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Grandi Jackal

Solo una cosa: se a uno lo sfottono tutti, alla fine lo votano.

Come il Grande Fratello: se c’è una concorrente sfigata, vincerà quella. Non credo che i due fenomeni siano separati, in un mondo in cui se nasci in una famiglia povera difficilmente arriverai alla corona inglese in due generazioni (come è successo a una tizia ultimamente). Se chi ha studiato e si crede intelligente comincia a sfottere selvaggiamente un personaggio pubblico impresentabile, che sia un televoto o una berlina mediatica, o un’urna elettorale, scopri che per la maggioranza dei votanti quello fosse la vittima e i “professoroni” i carnefici.

È un topos eterno: la rivincita dello scornato sui suoi assalitori. Una storia che va da Giobbe a Ulisse, anche loro non proprio dei poveracci.

Mentre in tanti seguivano quella fiction in diretta che erano le elezioni americane, io l’avevo abbandonata in mancanza di qualcuno per cui “tifare” (per il meno peggio non mi disturbo), e stavo guardando una serie vera: The People vs O.J. Simpson.

Un processo per duplice omicidio che è diventato uno scontro tra storie.

La pm era così sicura che i fatti parlassero da sé che ha puntato tutto su quelli. Sul DNA delle vittime. Sul guanto dell’assassino, che Cuba Gooding Junior indossa con uno sforzo ben più credibile, rispetto all’O.J. che ha imparato a recitare nei film con Leslie Nielsen.

E invece l’avvocato della difesa, l’attivista afroamericano John Cochran, su cosa ha puntato? Su una storia altrettanto vera, orribile, sacrosanta da raccontare: quella dei diritti dei neri, calpestati da sempre, calpestati ancora, in America e altrove.

Tra due storie ha vinto la migliore, quella con pochi fatti correlati al delitto in questione, ma con secoli di tradizione.

Cosa ci ricorda? A me l’avvocato nero (ma di madre bianca) che finisce dall’essere scambiato per un cameriere a diventare il primo presidente afroamericano. Partendo da una campagna per le primarie (contro quello squalo di Hillary Clinton), fatta di incontri in piccole stanze e biscotti sfornati da sostenitrici sempre più numerose. E gli abitini da grande magazzino di Michelle, presto imitata dalle principesse europee di origine borghese. Non si leggeva niente di così avvincente dai tempi di Cenerentola.

Vincono le storie. Anche “noi che abbiamo studiato” veniamo da un altro mito, ripetuto così spesso da diventare realtà: i libri insegnano la vita. E la bontà. Come sapevano quei condottieri romani che recitavano Omero a memoria, mentre facevano il deserto e lo chiamavano pace.

Visto? Vincono le storie.

E allora smettiamo di fingere che i fatti bastino, e proviamo a raccontare quelle.

Ma che siano storie che ci aiutino a capire. Come quelle raccontate ai bambini a scuola contro il razzismo, prima che i loro genitori insorgano contro il compagno rom. O quelle che insegnano loro a non avere mai paura né vergogna di quello che sono e che amano, prima che vengano proibite perché costituiscono il nuovo babau: il GENDER.

Proviamo a capire le paure che portano a votare un impresentabile se dall’altra parte c’è l’esponente di egemonie rivoltanti, sostenuta da un’intellighenzia complice.

Il mio bisnonno, operaio socialista che scioperò quando scomparve Matteotti, credeva nell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, ma diceva: “‘E libre so’ comme ‘e muntagne”.

È il caso di smetterla di trincerarvisi e di calare qualche corda, non trovate?

Oppure ci faremo sempre la guerra.

E vincerà il peggiore.

Risultati immagini per a lieto fine Oddio, ho sbagliato tutto.

Stamattina mi sono svegliata con questa convinzione.

Avrei potuto svegliarmi con la combinazione vincente dell’Euro Million, ma mi è toccata questa illuminazione qua, comunque non disprezzabile.

Quale evento della vostra vita ha rappresentato la sconfitta più cocente? Un fallimento economico? Una rottura sentimentale? Lasciare l’università al quarto anno fuori corso?

Quando succedono queste cose, cadiamo prigionieri di strane narrative. Finiamo per celebrare le nostre sconfitte, invece delle vittorie.

Può succedere come a me, che tre anni fa, cadendo in preda a una grande crisi, ho deciso di ricavarci qualcosa di buono, “perché la sofferenza non sia stata invano”. Da qui la piega self-help de noantri che ha preso il blog. O la voglia di aiutare gli altri, cassata come “troppo entusiasmo” a qualche colloquio di formazione.

In questi casi c’è una reazione ancora più comune, lo so. Tendiamo a ricordare una particolare sconfitta come la più grande ingiustizia che ci abbia fatto la vita, e ci costruiamo su buona parte dell’esistenza a venire.

Così abbiamo lasciato l’università “per colpa dei professori”, o sposato una persona che non amavano più “perché ormai ci avevamo perso troppo tempo”. L’esempio più emblematico è il suocero di Bellavista, che, vistosi negare un milione per finanziarsi un progetto, entra in uno stato vegetativo da cui si risveglia solo per ricordare la sua disgrazia.

Decidiamo d’interpretare quella storia nel modo che più ci aiuta in quel momento, o così crediamo. Ma a un certo punto, quando la narrativa diventa stantia e la vita avanza, dobbiamo lasciar andare.

Celebrare le sconfitte, anche solo per trasformarle in vittorie, è comunque tenersele lì, come un cadavere in casa. Se ogni nuovo episodio diventa la chiusura di un cerchio, una giustizia tardiva e un po’ frastagliata, stiamo rinnovando in qualche modo l’antico dolore.

E qui viene il peggio: ogni novità finirà per marcire nell’operazione.

Come possiamo cercare un “lieto fine”, se la vita non è mai una fine? La vita non è mai stasi, chiusura, conclusione. È continuo movimento, o non è più vita.

E la nuova relazione non sopravviverà al pensiero che sia “la degna conclusione” dell’altra sbagliata. Perché avrà le sue crisi, i suoi periodi di secca, e se non la trattiamo come qualcosa di vivo e mutevole ci scivolerà via tra le mani prima ancora che ce ne accorgiamo.

E se non smettiamo di vedere la nostra nuova attività come un ripiego di quella precedente, non fiorirà mai sul serio.

Quindi va bene accettare quelle che noi chiamiamo sconfitte, gli episodi in cui la vita ha preso una direzione opposta a quella che ci aspettassimo, o auspicassimo. Va bene compensarle, va bene anche farci coccolare per un po’ e non pensare troppo alle nostre eventuali responsabilità.

Ma poi vanno lasciate andare. Dobbiamo capire che quello che viviamo adesso non è un prolungamento di quello che ci è successo, né tantomeno ne è unicamente la conseguenza. È una nuova storia, un nuovo giorno da interpretare nel modo che ci sia più favorevole.

Che non può fare niente per consolarci del nostro passato, se continuiamo a restarci attaccati.

Ma può fare tanto, tantissimo per quello che siamo noi, ora.

Risultati immagini per italian restaurant Avete presente quei connazionali che all’estero diventano più italiani degli italiani?

Questa è una possibile reazione alla sensazione scomoda di essere “gli stranieri”, quelli arrivati da meno di una generazione, che vengono confusi con ladri e scrocconi se scuri di pelle, o con turisti e speculatori se appena un po’ più chiari. Non so se preferirla o meno a quelli che s’illudono che tifando Barça e mangiando fideuà verranno prima o poi riconosciuti come autoctoni.

Un’altra reazione, forse ancora più frequente, è il conformismo. Accettare di entrare perfettamente nell’immaginario che i nuovi vicini hanno di noi. In questo ci sono cascata io a 22 anni, a Manchester, quando mettevo a palla Mambo italiano (una delle perle di un CD ricevuto in regalo), chiedendo alle mie coinquiline inglesi se lo conoscessero.

Voi avete mai ballato Mambo italiano? Appunto.

In tempi più recenti, organizzando tra italiani stanziali una conferenza sull’aumento degli affitti a Barcellona, le proposte vertevano su due impostazioni: 1) ci facciamo portavoce dei poveri Erasmus, costretti ad ambire alle stesse esose camere dei turisti; 2) proponiamo la solfa “siamo buoni nonostante il fatto di essere stranieri”, scusandoci implicitamente per i connazionali speculatori (come se un bidello musulmano di Southampton fosse chiamato a sconfessare gli attentatori di BruxellesNo, wait).

In entrambi i casi, l’idea era di accettare lo sguardo altrui. Guardarci con gli occhi di quegli autoctoni troppo impegnati a difendere il loro mondo minacciato dalla gentrificazione, per vederlo nella sua complessità: autorappresentarci, dunque, come eterni Erasmus in odore di speculazione edilizia.

Non importa da quanto viviamo in loco e quanto sia difficile ottenere un mutuo, senza genitori autoctoni a farci da avallo. Poco importa se non tutti, per scappare dall’esorbitante mercato urbano degli affitti, abbiano voglia di andare a fare “i forestieri” in un paesino di qualche migliaio di anime.

No, noi siamo gli stranieri e tali dobbiamo rimanere, se vogliamo almeno essere integrati.

Insomma, è positivo “immaginarci” per quello che vorremmo essere e utilissimo guardarci con gli occhi degli altri, per vedere la nostra vita e le nostre scelte da un’angolatura diversa.

Dagli immaginari altrui, invece, siamo liberissimi di prescindere. Non dobbiamo entrarci per forza, né prenderne obbligatoriamente le distanze.

Se tra un paio d’anni mi dovessi convertire definitivamente in una vaiassa con mestolo e capelli scarmigliati, che al confronto la Sophia Loren neorealista diventa Anne Wintour, siete liberi di abbattermi a colpi di calçots.

Se invece mi vedete andare in giro con la frangetta a metà fronte, usate pure le armi chimiche.

 

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Ok, ho barato. L’ansia ce l’ho ancora.

Magari non mi assale nei momenti tipici in cui si trasforma nell’occasione perfetta per fare una figura di merda, che so, un discorso pubblico in catalano, o aprire la maniglia difettosa della metro di fronte a mezzo vagone che vuole uscire (e al maschio alfa già pronto a farlo al posto mio).

Ma l’ansia ce l’ho ancora, mi prende all’improvviso per motivi esistenziali. Allora mi faccio proprio quelle domande utili quanto cliccare sul bottone delle metropolitane più tecnologiche, prima che si accenda la lucina verde (sì, caro maschio alfa, il messaggio è per te). Roba che, svegliata dal vicino che si prepara il suo caffè con due litri d’acqua per tre lacrime di miscela, mi vedo passare tutta la vita davanti e mi chiedo: “Starò facendo la cosa giusta?”.

Spoiler: no. Mai. C’è sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio, una scelta che col senno di poi mi sembrerà discutibile. Quando si tratta d’immaginare un presente migliore, la fantasia batterà sempre la realtà 20 a 0, perché è più economica e non puzza come i biscotti che ho bruciato l’altro giorno, rispetto alle aspettative che mi ero fatta di papparmeli a merenda.

Semplice, no? Il bello del buio è che puoi riempirlo con quello che vuoi, diceva una compagnella di università.

E invece l’ansia mi viene lo stesso. Non lo sto facendo bene, tra un po’ me ne pentirò.

E allora ho trovato una soluzione pressocché immediata agli attacchi più acuti. Qualcosa che coinvolga attivamente la razionalità.

Mi sono accorta che non c’è nessuna grande paura che non si possa semplificare in una frase di tre righe. Che contenga descrizione del problema, possibile soluzione e strumenti per portarla a termine.

No, non sono una professoressa di PNL, sono una povera crista come voi, e ci riesco!

Vogliamo vedere? Che so, ho rinunciato a prendere il doppio dello stipendio per continuare a fare quello che voglio (scrivere, insegnare)? Al terzo attacco di panico prendo un foglio e scrivo:

Ho sacrificato la sicurezza economica alle mie passioni. Se questa decisione dà i suoi frutti in un periodo di tempo ragionevole [tre mesi], continuo così. Altrimenti torno sui miei passi, contattando di nuovo l’amico che lavora in quell’azienda che paga bene.

Visto? Ovvio che non mi risolve il problema alla radice. Non mi dissipa l’insicurezza di fondo che mi porta a pensare d’insegnare male e scrivere peggio. Non mi scaccia via il senso di colpa per non aver preso la decisione che avrebbero approvato i miei. Né tantomeno aumenta i miei introiti mensili!

Però mi calma subito, mi fornisce una strategia da seguire e trasforma il mostro indefinito che mi sembra insormontabile in una frase di tre righe, che lo smaschera per quello che è: un dubbio come tanti.

Se ci pensiamo, le cose di cui aver paura sono due o tre, e non sempre la situazione finanziaria è nel novero, confrontata con questioni di salute o rapporti interpersonali. Però, non verbalizzandole, tendiamo a farne dei mostri indefinibili,”inspiegabili”, e per questo ancora più paurosi.

Ora è vero che, fin dalla Bibbia, non ci togliamo il vizio di voler comandare su tutte le cose semplicemente nominandole. Ma a volte i vecchi sistemi funzionano, posto che non pretendiamo di farne la panacea di tutti i mali.

Quindi, al prossimo attacco d’ansia, carta e penna e raccontatevi tutto.

Sarete molto più calmi. E anche i vostri biscotti fatti in casa ne guadagneranno.

Risultati immagini per scones  Nella mia vita ho usato spesso l’espressione “chiudere il cerchio”. A ben vedere, ero proprio una fan.

Come unirvi al club?

  • Prendete un periodo caratterizzato da progetti in itinere, domande senza risposta, errori a cui rimediare (un periodo qualunque, insomma);
  • percorretelo alla ricerca di una “fine” degna, di una soluzione che porti con sé la bella sensazione di aver concluso qualcosa. Anche se non è andata come v’immaginavate. Specialmente se non è andata come v’immaginavate.

Esempi:

  1. avete rinunciato all’idea di vivere all’estero, ma siete riusciti a tornare in Italia con uno stage “promettente” (“il cerchio si chiude”);
  2. stavate buttando alle ortiche il progetto di comprare casa, finché non ne avete trovata una da ristrutturare (“il cerchio si chiude, o quasi”);
  3. avete interrotto quella relazione, ma siete rimasti in buoni rapporti, anche perché adesso lui sta con una vostra amica! (“il cerchio si chiude, chitemmuort’ “).

Insomma, è bello pensare che tutte le nostre vicende possano diventare un cerchio perfetto, con una logica tutt’altro che disprezzabile.

E invece il cerchio è uno scone. Avete presente? Quegli sgorbietti irregolari che offrono col tè inglese e che, aperti e farciti con gli intruglietti giusti, si rivelano squisiti. Anche quando non capiamo se sono dolci o salati. E anche se non riusciamo a decidere di che forma siano. Un cilindro squagliato? Un macaron che non ce l’ha fatta? Una miniatura della Torre di Pisa?

Però sono ottimi lo stesso, nella loro fantastica imperfezione. Provare per credere.

Non vi dico quando ho scoperto che in realtà sono fatti con un normale stampino, solo seghettato, come potete apprezzare nel video sotto il post.

Forse, ora che sono a quota quattro progetti sfumati in tre mesi (no, ancora non sono andata a Pompei a piedi) posso dire che altro che quadrare il cerchio, sta storia della conclusione perfetta è come “cerchiare” lo scone.

  • Non c’è nessuna simmetria tra le sue parti (concludere bene il master non mi ha dato accesso al dottorato).
  • Non si capisce bene che sapore abbia (anche se, quando mi hanno escluso dalla formazione per “troppo entusiasmo”, un’idea ce l’avevo).
  • Ma, condito con gli ingredienti giusti, è veramente delizioso.

Non pretendiamo che la nostra esistenza abbia una logica che accontenti la nostra mente, abituata a ridurre il mondo a equazioni che comprenda.

Seguiamone con fiducia le circonvoluzioni pasticcere (magari non abbondando di sale), e saremo in grado di apprezzare al meglio l’intera infornata.

Sempre che non pretendiamo di trasformare uno scone in babà.

In quel caso, hai voglia a mettere rum.

Risultati immagini per broken vase funny  Insomma, avrete capito che ultimamente mi succedono disavventure la cui soluzione rientrerebbe facilmente nella categoria prevete ricchione, un rimedio tutto partenopeo che si utilizza come extrema ratio.

Ma ecco insorgere in me quel tentativo, a volte un po’ insano, di “ricavare qualcosa di buono in tutto il brutto che mi succede”. Stavolta ho ascoltato volentieri la petulante vocina costruttiva, perché in quest’occasione mi è sembrata una buona consigliera.

L’idea è: compenserò ogni colpo della sfiga con qualcosa di buono.

Che so, pensavo di cambiare casa definitivamente ed è in atto una seconda bolla immobiliare? Conferenzina! Con esperti nel settore che aiutino a capire, e la speranza di reclutare tra il pubblico chi abbia i miei stessi problemi.

Mi hanno negato l’accesso a un secondo dottorato, per meno di un punto di media? Oh, io un dottorato già ce l’ho, vediamo se mi accettano così a collaborare col dipartimento. Magari faccio le stesse esperienze senza dover scrivere un’altra tesi.

La lezione privata mi slitta di un’ora perché l’alunna ha scordato le chiavi al lavoro? Fantastico! Anticipo il mio dopolavoro al Buenas Migas, con scone ripieno e bibita intrugliosa. Così dopo la lezione filo subito a casa, che piove pure.

Insomma, compensare i dispiaceri piccoli e grandi, vedere se dalle loro ceneri ricaviamo almeno lisciva, per lavare via la sfiga.

È una bella operazione da fare, sempre che si verifichi una condizione: accettare il dispiacere per il calcio in culo che è. Non cercare di sotterrarlo nella “compensazione” che ci siamo inventati. Altrimenti, invece di essere costruttivo, diventerà un’ossessione. Come la vendetta che possiamo covare contro un collega che è stato ingiusto con noi, una fidanzata che ci ha lasciati all’improvviso, un parente serpente che si sia “messo di traverso” in questioni ereditarie.

Perderemo anni a roderci per la giustizia che pretendiamo di ottenere (che è diverso dal riconoscerci vittime d’ingiustizia). Finiremo per procurarci vendette effimere che non compensano la perdita d’autostima, perché quella possiamo sanarla solo noi. Capendo che un colloquio andato male non ci rende degli incapaci, al massimo può spronarci a formarci di più. Che una rottura sentimentale ha più a che vedere con fattori esterni, che con quei quattro errori che in ogni caso, a partire da questo momento, tenteremo di non ripetere.

Quando cercheremo una compensazione, invece che una vendetta, potremo davvero ottenerla.

È quello che ho scoperto con la crisi che ha provocato la “svolta” un po’ niuegge a questo blog: il desiderio che lo schifo che stessi vivendo mi procurasse qualcosa in più dei due pantaloni di taglia “skinny” che adesso giacciono inutilizzati nell’armadio.

È un po’ come le maledizioni degli antichi dei greci: non possono essere cancellate, ma si possono controbilanciare con un dono.

Tiresia maledetto da Era non potrà mai recuperare la vista, ma grazie ad Apollo avrà il dono del vaticinio.

Ecco, io non ci ho mai visto meglio di quando ho smesso di esigere vendetta, e ho cominciato a  concedermi il perdono.

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Motivi che mi sono stati addotti negli ultimi tre mesi per escludermi da progetti, formazioni, cazzi e mazzi:

  • mancanza di metodo;
  • mancanza di preparazione;
  • scarsità di requisiti;
  • troppo entusiasmo.

Trovate l’intruso.

Ok, confesso: ho semplificato. Nell’ultima categoria ho riassunto una serie di considerazioni che in un caso sono state bonariamente liquidate come “eccessi emotivi”, e in un altro caso traducono una diffidenza dei miei esaminatori per il mio proposito di “aiutare gli altri”.

Mi chiedo se a rispondere “voglio fare la formazione per i soldi”, che sarebbe stata una bugia, non mi sarei attirata maggiori simpatie.

Perché le prime obiezioni sono serie. Posso essere d’accordo o meno sulla definizione di metodo, ma se un professionista sostiene che mi sia mancato nel redigere una tesi, una domanda me la devo fare. Stessa cosa dicasi per la mancanza di preparazione e di requisiti: è a discrezione dei formatori di una qualsiasi “impresa”, far entrare o meno una persona che finora abbia lavorato in altri ambiti.

Ma che le emozioni, l’entusiasmo, possano essere visti come qualcosa di negativo, di cui aver paura, mi sembra un problema grave.

Entusiasmo senza metodo è un disastro. Entusiasmo come attitudine di cui diffidare di per sé, rivela la prevalenza di un’idea di Ragione (ancora la Dea illuminista, ah, l’Illuminismo!) che niente riesce a scalfire, mentre credo non sia una bestemmia parlare d’irrazionalità come di un aspetto della vita umana, piuttosto che un peso da buttare fuori alla porta, perché rientri dalla finestra.

E allora, siccome le emozioni possono essere più complesse da gestire che una fredda dedizione metodica al lavoro, mettiamole da parte.

Parliamoci chiaro: io ho molto chiaro cosa voglia essere, e vado avanti così.

So che l’esclusione delle emozioni è un patto col diavolo che non porta neanche ai vantaggi sperati.

Allora mi chiedo: è questo che vogliamo? Un mondo lavorativo in cui anche l’entusiasmo soccomba alle logiche di profitto ed efficienza?

Io sono fuori dai giochi.

Voi, magari, potete ancora scegliere.

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La discussione finale del mio master mi ha dato l’onore di riguardare in faccia il mio tutor, eclissatosi durante l’intera stesura della tesi, introduzione a parte.

Vederlo lì in commissione a prendere bonariamente le distanze dai miei “eccessi emotivi” mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Sia per le critiche che posso muovere a me stessa (sapevo di non star dando il meglio e avrei potuto rimandare la consegna, in fondo lavoravo pure), sia perché un mondo umanistico che censuri le emozioni mi sembra una complessata parodia testosteronica di quello scientifico. So che pensarlo non aiuta a fare strada, d’altronde mi aveva avvertito anche il collega che avevo corrotto con una pizza perché “mi smussasse i toni”: a me piace molto il tuo stile, aveva detto, ma alle commissioni no, e lo sai. Ho corso il rischio e anche per questo ho preso 8. Per passare al dottorato ci voleva minimo 9. Pure sul sito del master invitano calorosamente a caricare le tesi “dal 9 in su”.

Ero tentata quindi di dare ragione a quei colleghi che avevano trovato il corso inutile e farraginoso, ma per fortuna mi sono accorta in tempo che rischiavo di commettere il loro stesso errore: dimenticare le lezioni che veramente mi hanno aiutata.

A conclusione di alcune riunioni tipo Alcolisti Anonimi (ma le dipendenze sono tante), ricorre una frase che mi è sempre piaciuta:

Trattenete quello che vi è stato utile dell’esperienza e lasciate andare ciò che non lo è stato.

Meicojoni, direte voi. Che però non lo fate mai. Siamo onesti, onestissimi, parola di scout: se un’esperienza si conclude male, quanto siamo propensi a buttar via anche i bei ricordi, in una scala da 1 a Clementine Kruczynski?

Eppure, “conservare il buono” potrebbe essere la chiave per ribaltare il risultato, e ricavare una svolta positiva proprio da “quella merda”.

Che spesso diventa merda solo col senno di poi, condizionata dal finale non proprio soddisfacente.

Un licenziamento in tronco, peraltro previsto dai contratti schifosi di oggi, ci fa buttare nella spazzatura anche la festa a sorpresa in ufficio, o il progetto affidatoci da un supervisore che certo non ci voleva fuori dai giochi.

Il fatto che una relazione evidentemente sbagliata si concluda con un terzo incomodo, invece che con una separazione pacifica, non dovrebbe cancellare anche quei due-tre momenti da salvare.

E ribadisco che non sono dettagli, che forse gli aspetti positivi che siamo così pronti a dimenticare sono le chiavi per ricavarci qualcosa di buono. Sono il mezzo per chiudere questo capitolo della nostra storia senza farci mangiare dal rancore (che a sua volta è il condimento preferito del tempo sprecato). Proprio in senso pratico.

Tra i prof. del master c’era un allievo di Claudio Guillén (mostro sacro della Letteratura comparata) che mi ha ricordato che la letteratura è soprattutto discorso, e che arricciare il naso per il Nobel a Bob Dylan dovrebbe avere più a che vedere con le stravaganze dell’Accademia (che da qualche anno sembra averci preso gusto a stupire) che con la pretesa di definire cosa sia letteratura.

Il suo insegnamento è stato davvero utile e, siccome consulterò il professore su come continuare il lavoro per conto mio, sarà anche il mio trampolino di lancio per ricavare qualcosa di buono da questo curioso master.

E non c’è niente di più facile che ricavare qualcosa di buono da ciò che già ci ha fatto bene una volta.

Perché, a parte i casi da invocazione alla Madonna di Pompei, c’è quasi sempre qualcosa che ci possa far bene nonostante la delusione, il dolore, lo smarrimento.

Basta permetterglielo.

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Omaggio ai ’90 di skuola.net

In spagnolo i bagagli emotivi indesiderati si chiamano anche “mochilas”, zaini. Non bisogna, dicono, “portare il peso degli zaini altrui”. O caricare troppo i propri.

L’altro giorno mi è piombato addosso un Invicta da versione di greco in prima liceo, vocabolario Rocci incluso. Ero a una specie di colloquio di formazione, in una società in cui bazzicavo da tempo. La mia prima esaminatrice, oltre alle ragionevoli considerazioni su mie reali mancanze, mi ha sciorinato con veemenza sospetta una serie di remore che sembravano avere molto più a che fare con la sua vita e i suoi dubbi, che con la mia reale situazione.

Fatto sta che il suo giudizio è stato determinante nella mia esclusione dal progetto. Ho scoperto dopo che pagavo la sua diffidenza verso la mia prima formatrice. Troppo tardi.

Nello stesso giorno, su una pagina che amministro, sono stata bersagliata dal sarcasmo gratuito di un misterioso filantropo che dà sempre consigli su come trovare alloggio a Barcellona (tramite lui, ovviamente), e insulta chi gli faccia concorrenza in generosità, magari davvero gratis. Bannato al primo accenno di minaccia (tipo un meme che verteva sul darmi fuoco, “e non è una battuta”). Il mondo è troppo piccolo per i traffichini.

Per me l’esaminatrice e questo poveretto sono due facce della stessa medaglia. Succede in famiglia, nelle relazioni e, manco a dirlo, sul lavoro: l’altra persona vede in noi chissà quale aspetto di sé, o appioppa a noi i suoi problemi. Oppure, più semplicemente, ci troviamo nel posto sbagliato mentre un iracondo sta scaricando sull’intero universo le sue frustrazioni.

In queste occasioni ci sentiamo delusi e un po’ traditi, anche quando abbiamo fatto i conti coi nostri reali demeriti personali.

Però mi sono salvata la giornata, in un modo che vi consiglio: ho ammesso da subito il mio dispiacere, con me stessa. Fateci caso: quando ci capita qualcosa di spiacevole il primo impulso è spesso di distrarci, non pensarci, magari sperando davvero di smussare un po’ il ricordo della brutta esperienza, se non di cancellarlo.

Mi succedeva da piccola quando sfogliavo un libro di medicina di mio padre e, tra le foto colorate di cellule tumorali (che per me erano solo cerchietti), appariva l’occasionale primo piano anatomico. Per fortuna non lo riuscivo a decifrare, ma lo correvo a “cancellare” immergendo la testa in un fumetto.

Adesso so che non è il metodo più efficace, anzi. Quello che ti spaventa, ti domina.

E allora ho passeggiato con questa sensazione d’ingiustizia e impotenza insieme, che pian piano andava prendendo corpo. Ho lasciato che la lenisse una sincera analisi delle mie personali mancanze, senza per questo negarmi la rabbia per aver pagato le conseguenze dei problemi altrui.

Man mano che ho fatto questo, ho sentito il peso alleggerirsi, a tratti svanire.

Pensate a quanto tempo mi abbia risparmiato l’operazione! La tristezza è lì comunque, che fingiamo di vederla o no, tanto vale non sprecare ore a nasconderla, affrontarla subito.

E saremo liberi di goderci tutto il resto.

Risultati immagini per felafel  C’era una napoletana, un pugliese e un marchigiano al ristorante.

No, niente barzellette, ma ero stata invitata coi due di cui sopra da una coppia di amici settentrionali (entrambi coi genitori di giù) che avevano aperto un locale e ci avevano lanciato il fatidico: “Veniteci a trovare, questo sabato!”.

Senza scomodare i divertenti cliché del Terrone fuori sede, il pugliese e io ci saremmo aspettati almeno uno sconto sulla cuenta, o qualche degustazione omaggio.

Invece avevamo dovuto sborsare l’esatto importo delle ordinazioni, a parte un chupito di quelli che a volte offrono perfino gli autoctoni.

Il “centroitalico” non capiva di che ci lamentassimo: pretendevamo che la gente lavorasse gratis per noi? Noi ammettevamo che la logica “io ti regalo la cena, così torni e mi fai pubblicità” nasconda uno scambio d’interessi reso più accettabile dall’assenza di denaro.

Nel dubbio, ripetevo che nessuno fosse mai morto di gentilezza.

Se al nostro dibattito antropologico si fosse aggiunto qualche spagnolo, sapete che avrebbe fatto? Con ogni probabilità, avrebbe sfottuto gli italianini e ricondotto il tutto al luogo comune più gettonato tra gli iberici: “State sempre a parlare di cibo”.

Non lo smentirò, perché ora cambio scenario ma non argomento. L’altra sera, infatti, spinta da una pioggia impossibile sulla Ronda di Sant Pau, mi ero finalmente addentrata in una tavola calda araba che mi aveva sempre incuriosito.

La vetrinetta che mi aveva accolto all’interno sembrava piuttosto incongruente con le foto dell’insegna, comunque ci avevo provato.

– Avete felafel?

– No – mi aveva spiegato un signore gentile. – Qui facciamo cucina algerina.

Ok. Felafel: non algerini.

– Allora vorrei del mutabbal [crema di melanzane simile alla melitzanosalata greca].

– No, no – aveva insistito il signore sorridente. – Qui facciamo cucina algerina.

– Scusi, ma il mutabbal lo sponsorizzate nell’insegna.

– Ah, no, quella era l’altra gestione.

A parte il fatto che non ci vuole niente a rimuovere un’insegna messa giusto sullo stipite, e ad altezza mia, ho dovuto riconsiderare le mie nozioni sulla cucina araba. E adesso vi coinvolgerò nella mia figura di merda.

Perché, come uno spagnolo ci chiamerebbe tutti italianini, e liquiderebbe le nostre differenze culturali con il comune parlare di cibo, spesso noialtri non abbiamo problemi a credere che gli algerini siano uguali ai libanesi, uguali a loro volta ai siriani e, già che ci siamo, ai turchi. Tutti costoro sono identici, che ve lo dico a fare, a pakistani e bengalesi, che possono essere musulmani tutta la vita senza mai aver visto un arabo o provato un felafel (infatti i più scadenti, per me, li offrono loro, assaggiate invece il naan). E liquideremmo le loro enormi differenze culturali con un “Sempre a parlare di religione, voi!”.

Allora perché siamo così pronti a sproloquiare sulle nostre differenze, su quelli del sud e del nord, e poi non capiamo che sono molto diversi anche gli altri? Lo sono anche gli “occidentali”, che andiamo mischiando tutti nello stesso calderone.

Vorrei presentarvi quella brasiliana che a una festa dichiarò: “Voi europee non sapete muovere i fianchi”. Parlava a me, a un’olandese, una svedese e una rumena. Europee a chi? (Comunque preferisco l’ondeggiare leggero della tammurriata allo scuotimento ossessivo di chiappe, ma so’ gusti).

Ma no, noi vediamo un solo Oriente, che a stento distinguiamo da un unico mondo arabo. Vediamo un solo velo, parola unica che descrive una ventina di modi di chiamarlo, con altrettante fogge e un diverso modo di usarlo (a proposito di “imposizioni”, lo sugaring che ci fanno pagare oro altro non è che una ceretta araba millenaria).

La varietà esiste solo tra Milano, Roma e Napoli, non tra Beirut, Tunisi e Karachi.

“Tutti uguali, voi italianini, sempre a parlare di cibo!”.

Ma come generalizzano, gli altri, quando gli stranieri siamo noi.