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A diciannove anni avevo una fascinazione per due personaggini dalla vita facile facile: Giovanna D’Arco e Antinoo, il giovane amante dell’imperatore Adriano.

Perché? Vabbè, Giovanna D’Arco che ve lo dico a fare: “La prima femminista a bruciare il reggiseno!” (e giù matte risate). Antinoo, invece, era il primo personaggio storico di cui guardavo le statue e capivo che, al contrario degli apolli e degli efebici cupidi, era esistito davvero: ed era bono pure per una coetanea del 2000! Mi piaceva che un personaggio realmente esistito uscisse bene dalla prova statua di marmo (che, come ben sa Pompeo Magno, è molto più impietosa della prova costume). Forse cercavo io la prova che la realtà non sfigurasse poi tanto, rispetto al mio mondo ideeeaaal.

Adesso arriva il momento quiz (*inforca gli occhiali*): per un milione di pernacchie, cos’hanno in comune Giovanna D’Arco e Antinoo, che mi piacevano a diciannove anni? (… musica di suspensela musica si intensifica…) Indovinato! Sono morti entrambi a diciannove anni.

Io invece, con tutte le arie che mi davo da Rimbaud de noantri, oggi di anni ne compio quaranta.

Cosa ho fatto male? Oppure cosa ho fatto bene, a seconda di come la si guardi? Secondo me, ho la risposta a entrambe le domande: mi sono adattata. Vi suona familiare, vero? Perché è una cosa che prima o poi facciamo, come giurava un vittoriano che studiava iguane. Io sono passata dal caso umano che ero nei primi due decenni di vita (una ragazzetta scollata dal mondo che passava l’esistenza tra i libri), alla grande scrittrice e brillante socialite che conoscete e amate al giorno d’oggi! No, niente flash per favore, e per gli autografi dopo, grazie.

Scherzi a parte, volevo sottolineare che l’insegnamento principale di questi quarant’anni è stato uno solo: la conosceza è potere. È una realtà così banale che non ce ne ricordiamo mai abbastanza. Allora, per rendermi utile in questo mio giorno di festa, ve lo ricordo io. Perché, sapete, negli anni fondamentali per il mio sviluppo mi sono arrivati i seguenti messaggi, che vi ripropongo per vedere se vi ci trovate:

  • ci sono lingue di serie A e lingue di serie B: quella del verdummaro (ortolano in napoletano) è di serie B;
  • però non ci sono “razze superiori”, solo che alcuni popoli vanno aiutati a casa loro (*e scatta subito We Are The World*);
  • c’è una sola vera religione, e chi non la segue si frega;
  • infatti, la storia ha punito i “giudei” perché hanno ammazzato Cristo: pure se il compagno di quarantena, giudeo britannico pel di carota, giura e spergiura che It was an accident!;
  • donne e uomini, gli unici due generi possibili, sono opposti e complementari;
  • le donne hanno l’aspirazione a essere mamme perché è nella loro natura, e in effetti è per quello che cercano gli uomini, perché il piacere femminile è una cosa misteriosiiissiiimaaa;
  • a proposito, è naturale che i sessi si cerchino, perché tutti tuttissimi hanno bisogno di qualcuno da amare, nel senso proprio di Romeo e Giulietta: al massimo ci sono quelli chiamati da Dio, che sono suore e preti;
  • a proposito, suore e preti ti possono picchiare come se fossero i tuoi genitori, che dal canto loro sono autorizzati a tirarti qualche scapaccione, per il tuo bene: tranqui, fa più male a loro che a te;
  • se è per questo, suore e preti, e perfetti sconosciuti che stiano simpatici ai tuoi, ti possono anche abbracciare e dare i bacetti come se fossero mamma e papà: soprattutto i preti. Anzi, fatto da loro è un onore.

Per questo dico che, a parte certe vicende incresciose dell’ultimo anno, sono intrigata dall’epoca in cui vivo, anche se so quale immenso privilegio costituisca questa affermazione: vedo gli stessi problemi di merda di epoche precedenti (qualcuno in più, qualcuno in meno), ma anche tanti aspetti che mi affascinano. Dai canali YouTube che smontano miti sulla religione alle donne che ricordano al mondo che El violador eres tú, la vituperata tecnologia mi ha aiutato tantissimo, in più ambiti: che si trattasse di istruirmi senza uscire di casa, di cambiare naso per un anno senza rimetterci un rene, o di contattare in un nanosecondo, e gratis, le amicizie lontane (*Mario Merola intensifies*). E sì, ho fatto pure in tempo a scrivere lettere, quindi posso dire senza problemi che mi piace mandare WhatsApp così come mi piaceva, un quarto di secolo fa, attendere tre settimane per una risposta dal Nord Italia.

Insomma, quando sono nata l’idea era che a quarant’anni sarei stata una di queste tre cose: una moglie e madre esemplare, con un orario di lavoro che mi permettesse di rincasare in tempo per buttare la pasta; una zitella delusa dal mondo, ma per quello dovevo proprio essere brutta e intelligente; una suora.

Adesso sono una donna che ha vissuto due volte, e oggi va per la terza. Quante volte potrò dire questa frase, in vita mia?

Grazie per accompagnarmi in questa nuova avventura! Nonostante tutto, vediamocene bene.

(Scusate, ma questa canzone mi faceva arrabbiare a diciannove anni, perché Alanis non era più arrabbiata: quindi ci sta che la metta ora. Anche se io resto felicemente furiosa quando serve!)

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Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

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Sta succedendo una cosa bellissima, nelle mie letture.

Trent’anni fa, o giù di lì, ero a casa dei nonni, era mattina e doveva essere un giorno di festa, perché non era domenica ma io non ero a scuola, e mia madre non era al lavoro. Il nonno guardava un film in TV, uno di quelli che allora non mi attiravano perché non erano cartoni: però la storia mi appassionava, perché parlava di un bambino e una bambina che si incontravano in campagna. Lui se ne stava su un prato con una zuccheriera, e quello della zuccheriera tra l’erba era un particolare che mi aveva affascinato quanto i vestiti del bambino, che sembravano più da adulto. Forse ai suoi tempi i ragazzini si vestivano come adulti. Lei si chiamava Lillà, o così mi parve di sentire, ma non capivo se si scrivesse proprio come i fiori della casetta in Canadà. Comunque Lillà, o come si scriveva, aveva un abito troppo carino, corredato da un fiocco nei capelli, e pure sembrava venire da un’epoca in cui ti vestivi così ogni giorno, e non solo a Pasqua: sapete, io già allora ero una nemica giurata dei jeans.

Il ragazzino, dopo quell’incontro, rimaneva come colpito da un fulmine, e si recitava da solo poesie su quanto amava questa Lillà, quindi per lui non era poi così importante come si scrivesse il suo nome. I due s’erano dati appuntamento nello stesso posto, ma non so quanti anni dopo. Però quando si rincontravano non erano più tanto divertenti, perché erano già adulti: secondo me avevano almeno sedici o diciassette anni, erano vecchissimi! Così a quel punto avevo interrotto la visione del film ed ero andata in cucina da mamma e nonna. Al ritorno in salotto, però, qualcosa era cambiato e la ragazza era triste, perché stava succedendo una cosa terribile, forse una guerra. Lei era polacca, lo sapevo perché a un certo punto si era arrabbiata col ragazzino dicendogli: “Vuoi dire che noi polacchi…?”. Io di polacco conoscevo le signore con i capelli biondi e i denti d’oro che facevano le cameriere in paese, e certe pantofole bianche, che non mi sarei infilata neanche sotto tortura. Perciò non capivo bene il nesso tra essere polacchi ed essere tristi per la guerra.

Però la ragazza era davvero a pezzi e beveva molto, e a un certo punto dichiarava qualcosa come: “Ho deciso: farò la puttana! Sarò la più grande puttana…”. Ma il ragazzo si arrabbiava assai di questa dichiarazione di intenti. Allora io correvo di nuovo in cucina: “Mammaaaa, cos’è una puttana?”. E mamma mi mandava a prendere il vocabolario, e ci leggevo qualcosa come: “Persona che vende il proprio corpo in cambio di denaro”. Mamma mi chiedeva se avessi capito e io rispondevo di sì, ma in realtà boh. L’ultima scena che avevo visto era di questi due che si salutavano in un giardino, perché poi lei doveva partire con tutta la famiglia in una macchina che sembrava ancora più vecchia di quella di mio nonno, che già era giurassica di suo e non funzionava neanche più. Ma dove andasse tutta la famiglia anche se c’era la guerra, non lo sapevo.

Il ricordo del film mi aveva perseguitato per anni: anni in cui avevo imparato diversi modi di scrivere “Lillà”, avevo scoperto l’increscioso nesso tra i polacchi e la guerra, e avevo pure formulato due o tre idee tutte mie sui colpi di fulmine e la loro reale valenza. Però non ero mai stata in grado di determinare che razza di pellicola avessi visto quel giorno lontano, fino a… Fino alla sera in cui ho trovato questo sito, specializzato nell’individuare film di cui ricordiamo la trama e nient’altro. Allora ho raccontato qui la storia che mi ero portata dietro per anni, e che mi aveva fatto scoprire i poteri delle zuccheriere e cos’era una puttana. L’ho fatto senza troppe speranze, ma un’anima pia è rimasta affascinata da questa trama quanto me, e tanto ha scavato che ne ha trovato la fonte principale. Sono grata a quell’anima pia, e pure a tutte le cose che ci facciamo un punto d’onore di schifare: la tecnologia che “distanzia” le persone e che “disinforma”, mentre a me ha risolto un mistero trentennale, grazie a una persona che non avrei mai conosciuto altrimenti.

Adesso so che il “film” in realtà era una serie, ed era pure basata su un romanzo famoso, scritto in una lingua che, intanto che mi facevo grande e ricordavo i ragazzini e lo zucchero, ho imparato pure a leggere.

Il libro è Gli aquiloni, di Romain Gary. La serie è del 1984. E comunque si scriveva Lila.

22 giugno 1994: Breve storia triste. C’è la festa delle medie, ma ho la febbre. Vado o non vado? Vado. E porto anche un’amica di un altro istituto, che ha litigato con le compagnelle sue (cit.) e si sente sola. Risultato: l’amica si mette col ragazzetto che piace a me, e la febbre mi schizza a 38.

30 gennaio 2021: Breve storia triste. Esco di casa e viene a piovere. Anzi, è proprio una tempesta. Mi riparo sotto una tettoia a Barceloneta e penso: corro verso casa o aspetto un po’? Aspetto. Finita la pioggia, anche se una masnada di gente va in direzione contraria alla mia, faccio una capatina in spiaggia.

Le foto che posto qui sotto sono un promemoria: a volte tentare nuoce, eccome, ma spesso è una buona idea. E quella storia di chi lascia la via vecchia per la nuova mi è sempre sembrata più una promessa che una minaccia. Sai quel che lasci: il divano di casa. Non sai quel che trovi: tipo, l’arcobaleno.

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I 10 Comandamenti di una comunicazione efficace

Due parole di aggiornamento sulla mia carriera di White Savior: mi sento a casa!

Ebbene sì. Ci ho preso gusto a trattare con queste persone che vengono dall’altro lato del Mediterraneo, anche perché fanno parte di una comunità ancor più discriminata della mia d’origine (sulla quale, nell’Anno Domini 2021, resta accettabile liquidare il razzismo con il classico “fatti una risata”). L’esperienza mi ha fatto tornare in mente una frase letta chissà dove, e che mi sembra sempre più fondata: ciò che la politica prova a unire con le tenaglie, la cultura separa, e forse il Sud Italia è più affine ai paesi dell’Africa mediterranea che al più continentale Nord. Senza scadere in facili cliché, il Mediterraneo meridionale unisce: crea famiglie allargate, affinità e nevrosi. Quindi io, in queste settimane, mi sono sentita nel mio ambiente d’origine, nel bene e nel male. Nel bene, per la gentilezza, la gratitudine, e la delizia: vedeste i manicaretti che mi sono stati offerti per un gesto minimo di solidarietà. Con tanto di ringraziamenti del proprietario del ristorante.

Tra gli aspetti negativi, c’è l’inconcludenza che ha accompagnato tutto questo: i progetti di collaborazione abbozzati e mai cominciati, i grandi proclami a cui è seguito il silenzio. Intendiamoci, alcune iniziative più che lodevoli salveranno anche una vita o due, che è tantissimo: ma non puntano mai alla giugulare, non arrivano mai a gridare che è l’intero sistema a essere sbagliato.

Insomma, a quest’ora avrei dovuto fare “l’angelo biondo” in non so quante interviste mai portate avanti, e avrei dovuto curare una pagina interculturale in italiano che non vedrà mai la luce, oltre a presenziare a una riunione antirazzista che non si è mai tenuta.

Da una parte è un sollievo, vedete sopra: povera la comunità che ha bisogno d’eroi. Specie se si tratta di un’eroina dal valore dubbio, proveniente da una comunità meno discriminata. Dall’altra parte mi sono ricordata dei miei vent’anni paesani, e dei progetti culturali che dovevano spaccare tutto, ma che al massimo finivano per portare due lire a quelli che mi sfruttavano con la promessa di un tesserino di pubblicista, o con quella ancora più volatile di star lavorando per una giusta causa. Senza vedere un soldo.

Già, i soldi. Una matrice comune è quella, dai due lati del Mediterraneo: i soldi mancano, combattere per un mondo più giusto è un’operazione di volontariato che non tutti si possono permettere, in una società governata dal denaro. Si dà per scontato che è una prestazione gratuita, e che è volgare anche solo pretendere un compenso, per sì nobile causa! In un contesto del genere, in effetti, è difficile fare grandi cose.

In secondo luogo, nelle mie interazioni con i nuovi “compagni di lotta” c’è un grosso difetto che non mi scrollo di dosso, perché, plot twist, intanto ero in contatto con i compagni di lotta italiani, o quello che ne rimaneva: adulti un po’ disillusi, ma non del tutto, che mi parlavano di problemi di tutt’altra natura. Poco importa se fossero questioni lavorative o sentimentali.

In tutte queste comunicazioni incrociate, e nelle storie che trattavano, c’era un grande assente: la comunicazione in sé, intesa come “parlare chiaro e senza trucchetti”. In inglese il dire e non dire si chiama “play games“, ed è più o meno consentito nelle fasi di corteggiamento, che ormai avvengono soprattutto via app. In italiano credo si dica: “Dire a nuora perché suocera intenda”. Insomma, è la prassi di chiedere indirettamente a un datore di lavoro recalcitrante quando e se ti pagherà, invece di ordinargli di “Cacare i denari”. Come se i sottintesi portassero poi a vederli, questi denari. Oppure è la tendenza a vivere con una persona che il tempo ha trasformato in estranea, ma non osiamo chiederle perché: per quanto ne sappiamo, la persona che credevamo di amare potrebbe desiderare addirittura il matrimonio, o al contrario la separazione! Eppure, non sappiamo fare altro che provare a decifrare il suo comportamento, invece di sederci insieme a un tavolo e chiedere: “Oh, come stai?”. Io capisco pure la tentazione di scansare le conversazioni difficili come se si trattasse di fossi in autostrada: avviene per l’idea, che abbiamo assimilato insieme al latte materno, che sia assurdo chiedere esattamente ciò che vogliamo.

L’erba voglio, si sa, non cresce neanche nel giardino del re. L’erba vorrei, però, è facile da trovare in giro. Abbiamo quest’idea, tipica del pensiero magico, che se comunichiamo esattamente ciò che vorremmo, non l’otterremo mai. Chiedete e non vi sarà dato. Suggerite e non vi sarà dato comunque, ma vi risparmiate l’onta di aver chiesto. Una volta, una psicologa mi prestò un libro sulla comunicazione efficace, e mi cambiò la vita. Non era una roba da pubblicità del balsamo per capelli, come quelle che trovate su Google: era proprio un manuale per imparare a comunicare sentimenti ed esigenze alle persone a noi più vicine. In pratica, scoprii sfogliandolo, era un libro di grammatica! Insegnava a mettere insieme soggetto, predicato e complemento. “Mi sento triste perché tu hai fatto questo, quindi temo che stia succedendo quest’altra cosa, e la mia soluzione sarebbe questa. Tu che ne pensi?”. Una questione semplice come l’uovo di Colombo.

Eppure quello di suggerire, non dire, o mentire addirittura, è un comportamento talmente radicato nelle esistenze di tanti che non ce ne accorgiamo nemmeno. Nelle interazioni amorose, poi, abbiamo imparato che bisogna affidarsi al carisma e sintomatico mistero del corteggiamento, altrimenti non valiamo niente. Ok, se proprio ci tenete fate pure i giochetti da inizio relazione, ma poi si diventa sinceri, vero? Altrimenti impariamo a “non dire” all’inizio, e continuiamo così per il resto della relazione.

Io ho lasciato che questo mi rovinasse la vita troppo a lungo per farlo ancora. E poi, giacché siamo in vena di comunicare, vi confesso un segreto: il non detto ci ossessiona. Un problema o un’esigenza che dipende da altri, ma che non comunichiamo, ci rosica via tempo prezioso che potremmo passare a essere felici. Invece, se proviamo a comunicare le nostre esigenze, qual è la cosa peggiore che può succedere? Scoprire che quella persona non può o non vuole aiutarci a soddisfarle. Peccato! Ma anche: benissimo. Abbiamo il tempo di girare pagina, piuttosto che vivere comunque nella piena insoddisfazione. Possiamo addirittura prenderci il tempo di cambiare esigenze, che a volte succede anche quello.

Provate! Altrimenti vi succederà come a me, che mi vedo coinvolgere cinque minuti in chissà quale progetto meraviglioso per salvare il mondo, e poi lo vedo sfumare perché nessuno ha il coraggio di dire che ci mancano il tempo, le energie e i soldi.

Peccato sul serio, perché a volte basta ammetterlo. Poi passeremo a dedicarci a qualcosa che possiamo fare davvero.

Le città invisibili di Italo Calvino – La Penna nel Cassetto
Da lapennanelcassetto.wordpress.com

Quando ancora mi ostinavo a bazzicare nel mondo accademico, il tizio che capitava alla mia destra alla cena di Natale del gruppo di ricerca era quello che, poi, mi invitava a uscire.

Era sempre quello alla mia destra: quello a sinistra non mi cacava proprio. Misteri del magico mondo della ricerca.

Scherzi a parte, una volta il tizio alla mia destra garbava un pochetto anche a me: mi contattò la notte stessa, dopo la cena, per parlarmi di un suo progetto letterario che aveva un nome particolare. Era il nome di un luogo impossibile: lo chiameremo Smeraldina, come la città acquatica di Calvino, dai percorsi cangianti. Fu piuttosto cangiante anche l’autore di Smeraldina, perché dopo avermi tirato un bidone all’appuntamento fu vago su un possibile nuovo incontro. Poi sparì del tutto, e alla cena di Natale successiva ci fu da fargli gli auguri via mail, perché gli era appena nata una bambina! Non dovrei dilungarmi su questo aneddoto scemo, ma la fine mi fa ancora ridere: il neopapà si presentò tempo dopo a una noiosissima conferenza del gruppo, accompagnato da una dottoranda che era di una bellezza incredibile. Allora mi arrivò il bigliettino di un collega del gruppo (che pure avevo avuto alla mia destra a una cena): “È arrivato il tuo fidanzato!”. Al che risposi: “Con una nuova fidanzata!”. Nel passamano di pezzetti di carta, poco mancò che il messaggio atterrasse in grembo al mio “fidanzato”: così iniziarono dei comici tafferugli che furono evidenti anche al conferenziere.

Di questi ingenui tentativi di sbarcare il lunario nel mondo universitario, mi resta Smeraldina, o meglio, me ne resta l’idea: un posto che non esiste, ma che l’autore crea e coccola come se fosse qualcosa di più reale delle dottoresse italiane di ricerca che lo aspettano nel bar più scalcinato del Raval. Un posto che, peraltro, il suo creatore abita più volentieri di una città reale come Barcellona: così prosaica, così poco francese e poco catalana (il “poco spagnola”, per il tipo, doveva essere un bonus)… Smeraldina, invece, se ne sta sospesa su uno sperone di roccia, suppongo dalle parti del Canigó, e il suo esserci e non esserci è una consolazione per il suo autore.

E io ce l’ho, una Smeraldina? Mi è venuto da pensarci adesso, tanti anni dopo, in piena pandemia.

Sì, che ce l’ho. Solo che come sempre devo essere un po’ megalomane: la mia Smeraldina è un continente intero. Forse l’avete anche sentito nominare: si chiama Europa. Non cominciate, sono consapevole che non esiste. Che è stata sostituita da una congerie di regole per agevolare la circolazione di merci, ma non quella di persone. Per essere una che non esiste è pure sprucida, la signora Europa, perché si è barricata in casa e s’illude di non far entrare più nessuno.

Però, che volete, l’Europa me l’hanno fatta odorare (e so che è un’espressione usata dai frustrati quando una non è interessata) e da allora non me la dimentico più: anche se questa storia dell’Erasmus è piena di bucature, è una sorta di Paese dei Balocchi da cui ti risvegli troppo tardi. Basta un’esperienza prolungata nella stessa meta dell’Erasmus a rivelare l’esperienza per quello che è: una bolla asettica e lontana dal “mondo reale”, qualsiasi cosa sia.

Però è comunque un inizio, e poi io, con l’Europa, vado per esclusione: quando proprio sono a rota di appartenenze, mi dico che mi può restare solo quella.

Per esempio, in Italia si strappano i capelli perché l’Accademia della Crusca segnala (non “accetta”) l’uso di cringe? Mado’, che cringe! Io a volte, in strada, mi scopro a chiedermi ad alta voce: “Ma qué calle és això?”, che non ha senso in nessuna lingua esistente. Allora, con buona pace del ritorno delle autarchie linguistiche, mi convinco che è una cosa europea.

Oppure, in Italia continuano a sfottere la gente che, come me da vent’anni, pensa che i film doppiati siano una roba fastidiosa? In Europa no. In Europa, per parlare di Trono di Spade (!) con qualche connazionale non devo cercarmi su Google il nome di Littlefinger, e scoprire per giunta che è Ditocorto.

Inoltre, in Europa ci sarà pure qualche troglodita che posta le bistecche nelle pagine vegane, ma non se ne stanno a seguire affollate pagine Facebook che mi dicono (al maschile, perché il maschile fuori dall’Europa è neutro): “Vegano, stammi lontano”. Volentieri! Ma poi mi giuri con la mano sul cuore che non ti avvicini tu?

In Italia, poi, è quasi impossibile trovare candidati per la revisione di pari (in europeo: peer review) per un mio articolo sul poliamore, e l’unica revisione che arriva a me e al co-autore è di una persona che sembra più incazzata con l’argomento dell’articolo (monogamia e capitalismo sono correlati? ma neanche per sogno, Silvia Federici puzza!) che disposta a dare consigli per migliorarlo. In Europa, questo pezzo d’Europa, posso lanciare l’articolo con la fionda a tre o quattro ricercatrici: l’unico problema è che non parlano l’italiano.

Sono europea ogni volta che leggo che i tacchi “sono necessari” ai matrimoni e agli eventi eleganti, oppure sgamo video su come occultare il reggiseno sotto i vestiti scollati: mi metto pure a seguire un po’, poi mi ricordo che il reggiseno non lo porto. Non vi dico, poi, quando mi leggo tutte le pippe mentali sul costume giusto da mettere. Poi mi viene in mente che, ammesso che mi ricordi di fare qualche bagno a mare (quest’estate mi è letteralmente passato di mente, quando ho realizzato era quasi ottobre), vado alla Mar Bella che ha l’opzione nudista, e mi piazzo sulla collinetta preferita dai gay: al massimo mi troverò a dispensare olio solare a bellissimi ragazzi che se lo spalmeranno da soli, e tempo cinque minuti baceranno il tizio con cui hanno appena attaccato bottone (ma come fate? scrivete un manuale, che so…).

Potrei continuare all’infinito, e con tematiche molto più importanti, prima che mi tiriate fuori il benaltrismo: d’altronde, l’Europa che conosco somiglia un po’ all’Italia che capisce che le invasioni sono miti smentiti dalle statistiche.

L’Europa è un’utopia che definire imperfetta è dire poco, ma allo stesso tempo, per chi come me si identifica sempre meno nella sua cultura d’origine, è un bel posto in cui stare. Un posto che, ahimè, odora di privilegio: quello di viaggiare, conoscere lingue, avere il passaporto giusto. Credete, però, che è un privilegio che si va facendo accessibile anche a gente che parte con meno soldi di me, e senza l’approvazione della famiglia, e mette su una pizzeria a Berlino che, non ci crederete, non sempre è gestita “con i soldi della camorra”.

Un giorno incontrerò di nuovo il creatore di Smeraldina, magari mentre porta i figli a spasso per questa Barcellona più a misura di catalano, anche se per colpa del coviddi. A questo punto, come in uno scambio di figurine Panini (un ricordo italiano, questo, che voglio conservare), ci daremo notizie dei rispettivi non-luoghi.

Spero lui sia felice nel suo, in questo momento. In fondo dovrebbe essere un diritto di chiunque, scegliere a quale posto non appartenere.

A history of the Diet Coke break hunks | HELLO!

Sentite, io odio avere i panni addosso. Va bene?

La mia è proprio insofferenza ai tre o quattro strati di tessuto che rischio di sentirmi sulla pelle negli inverni barcellonesi. (L’idea che siano tiepidi è un’interpretazione polentona, change my mind!)

Capirete, quindi, che l’esperimento dell’altro giorno è stato per me una rivelazione, specie perché io sto alla montagna quanto Trump alla Ragion di stato: dunque non avevo mai sperimentato le meraviglie che fanno due strati soli, ben assestati, di tessuto termoisolante. Sorpresona! Mettevo piede in Plaça Catalunya vestita di una giacchetta che pareva una fioriera (i miei gusti discutibili non cambiano per così poco) e ci stavo bene anche a gennaio. Oddio, forse ci sarebbe voluto giusto un cappotto leggero per coprire meglio le braccia, o addirittura uno scialletto: una cosa stile “Lucia Mondella in escursione sul Resegone”. Ma al massimo si trattava di essere l’insopportabile Lucia, piuttosto che la triste parodia di Anna Karenina che rappresento nel mio cappotto canadese! Peraltro ho investito nei saldi di una marca costosetta ma di qualità, quindi ho trovato paradossale farmi strada, tornando verso casa, tra la solita fila che si stagliava fuori al Decathlon: sospetto che, attirate da certi prezzi stracciati, le persone lì rischiano di ritrovarsi nella stessa posizione l’anno dopo, per acquistare lo stesso prodotto.

Ma quello sui “soldi ben spesi” e gli acquisti di seconda mano è un argomento che toccherò in seguito. Adesso, lasciatemi dire, capisco benissimo se non vi ho impressionato con la mia storiella, ma questi esperimenti scemi sono la conseguenza visibile di tutta una serie di riflessioni, figlie della pandemia e della curiosa circostanza di non avere niente di concreto da fare fuori casa, tranne la spesa. A dirla tutta, c’entrerebbe qualcosa anche il fatto che compio quarant’anni tra qualche settimana, ma vabbè, la conclusione principale a cui giungo è: sono contenta del mondo in cui vivo, nonostante tutto. Bum! Intuite quanto privilegio ci voglia, a fare un’affermazione del genere?

Sì, perché bisogna ottenere il giusto mix di capitale economico e capitale culturale, oltre che una fortuita impermeabilità alla pandemia, per godersi un tempo in cui, per qualcuno, il fatto di stare meno da schifo che in altre epoche già significa che si stia bene. Ma quello che noto soprattutto nella mia esperienza, il privilegio per me più importante, è che ho avuto tutto il tempo e l’agio di vivere due vite.

La prima è durata vent’anni. È stata paesana e un po’ ribelle, ma le sue regole restavano tali anche quando si trattava di trasgredirle. La gente, alle elezioni, votava i conoscenti, non i programmi: tutt’era votare, invece, i programmi, e rassegnarsi a perdere le elezioni. La TV doveva fare irrimediabilmente schifo: tutt’era guardare Rai 3, e fingere che fosse tanto meglio. Gli uomini femministi (oggi avrei detto “alleati”) erano pochi e introvabili: tanto valeva educare quelli che passava il convento. Infine, va da sé, per il bagno a mare bisognava aspettare: un’ora sola magari (il vantaggio di avere un padre medico), ma bisognava comunque aspettare. E depilarsi col rasoio rendeva i peli più duri.

Poi boh, poi c’è stato Internet, con le tanto vituperate legioni d’imbecilli, e quelle più interessanti di gente valida, ma senza gli agganci giusti per arrivare chissà dove. Questa gente, per fortuna, ora può farsi sentire. Ovviamente sono successi altri fatti, intanto, e i prezzi dei biglietti aerei sono scesi, a volte per i motivi sbagliati. Ne ho usufruito spesso, e ho fatto scoperte curiose: in uno dei pochi viaggi fatti in compagnia, come la seconda visita a Barcellona, il mio accompagnatore dava per scontato che gli autoctoni mangiassero pasta quasi ogni giorno. Succedeva da noi, dunque succedeva dappertutto.

Adesso, il mio hobby preferito negli ultimi tempi è stato quello di vedere quante cose credevo andassero in un modo, e invece… Barcellona vive solo di turismo! (L’85% della popolazione no, secondo un documentario che sto cercando di ripescare.) Le disuguaglianze di genere si combattono con la parità dei salari! (Cerrrto, ma il lavoro di cura non è lavoro?) Chi lavora più tempo produce di più! (Ehm…) Non mi dilungo sulle conseguenze di vivere in un posto in cui i tuoi genitori possono comunque accusarti di non votare per il loro stesso partito, ma non perché lì ci sia un cugino candidato, bensì perché “non ami la tua terra” (è successo davvero a un’ex collega indipendentista, che aveva osato votare più a sinistra di Convergència).

Vi risparmio scoperte ed esperimenti su questioni considerate più frivole: vi basti dire che mi sono affidata sempre più alla tecnologia, man mano che ne avevo la possibilità. Ma non ci vuole chissà che tecnologia per scoprire i piumoni separati degli svedesi o, già che ci sono, le camere separate, se la casa lo consente. L’idea di coppia simbiotica che potevano avere i miei genitori, e i nonni prima di loro, faceva spazio al concetto di tempo di qualità: non mi sorprende trovare diverse pagine in italiano che sfottano il concetto in nome della solita rete di affetti che risulti asfissiante e, magari, disfunzionale. Tanti auguri. Tanto per me la famiglia, o l’idea che potevo averne, si è allargata in ogni senso possibile.

Per concludere: no, non ci vogliono tre ore per fare il bagno, o tre strati addosso per sconfiggere il freddo. E sì, sulle soglie dei quaranta sto vivendo un’ulteriore vita che non smentisce le precedenti, ma le adatta a me: alla “ciucciona vecchia” (cit. mia madre) che sono diventata. Consiglio l’esperienza a chiunque abbia il culo di poter fare altrettanto! È per questo che ieri pomeriggio ho adorato una passeggiata in cui non solo andavo “troppo freschettina” (come pure mi rimproverava mamma, quando scoprivo gambe e ombelico a quindici anni), ma in fin dei conti “freschettina” non ci stavo affatto.

Che ci accompagni sempre la curiosità di nuove scoperte. Sono una benedizione. Soprattutto in tempi come questi, perché sapremo farne buon uso.

(La Garota de Furcela… ehm, de Ipanema, cantata da una femminista che la odiava.)

Scommettiamo che voi avreste fatto lo stesso?

Scommettiamo. Io ho solo chiamato la polizia, e poi un amico marocchino per una traduzione al volo, perché tre ubriaconi spagnoli avevano attaccato un senzatetto arabo. Mia nonna lo avrebbe chiamato “fare la metà del proprio dovere”, no? Invece, un altro po’ e mi danno il passaporto marocchino. Perché? Come in una versione marocchina dei “dieci giusti” invocati da Abramo, l’amico che ho interpellato al telefono mi ha detto che “basterebbero cinque persone che agissero come me”. La mia ipotesi è: queste persone esistono eccome, solo che le loro storie non ci arrivano. Forse non sono in contatto anche loro con associazioni che si occupano di diritti umani, come quella che ha aiutato Ahmed giovedì sera.

I tre bulli di cui sopra, che venivano dal Paral·lel, non stavano inseguendo un tizio a caso, lungo Creu dels Molers: volevano la sua birra, che lui, per motivi a loro incomprensibili, non voleva cedere. Il primo manrovescio era partito (con la rincorsa) al grido di “¿Pero qué pasa con los árabes?”. Il secondo colpo era accompagnato da accuse assortite di pedofilia e amenità varie: soprattutto, aveva steso il marocchino a terra. Era accorsa della gente a mettere pace, ma mi dava fastidio che trattassero la cosa come se fosse una semplice lite tra ubriachi, e non un episodio razzista con una vittima ben identificabile. Così, quando i tre energumeni se ne sono andati una prima volta, ho chiesto al ferito (che aveva una cinquantina d’anni, ma piangeva col moccio al naso), se potessi fare qualcosa: “Chiama la polizia” mi ha chiesto lui, che aveva un vistoso bernoccolo sulla fronte. Non ricordavo il numero: me l’ha dato uno di quelli che erano intervenuti a scacciare gli assalitori, ma il ragazzo in questione dubitava fosse quello giusto, perché era di “Urgències”. Come no, volevo dirgli, il fatto non era per niente urgente: ci avevano pure raggiunti di nuovo i “Tre tre”! Quando hanno visto che telefonavo, da che volevano già “tagliarmi le mani” perché credevano li stessi riprendendo, mi hanno informato che ero “muy chula”. Tradotto: a mettere il ditino sul telefono erano buoni tutti. Prima di tutto è un’accusa fantastica, formulata da un gigante di due metri che ha appena atterrato “un moro” in quanto tale. In secondo luogo, se avevo scrupoli a chiamare, la mia era proprio paura per il gigante in questione. Io sono contro la pena di morte, e non sono passati troppi anni dalla sera in cui ci siamo resi conto che, a Barcellona, tale pena si può comminare per direttissima: anzi, senza processo.

Ma l’agente della Guardia Urbana che, poco dopo, è sceso da una volante per parlare con me, era gentile, mentre quello che provava a decifrare i rantoli della vittima andava per le spicce: tanto, le istruzioni erano le stesse di un caso di stupro. Prima vai all’ospedale per il referto e poi, con quello, vai a sporgere denuncia. Se ti hanno rubato qualcosa, come insisteva a chiedere la guardia urbana, ti viene fatta giustizia più rapidamente (e sì, vale anche in caso di stupro). L’agente che spiegava tutto ciò mostrava una certa insofferenza per il marocchino e la sua scarsa padronanza della lingua spagnola. In effetti, quando siamo rimasti di nuovo soli io e Ahmed (intanto avevamo fatto le presentazioni), a mia volta non ci stavo a capi’ più niente. Lui, però, sembrava volermi chiedere cose abbastanza urgenti, quindi ho chiamato per una traduzione rapida l’amico marocchino di cui sopra: per fortuna, si trattava di un esponente di Euro-Àrab.

È stato lì che la questione è diventata interessante, da un punto di vista della solidarietà: in mezz’oretta si è mossa una macchinaria che mi ha stupita assai, e che mi piacerebbe vedere anche nella comunità italiana, per non dire “dappertutto”. Per prima cosa, è stato allertato subito questo giornalista: aveva appena terminato delle riprese a Plaça Espanya, a cinque minuti da dov’eravamo, per poter prendere il treno in tempo (il coprifuoco è sempre alle 22.00), ma è tornato indietro per dare una mano. Nell’attesa mi telefonava un legale sarawi esperto in materia di immigrazione. Poco dopo, altre persone si interessavano al caso, tra messaggi WhatsApp e commenti ai video che il giornalista, una volta convinto Ahmed che doveva passare la notte al sicuro, ha girato insieme a me. Il mio livello di arabo è da lezione 3 di Duolingo, dunque ero convinta di star ascoltando una denuncia vibrante del razzismo diffuso. Invece mi sono scoperta eroina del giorno e santa subito (santa… musulmana, insomma, o laica tipo). Dopo un dibattito sul da farsi, il giornalista ha accompagnato un rinfrancato Ahmed (che con sette gradi di temperatura indossava una felpa di cotonina, e ci avrebbe dormito all’addiaccio), in un apposito rifugio dalle parti di Plaça Espanya.

Non è mancato il momento comico in questa situazione grottesca. Mentre l’amico euro-arabo (quello che ho chiamato) convinceva al telefono Ahmed a incontrare il giornalista, io venivo “posteggiata” da un senzatetto nigeriano che mi vedeva impalata sulla strada di Plaça Espanya. Avevo finito per prendermi io il suo numero: il ragazzo nigeriano non voleva dormire in strada (non crediate che sia scontato!), ma non conosceva la Fondazione Arrels, e io, beh, avevo un po’ da fare per stargli a spiegare i dettagli!

Mentre a cose fatte correvo a casa, che avevamo sforato il coprifuoco di cinque minuti, ho capito che tutto questo entusiasmo per una telefonata alle guardie poteva servire almeno a sensibilizzare sulla questione dei senzatetto, che sono abbandonati spesso al volontariato ed esposti all’ipotermia (entrambi i morti a Barcellona durante il passaggio di Filomena erano marocchini). Ho chiesto dunque consiglio al mio ex clochard preferito, e “muso ispiratore” dell’ultimo romanzo che sto sistemando: cosa avrei potuto proporre, nelle interviste che dovrei dare tra qualche giorno, per migliorare le condizioni di chi vive in strada? In risposta mi è arrivato un messaggio che vi traduco qua sotto:

I problemi sono tanti e complessi. Credo che, sul lungo periodo, l’obiettivo più importante sia prevenire le cause. Tuttavia, le piccole cose possono fare la differenza: come avere un posto in cui puoi lasciare della roba, così non te la devi portare dietro dappertutto. Servono anche posti in cui puoi fare la doccia e lavare i panni. Qualsiasi cosa che renda meno evidente lo stigma quotidiano può aiutare.

Ok, a dirla tutta il messaggio finiva con un anatema al lockdown: il diretto interessato l’ha sempre visto come una misura crudele, soprattutto con i senzatetto. Questo è un discorso complesso e sensibile, ma sul resto siamo d’accordo, vero?

E se lo siamo, perché c’è bisogno della white savior, o del beau geste di un angelo biondo (sic)?

Che poi, come sappiamo, la mia ultima tinta non è andata troppo bene.

L'immagine può contenere: il seguente testo "INNOVAZIONE TRADIZIONE SOLARI UN PO' PAZZI ITALIA GIANPEOPLE"

Ah, il Passeig de Colom al tramonto! Il porto in lontananza, le auto in fuga verso il sole che incendia Montjuïc, la poca gente che corre nel gelo nitido del tardo pomeriggio, e saltella in attesa al semaforo…

“Ho parlato con la tettona!”

Queste parole di colore oscuro (ma proferite con un certo entusiasmo) mi si disegnano davanti in un afflato fantozziano, tagliando l’aria fredda. Stavo attraversando in direzione del mio molo preferito, ma mi giro subito verso i due stilnovisti, che vanno in senso contrario al mio. Scorgo due figure minute e brune, entrambe con un cappello che, intuisco, nasconde quello che Luciana Littizzetto chiama la merlite: la tendenza degli uomini nostrani a trasformarsi anatomicamente in merli man mano che l’età avanza.

In passato, va da sé, ho catturato per strada frasi pronunciate in altre lingue, che pure stonavano in una bella passeggiata. Ma sapete che vi dico? Erano diverse. Un tizio del posto, su Plaça Urquinaona, insinuò che stessi guardando il culo al suo amico, chino sul marciapiede a sistemare qualcosa. “Eh, però l’occhio l’ha buttato…” diceva di me. Erano molti anni fa, e anche nella sgradevolezza mi sembrò una cosa stranissima: il povero cristo mi attribuiva una soggettività sessuale, invece di fare un commento sul mio fisico o chiamarmi direttamente zoccola. Ecco che il female gaze, a Barcellona, mi veniva riconosciuto perfino da un bulletto da due soldi, e per i motivi sbagliati! In realtà ero incuriosita da cosa stesse facendo l’amico chino sul marciapiede, e confesso che manco ci ho fatto caso al didietro in vista, forse perché allora guardavo più i pettorali. Però, pensai, questo posto è più avanzato persino nel sessismo.

Scusate la digressione, torniamo ai nostri gianpeople sul Passeig de Colom. Nel posto in cui sono nata avrei dovuto liquidare quell’epiteto che fa un po’ sineddoche (“la tettona”), con un sospiro, e magari sperare che la diretta interessata se lo fosse aggiudicato non sul lavoro, ma su Tinder, a seguito della pubblicazione di una foto seducente. Da inesperta in materia di tette grandi, ho avuto spesso modo di constatare con parenti e amiche procaci che la questione volume è spesso vista come motivo d’imbarazzo, almeno quando diventa l’unica caratteristica che, letteralmente, salti agli occhi. Mi sono poi resa conto con mio grande orrore che, se lancio un’occhiata alla scollatura di una (magari per decidere se quella maglia a me cadrebbe sulle costole), la diretta interessata ha quasi sempre il riflesso condizionato di coprirsi lì, e io mi sento una criminale per aver suscitato quel meccanismo indotto. Insomma, sono misteri di un mondo pettoruto che non ho avuto modo di esplorare: di fatto invito le sue abitanti a raccontarcelo, se ne hanno voglia, e stavolta a beneficio di altre donne!

Nel caso dei miei due “merli da attraversamento” (giacché amano gli epiteti…), in Italia avrei dovuto concludere che questo passava il convento, e che magari quei due erano dei tranquilloni. Ma adesso non mi basta più, accontentarmi di un esercito di giancosi e pieralberti che, per socializzare tra loro, debbano affibbiare etichette al resto del mondo. Anche perché, spesso e volentieri, questi lo sessualizzano, il mondo, facendo perdere il gusto di una delle attività umane (il sesso) che sono divertenti finché non diventano un’ossessione. Quelli che ne sono ossessionati, e gli uomini italiani hanno questa fama internazionale, formulano giudizi estetici senza aver mai l’esigenza di guardarsi allo specchio e farsi due conti: tanto, nel resto del mondo, chi è più alto o atletico di loro è “ricchione” (se biondo), o assume connotazioni degne di barzellette dal sapore littorio (se più scuro). Le donne invece sono “la tettona”, “la vecchia”, “il cesso a pedali”, ordinate in una classifica che va dalla più alla meno pisellabile.

Sapete una cosa? Mo’ ho preso quest’aneddoto per descrivervi il mio problema con i giancosi, che fa parte di un discorso più esteso sulla mia presente alienazione verso l’Italia. Ma di quella ne riparleremo. Intanto vi confido un segreto: questi che insieme alla burrata vogliono esportare il concetto di “donne a loro disposizione“, io li vedo vagare per locali e cene eleganti con la polo, o i maglioncini sulle spalle, intenti a conoscere il più alto numero possibile di cavallone (sic), biondone ecc.

Ma quelli che ho avuto modo di seguire nel corso degli anni finiscono perlopiù con ragazze latine, che presentano tratti culturali molto simili rispetto a quelle del paese loro. Oppure, se si tratta di giangi di classe più alta (quotatissimi i bocconiani che lavorano nelle corporation), finiscono con una “slava atipica”, qualsiasi cosa sia, o con un’araba di un paese laico o a maggioranza cristiana, che abbia il pallino per la medicina tradizionale. Cioè: esotiche, feeega, ma non troppo. Di tutte le culture possibili, sembrano letteralmente sposarne un’altra che abbia punti in comune con la parte più conservatrice della loro (perché ce ne sono di donne che si ribellano, a tutte le latitudini). Insomma, il giancoso si sente più sicuro di sé accanto a una donna che ami il piedistallo su cui è stato educato a metterla (ma solo lei, sua madre e sua sorella), e che in cambio lo coccoli come faceva mammà. Scontato? Sì. In effetti il giancoso è un cliché ambulante, e un po’ gli fa pure comodo integrarsi nel suo ambiente di lavoro come l’italiano medio. Le vie dell’adattamento sono infinite.

Mica parlo solo di Barcellona! Una volta recuperai su Facebook un antico “amichetto del mare”, e seppi che si trasferiva a Berlino, per lavorare in una multinazionale. In patria, e nelle nostre serate di gggiovani in spiaggia, il tipo faceva molto latin lover, fin dall’adolescenza. Allora, con la confidenza che a volte caratterizza chi si conosce da sempre, vaticinai all’emigrante berlinese che se la sarebbe spassata qualche tempo con delle teutoniche simili alle turiste che, più grandicelli, incontravamo al nostro lido del cuore. Poi, però, sarebbe finito con un’esponente della numerosa comunità turca locale. Come lo sapevo? Beh, a suo tempo era stato l’amico stesso, ormai ventenne, a raccontarmi mangiando un Magnum di essere rimasto spiazzato da alcune cavallone (epiteto ricorrente, in una nazione di bassotti) che l’avevano (de)rubricato come “la sveltina tra il gioco-aperitivo e la festa in spiaggia”. Memore di questo, ero sicura che l’amico si sarebbe divertito solo per un tempo limitato, nel sentirsi circondato da tizie così destabilizzanti per i suoi standard.

Ci credereste? Non solo è successo quello che dicevo, ma è stata quella lontana fidanzata turco-tedesca, che è durata molto più delle altre, a trovargli un lavoro in un’azienda migliore. Adesso che ha superato i quaranta (dunque gli do altri due anni, e poi regalerà un nipotino a mammà), l’amico è passato al classico dei classici: la stagista ventenne. Confesso che ci ho inciuciato sopra con un altro amico che veniva al mare con noi, e che, essendo gay, mal sopportava certi atteggiamenti “testosteronici” del Berliner. L’amico gay ha commentato:

“Sai che c’è, tesoro? Quello lì mi sembrava il classico tizio che faceva tanto lo splendido, ma si cacava sotto. Infatti, quasi sempre finiva dietro a ragazze minute e gentili che lui non percepiva come una minaccia, perché gli facevano fare il suo piccolo numero di maschio alfa. Non per niente, tesoro, a un certo punto andava pure dietro a te!”

Grazie, amico mio, anche io ti stimo molto.

Meno male che i tramonti sul Passeig de Colom continuano a deliziare i miei pomeriggi. I giancosi che passano per di là non sono più un problema mio.

“Con due bombaramenti da paura”, o: i grandi vati della nostra televisione.

Filumena Marturano - Biblioteca de Catalunya - Teatro Barcelona
Non trovando immagini barcellonesi d’impatto sulla tempesta Filomena, beccatevi questa locandina di Filumena Marturano, recitata in català!

In realtà è come dice il vicino scozzese. A Barcellona, il cattivo tempo è cattivo e basta. Niente neve, poco vin brulé, pochissime tisanine accanto al fuoco (o almeno accanto alla stufetta kitsch che riproduce l’effetto di un focolare). Solo vento gelido, al massimo nevischio, e tu che provi comunque a sedere ai tavolini all’aperto riscaldati male, visto che con le restrizioni questo passa il convento.

Che poi io i nomi di tempeste e uragani li avevo sentiti e “risentiti”, anche nel senso che mi offende il fatto che siano tutti femminili! “Filomena”, però, mi mancava. Va detto che la tempesta che sta provocando morti in giro per la penisola iberica (i primi colpiti, indovinate un po’, sono i senzatetto), a Barcellona si è limitata a fare il miracolo di lasciare tutti a casa, coi saldi in corso.

No, perché venerdì sera dovevate esserci, per il Portal de l’Àngel: delle file che non terminavano più, e per entrare da Bershka! Ma che davero? Io, che all’improvviso m’ero trovata un gradito ospite a cena, ero corsa per un curry da asporto fino al Govinda: secondo il sito web, e il cartello adocchiato tempo fa all’ingresso, il primo ristorante indiano & vegetariano di Barcellona apriva a cena solo il fine settimana, dalle otto in poi. E invece, ancora alle 19.57, il locale era buio e deserto, e io ero l’unica figura antropomorfa nei paraggi che non fosse in fila per il vicino Decathlon!

Sabato, invece, il silenzio.

Per strada circolavano al massimo due o tre persone infreddolite. Le saracinesche mi si abbassavano sotto il naso, alle sei di sera. Cartelli stampati in fretta informavano della chiusura temporanea di questo o quel negozio. Ho controllato meglio le restrizioni del giorno, sulla strada infangata da un nevischio caduto ancor prima di formarsi. Niente: quei negozi o dovevano chiudere verso le otto, diciamo, o a questo punto non dovevano proprio aprire. Che Doña Filomena (la tempesta, insomma) avesse causato l’allerta meteo pure in città? Va bene che ho il telefonino dei puffi, ma a spulciare i giornali online non trovavo nessuna informazione in merito.

A quel punto, per liquidare la situazione e pensare ad altro, ho deciso che avevano chiuso per mancanza di clientela, tanto stavano tutti tappati in casa per il combo lockdown-meteo. A questo punto poteva pure scattare la battuta: vabbè, ma se vivi nel centro storico hai più freddo in casa che fuori! Purtroppo non c’era niente da ridere: io ho dovuto rompere il porcellino salvadanaio per procurarmi tre finestre isolanti, e chi non ha il privilegio di poterlo fare rischia di morire per uno scherzo della bombola, o un corto circuito. Stava succedendo l’altro giorno in carrer Robadors: strada di filmoteche, prostitute organizzate e allacci alla corrente finiti in fumo.

In Avinguda de la Catedral, però, mi si è presentato davanti un siparietto curioso. Un gruppo di ragazzi sulla ventina, muniti di mascherine e giacconi pesanti, scendevano a grandi balzi gli scaloni della cattedrale, e intanto cantavano “Happy Birthday“, ma in catalano. “Moltes felicitats! Moltes felicitats!”. Cavoli, meno male che sembravano comunque entusiasti, pieni di vita! Se no che tristezza, un compleanno festeggiato così: in strada, senza potersi fermare a bere, senza fare troppo tardi a casa di qualcuno, dove comunque non si potrebbe brindare in più di sei persone. A me non dispiace passarmi i quaranta in questo modo, il mese prossimo, ma un tipo così giovane…

Moltes felicitats! Moltes felicitats!”

Poi, alle mie spalle, è successo. “Parabéns pra você…” ha attaccato un ragazzo bassino e di carnagione scura, che camminava accanto alla fidanzata. Il brasiliano ha continuato a cantare anche quando il festeggiato e i suoi amici non potevano più sentirlo: era come se volesse ripassarsi la canzone per sé. Da quant’era che non la intonava? L’aveva fatto almeno su Zoom, in tempi recenti, a beneficio di un qualche nipotino che non sta vedendo crescere?

A quel punto, senza neanche accorgermene, ho cominciato anche io sotto la mascherina: “Tanti auguri a te…”, ma proprio alla Johnny Dorelli. Poi sono andata in crisi al secondo verso. Dai, lo sapete perché. È la più scema delle battute che si fanno ai compleanni dei bambini, però in quel momento, nello spiazzo deserto e buio e coi piedi nella fanghiglia, veniva proprio da proseguire la canzoncina con la consueta minaccia: “… e la torta a me…”.

In realtà, nel mio caso è la quiche. Per i miei quaranta sarà una torta salata, di quelle alla francese. Era l’unica cosa che mi mancava di ciò che mangiavo prima della svolta vegana, specie adesso che ho provato anche le costatelle del Vegan Junk Food (e pure delle originali mi mancava più che altro la salsetta olio e limone di mamma). Ho scoperto da poco che fanno quiche vegane su ordinazione in un negozio dalle parti del Paral·lel, pensato più per la clientela locale che per i fan salutisti dell’avocado. Chissà come andrà la mia festicciola. Febbraio è un mese strano, imprevedibile: a volte fa schifo e a volte no. Voglio dire, aprile a Barcellona è una garanzia, per esempio: viene con un freddo e un maltempo da far schifo perfino ai britannici (tipo lo scozzese di cui parlavo a inizio post), e ho detto tutto. Febbraio, invece, ogni tanto sorprende.

E se Doña Filomena dovesse tornare tra un mese, aggiungiamo un posto a tavola pure se siamo già in sei.