòr”. Ho pensato subito alla ragazzina robot della serie anni ’80, e anche al fatto che Mr. Virgilio su questa storia ha toppato: l’amore non vince tutto.
Non ha vinto, per esempio, l’incapacità del mio amico di avere una relazione in un momento difficile. Non ha vinto neanche l’amicizia che l’amico sente oggi per me, ma che è venuta meno davanti a due persone che l’avevano conosciuto al picco della vulnerabilità.
Insomma, Vicky, mi sa che non è il tuo momento di entrare in scena. Non quando si parla dei trionfi dell’ammore.
Però ci si prova: quando ho lasciato il pub, l’amico è venuto a casa mia a scusarsi ancora e a spiegare, e abbiamo cenato insieme. L’amore è imperfetto e ha mille forme, e a volte viene usato per giustificare roba che non volete nella vostra vita.
Ma è la migliore soluzione che abbiamo in questo momento: coltiviamolo come meglio possiamo.
E la prossima volta vado da sola al quiz, e sbanco il montepremi.
Sulla strada per la Fiera vegana, ho beccato una ventenne che mangiava la papaya. Era seduta su una panchina e scodellava i semi col cucchiaino di plastica. Dicono che i semi di papaya siano miracolosi col ciclo, anche se io preferirei sempre un’anestesia locale e una pompa svuotante… Ma il punto è un altro. Io, che osservavo la ragazza, avevo nel borsone pronto per la fiera tre contenitori da asporto: uno per la lasagna, uno per la parmigiana e un terzo per due tranci di pizza. Ue’, avevo un amico a cena, mica mangiavo tutto io!
Ma comunque, intuirete che c’era una bella differenza con una che a ora di pranzo se ne stava su una panchina a mangiare la papaya… Oddio, adesso il mio vi sembrerà uno di quei post atroci in cui una donna deride le altre, troppo virtuose o discinte per i suoi gusti, e spiega come lei sia taaanto diversa.
E invece volevo solo dire che, quando vent’anni ce li avevo io, nel mio paesone c’erano teorie molto peculiari su quale fosse il pasto ideale: i nostri genitori mangiavano rigorosamente due piatti impegnativi (pasta o riso, più carne o pesce) e la frutta, almeno a pranzo. Qualsiasi deviazione da questa consuetudine era salutata con sospetto, anche se, francamente, non bisognava essere a dieta per saziarsi al primo round!
Adesso, invece, quello che viene considerato un pasto completo è, tipo, l’antipasto dei miei tempi! Sarà che vivo in una terra felicemente inappetente (si scheeerzaaa, ma quell’insalata come primo piatto…). Sarà che il millantato “piatto unico” di Jimmy Joy mi lascia tutt’altro che sazia… Insomma, ho intuito il passaggio da un’idea peculiare di pasto completo a un’altra ancora più peculiare, per una serie di motivi che a volte sono buoni e a volte no.
Un compitino che dovevo consegnare per il master (ho preso un’insufficienza, ma questa è un’altra storia) mi ha portato a leggere un’analisi comparata tra le modelle da sfilata e quelle online, che non sapevo appartenessero a categorie diverse: la conclusione era che, per rientrare negli standard di bellezza attuali, buona parte delle candidate doveva assumere sempre un fabbisogno energetico inferiore alle proprie esigenze giornaliere. Però dare per scontato che una magra si sta limitando a tavola pure è discriminatorio verso chi, come me, ha un fisico minuto (lascia che poi ci penso io a rimpolparlo…).
Nel paesone della mia adolescenza, per le donne vigevano ancora le forme felliniane, per cui “un bel culo” (che, per Mickey Rourke in Domino, è il didietro minuto e tonico di Keyra Knightley) al paese mio aveva ancora le dimensionivantate dalle maggiorate anni ’50.
Tutto questo per dirvi: prima di fare qualsiasi analisi sulla pressione estetica e i suoi dettami, rendiamoci conto che è una roba assolutamente aleatoria. E verrà cambiata da fattori come il prossimo film di culto, o una crisi economica, o gli stilisti che decidono che le supermodelle costano troppo e non sono più efficaci come attaccapanni.
E no, non concluderò dicendo minchiate come “Le vere donne hanno le curve”, o peggio, “È una questione di salute!” (la scusa preferita della grassofobia).
Dico solo: rendiamoci conto di quanto sia arbitrario ciò che può condizionarci la vita. Tipo la manfrina del BMI.
La papaya a me non piace, ma se la prossima volta trovo la ragazza di prima a mangiare banane, me ne prendo una. Poi, però, lasagna!
Niente, volevo solo aggiornarvi sull’operazione tramonto, che era il mio unico proposito di inizio anno: smetterla coi pretesti, e scendere a godermi il cielo, nell’unico momento di vita sociale che mi concedo in questi tempi contorti.
Ebbene, ogni volta che intravedo nuvolette rossicce al di là delle antenne, mantengo fede alla promessa di ricordare (non con angoscia, ma con rispetto) che quel tramonto lì non tornerà più. La storia di Angelina, invece, mi aspetterà ancora al ritorno, così come il compitino per il master: 300 parole che ho cancellato senza accorgermene l’ultima volta che le ho barattate con un bel tramonto!
Tanto vale, dicevo, il rispetto: dei nostri desideri, di noi.
A volte, “non ho tempo per questo” si traduce in “ho altre priorità“. Facciamo che queste priorità, nei limiti del possibile, siano quelle che ci rendono felici.
Bam! Il primo gennaio mi si scassa il computer. O meglio, la batteria non si carica più.
Sarà stata l’acqua rovesciata da Archie a San Silvestro? Il bicchiere era a un chilometro e mezzo dal portatile, ma la mia ciorta non si fa spaventare da queste quisquilie, specie ora che devo consegnare cinque saggetti in inglese entro il 10 gennaio, per il master in psicologia, e il 31 mi scade un concorso letterario, in cui mi menerò a kamikaze con Angelina: sono prontissima! Ancora devo finire la prima bozza.
Capirete che l’amena scoperta del computer scarico veniva da me accolta con la consueta sobrietà e pazienza zen (i vicini possono confermare, specie per il salmodiare in sanscrito). D’altronde vi ho parlato spesso della mia difficoltà ad accettare di non avere il controllo della situazione, e l’anno è iniziato con la sensazione che non controllavo una ceppa di niente. I sostituti di Cristobal ancora non avevano trovato una casa: che facevo, li mandavo in strada? D’altronde i casi di covid aumentavano, quindi gli ospiti che sarebbero dovuti subentrare ai ragazzi erano in forse.
E poi, di primo gennaio dove lo trovavo un servizio assistenza per il PC? (No, non funzionava neanche la chat dell’applicazione). E il giorno dopo sarebbe stata domenica… Non potevo nemmeno rallegrarmi della pausa lavorativa per tante persone sottopagate, perché bastava uscire di casa per trovare un negozio di scemenze aperto in vista dei Magi.
Al che, dopo un pianterello inaugurale del 2022, ho eseguito due azioni molto strane: 1) ho “fonato” di nuovo il computer dal lato della batteria, come già avevo fatto la sera prima; 2) ho sbagliato a inserire il caricatore, attaccandolo a una porta laterale che non avevo mai usato prima.
Ci credereste? Funzionava come nuovo! Il mio master era salvo, e Angelina era sempre una ciofeca, ma in fondo avete mai letto le prime bozze di Proust? No, erano fantastiche lo stesso, lasciamo perdere.
Almeno permettetemi di correggermi sulla questione “cose che non controlliamo”, dopo anni che il mio pippone sul blog si riassumeva con: “Non puoi farci niente: accettalo e farai spazio per pensare ad altro”.
Invece, il mio pimpante inizio anno mi ha insegnato che:
A volte sì che possiamo farci qualcosa, tipo sbagliare porta sul pc. Ma sono rimedi così a cazzo di cane che è inutile anche provare a congegnarli. Meglio aspettare l’ispirazione, o direttamente la botta di culo.
In ogni caso, non è vero che non possiamo farci niente: possiamo fare, appunto, tutto il resto.
Tutto il resto delle cose, intendo. Nel mio caso, ho mandato il pc a fa’ un bagno (stavolta metaforico), e sono uscita a godermi un sole miracoloso, nell’ora d’aria concessami dalle circostanze.
Al ritorno mi ero un po’ arripigliata e, senza neanche drogarmi, mi sono cimentata nelle soluzioni improbabili di cui sopra.
Riassumendo: avete questioni che sfuggono al vostro controllo? Mandatele a quel paese e fate tutto il resto. A quel punto le stronze sono capacissime di risolversi da sole.
Magari già conoscete questa pagina: in tal caso la inoltrerete negli auguri di fine anno, come il regalo che le nostre mamme si passano in un (ri)ciclo infinito, finché non ritorna a quella che l’aveva fatto all’inizio.
Se non conoscevate la pagina, fatene buon uso. A me l’ha fatta scoprire indirettamente Vera Gheno, e le sarò grata a vita.
Per il resto, non posso fare bilanci perché sono tornata a Barcellona e, sul serio, tra variante omicron e strade infestate a ogni ora, non ricordavo nemmeno che giorno fosse.
Diciamo che metto la foto qui sopra, come promemoria di ciò che voglio cambiare: negli ultimi mesi intravedevo dal mio salottino questo tramonto sfocato tra i tetti, ma tra una cosa e l’altra non uscivo mai in tempo per godermelo. Pensavo a riempire la ciotola di Archie (sacrosanto), a cercarmi calzini che non fossero bucati (mission impossible), perfino a sciacquare il cucchiaino del tè (chi, io?). Sembrava lo facessi apposta. Forse è proprio così.
Comunque sia, voglio smettere.
Se proprio mi posso permettere, per l’anno prossimo vi auguro bei tramonti, e il proposito di viverli in tempo.
L’altro giorno mi sono resa conto, col compagno di quarantena, che erano passati due anni.
Due anni fa, lui mi aveva accompagnato alla navetta per l’aeroporto, e io ero convinta che non ci saremmo mai più rivisti, perché lui parlava di lasciare la città prima che finissero le feste. Invece, mentre ero già sul predellino, mi aveva detto: “Ti aspetto al ritorno!”.
Abbiamo festeggiato l’anniversario alla grande: nuggets di pollo finto e involtini primavera surgelati. Poi, in vista della mia partenza di quest’anno, ho fatto una corsa al tampone, per scoprire che le farmacie li avevano finiti e le cliniche ne approfittavano per venderli a prezzi da strozzinaggio.
A fine giornata, io ero incazzata col mondo, e lui era quello saggio e sensato che mi faceva coraggio. A quel punto c’era da aspettarsi solo la piaga delle locuste. Gli ho detto: “Sai? Forse, almeno una volta in vita mia, vorrei passare un anniversario alla Ed Sheeran“. Gli ho nominato Sheeran per dire: mazzo di fiori e tavolo prenotato al Green Spot, che ha le candele. Poi mi sono chiesta se volessi davvero una cosa del genere: uhm, forse no. Ma almeno avrei voluto fare qualcosa di significativo per noi. Così, quasi per caso, gli ho insegnato l’italiano. Ma non quello che credete.
Mentre mangiavo una banana, lui ha preso un libro dalle mensole del salotto. Gli ho chiesto che libro fosse, ma lui non ha capito, e io ormai masticavo un altro pezzo di frutta. Allora ho indicato il libro e ho chiuso la mano a cono, agitandola nel tipico gesto italiano. Mi ha guardata come se fossi impazzita del tutto.
A quel punto, una volta finito di mangiare, gli ho fatto: “Lesson 1”.
Mano a cono: 1. “Cazzo vuoi?”. 2. “Ti sto facendo una domanda” (ma non posso parlare/non mi senti), spesso usato per significare: “Che stai facendo/che è ‘sta roba?”. Da non confondere con: 1. mano a cono con movimento del polso (“Sei un pupazzo”, uno “chiocchiò” in napoletano); 2. mano rigida che ruota in linea con l’avambraccio: “Mmm, che bontà!” (ma se la mano è floscia può significare: “Seh, ciao!”).
La lezione è proseguita con le facce abbinate a tali gesti, e ancora devo capire se lui lo faceva per sfottermi, ma ne ha azzeccate almeno la metà.
Il giorno dopo, con 24 ore di ritardo rispetto all’anniversario, mi ha accompagnato alla navetta per l’aeroporto. In realtà stavolta l’ho salutato al semaforo: Archie era rimasto solo, e comunque c’era la folla che sapete.
Due anni prima eravamo un po’ sorpresi, quasi emozionati, dal fatto di tenerci per mano. Adesso lui mi teneva per le spalle, trasformandoci in una di quelle coppie lente che mi ritrovo sempre davanti quando vado di fretta. Ma la differenza più grande non era quella.
Adesso sapevamo. L’entusiasmo di due anni prima era diventato la consapevolezza di tutto ciò che era successo poi: una pandemia, lunghe assenze, e una serie di vicende che non avrei mai immaginato neanche sotto acidi, e che infatti mi hanno ispirato un romanzo.
Preferivo l’entusiasmo incosciente di due semisconosciuti? O mi va bene la complicità temprata da due anni di surrealismo quotidiano, e qualche risata?
Difficile scegliere. In ogni caso, prima o poi quello stronzo di Ed Sheeran canterà anche per me.