Nipponica #272 – Lady Oscar 40 (12): episodi 25-26 Antonio Genna Blog
Cioè, questa viene cresciuta come un uomo per volere del padre, si veste da donna per piacere a uno… Oooh, usciamo dal loop!

Nelle puntate precedenti, oltre a scoprire che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence, abbiamo lasciato le ragazze dell’entroterra campano, nell’A. D. duemilaequalcosa, separate come in due blocchi: quelle che, per ottenere rispetto, accettavano più o meno consciamente di entrare nel recinto delle ragazze, e magari ricorrevano a mille strategie per scavalcarlo senza farsi troppo male; quelle che si tuffavano a sacco di patate negli spazi tradizionalmente maschili, rinunciando ai vantaggi del recinto senza acquisire del tutto quelli dell’arena.

Cos’è successo dopo, secondo voi? Beh, tanto per cominciare è successo che siamo cresciute.

E ogni tanto le riconosco, “quelle dell’arena”: le ex ragazze che sono entrate in mondi popolati soprattutto da uomini, a patto di accettarne certe regole. E ne sono orgogliose: ti credo, è una faticaccia immane! La soddisfazione? Essere l’unica. Non sarai mai al vertice di tutto, ma cristo, sei l’unica! L’unico direttore con i capelli lunghi e biondi, l’unico ingegnere che tratta a tu per tu con gli operai anche dopo aver ricevuto il titolo ufficiale di Miss Culo del cantiere (tratto da una storia vera). Ma oh, almeno ti sei scappottata l’alternativa di essere considerata un cocktail esplosivo di ormoni, o una sfornapupi a orologeria. Fino al giorno in cui ti metti di traverso, oppure un pupo lo vuoi sfornare davvero.

Ma difendere la propria postazione, e tirarsela, è una tentazione che un sacco di ex ragazze che “sono state le prime/le uniche/tra le pochissime” sentono forte, proprio perché ci hanno buttato il sangue. Si sono sentite sminuite, derise, o sottovalutate perché nella radiolina a transistor che era l’identità di genere (vedi la seconda puntata), loro viaggiavano su frequenze diverse da quelle che si aspettavano i più. Per un compagno che mi osservava alla sbarra durante l’ora di ginnastica, io avevo “un fisico di merda”, però lo stesso compagno mi considerava una minaccia (benché meno di altri) nella sua triste gara annuale a chi avesse la media più alta. Perché sì, “andavo molto bene a scuola”, anche se per fortuna solo in italiano: la letteratura era comunque roba da donne. Quelle brave in scienze erano fottute, o erano salve da certi energumeni: come l’aspirante ingegnere che mi trovava preferibile a una studentessa di biologia, perché i ruoli ci vogliono. Ai nostri eventuali figli chi spiegava la matematica, la mamma?! Allora che speranze aveva un papà di farsi rispettare, visto che già non cucinava lui e non cambiava pannolini? A. D. 2004, signore e signori.

Dunque, sì: se fossi stata brava in scienze avrei avuto un diavolo per capello, altro che il gel profumato e gli occhialoni a piattaforma di atterraggio di Quelle che… il recinto.

Per fortuna o purtroppo, la cosa più stupida è sfottere queste ultime (che spesso io stessa, ahimé, trovavo ottuse o fifone) e sentirsi speciale perché tu sei nell’arena. La questione andrebbe piuttosto spostata su una domanda fondamentale: che ci fa, qui, quel recinto? Che bisogno ne abbiamo per sentirci protette?

Già vi sento: “Vabbè, sei la solita estremista! La sorella di mio cognato è bellissima e laureata in ingegneria aerospaziale, fa politica e sta con un compagno di movimento…”. Sì, avete ragione, e meno male. Si spera che in quasi vent’anni le cose siano migliorate molto. Però io ho migliorato la mia vita solo migrando, e conosco tante, qui a Barcellona, che magari si lamentano degli autoctoni che non saprebbero corteggiare (mentre io godo), ma poi sono felici di poter andare conciate come vogliono, oppure di passeggiare con un maggiore senso di sicurezza rispetto al posto in cui, come ammetteva un mio compagno di università, “se i miei vicini sono in strada con me e passa una, a volte mi sento giudicato male se non lancio uno sguardo malato anch’io”. Solo migrando mi sono resa conto appieno che questa terra di mezzo, in cui mi ero arruolata come non-uomo, era sì una soluzione alle restrizioni ancora imposte al mio genere, ma comunque non era una scelta molto sana per me. Per esempio, pure se ho molte riserve sull’umorismo iberico, di buono c’è che qui lo sfottò è solo uno dei tanti modi di scherzare, e non valica quasi mai i limiti della stronzaggine: se fanno commenti sul tuo fisico non la devi prendere sempre bene, col ricatto che “chi si offende scemo è” o con la possibilità di ricambiare lo sfottò (come se la pressione estetica fosse la stessa su donne e uomini). Qui è scemo chi offende, di solito, e questo fa tutta la differenza.

Vedete, la cool girl (o ragazza fica) ha un problema: non vince mai. Almeno non vince quella che per me è la battaglia più importante: l’equilibrio tra essere te stessa ed essere rispettata. La cool girl guadagna terreno, conquista spazi e si prende il diritto di parola, ma in cambio è chiamata a sacrificare, che lo voglia o no, i vantaggi di chi quegli spazi non se li prende e preferisce ripiegare su quella specie di aura sacrale che vede le donne come “il diverso“. Un diverso che nelle fantasie è “intoccabile” in più di un senso, perché toccare può essere ancora sinonimo di mancare di rispetto (pensate a “non starei mai con la sorella di un amico”). Le “vere donne” sono intelligenti, certo, ma proprio perché lo sono “non si perdono in battaglie inutili” (cioè, in quelle che non convengono al fidanzato). Sono quelle che possono sottoporti a delle “prove“, per sincerarsi del tuo interesse, e magari proibirti pure di avere delle amiche (ciao, sono la tipica “amica segreta” di compagni storici e colleghi di università). Peccato che lo facciano anche perché sono quelle che sanno che prima o poi rischiano le corna, in una società monogama in cui l’amore è possesso, ma gli uomini sono visti come queste bestie indomabili e, oh, “sappiamo come sono fatti”. A volte non si tratta neanche di cornificarle, le donne, ma di “tradirle” con una serata in pizzeria insieme ai “compagni”, magari con la partecipazione straordinaria di quella che ti lascia dire pucchiacca in sua presenza.

Sono grata al mio nuovo paese per avermi dato l’opportunità di essere me stessa fino in fondo. Sì, sono sicura che avrei potuto essere così anche in Italia, solo che lì non mi è capitato. Credo che possiamo far sì che capiti più spesso, specie decostruendo certe dinamiche di sessismo benevolo, per cui le donne sono “l’alterità”: basta con gli psichiatri vecchio stampo che infestano le televisioni, e basta anche con quefta falfa divifione tra puttane e spose, come cantava un gettonatissimo guru dei miei tempi: ovvero, la distinzione corpo-mente che, invece di emancipare le donne, le frega. Si presenta con un altro ricatto da smontare: l’unica condizione per realizzarti da un punto di vista intellettuale, è far sì che gli uomini del tuo ambiente dimentichino che hai un corpo. E invece no! Loro sono autorizzati a coniugare corpo e mente, tu pure possiedi entrambi, quiiindiii…

La strada sarà lunga, ma meno di quanto immaginiamo: abbiamo visto come certe sensibilità cambiano nello spazio di pochi anni, come per ondate improvvise.

Cavalchiamo questa, di ondata: la freschezza dei cambiamenti, che pure ravviso qua e là, è l’unica cosa “cool” che voglio ancora nella mia vita.

Llega al mercado «La rosa de Versalles» el manga en el que se basaba la  famosa serie de animación «Lady Oscar» – SALA DE PELIGRO

Arieccoci! Nell’ultimo episodio abbiamo assodato che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence. Adesso, per spiegare perché la ragazza fica sia una risposta comprensibile ma sbagliata al maschilismo, vi racconto della volta che mi misi la cravatta.

Ero l’unica donna di un’associazione culturale, in un paesone vicino al mio. Ero finita lì per un motivo nobilissimo e disinteressato: mi piaceva il tizio che mi aveva inserita. Anche se sembrava poco disposto a fa’ carte. Vabbè, intanto mi ero affezionata agli altri, che però non sapevano come trattarmi: ero femminista dichiarata, cioè, non mi mettevo scuorno. E allora? Un pomeriggio che organizzavamo una pizza, uno dei membri dell’associazione mi annunciò che stavolta, in pizzeria, “mi avrebbe trattata come una donna”. Fino a quel momento mi aveva dedicato un misto di cameratismo e curiosità. Per l’occasione, mi fregai la cravatta buona di papà e la indossai su una minigonna, completando il look con degli stivali. Sì, scusate, avevo vent’anni, e poi volevo sfottere questo qui. Che appena mi vide mi scoccò due baci e cominciò a omaggiarmi di una gentilezza diversa, che includeva addirittura qualche casto complimento. Ricambiai con un baciamano. Cominciai a sospettare che la distinzione di genere fosse come una radiolina a transistor: ti sintonizzavi su “uomo”, o su “donna”, ed era sempre la solita musica. Ma era più difficile trovare la mia frequenza, che un caro amico definiva scherzosamente come: “non-uomo”.

Adesso, a me di quell’associazione non piaceva solo il tizio che non mi cacava proprio. Mi piaceva un aspetto importante: potermi rapportare con delle persone che avessero le mie stesse aspirazioni politiche, ma senza adottare fin da subito quella manfrina, semiobbligatoria per le donne, di doversi “dare un contegno”. Per la mia personalità frenetica, la forma di protezione che offriva il “contegno” mi stava così stretta, che all’inizio ne vedevo solo gli svantaggi. Anche perché i vantaggi si riducevano a uno solo, benché importante: gli uomini non ti sfracellavano troppo le gonadi. Spesso, tuttavia, il contegno in questione veniva scambiato per presunzione, o per il classico “tirarsela”: credetemi, il più delle volte è paura di sbagliare in situazioni in cui l’eventualità è altissima. Dai troppa confidenza, e quello che ti sta gentilmente riaccompagnando a casa si fa strane idee, con conseguenze imprevedibili. Ne dai poca e, appunto, te la tiri. A ogni buon conto, le fanciulle del paese dove si trovava l’associazione si mettevano ‘sti occhiali da sole che sembravano piste d’atterraggio, e con quelli riuscivano a camminare senza scomporsi tra idioti che urlavano loro la qualunque: roba che in confronto, nella mia cittadina non proprio all’avanguardia, eravamo tutti reduci da un comizio di Angela Davis. Io a volte mi fermavo a “pigliare questione”, cioè a litigare di brutto con i molestatori, ed ero più, ehm, eclettica nel look, come avrete intuito. A volte, nelle collaborazioni con altre associazioni, mi incocciavo perfino con ragazze che erano simili a me, però magari guardavano storto uno che desse loro la precedenza alla porta (io mi limitavo al balletto sulla soglia, poi, se l’altro rifiutava, passavo).

Come dicevo, questo territorio ibrido in cui mi trovavo mi dava il vantaggio di non dover stemperare una parte di me. Tuttavia, prima o poi è inevitabile scoprire che fare la ragazza fica comporta un sacco di svantaggi. Questo libro, ad esempio, ne riporta un bel po’. Nel mio caso, il problema principale era la rinuncia al diritto di veto. Che era come un diritto di voto, ma al contrario. Le ragazze che si fidanzavano con i miei compagni di associazione si presentavano due o tre volte agli incontri, annusavano la situazione, poi sparivano. Allora venivano usate come scusa da questo o quel compagno per non “fare serata” con noi: a quel punto, la loro presunta intransigenza nell’accaparrarsi tutta l’attenzione del fidanzato le trasformava in creature strane e capricciose, da “tenere a bada”. Sembrava che l’intero rapporto dei miei compagni con loro fosse basato su questo: tenerle a bada, visto che capirle era una missione impossibile. Erano esseri lontani e profumati e ineffabili, che non erano fatti per restare “nel nostro ambiente”. Mica erano come me, mi sentivo ripetere. Mi sentivo anche confessare che era stato necessario difendermi da “certi commenti” di collaboratori esterni all’associazione. Fortuna che, tra questi ultimi, uno non me la mandava a dire: “Io glielo ripeto sempre, ai ragazzi: voi una femmina tenete, là dentro, ed è così! Ehi, ma mica ti sei offesa, per caso?”. Era “un ragazzo dolcissimo”, mi assicuravano gli altri: a volte diceva cose un po’ particolari, ma poi era il primo a pentirsene. Ah, beh, allora. Allora, tutt’a un tratto, mi sembrava di capire le altre ragazze che si auto-recludevano, o almeno intuivo finalmente perché lo facessero.

Loro mi sembravano aver scelto la sponda opposta alla mia, nell’aut aut tra “femmina” e non-uomo: si chiudevano in un mondo in cui i loro passi erano letteralmente limitati (io ero l’unica che usasse l’auto anche di sera, per più di un motivo), ma in cui, “almeno”, venivano rispettate. Se ti metti da sola nel “recinto delle ragazze”, come lo chiama Vichi di Casapound, nessuno ti tocca.

Dai, mi fermo qui. In questa situazione fantastica in cui i compagnelli miei potevano spostarsi a piacimento, dire ciò che volevano e sintonizzarsi sulle donne a onde alterne, mentre le ragazze o stavano nel recinto dell’alterità o diventavano non-uomini: acquisivano cioè tutti gli oneri degli uomini, senza averne anche gli onori.

Riusciranno le nostre eroine a trovare una loro dimensione, invece di confrontarsi al di qua e al di là di una staccionata?

Lo scopriremo nell’ultima puntata!

Ma chi, io? No, non nel senso che ero bona (che pure, voglio dire… ok, la pianto), solo che da giovinetta assumevo le caratteristiche che oggi, nei paesi anglosassoni, si attribuiscono alla Cool Girl. Quella che “non è come le altre”, perché con lei un uomo si può rilassare, può dire quello che vuole, può anche “mancarle di rispetto”, tanto lei gli renderà pan per focaccia. In fondo siamo tutti uguali, no? Siamo tutti persone! Cioè, avete presente Jennifer Lawrence? Ecco, ero io! In spirito, dico. Ero J.Law senza il fisico di J.Law. Tutto chiaro, mi sembra!

Non voglio ingannarvi: prima di entrare nel merito su come fossi diventata una ragazza fica, in questo post spiegherò soprattutto quali fossero le alternative possibili, e perché le ho scartate.

Potevo, tipo, essere una ragazza “come le altre”. Ma il modello di donna che mi veniva presentato era a-tro-ce. Non per ciò che facesse: lavare, stirare, accudire i figli, e fare queste tre cose anche se lavorava fuori casa come il marito (ma le cameriere in paese costavano anche cinquemila lire l’ora, voglio dire…). Il problema era l’atteggiamento che accompagnava tutto questo. Capricciosa, debole, isterica, umorale, gentile ma con riserva, bisbetica, smorfiosa… Ma che davero? E soprattutto, care ex bambine, ci rendiamo conto che quando ci insegnano cosa pensare delle donne non siamo ancora donne? A me sembra un dettaglio da non sottovalutare, perché almeno io non riuscivo a identificarmi del tutto con la categoria che mi insegnavano a schifare almeno un pochetto… Per dire, il termine “pettegola” lo imparai a una festicciola di compleanno, perché una bambina lo gridava a un’altra: la stessa bambina, in un primo momento, era venuta da me a protestare perché “non le pareva educato che in mezzo a tanta gente me ne stessi in disparte a leggere un libro fregato alla festeggiata”. Tutta la mia vita, presentata davanti a me in due minuti.

Ma niente da fare: anche a ribellarmi, il modello mi rimbalzava contro, tipo boomerang. La gente dava per scontato che anche io fossi fatta “in un certo modo”: dunque, se sfogliavo una rivista per bambini in sagrestia con un’amichetta del catechismo, per il diacono stavamo facendo sciocchezze, e avremmo dovuto piuttosto andare a sentire la messa. A scuola i maschi erano assurdi, si lanciavano oggetti durante la lezione, spostavano banchi, bestemmiavano nella lingua proibita a noialtre, “ma non tanto a loro” (cioè, il napoletano), ma appena le ragazze si mettevano a bisbigliare tra loro… “Sembrate le oche del Campidoglio!” tuonava una prof. che fumava in classe. Quelli che prendevano voti più alti erano i ragazzi bravi in scienze: era il modello che piaceva a quasi tutte le prof., anche a quelle di materie umanistiche. Alcune, posso dirlo? Sembravano perfino un po’ intimidite dalla figura del secchione.

Per le ragazze c’era una via d’uscita: essere bone. Ma era comunque difficile, che lo si fosse o no secondo gli standard dell’epoca. Se si era bone, a volte bastava essere circondate da ragazzi, a una festa, per essere nominate ufficialmente ‘na zoccola. Se non lo si era, si diventava un premio di consolazione, un ripiego per le attenzioni altrui: perché mentre i ragazzi avevano i videogiochi o la musica nerd, calamitare la loro attenzione era presentato da pubblicità, riviste, perfino letteratura per ragazzi, come la missione di vita delle ragazze. Quanto ai requisiti per la bonazzaggine… oh, adesso magari si porterà Gigi Hadid pure alla Sanità, ma allora la famme ‘e guerra doveva ancora aleggiare, perché il modello di bellezza femminile restava questo:

Abbracci e pop corn: Signori si nasce

In caso ve lo chiedeste: sì, il modello di bellezza maschile era sempre quello a destra. Cioè, una somiglianza con Dylan di Beverly Hills era sempre auspicabile, e mai necessaria: se eri rappresentante di istituto, per esempio, te la scappottavi, e così se eri quello simpatico che era popolare tra tutti. Quanto alla brunona mediterranea: il mio bisnonno era chiamato “l’austriaco”, quindi fate voi. Ma niente paura! Cresciuta con le migliori intenzioni nella retorica del merito, pensavo di poter ottenere tutto, se mi fossi impegnata abbastanza. Dunque, se non ottenevo qualcosa, non mi ero impegnata abbastanza. Il modello di bellezza a cui mi ispiravo per l’occasione era questo:

Claudia Schiffer, 50 anni in 50 look cult della top delle top più bella del  reame

Per chi non mi conoscesse dal vivo: ci sono riuscita! Sì, a volte ancora mi confondono con Claudia, per strada. Per tutti gli altri, giuro che ho quasi finito con le sciocchezze: no perché, per la gioia del diacono di cui sopra, poi non sono più andata a messa, ma in compenso ho continuato a cazzeggiare, e pure a leggere.

Nel prossimo post vi giuro che sarò (quasi) seria: voglio solo spiegare perché il modello della compagnona simpatica è stato per tante ragazze una pezza a colori rispetto alle imposizioni di cui sopra, ma poi ci si è ritorto contro come un boomerang.

Ma a questo punto vi ho già fatto una testa tanta, quindi usiamo questa come premessa, e ci vediamo lunedì!

Circola questa voce che mi state un po’ sul culo.

Sì, insomma, che sono ipercritica e dopo un po’ mi stanco di tutto e tutti: pagine di attivismo, filosofi femministi (?)… So che dormirete sonni tranquilli adesso che smentisco, ma non ringraziatemi troppo, eh! È che ho sviluppato una profondissima filosofia di vita in seguito a questa crisi qua, originata da un uomo che mi preferiva la sua lavatrice. La mia filosofia è in realtà una domanda: “Quanto tempo devo perdere in questioni che non mi piacciono, né mi aiutano in nulla?”.

Perché, scusate, è venuto il momento di dare di nuovo un prezzo al tempo. Vedo che qua svicoliamo: il lavoro della mamma non ha prezzo, il tempo impiegato ad amare non è mai sprecato… Ma un par de ciufoli! Saranno i quaranta ormai arrivati (ricordate la scena di Nanni Moretti sugli anni che rimangono da vivere?), però sul serio: in una società che dà un prezzo a tutto, è un po’ sospetto non darlo proprio al bene più prezioso e più facile da sprecare, o da esigere da una categoria a caso. Dunque, io al tempo non solo metto il cartellino del prezzo, ma ci calcolo anche l’IVA, e già che ci sono stabilisco pure i (pochi e circoscritti) saldi.

Per questo a volte mi spiace che il femminismo italiano si ponga solo ora questioni che, qui dove vivo e anche altrove, hanno pure suscitato la formazione di progetti e comitati. Allora evito di leggere millemila commenti paternalistici di donne bianche con titoli di studio, che spiegano che “i problemi sono ben altri” (i loro). Piuttosto, mi metto a cercare un articolo che possa poi tradurre dallo spagnolo, o dal catalano, o dall’inglese, scritto da chi riflette sulla cosa da un po’ più di tempo, magari a partire da considerazioni intersezionali. Oppure, che so, avete altre idee per me? Cosa posso fare nel mio piccolo, per aiutare? Perché a questo punto scatta la selezione del tempo.

È una realtà drammatica nell’attivismo. Ho voglia a scrivere ventimila articoli accademici, spunterà sempre il pezzo di una stagista che su un giornale online si chiederà: “Dove sono le donne italiane che scrivono di Genere?”. E allora capisco che non ci legge nessuno, non arriviamo a un pubblico non specializzato. Perfetto. Allora faccio un podcast? Un post su Instagram? Metto la pulce nell’orecchio a Unaelle su qualche altra lotta che bolla in pentola in terre iberiche? Magari lei ci fa il lavoro fantastico che già sta svolgendo sulla pressione estetica… A volte ho sprecato anni interi, un’ora qui e un’ora là, a curare progetti interdipartimentali che si sono risolti in un seminario con trenta persone, e poi tutti al ristorante. Ammesso che offrisse il dipartimento (campa cavallo), vedete anche voi che le ore perse a sbattere la testa sul dibbbattito in questione non sono compensate da una paella, e dai complimenti di chi certe cose le sapeva già.

E allora che si fa? Ormai io ho trovato la mia risposta: si va per sottrazione. Quante ore ha la giornata? Ventiquattro. Che cosa potrei fare nella mezz’ora che sto per perdere in un “progetto culturale” che arricchisce solo chi mi ha convocata perché ci so fare? Quante esperienze utili mi sta precludendo la discussione con qualcuno che non crede alla dipendenza economica delle donne? In caso vogliate prendere spunto anche voi, ecco qui sotto alcuni suggerimenti per sottrarre questa mezz’ora a ciò che ve la sta rubando.

  • Ci ho messo una mezz’oretta a tradurre questa intervista sull’amore romantico, che almeno nella sua versione spagnola è circolata a lungo in ambienti anche non femministi.
  • Mi è piaciuto La città dei vivi di Nicola Lagioia: l’ostinazione dell’autore nella ricerca di un senso è speculare alla mia risoluzione di non perderci più *indovinate cosa*. Ebbene, i capitoli sono brevi: in mezz’ora ne leggo due o tre.
  • Davvero mi sono persa due stagioni di Homeland? Forse avevo deciso, dopo la quattro, che non c’era più da perderci troppo *indovinate cosa*: a volte si sbaglia pure a valutare, eh!
  • Va bene che adesso ho altre priorità, però due fettuccine a mano, ogni tanto…
  • Se acchiappo il compagno di quarantena tra una spedizione in biblioteca e un’altra, mezz’ora non basterebbe! (*Inforca occhiali da sole, mentre parte una versione di You can leave your hat on suonata con le pernacchie*)

Però, oh, sono gusti. Se volete regalare il tempo, elargitelo a piene mani! Ma i regali si fanno nelle occasioni speciali, e dice che contengono uno spirito che per gli antropologi si chiama Hau, ma in realtà si può tradurre come Pietro: quello sì che deve da ritorna’.

Che succede con chi il tempo lo regala a noi, con sospettosa solerzia e senza nessun apparente tornaconto? Ma che bello, meno male che esiste gente così! Però, attenzione a riconoscere questa gente da chi pensa che un certo tipo di tornaconto per il “tempo investito su di noi” sia un passaggio obbligato: ripassate in questo pratico dizionario il concetto di nice guy. A questo proposito, vorrei concludere con il pensiero poetico di un giornalista napoletano, incontrato per caso a un evento culturale:

“Sostengono che non si debba ispezionare la cavità orale di un equino che ci venga presentato in omaggio. Purtuttavia, io ritengo opportuna addirittura una controllatina all’orifizio anale”.

Ok, chi voglio imbrogliare? In realtà il signore l’ha detta così:

“Dice che a caval donato nun se guarda ‘a vocca. Io invece ce guardo pure ‘o fetillo.”

(Lo so, sono scontata.)

Whole Roasted Cauliflower with Tahini Sauce - Cooking Journey Blog

After the sort of winters we have had to endure recently, the spring does seem miraculous, because it has become gradually harder and harder to believe that it is actually going to happen.

George Orwell, Some Thoughts on the Common Toad

La ricerca di novità in questi giorni grigi porta a fenomeni curiosi.

Mercoledì scorso ho ordinato un pranzo a domicilio solo per me, per la prima volta in vita mia: il fatto è che questa pagina offriva nel menù del giovedì una versione vegana dello stufato di verdure in salsa d’arachidi. Erano anni che non mangiavo questo delizioso piatto africano! Quella sera ero uscita tardi per la mia passeggiata quotidiana, così avevo deciso di risolvere la cena per due (è tornato a casa il compagno di quarantena, ma sta sempre in biblioteca) lasciando in forno un altro piatto che adoro: cavolo intero arrosto! Semplice, geniale, e mai preparato prima. Quante sorpresone nella mia vita! Poi in strada mi sono ricordata: cosa c’era nel menù della mia consegna a domicilio per il giorno dopo? Lo stufato di verdure, certo, ma come antipasto? Oddio, cavolo al forno! Tagliato in tanti pezzetti da pucciare in una salsina all’aneto, ma poco cambiava.

Cioè, una volta che faccio quella vulcanica (seh) che cambia la routine, finisco per ripetermi in questo modo! Per fortuna o purtroppo, l’ultima volta avevo avuto la magnifica idea di pulire la pirofila in silicone con il detergente per i piatti, quindi il mio cavolo era quasi immangiabile, e quello a domicilio delizioso.

Utilizzo quest’aneddoto cretino per considerare il paradosso di questi giorni: quel misto di ordinarietà e novità che possiamo cercare nella primavera, dopo un anno senza viverla appieno. Come dice George Orwell in questo saggio sui rospi, la primavera sembra sempre un miracolo, e invece si ripete ogni anno, in qualsiasi circostanza.

Con in testa questo contrasto tra ordinario e straordinErio (scusate, sono vecchia, dovevo citare Arrighe), sono approdata a una certa puntata della settima stagione di Homeland… Niente paura, non vi spoilero la scena che mi ha colpito, anche perché in fondo è un riassunto del rapporto tra Carrie, la protagonista geniale e bipolare, e la sorella Maggie, una sobria dottoressa con grande senso pratico. Vi racconto solo la parte in cui Maggie confessa a sua sorella quanto la invidiasse ai tempi dell’infanzia: Carrie la sorellina brillante, tutta genio e sregolatezza. Maggie, invece, era quella quadrata, la sorella stabile. Ma la stabilità, rivendica la Maggie adulta, ha i suoi vantaggi: una casa, una famiglia, appoggio e sicurezza. La prima parte di questo discorso, che non posso raccontarvi del tutto, sembrava quasi rinfacciare a Carrie la sua singolarità, il lavoro di spia che, per Maggie, si rivelerebbe inconciliabile con una vita stabile: ascoltando mi sono chiesta se James Bond, per esempio, si sarebbe mai visto recriminare con tanta sfacciataggine di essere un disastro nella vita privata. Questo sì che è uno spoiler: manco per il cazzo. Di buono in tutta la scena c’è che Maggie rivendica la sua vita “ordinaria”, valida quanto quella straordinaria della sorella.

Ok, ma… Perché deve essere sempre un aut aut? Dai che è quasi scontato: o sei Superman, o sei Clark Kent. A incarnare entrambi c’è riuscito solo uno. A pensar male, poi, c’è da ritenere che per Maggie le donne o sono brillanti o sono stabili: alle prime tanti auguri, ma dicessero addio all’idea di una famiglia. Stando così i termini, scusate, ma mio padre chiederebbe: “È una minaccia o una promessa?”. E no, la storia di “conciliare tutto” non è una soluzione ma un ricatto morale, che di solito non coniuga brillantezza e stabilità, ma concilia un salario precario con tanto lavoro di cura gratis.

E allora, cerchiamo una reale fusione, una crasi tra ordinario e straordinario. Non guardate me per la ricetta, che non sono buona neanche a fare il cavolo al forno! Dico solo: proviamo a trovare la nostra via personale ai “miracoli che si ripetono”.

La primavera, per esempio, ci riesce benissimo.

So long as you are not actually ill, hungry, frightened or immured in a prison or a holiday camp, Spring is still Spring. 

Sempre George Orwell, quello scurnacchiato

Immagini Stock - Rami Secchi E Piante Secchi Su Sfondo Bianco. Aspetto  Vintage Retrò Aspetto Retrò Image 77670409.

Vi capita mai, in questo fiorire imperterrito di fronde che non sanno niente di pandemie, di pensare ad altri rami? Mi riferisco a certe appendici che una volta spuntavano qua e là nella nostra vita, ma che adesso non sembrano affatto fiorire, anzi: sulla loro “fecondità” nutriamo più di un dubbio.

Quando la vita segue un corso preciso, che a volte ci tracciamo noi e altre subiamo, finiamo a contatto con persone che, ben presto, si rivelano dei perfetti intrusi. Non sappiamo più che ci facciano nella nostra rubrica, o nei contatti Instagram, o dall’altra parte di un tavolino, quando addirittura capitiamo a berci insieme un caffè.

A volte sono “presenti giustificati”, nel senso che in un altro momento della nostra vita avevano tutte le ragioni per essere lì: compagne di scuola, vicini di vecchia data, gente conosciuta in periodi di transizione, o nei numerosi imprevisti che ci può riservare la nostra giornata. Altre volte boh, sono incidenti di percorso: il collega insegnante che durante il nostro tirocinio era simpatico e disponibile, e poi, se lo invitiamo al take-away in pausa pranzo, se ne esce con una battuta mica tanto scherzosa su quanto odi i cinesi.

La pandemia, dicevo altrove, mi ha insegnato le mie priorità. Una di queste è fare ciò che voglio del mio tempo, nei limiti del possibile. Il mio nuovo mondo forse è qui per restare, o magari si raggiusterà ancora alla fine di tutto. Le persone, invece, non devono restare per forza. Intendiamoci, non sto parlando di interrompere amicizie che durano da trent’anni, oppure di fare una brutta faccia alla segretaria d’ufficio che adesso vediamo solo al di là di uno schermo. Dico solo che possiamo desiderare il meglio a certa gente che non c’entra niente con la nostra vita di adesso, e allo stesso tempo desiderare di non doverci avere più tanto a che fare, che spesso sarà un sollievo per entrambi.

È opportunismo, pensarla così? A me sembra opportunista il contrario: abituarci a qualcuno è più facile che tagliarci i ponti, è un lavoro a bassa manutenzione che, però, sfianca sul lungo termine.

E poi, non si se vi capita, ma i motivi urgenti che ci spingevano a “mantenere il contatto”, i presunti benefici reciproci, non hanno quasi mai resistito alla prova della pandemia: quell’attività di volontariato faceva più bene ai senzatetto, o ai nordici annoiati che si sentivano eroi per un fine settimana? L’associazione culturale che diventa la succursale di un partito, quanto merita i nostri sforzi? La pagina goliardica sui social vale tanto sforzo di moderazione, se poi prova a lucrare sugli utenti?

Naaah.

Dai che è quasi primavera: armatevi come me di cesoie, accette virtuali, quello che ve pare. Già sapete.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’ultimo anno, o almeno credo, è l’arte di scoprire sotto quali rami conviene ripararci.

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Mettiamo le cose in chiaro: nessuno tiene più di me alla salute dei bidoni della monnezza.

Ritengo solo che, a piangere quelli e lanciare strali contro i cento che li bruciano, ci stiamo perdendo un po’ il punto della questione, cioè le migliaia di manifestanti che chiedono libertà di espressione. Ma il mio amore per quei bidoncini gialli, azzurri e verdi (pensati per riciclare plastica, carta e vetro) è al di sopra di ogni sospetto! Forse per credermi dovreste viverci voi, a venti metri dalla stazione della Polizia Nazionale: finiscono qui quasi tutte le manifestazioni che, da oltre una settimana, si tengono a Barcellona per la scarcerazione di Pablo Hasél. Indi per cui: io la spazzatura non la posso buttare. Hai voglia a fare i chilometri, hanno tolto i cassonetti dappertutto! Dovrei sconfinare in altri quartieri. Per fortuna, umido e indifferenziato li prelevano sotto casa ogni sera, dopo le otto. Ma, per esempio, in cucina mi si è formato un sacco enorme di bottiglie vuote: ancora il cava del mio compleanno e, soprattutto, la mia cola preferita, che ormai ordino a domicilio perché ne bevo a litri. E no, non è prevista la restituzione dei vuoti.

Tra i miei amici, quelli del Barricata Fan Club ci provano pure: “Ehi, se vuoi te lo trasporto io, il sacco: in mancanza di bidoni lo puoi sempre lasciare giù… Dev’essere pesante, e poi ingombra…”. E io: “Nun ce prova’!”. Quando guardo le dirette de La Vanguardia per scoprire cosa sta succedendo dietro l’angolo, mi verrebbe un coccolone a scorgere, tra le bottiglie lanciate contro gli scudi antisommossa, un’improbabile pioggia di Mate Cola: che tutto il quartiere si renda conto a un tratto di quanto sia infinitamente più buona dell’equivalente mericano? Nah. Sgamerebbero subito la, ehm, fonte originale.

Aneddoti scemi a parte, seguitemi per queste e altre amenità sulla Barcellona dei conflitti sociali! No, sul serio, tra un po’ pubblico un’intervista interessante. Intanto, no comment (*inforca gli occhiali da sole che no, ancora non si è comprata*): tutto quello che ancora c’è da dire l’ho già espresso in quest’articolo, pubblicato da Resistenza Civile. Sì, confesso che oggi ci ho da fa’, che preparo un manoscritto per questo concorso, e il pippone che vi ho appena scodellato era un invito più o meno subdolo a leggervi l’articolo. Già che ci siete, date una bella occhiata anche al resto della rivista, che è fatta bene!

No, dai, qui il messaggio più ovvio e trascurato di tutti è: la vita è questione di prospettive. E noi esseri umani tendiamo spesso a soffermarci sui dettagli inquietanti, così ci perdiamo la visione d’insieme.

Ok, la smetto con le pillole di saggezza e vi saluto con le mie bollicine (di cola): alla prossima!

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Ecco, più o meno finisce così.

Come l’italiano strafatto che scorrazza per la Ronda de Sant Antoni con addosso un paio di tette finte: pure piccole, considerando la nazionalità del popputo (appena una sesta). Come i suoi amici che esibiscono dei locks in stile giamaicano, in tempi in cui il dibattito sull’appropriazione culturale è giunto perfino in Italia. Come questi tre che fanno più casino loro di tutti i coetanei che invece sono alla manifestazione per la liberazione di Pablo Hasél, a poche decine di metri da lì.

Così mi sento io: fuori contesto. Mi ci sento quando leggo tutti quegli articoli accusatori sull’assenza di donne di sinistra (perché il PD è sinistra, capito?) in questo governo di salvezza nazionale che sta facendo rimpiangere i draghi di Daenerys.

Sì, lo so, ho già parlato dell’alienazione di una che ormai si sente più europea che altro, con tutte le controindicazioni del caso: così ho pensato a una terapia d’urto. Mi sono messa a farmi i fatti delle altre. Che succede in Europa? Cose simili all’Italia, ma in contesti più femministi.

Su Píkara Magazine ho trovato un podcast con l’intervista a Mireia Vehí, deputata della Cup: la sinistra radicale indipendentista. Ve ne parafraso qualche stralcio, ma se avete un’oretta e capite lo spagnolo, ascoltate l’originale.

Gli uomini usano la violenza per limitare l’attività politica delle donne. Senza pensare ai numerosi casi nel mondo di donne politiche assassinate, nei paesi europei ci sono forme comunque efficaci per annullarne l’autorità.

La violenza verso le donne che fanno politica si inscrive nel contesto delle violenze e discriminazioni connaturate al mondo politico, che nel caso specifico delle politiche donne assume molte forme: screditare il loro lavoro, attaccare il loro aspetto fisico, e utilizzare qualsiasi mezzo per annullare “la rivale in più” nella lotta per il potere. Ovvio che i mezzi usati contro le donne siano vincolati con la discriminazione di genere: perché l’obiettivo è puntare alla giugulare con tutti i mezzi che possano funzionare. E la discriminazione di genere, banalmente, funziona.

Gli attacchi alle donne della Cup sono simili a quelli destinati ad altre donne politiche femministe: quelle di Bildu e altri movimenti indipendentisti di estrema sinistra. Nei momenti più duri della politica catalana, la forma più efficace di opposizione alla Cup era insultarne le donne. Perché? Perché il parlamento è stato, fino a tempi recentissimi, un posto abitato da uomini e dunque “pensato” per uomini, cioè costruito intorno a forme di aggregazione e giochi di potere al servizio della mascolinità tradizionale. Per Vehí i sintomi di questo sono: l’ossessione per il leader unico, per l’uomo forte che “organizzi” tutti gli altri (finché non si arriva a potergli fare lo sgambetto, aggiungo io); discorsi molto lunghi e retorici volti a coprire il poco lavoro che in realtà si sta facendo (un lavoro mirato, aggiungerei, soprattutto a dare un contentino agli elettori); i rapporti clientelari. Su questi dico una parolina io: sono alleanze decennali, spesso ereditarie, fondate su criteri che non seguono altre logiche che quelle di potere. Dinastie familiari che si palleggiano privilegi e contatti, agganci con l’alta finanza, trasformismi assortiti quando tutto va male. Le reti che si creano in questo modo si tramandano con criteri variegati, spesso seguendo banali rapporti di parentela. Ma credete che chi ha costruito la ragnatela, o chi se le ritrova in dotazione, la condivida all’improvviso con categorie che si affacciano al potere solo adesso?

Se, come argomenta Silvia Claveria, la rappresentanza delle donne in tempi recenti è appannaggio dei partiti di sinistra (mica del PD!), anche in questi ultimi non mancano i giochi di potere di cui sopra (e scatta il grazie al ca’, da intendersi qui in senso letterale). Dunque, il trattamento che questi partiti riservano alle donne non ha niente a che vedere con le ideologie ed è tutto finalizzato a mantenere il bacino di voti o la poltrona, o comunque la pagnotta. Il messaggio alle donne diventa: “Sappi che i tempi sono cambiati e tocca farti spazio, ma questa è casa nostra“. E la prima “a”, in “cAsa nostra”, nel caso italiano la metto giusto perché sono un’inguaribile ottimista.

In conclusione: nel gioco di potere della politica, chiunque non sia di casa deve entrare in punta di piedi, e solo per leccare i piedi altrui. Se c’è un qualsiasi mezzo per escludere questa persona dal potere si userà (si pensi alla storia per cui “l’America non era pronta per un presidente nero”). Nel caso della Cup descritta da Vehí, c’è il body shaming figlio della pressione estetica: non vi mando i tremila articoli acchiappaclick sulle ascelle non depilate delle deputate di sinistra e sul loro look “antisistema”.

Come dice Vehí, c’è il colpo di scena (e questa me l’ha raccontata anche un’amica politologa): gli stessi deputati che ti chiamano letteralmente “strega” alla Camera, ti fanno gli occhi dolci o le avances in privato. Sono cresciuti così, il maschilismo non è appannaggio di un fascista navigato di cinquanta o sessant’anni. Un politico italiano “progressista”, in visita a Barcellona, parlava in mia presenza di “quel femminismo esagerato, sapete?”, e non mi credeva quando gli spiegavo che “femminismo esagerato” era un ossimoro.

Insomma: in una sacca di potere come può essere un partito politico o il parlamento, l’obiettivo di chi il potere ce l’ha è colpire sotto la cintur… ehm, dove fa più male, per assicurarsi di non dover condividere neanche un’oncia dei propri privilegi. Come si fa, se la potenziale avversaria è donna? Si usano gli stessi metodi di marginalizzazione che conosciamo in altri ambiti! Con il messaggio di sempre:

“Questo non è uno spazio per te”.

Quante volte l’abbiamo sentito o almeno percepito? E secondo me in Italia non capiamo che non serve a niente colpevolizzare le vittime. La nostra prima reazione di fronte a questa faccenda è: “Sono le donne politiche italiane a non prendersi lo spazio!”. Temo sia un modo riduttivo e poco realistico di affrontare la questione su chi arrivi a comandare nella nostra società.

Ci torneremo.

Della strage di tombini a Barcellona scriverò qui, visto che a certa gente importa più la monnezza della libertà di espressione. Poi vabbè, c’è chi perde un occhio per i proiettili sparati ad altezza d’uomo (stavolta, di donna). Ma “chissà cosa stava facendo quella lì perché succedesse”: una volta lo pensavo anch’io, finché non ho conosciuto Nicola e finché non hanno sparato a me, mentre me ne stavo spalmata contro un muro, in attesa che finisse il casino.

Ma adesso parliamo d’altro! Oggi sono in modalità imbonitrice, stile Veronika di Lucia Ocone.

(*Improbabile accento romano*) Amica del blog, amico di WordPress, amico romantico e amica decostruttrice! Oggi la tua Maria ti porta un’invenzione fresca di stampa: La camera blu! Ecco il suo ultimissimo numero, il 23 (e quale potevo coordinare, io?), curato dalla sottoscritta e da due studiose vere, che sanno di cosa parlano. Questo è tutto femminismo cotto a legna! (Tanta legna, troppa legna: chiedete un po’ alle streghe di Silvia Federici.) In questo numero analizziamo il Romanticismo: credete che ‘sti metodi di decostruzione se li semo ‘nventati noi? Seh, lallero!

Anche se… La prima parte del numero è dedicata a un Romanticismo che ci piace: una forza nuova che a partire dal XIX secolo spinge donne prima silenti a compiere imprese mai viste, almeno così de botto. Vedete un po’ che ha il coraggio di fare Enrichetta Di Lorenzo, nel primo articolo della rivista! Dimenticatevi le relazioni borghesi dell’Ottocento da avere in segreto, una volta assicurata la progenie al marito che ti ha scelto mammà. Enrichetta invece (*musica di suspense*) fugge con Carlo Pisacane! Si ribella! Si imbarca per Livorno con un’arma per togliersi la vita, se la sgamano. E poi fa il ’48, tanto per non perdersi niente. È una delle eroine dimenticate del Risorgimento italiano, quel pasticciaccio che idealizziamo assai e non guardiamo mai bene in faccia. Ma, come dice Tommasi di Lampedusa a proposito di una sua eroina ambigua: “molte dovevano essere le persone che di questo lavorio critico non furono capaci mai”.

Infatti, che è successo poi al Romanticismo? Ha perso la maiuscola ed è diventato ‘sta roba che conosciamo oggi. Come ha fatto una filosofia che ha spinto le donne a un nuovo protagonismo, che le ha convinte a ribellarsi nei limiti dell’epoca per acquistare un minimo di voce sul loro destino, a diventare una canzone di Gigi D’Alessio?

Amica, lettrice del blog, non stiamo parlando del “tubo” di Baci Perugina! Quello mangialo e “fanne salute”, come avrebbe detto mia zia (a quando la versione vegana?). La questione sono le problematicità che la coordinatrice cilena della rivista mi aveva già elencato in questa intervista, e che questo nuovo lavoro insieme cerca di approfondire. Per citare la web, i cinque articoli della rivista incentrati sull’argomento provano ad analizzare in che modo “il Romanticismo, movimento, se pur contraddittoriamente, anti-patriarcale nelle sue origini sette-ottocentesche, sia stato poi ‘normalizzato’ all’epoca delle politiche capitaliste e nazionaliste della seconda metà del XIX secolo, fino a divenire uno strumento culturale funzionale alla subordinazione delle donne, allo sfruttamento del loro lavoro di cura, e alla legittimazione della violenza maschile”.

Già, che è successo, amica del blog, amico di WordPress? Forse c’entra qualcosa il fatto che l’articolo della sottoscritta sul poliamore (scritto con uno studioso che sa di cosa parla) non abbia trovato abbastanza referenti in Italia per la peer review, finendo così in una rubrica. Il poliamore in Italia non solo è semisconosciuto come oggetto di ricerca, ma non sembra essere ben accetto, quindi approfittate della prima traduzione italiana di un’opera di Brigitte Vasallo, la studiosa catalana che parla di terrore poliamoroso. Non è un caso che la prima diffusione massiccia dell’argomento sui social sia stata opera di Freeda (madonna mia). Poi la sua portavoce è stata attaccata al punto da farsi un canale tutto suo. E non è neanche un caso che la ragazza, quando si esprime, si impappini ogni tanto con lo spagnolo: guarda un po’, questa libertà di esprimersi non l’ha appresa in Italia, al contrario di ragazze più giovani.

Insomma, amica del blog, amico di WordPress, se vuoi i Baci Perugina tieniteli. Alla tua Maria basta che ti chieda anche come mai il mitico “tubbo” di cioccolatini faccia parte di una retorica che consente che il 78% del lavoro domestico venga svolto dalle donne, contro il 32% di quello degli uomini, e il 93% del lavoro di cura sia appannaggio femminile rispetto al 69% degli uomini: non credere a me, ma all’Istat. Perché si sa, le donne sono più “romantiche”, si prendono “naturalmente” più cura degli altri e proprio non vogliono fare altro nella vita. Infatti quel 98% di donne, tra le persone che hanno perso il lavoro per la pandemia, lo ha vissuto di sicuro come una liberazione, e non c’entra la disparità di stipendi o il soffitto di cristallo, o il pavimento appiccicoso. Ma, a leggere i giornali e il modo in cui raccontano i femminicidi, quasi quasi queste neo-disoccupate devono ringraziare che un povero marito depresso non abbia fatto piazza pulita di loro e della prole: vedi le indagini di Pina Lalli, e del “romanticismo della violenza“.

Quindi, amica del blog, amico di WordPress, buona lettura!

Sono sicura che capirai.

(La vera Veronika, che presto presenterà il numero in televendita)

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Dopo la festa dei quarant’anni meno affollata di sempre, mi sono ricordata che devo fa’ l’operazione alle sise (cit. Vulvia).

Ormai è tempo! Vedete, molti anni fa dissi a un’amica del forum di facoltà che mi sarei siliconata a quarant’anni, per vedere che effetto faceva “avercele anche io”. L’amica mi chiese divertita: “E a quarant’anni che te le rifai a fare, scusa?”. Io dovevo avere venticinque anni, lei qualcuno di più. Risposi: “Guarda che io sarò una quarantenne di fuoco!”. E lei si mise a ridere.

Me ne ricordo adesso, non perché sia poi così determinata a mantenere la parola, ma perché di De André mi piace soprattutto quel frammento di Princesa: “… finché il mio corpo mi rassomigli”. Come vedrete tra un po’, non lo rievoco a caso.

Perché Non una di meno, questo movimento che mi dà speranza per l’Italia, ha affisso alla sua pagina milanese una bella sequenza di disegni in spagnolo, raffigurante una donna dalle forme abbondanti e intitolata “Caro corpo”. Una delle didascalie recita: “Perdonami per aver dubitato di te, per averti biasimato, per averti voluto trasformare in qualcos’altro”. Ecco, a me questo discorso non convince del tutto, per quanto possa aiutare alcune persone schiacciate dalla pressione estetica. A mio avviso, è una forma di pressione estetica anche l’idea che esista una “bellezza reale”, cioè naturale e autentica, rispetto a quella “artificiale” creata dal bisturi, dal trucco e magari dal… parrucco: proprio le parrucche sono un elemento estetico molto diffuso tra le donne nere. Commenta questo articolo a proposito delle campagne pubblicitarie stile Real Beauty: “Si tratta di regole di bellezza che impongono le immagini femminili nei media attuali, al posto di basarsi sul diritto delle donne a cercare e definire i propri standard di bellezza”.

Adesso non è il caso che, oltre alla pubblicità, ci si mettano anche le persone che hanno deciso che stanno bene così come stanno, e buon per loro. E non commento nemmeno gli insopportabili uomini che provano ancora a insegnarci che ci vogliono belle naturali (ma guai a non depilarsi). Anche quest’ondata di femminismo italiano nella sua versione mainstream (dunque non parlo strettamente di Non una di meno), invece di puntare un bisturi contro chi i privilegi ce li ha, si concentra molto su quello che fanno “le altre donne”: a quanto pare, mai abbastanza.

Scusate la digressione, ma prendiamo un momento il nuovo governo: in ambito femminista non ho letto molto sugli uomini politici italiani, che instaurano reti basate sulla corruzione, sul nepotismo, sul lecchinaggio e sullo scambio di favori. Sono state biasimate da più parti le donne del PD (note suffragette della prima ora!) perché in un sistema del genere “non riescono a farsi avanti”. Ma che davero? Insomma, un ex portaborse che è diventato qualcuno, un politico che si è fatto strada con soldi sospetti, ci farà sempre meno impressione dell'”amante del capo”. Capisco che è più comodo così, è sempre più comodo dire “io non sono così”: gli uomini ci provano tutto il tempo! Mi sa però che, per dirla col poeta, a noi “convien tenere altro viaggio“.

Tornando al problema iniziale, lasciamo da parte De André e andiamoci a leggere cosa pensano i collettivi trans e non binari: io lo trovo illuminante. Lungi da me fare appropriazione culturale, dico solo che abbiamo molto da imparare da questo punto di vista, e come lo spiegano loro non lo fa nessuno: abbiamo il diritto di alterare il nostro corpo, finché non ci sentiamo a nostro agio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "just n.b. things @nonbinarythings reminder that you have the right to alter your body until you feel at home in it! whether that's clothes, makeup, haircuts, or more perma- nent things like piercings, tattoos, hormones, and surgeries! it's your flesh vessel and you are the only one who should get to design it!"

Quindi sì, sia che siamo #TeamVulvia e ci rifacciamo le sise, sia che viviamo felici e contente (o contenti, o content*!) con le stesse tette di quando avevamo dodici anni (ehm…) facciamo che se volemo bene, e soprattutto: vediamo di assomigliare a noi stesse più che possiamo!

Il modello di bellezza a cui m’ispiro, da sempre.