Di giorno non faccio altro, più che un lavoro è un’ossessione.
Ho bisogno di riordinare dei fatti al limite del surrealismo che sono accaduti a me, a gente che conosco, e a qualcuno di cui ho letto.
Nessun dramma irreparabile, solo le contraddizioni di una città in cui avere una casa diventa un privilegio, e occuparla… una barzelletta.
Solo oggi, 6 novembre, il mio libro è gratis in formato ebook. Ecco il link.
Non fingerò di aver scritto un horror classico, il vero orrore è il precariato. E il barbiere assassino, a Barcellona, era una leggenda prima di Sweeney Todd.
Di giorno non faccio altro, più che un lavoro è un’ossessione.
Ho bisogno di riordinare dei fatti al limite del surrealismo che sono accaduti a me, a gente che conosco, e a qualcuno di cui ho letto.
Nessun dramma irreparabile, solo le contraddizioni di una città in cui avere una casa diventa un privilegio, e occuparla… una barzelletta.
Solo oggi, 6 novembre, il mio libro è gratis in formato ebook. Ecco il link.
Non fingerò di aver scritto un horror classico, il vero orrore è il precariato. E il barbiere assassino, a Barcellona, era una leggenda prima di Sweeney Todd.
Ma dove trovate un altro manoscritto che viene letto oralmente aggratisss ogni giorno, e che *non* piace a un noto social?
Anzi, Fb lo trova “ampiamente sgradito”, censurando perfino l’immagine della tizia stramba che appare nel video… Sarà il livello di zerbinaggine narrato a raggiungere livelli di guardia!
Fossi in voi mi fionderei a riascoltare tutto dall’inizio…
Ciao! Questo è il solito post in cui vi invito a non sprecare troppo tempo in una cosa inutile, però stavolta c’è un colpo di scena. E pure un esempio, che deciderete voi se leggere o no.
Vedete, a Barcellona un mio amico molto nordico inizia ora una relazione con una “lokal”, e l’ho avvertito sulle possibili sfide di certe differenze culturali, che a volte portano a divergenze politiche (e sull’argomento ci ho scritto un romanzo, perché qualcosina ne so).
Il mio avvertimento/spoiler conteneva forse un pregiudizio su guiri e lokalz? Spero di no. Non ho detto in nessun momento: “Andrà a finire di sicuro così”. Ho solo precisato: “Se andasse a finire così, saprai cosa aspettarti e supererai meglio il problema”.
Ebbene, abbiamo discusso un’ora, l’amico è andato un po’ in ansia e io, oltre ad aver perso sessanta minuti che non riavrò mai, sono passata per la pettegola prevenuta che non si fa i fatti suoi. Quindi il mio consiglio stavolta è: se ci tenete all’amico perdetecelo, ‘sto tempo! Ma che non sia un’ora, cavolo. Gli aiuti non richiesti possono risultare odiosi e poco utili, oltre a sprecare le energie di chi li elargisce. A quel punto io metterei giusto la pulce nell’orecchio, e poi l’amico deciderà se alimentarla o meno: in fondo la vita è sua!
Una delle grandi svolte della mia, di vita, è stata quando ho smesso di voler controllare le esistenze altrui.
Qui finisce il post e comincia l’esempio (nooo, l’esempio no!). Proseguite solo se siete in vena di immergervi in un pezzo di cultura napoletana. Siete ancora lì? Bene, cominciamo!
Prendiamo il signore “sceso dalla Val Brembana” (semicit.) che con accento lombardo mi chiedeva, all’uscita della trattoria Da Nennella, se ormai fossero in chiusura: in fondo erano le due del pomeriggio! Inutile dirvi che quel signore veniva subito segnato come “Fuffi” nella lista d’attesa del mitico Ciro.
Mettiamo che Fuffi venga da noi e ci dica: “Sai? Ho conosciuto una tale Mariarca, detta ‘a Pulitona, che mi piace molto. Vive proprio ai Quartieri, dove lavora quel signore un po’ nervoso che mi chiama Fuffi. Non so in cosa sia laureata, anche se mi sembra che lavori nell’hi-tech, però vorrei approfondire la conoscenza: ho pensato quindi di andarci insieme a un apericena con finger food, poi a una rassegna di Kiarostami“.
A quel punto Fuffi, che è una personcina un po’ ansiogena, potrebbe interromperci: “Grazie ma non voglio sapere tutte queste cose! Preferisco che sia una scoperta quotidiana, sai? Conoscersi a poco a poco, assaporarsi piano come un marron glacé…”.
E noi ci sentiamo un po’ scassagonadi e un po’ “capere”, cioè gente che non si fa i fatti suoi. Avremmo dovuto tacere? Forse. Però cavolo, mettiamo che Mariarca sentendo nominare Kiarostami sbraiti: “Come? ‘Ccà aro’ stamme?’. E si nun ‘o saje tu…”. Oppure commenti il finger food con frasi tipo: “Gli uomini da me vogliono solo una cosa: ‘a marenna p’ ‘a fatica!”. In tal caso io spero che Fuffi e Mariarca si sposino comunque di lì a un anno, e si trasferiscano insieme in Val Brembana, o sul presepe con vista sul Golfo di Napoli (che tanto è in scala 1:1). Forse, però, quella parolina che abbiamo detto a suo tempo al nostro Fuffi potrebbe propiziare il felice esito!
Quindi sì, facciamoci i fatti nostri che è sempre meglio, e soprattutto smettiamola coi pregiudizi: per esempio, l’intramontabile Mariarca è un mito a sé stante, e “le donne di Napoli” sono un mondo variegato, come tutte le donne.
Ma inso’, c’è una regola che vale anche per Fuffi: più ne sappiamo di una situazione/località/cultura, e meglio è.
Specie se siamo capaci in ogni momento di prendere ciò che crediamo di sapere, metterlo da parte e lasciarci stupire dalle cose, per come sono davvero.
(La mia prima Mariarca. In memoria di Loredana Simioli, che ci manca).
L’ultima volta che ho scritto sul blog, dico: vi invitavo a una presentazione. Una delle varie. Riprendo dopo un mese perché mi serviva una pausa, da tutto. Cosa ho imparato dal mio grand tour italiano?
Che i libri si vendono, pensate un po’. Sono prodotti come gli altri. È un’informazione ambigua che ci nascondiamo dai tempi di quel dignitario egizio che annoverava i papiri tra i beni materiali più preziosi in suo possesso: sono merce, si vende. Lo so, per me e per voi sono molto altro. Ma sono anche quello, e le case editrici sono aziende: dunque la ballerina ex GF vende più di me anche se non scrive per mestiere. E va bene così.
Una libraia a Monza mi ha suggerito di piazzare i miei romanzi come se fossero stati saponette, impalata all’ingresso a presentarmi ai clienti: dovevo convincere la gente che il mio prodotto era vincente. Non ha detto proprio così, ma il messaggio era quello. Taaac.
Io dico solo: perché essere multitasking per forza? È una trappola: io i libri li scrivo, la libraia taaac dovrebbe venderli. Meglio pensare all’amica che ha mollato tutto per venirmi a fare da relatrice al Salone del libro.
Per combattere in me la libraia, le piaghe ai piedi del Salone del libro, e la colica notturna che mi è venuta a Torino, adesso sto lavorando a quattro manoscritti. È uno sfogo, non so quanto durerà, e mi è consentito dal fatto che ogni manoscritto è a uno stadio differente: completo ma da rifinire, seconda revisione, prima bozza ma quasi finito, prima bozza ma appena iniziato. A volte li alterno.
Sento che questo è il mio mestiere. Lo svolgo ogni mattina, e ora ogni pomeriggio perché ho mandato al diavolo quel brutto corso di psicologia: troppi soldi per ciò che offriva in realtà. A volte mi è stato insinuato che non potevo definirmi una scrittrice, come una dilettante che spennella tele due volte al mese non si può considerare una pittrice. Io penso che potrei essere una pessima scrittrice, chissà, ma di certo non faccio altri mestieri, a ben vedere non faccio altro: è un privilegio, e un continuo vivere nella mia testa. “Vedo la gente personaggio!” (semicit).
Stamattina scrivevo in un bar col wifi: era il più autobiografico dei miei manoscritti. Dovevo spiegare perché, quando ascolto Mr. Brightside dei Killers, mi si accelera il respiro, mi porto una mano al petto e, se sto parlando con voi, vi sorrido con un po’ d’imbarazzo e spero di non urlare. Spoiler: c’entrano le circostanze in cui ho ascoltato la canzone per la prima volta (il corso di psicologia è servito a qualcosa!).
Sì, ma bando alle spiegazioni: come ve lo faccio sentire, tutto ciò? Come vi faccio entrare nella mia testa mentre sto avendo questo mini-attacco di panico?
Beh, rivivendolo io, che nel bar mi sono immedesimata in quel primo ascolto, e ci ho perso il respiro intanto che continuavo a battere sulla tastiera. Che è una novità recente: un manoscritto così lo scarabocchio prima su un quaderno, con la faccia che… bimba dell’Esorcista, scansate proprio.
Sarò riuscita, adesso, a rendere l’idea sul foglio Word? Questo me lo direte voi.
Niente paura, non cercherò di vendervi il risultato come se fosse una saponetta.
Salutando il barista molisano gli ho augurato buona giornata e buon lavoro.
Lui, che mi vede sempre in simbiosi col computer, ha risposto: “Buona giornata e buon lavoro anche a te”.
Ho sorriso: sì, buon lavoro. Il mio lavoro. Ci vuole ottimismo.
Quando sono in Italia mi sento sempre un pesce fuor d’acqua a vivere altrove, con due gatti per figli, e due ex a completare la famiglia allargata. Però anche l’Italia si fa strana nel senso che piace a me, nonostante le difficoltà.
Ieri ho incontrato due rappresentanti di Oxfam sotto la Coin di San Giovanni in Laterano: uno era “romano di Caianello”, come si è definito, e a 10 anni passava l’estate dai nonni giù. L’altro doveva essere figlio di romani di Quito, ma voleva venire a Barcellona ad aprire una consulenza di marketing. Attento alla concorrenza, gli ho detto. Intanto, proprio da Barcellona, mi arrivavano i messaggi disperati di una romagnola che rischiava di dormire sotto un ponte ieri sera, finché un paio di consigli miei e un trait d’union di napoletani a Barcellona le hanno trovato una sistemazione.
In quel momento, chiamatemi illusa, ho vissuto l’Italia come quello che vorrei fosse sempre: un’entità più che un territorio, o una bella parte della mia terra che si chiama Europa, e non è quella che vediamo in TV. In questa Europa che conosco io, l’inquilino ucraino ospita conterranee in fuga per València, e nel mio paese si apre un progetto per la numerosa popolazione che proviene dalle zone di guerra, compreso Massimo/Maxim, 11 anni, che odiava la casa di fronte alla mia perché era “in costruzione da quando lui era alle elementari”.
In realtà, si diceva, quella casa era in costruzione da quando io andavo all’asilo.
Ma questa è la volta buona, Maximino: stavolta la stanno costruendo davvero. E sì, pare tutta storta, troppo grande in certi punti e troppo scoperta in altri. Ma intanto cresce, ora che di fronte non ci sono più io.
Mi dicono che sono classista, quando guardo in questo modo il mio paese d’origine.
Sembro un’antropologa che osserva il soggetto della sua tesi di laurea, e invece è tutta gente che è stata a scuola con me, quando non si tratta della sua progenie.
È che non conosco altra maniera di guardare: ho sempre fatto così, da quando ho imparato. È il paradosso di credersi in un’enclave italiana in una società divisa, ahimè, quasi per etnie, a seconda della lingua parlata o della musica che ascoltiamo.
Ieri sera vedevo cose nuovissime e antiche, mescolate in modo strano: ragazzine con gli stivali al ginocchio poggiavano il cellulare su un muro per scattarsi un selfie, ma a giudicare dai graffiti lì intorno si chiamavano sempre Mena o Anna, come una nonna che, fino a pochi giorni prima, doveva essere occupata a cuocere un cuofano di pastiere.
A proposito di “cuofani” ed espressioni territoriali, il localino davanti a cui sono approdata aveva il nome geniale di Stritt’ food (nel senso che era “stretto”), e uno dei ragazzetti che ci passavano davanti ha dichiarato che oggi faceva addirittura “cÒvero”: un termine che è due volte minoritario, né italiano, né napoletano standard (càvero, con la schwa finale).
Poi i vicoletti intorno al corso si sono aperti in un luogo che sembrava la villa comunale, solo che era nel posto sbagliato. Invece ero io a sbagliare posto. Alla villa si accede anche da lì, chissà da quanto. Se ad allucinarmi non è bastata Peppa Pig trasmessa nell’anfiteatro (e in originale con sottotitoli!), ci ha pensato la visione dei… fujenti! Ma non erano stati proibiti? In ogni caso, per antica abitudine ho fatto il mio dovere e ho lasciato passare la Madonna!
“Facite passa’ ‘a Maronna!” è una delle litanie allucinogene che si ascoltano spesso nelle processioni mariane. Stavolta lo strillone della paranza appostata all’ingresso della villa (quello che ricordavo io!) era occupato a redarguire un collega, impegnato in una conversazione telefonica: se non “metteva le mani” per sollevare il catafalco, la Madonna non gli avrebbe fatto “bÈne”.
Dopo un po’ il catafalco, retto da uomini di ogni età, ha iniziato la sua processione verso… Peppa Pig, e l’anfiteatro. Ma era una finta: dopo gli oscillamenti di rito, e una serie di abili piroette, la pesante effigie della Vergine col Pupo si è girata nella direzione che dovevo prendere io, per uscire da quella bolgia!
Poco male: ho cambiato strada. La Madonna aveva sempre la precedenza.
Una lettrice della prima ora (al punto che si leggeva pure le mie ciofeche di dieci anni fa!) mi ha detto che con Sam è tornato nei boschi finisce l’epoca dei romanzi divertenti: stavolta uso l’ironia per trattare tematiche più profonde.
In realtà, Sam è stato il mio compromesso storico. Leggendo durante il lockdown, ho capito quali libri piacessero in Italia, e mi sono chiesta: quale, tra i miei manoscritti, si avvicina di più a quello stile? Non l’avrei concepito apposta in quel modo, ma non l’avrei neanche lasciato indecifrabile ai più, come nella prima bozza!
Sto facendo qualcosa del genere col bagaglio a mano per il mio viaggio in Italia, dove il 21 presento Sam a Napoli (vedi locandina in alto) e il 22 lo faccio a Frattamaggiore. Dopo due anni passati in tuta e stivaletti (spesso abbinati!), sto cercando un compromesso tra i vestiti che ho riesumato dalle mensole più alte: quali visualizzo di più in un contesto come quello in cui, ehm, sono nata?
Sì, è una questione frivola, che però si aggiunge a quelle meno frivole sull’identità di noi che viviamo altrove. E mi viene subito il mente “Bill”, nel film di Tarantino, che spiega a Uma Thurman che Clark Kent, nella sua parodia dell’impiegato perfetto, è il modo in cui Superman vede gli umani.
Trasferite questo discorso a una che, più che Superman, si è sempre sentita la Rana dalla bocca larga, e che dal suo acquitrino ha sempre avuto, a sua volta, qualche difficoltà a interpretare gli umani. Le mie tenute di oggi rischiano di essere la parodia di ciò che ricordo passasse per “informale ma non troppo”, quando tornavo a Napoli e ancora potevo avere una vita sociale senza mascherina. Ed è curioso, perché per le mie presentazioni in altri posti (stei tiund!) già mi vedo in stile Priscilla, la regina del deserto. È il posto in cui sono venuta al mondo, e sono stata sfottuta per la mia personale interpretazione di un essere umano, che mi genera tutte queste pippe mentali.
Vabbè, venite alla presentazione e scoprirete quale parodia di me stessa avrò messo insieme!