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Lo dicevamo da mesi: andiamo a fare le tamarre alla Feria de Abril.

Anzi, con Isabel progettavamo uscite choni (che sarebbe “tamarra” in spagnolo) per fare uno shopping adeguato all’evento. Ovviamente ero l’unica a Barcellona a non sapere che questa famosa Fiera, da me snobbata per tre anni di fila, era organizzata dalle comunità andaluse in Catalogna, e il messaggio che potevamo trasmettere era andalusa = tamarra (il colmo per una napoletana). E ovviamente me ne accorgo solo quando alla banda di matti coinvolta nell’impresa si aggiunge un’andalusa appena arrivata in città.

Mi tolgo dagli impicci dichiarando che farò la vrenzola napoletana, e mi presento all’appuntamento due ore prima. Devo pagare un tributo al Celtic, la cui esistenza avrei bellamente dimenticato se un tifoso di tale squadra, altro candidato alla Fiera, non mi accompagnasse ogni tanto a guardare il Napoli. E allora per ricambiare la cortesia mi godo il derby di Glasgow e le bravas turistiche (ma buone) del George Payne.

Col “celtico” ci riconosciamo da lontano: lui in pinocchietto, zaino a tracolla, camicia con rose stampate e occhiali da sole; io in microgonna jeans, stivali, calze a rete viola, maglia arancione che scopre una pancia da slogan antianoressia, e una serie di gioielli luccicanti da fare invidia a un vucumprà.

– Sei splendida! – fa il neotamarro, senza specificare se in senso letterale o in quello di inguardabile.
– E la colita? – chiedo stizzita, riferendomi al codino a mezza testa che gli avevamo imposto per l’occasione.
– Dopo la partita.

Partita giocata più a sganassoni che a calci al pallone (meno numerosi di quelli ai giocatori): secondo me Highlander quando dice “ne resterà soltanto uno” pensa al derby. E tiferà Glasgow Rangers, mi sa. Ingannata dalle maglie familiari degli avversari faccio la prima gaffe:

– Siamo quelli in blu, vero?
– No, siamo gli altri.
– Stai dicendo che devo tifare per una maglia a strisce orizzontali verdi e bianche?
– È la squadra cattolica, da italiana potresti mai tifare per i protestanti?
– Sai che stai complicando le cose, vero?

Fortuna che finisce 3 a 0 per “noi” e possiamo andare contenti alla metro Jaume I, incontro a Isabel.
Che, va detto, mi fa una bella concorrenza: capelli raccolti in una fascia tipo Cenerentola al ballo (ma rosso fuoco, abbinata al rossetto), pantaloncino da jogging con t-shirt rosa, e insuperabili tacchetti in legno con su scritto “Mari Pili” (Maria del Pilar), seguito da un cuoricino.

– Mi accompagnate a posare la bici? La gente non capisce che è un travestimento!
Usciamo alla fermata Maresme Forum e ci piazziamo fuori al tram ad aspettare la nostra andalusa preferita, che guardandoci si spaventa e fa per tornare indietro. Alle nostre proteste per la mise sobria risponde indicandoci il tradizionale fiore tra i capelli.

Sì, ma è blu scuro. Non come quelli rossi e rosa esibiti dalle bailaoras di flamenco della Feria, che a tutte le età fanno svolazzare gli abiti a pois sotto i numerosi tendoni. Ci sono anche quelli dei partiti politici, il Partido Popular accanto al Partito Socialista Catalano (immaginiamo risse degne del derby appena visto).

Ma di choni se ne vedono poche, solo splendide tapas – ultrafritte, però – e nonni con bimbe in costume che a 5 anni ballano più flamenco di quanto ne imparerò in una vita.
Fuori al tendone della comunità gitana, che dovrebbe fare da maestra di cerimonie, si vede anzi uno splendido giovane vestito da chiattillo.

Isabel si preoccupa un po’ finché non arriviamo al luna park. E lì, gli dei non me ne vogliano, qualche gruppetto della comunità latina in leggings e maglie fluo ci fa sentire immediatamente a nostro agio, man mano che la comitiva si allarga e alla mise radical-reggaeton di Alessandro si aggiunge il vestitino ultrasobrio di Xisca, che non smette di dirmi “qué divina!”.

Sono contenta. Siamo quasi tutti ex colleghi e tutti gli screzi, i piccoli malintesi che si possono creare in un ufficio sono già stati chiariti con pazienza, di fronte a una birra e a ricostruzioni postume di eventi da telenovela. Solo che siamo all’ultima puntata, e provo un po’ di pena per chi si cerca intrighi e trame contorte per divertirsi nella vita. Noi sì che possiamo pensare solo a divertirci, adesso, e a ridere di una povera fanciulla sballottata da una giostra mozzafiato.

Quanta gente, però! Mi allontano dalla Fiera con altri tre, per una birra e un bagno decente, e poi, è il caso di dirlo, levo le tende.

Mentre mi perdo in cerca della metro un tizio stralunato m’interpella:

– Meglio punkabbestia che poliziotto, vero?
– Non saprei, si tratta sempre di divise – rispondo.

Colto di sorpresa il tizio afferma che sono triste ma guapa (è proprio ubriaco) e che comunque mi darà una mano a trovare la metro.

– Tranquilla che non ti salto addosso, posso resistere.
– Oh, certo – faccio sarcastica – sarà un duro compito… – .
– No, no, ce la faccio benissimo.
– Sei catalano, vero? Era uno scherzo, poi te lo spiego.

Che la Madonna di Montserrat mi perdoni, ma ho detto proprio così, e mi cospargo il capo di cenere giurando che non succederà più. Anche perché al primo semaforo chiedo indicazioni per la metro e lascio che il tizio si vada a sperdere da solo.

Ma non dispero di vedermelo sotto casa a indottrinare i pakistani sull’orgoglio punkabbestia.

Cose da fare a Sant Jordi:

documentarsi un po’: si festeggia il 23 aprile ed è una delle feste più amate dai catalani. Celebrano il loro patrono, San Giorgio, che per la gioia del WWF ammazzò un drago per salvare una principessa. Ci sono anche variazioni sul tema, come la principessa che si mangia il drago. Non so quanto tutto questo si concili con la Catalogna repubblicana e con la principessa Letizia, che andrebbe mangiata solo perché veste Mango, ma tant’è.

– visitare la Rambla e Plaça Catalunya piene di bancarelle di libri e rose, solo per lo sfizio di vederci, per una volta, dei catalani: li riconoscete perché non hanno la crema solare e i sandali, e perché sono gli unici a capire i titoli dei libri. Il mio primo Sant Jordi me lo passai sulla Rambla con le valigie in mano: traslocavo dal Gotico al Raval, non sapevo niente della festa e se il clima non avesse minacciato pioggia adesso sarei ancora là.

– regalare un libro e una rosa all’amato bene: tradizionalmente le donne regalavano un libro e gli uomini una rosa, ma in questo giorno quasi quasi i libri sono più economici delle rose (io comunque voglio il libro, e non sono la sola).

– andare da Mistral sulla Ronda di Sant Antoni e mangiarsi… un’emozione, sia come prezzo che come bontà. Il pa de Sant Jordi non so quanto sia tradizionale, ma per me è una delle gioie della festa. C’è sopra la bandiera catalana, il giallo è di formaggio e il rosso di sobrassada. Sì, l’assonanza con la soppressata calabrese non è casuale.

– mettersi in fila per farsi firmare un libro dall’autore. Li trovate (i libri e gli autori) sotto le tende della FNAC fuori al Triangle, in Plaça Catalunya. Mario Vaquerizo, marito famoso e star di un reality su MTV, ha più fan dell’Almudena Grandes de Le età di Lulù. C’è chi s’indigna. Io godo.

– diventare autori voi! Ci sono tremila concorsi letterari, con premi che vanno dall’iPad a un applauso. Io ho partecipato a quello della TMB, che proietterà sugli schermi delle vetture i migliori racconti ambientati sui suoi mezzi. In catalano, ovviamente. In spagnolo c’è quello di microracconti de La Vanguardia, via Twitter, 150 caratteri e l’obbligo di metterci la parola “drago”. Per quello ho adattato un vecchio slogan natalizio napoletano: “Pure ‘o drago tene ‘na mamma”. Sospetto che non vincerò.

– farvi un giro per il Raval. Ok, sono di parte, ma il mio barrio festeggia in modo originale. Ci sono ben due concerti, uno di fronte al MACBA organizzato dal Taller de Músics, e un altro in Rambla Raval. Che per l’occasione, accanto al solito mercatino freak per daltonici, si riempie di bancarelle interessanti, tra associazioni di volontariato e club di lettura. A vendere rose ci sono solo un pakistano e una zingara, che però si è attrezzata con bancarella e bandiera catalana. C’è anche l’ACESOP, l’associazione delle donne pakistane del Raval, definite “invisibili” da qualche giornalista che ignora l’immigrazione ravalenca (i paki sono soprattutto giovani maschi). Eccole lì, visibilissime, additate a seconda dell’interlocutore come piccole grandi rivoluzionarie o esibizioniste che fanno solo chiacchiere. Chissà se sanno tutte chi è Sant Jordi. Ricordo Tariq la prima volta che vide la statua della Mercè:

– Chi è quella?
– Si chiama Maria pure lei. È la madre di Gesù, il bambino che tiene in braccio.
– Gesù?

Allargai le braccia a simulare una croce. Aaah, quello.
Gli raccontai la storia dell’arcangelo Gabriele, che ascoltò con la smorfia di un adulto che si sorbisce una favola per bambini. Già, perché quella di Gabriele che fa il bis col tuo Profeta è molto più credibile, pensai. Ma me lo tenni per me.

Le compaesane di Tariq hanno dei manti che fanno molto Madonna, piercing al naso che ricordano l’omonima americana, e offrono corsi di tatuaggi all’henné e dépliant su quanto sia dannoso bere.

Mi piace l’ultima bancarella, con una scritta che prende in giro il classico Volem un barri digne (“vogliamo un barrio degno, decente”), messo in giro da vicini catalani che mal sopportano i turisti (e fin qui…) e magari gli immigrati. Ma sulla bancarella campeggia la scritta:

Visc en un barri digne.

Vivo in un barrio degno.

Inshallah.

E veniamo alle cose serie: da buona “litofaga” ( = mangio anche i sassi) per sentirmi a casa devo mangiare tanto, spesso e bene. Barcellona ha 2 vantaggi: menù completi a 10 euro e ristoranti etnici “veri”. Ha anche 2 svantaggi: è turistica e la pasta si mangia scotta. La cucina catalana è buona e semplice, ma gli italiani tendono a chiedersi “tutto qua?”. Qualcuno apprezza gli chef più all’avanguardia; io sono per il bo i barat, buono ed economico. All’abbondante ho rinunciato, questi stanno KO alla quinta forchettata.
Ecco la mia Barcellona gastronomica.
10) Les quinze nits: lo metto per affetto e per il “Catulayan”, sgrammaticato omaggio alla Catalogna nella carta dei dolci. È il primo a cui approdi da turista, si fa prima a impararne il nome che a superare la fila, che in agosto invade mezza Plaça Reial. I suoi vantaggi ce li ha: fate bella figura a prezzi non esagerati (20 euro se vi contenete col vino).Non chiedete l’insalata con rucola a meno che non vogliate brucarla dal piatto.
09) Pollo Rico: adoro. Tamarro come pochi. Sotto è un girarrosto, ma sopra trovate un burbero cameriere catalano e un simpatico pakistano non proprio gay-friendly (ma si limita a borbottare tra sé). Ovvio che il pollo è buono. Anche le tortillas. La mia sfida personale è farmi portare pa amb tomàquet (il fratello scemo della bruschetta) e maionese: 9 su 10 devo chiederli 3 volte.
08) City Gate: cucina indo-pakistana tra Rambla e mare. Raccomandato dal mio assaggiatore pakistano, con tanto di complimenti allo chef (in urdu). “Lo vuoi piccante, il tuo piatto?”, chiedono. Rispondete di sì solo se sapete il fatto vostro. Se poi andate a fuoco buttatevi sul riso pilaf: semplice e geniale.
07) Ca la Nuri: alto livello. Ristorante di pesce a Vila Olímpica, sulla spiaggia. Grande arròs negre (una paella al nero di seppia) ma anche la fideuà (paella di capellini spezzati) è notevole. Si spende abbastanza, sui 30 se va bene, ma le razioni meritano.
06) La Xaica: a 2 minuti dal Triangle. Ci porto sempre gli ospiti: né sozzo né chic, col giusto mix di clienti catalani e turisti. Potete anche sfiziarvi con la paella, anche se la fideuà per gli italiani è a rischio. C’è un menù più economico sui 10 euro e un altro sui 15, fate vobis. Anche il menù di tapas non è male.
05) Teranga: ristorante senegalese nel Born. Molto figo, sempre affollato. Cuoche senegalesi, formula semplice: scegli un piatto, una guarnizione (cous cous o riso) e una salsa. Adoro la yassa di pollo, ma c’è anche l’opzione vegetariana, yuca e spinaci. I succhi di zenzero e ibiscus sono carucci (4 euro cc.) ma buoni, il primo è pure un po’ piccante.
04) Romesco: capitano, mio capitano. Vicino alla Rambla, traversa di c. Sant Pau. Spartano è un eufemismo. Gli olandesi amano il tonno alla piastra, io ordino sempre melanzane alla romana (‘ndurate e fritte). La combinazione con frijoles, piatto pseudocubano che include anche una banana, causa allucinazioni, visioni mistiche e acquisto di test di gravidanza. Ma non è partenogenesi, è ‘o stommaco.
03) Ristorante cinese in c. Nàpols: ad Arc de Triomf le faide cinesi si giocano anche sulla cucina di 2-3 ristoranti, che generano dispute e rompono amicizie (“Se i miei amici sapesseLo che sono qui…”, confessava un’informatrice). Io ho già preso posizione, mi trovate in questa sala da film splatter con bacchette a profusione e due grandi certezze: noodles con verdure e pasta di riso. Il resto è leggenda. Anche se i ravioli alla piastra…
02) Lixus: non c’è storia. Sulla c. Hospital, 20 cm da Rambla Raval, sarebbe un normale bar marocchino se il venerdì non ci fosse il cous cous. Spettacolo. Per 6 euro scegliete tra pollo e carne, e verdure o ceci e cipolle caramellate. Una dritta: chiedete anche il leban, che potete usare come salsina o sorseggiare come uno yogurt. Se vi resta un po’ di spazio buttatevi sul succo fresco di mela e banana a meno di 2 euro.
01) Sports Bar: non servono parole. Andate a vederci la partita del Napoli (meglio se in netto anticipo) e sentitevi a casa tra pizze originali (pure fritte), parigine, gattò travestito da tarta de queso e saltimbocca. O scegliete primo e secondo, buoni e italianissimi. Tra le urla in napoletano dei camerieri godetevi anche la situazione guareschiana dello Spritz Bar di fronte. Se battiamo la Juve 3 a 0, “ce mannammo 3 sfugliate”.

NB: Il mio terrazzo è fuori classifica, perché non sum digna. Ma almeno è gratis!

Leggere attentamente le avvertenze

Tanto per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, ecco i 10 locali che preferisco a Barcellona. Per ascoltare musica, chiacchierare e ubriacarsi. Oddio, io mi ubriaco con una clara, che non è una birra chiara, ma un misto di birra e Fanta al limone, detta anche Xampú. Capirete, quindi, quanto sia attendibile in merito. La mia Barcellona da bere l’ho inaugurata in ritardo e chiusa alle prime avvisaglie di squallore. Diciamo allora che questa è la classifica dei posti in cui mi piace perdere il tempo, sapendo che mi verrà restituito in qualche modo.

NB: Cliccate sui nomi dei locali.

10) La Fianna: vicino Santa Maria del Mar. Bei cocktail, un sacco di gente di tutto il mondo, e se vi accaparrate i “posti a stendere” avete risolto la serata. Per me va bene i primi mesi, per la fase “la gente está muy loca”. Sappiate solo che dopo una serata lì potreste arrivare a dire cose come: “Mi fai un favore? Vorrei baciarti ma sono troppo bassa. Lo fai tu?”. Basato su una storia vera.

09) Robadors 23: ve lo segnalo a malincuore, per due motivi. Ci dovete andare un’ora prima per sperare di sedervi, ed è troooppo fricchettone. Il fior fiore del radical-chic internazionale si riunisce lì ad applaudire, a seconda della serata, un flamenco, del cabaret o una buona jam di jazz (sui 3 euro, in genere). La “grotta” in cui si suona è caratteristica, la zona bar invece è carina e accogliente. Occhio alla strada, considerata la più malfamata in centro. Non che vi succeda niente, eh, è solo piena di spacciatori e puttane. Quella vestita da Cleopatra platinata è una personalità indiscussa: le hanno dedicato anche questo documentario.

08) Sugar Bar: il percorso più semplice, per me che mi perdo subito, è Rambla – c. Ferran – c. Raurich. Baretto rosso, vicino a Plaça Reial, con tanto di musica britannica e barman (bellissimo) di Liverpool. Se siete di Manchester, o ci avete vissuto, evitate di dirglielo, buttatevi sulla birra economica e i chupitos (gratis coi flyer omaggio), e parlate col vicino, tanto per poter bere gli avrete senz’altro assestato una gomitata nei reni. Attenzione, però: la gente che si conosce qui a volte si sposa. Io vi ho avvertito.

07) Rai Art: avete presente il covo di fricchettoni che evitate come la peste se siete snob, e frequentate ogni sera se avete solide idee di sinistra? Trasferitelo nel Born a 5 minuti dalla metro Jaume I. Metteteci cineforum e attività mensili che comprendano anche la danza del ventre… E ancora non avete capito cos’è il Rai. Tanto per intenderci: per meno di 20 euro potete affittare la cucina e organizzarvi il vostro evento. Altraitalia ci festeggia il primo maggio, ad esempio, con cori partigiani al terzo bicchiere di vino. E le rassegne cinematografiche con film di Monicelli, o documentari attuali come Cento passi per la libertà… Interessante.

06) Casa Almirall: ha 2 vantaggi. Sta su Joaquim Costa, strategico tra Macba e Rambla Raval, e fa una gran figura nelle foto. Bar modernista che ha mantenuto più o meno lo stile (e il vermut) dell’epoca. Perfetto per approdarci con una moleskine e l’aria sofferta di chi ha visto cose che noi umani… Oppure buttate la moleskine e buttatevi sulle birre. Già che ci siete squillatemi, sto a 2 minuti.

05) Sala Monasterio: qui ci vado solo qualche mercoledì a ballare il forrò, danza brasiliana che troverei pallosissima, almeno nella versione proposta, se non fosse condita da una chiacchierata col compagno di ballo. Peccato che la comunità brasiliana, maschi e femmine, tenda un po’ a isolarsi, tranne qualche provolone. Voi aggrappatevi saldamente a chi ne capisca qualcosa, ma anche no. Tanto la musica è un’occasione per chiacchierare. Anche se qualcuno ne approfitta per collezionare numeri di telefono.

04) Sala dos Rosas: il Cafè da Madeira, al piano di sopra, sembra un ristorantino come tanti, ma la Barcellona più fricchettona si dà appuntamento al piano di sotto per ascoltare musica “afromandinga” (?), jam multietniche e gruppi di ogni provenienza. C’è una canzone splendida, senegalese credo, che cerco da secoli tra youtube e siti nerd, ma l’ho sentita solo là. E la conoscevano tutti.

03) Manchester Bar: ce ne sono due: uno sotto casa mia, in una traversa di Joaquim Costa, e un altro nel Gotico. Ovviamente mi piace quello del Gotico. Atmosfera carina, specie se ti accaparri la saletta, cocktail un po’ più cari della media e musica britannica di tutti i tipi, da David Bowie in giù. Una volta misero una canzone dei Cure e ci lambiccammo il cervello in 5 per ricordarne il titolo. Era questa.

02) Pastis: vicino Santa Monica. Bar marsigliese con proprietario finto-marsigliese, il pot-pourri di cianfrusaglie messe ad arredare mi ricorda un po’ Il Magnifico (gli aversani sapranno). Lo spazio è infinitesimale, ma in caso di concertino vi stupirete della capienza. E anche del concertino. Gare di slam, cantautori di tutto il mondo e perfino musica popolare del Sud Italia, con occasionali giri di pizzica. E poi c’è il pastis. Che è buono assai, ma non lo dite al burbero barman a meno che non vogliate ubriacarvi: a me, almeno, ne offrì un altro.

01) Big Bang: qui se ci lasciate l’anima non la trovate più. Ve l’avranno calpestata le decine di giovani e nongiovani che si accalcano per ascoltare le jam. Ben nascoste, peraltro: il bar da fuori sembra un magazzino, all’ingresso è un misto tra Twin Peaks e Paese delle Meraviglie (con dj set rétro) e in fondo vi ricorderà la saletta prove dell’adolescenza. Solo più grande e affollata. Le jam di jazz sono belle assai, quella di rock e blues la domenica è più fracassona e partecipata. Io poi voto il personaggione della serata… Anche se è una bella gara.