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Due giorni fa ho ricevuto una pre-stroncatura.

Cos’è? È quando un tipo simpatico che lavora per una grossa casa editrice ti avverte in anticipo che ti faranno male. Cioè, che la scheda del tuo romanzo, che per la seconda volta consecutiva è stato ignorato al loro megaconcorsone, non sarà proprio generosissima. Avevo conosciuto il tizio al buffet post-premiazione, a cui partecipo con religioso entusiasmo (in effetti ormai vado solo per quello): con la stessa gentilezza con cui quella sera mi passava le tartine, o mi reggeva un momento lo spumante, quello mi ha suggerito ora, via mail, che il loro concorso è per “letture da ombrellone”, non per il solito romanzo di formazione scritto l’altro ieri, con linguaggio trasandato, seguendo un soggetto scontatuccio anziché no. Colpevole, colpevole, colpevole: così mi dichiaro, signori della corte. In effetti l’ho terminato appena a febbraio, non ho lesinato sulle espressioni gergali, e in fin dei conti propongo una variazione sul sempiterno viaggio dell’eroe. Il fatto che sia un’eroina, e una che parte per non tornare, sembra cambiare poco le cose, anche se questi esemplari costituiscono solo un terzo della totalità dei “cervelli in fuga“: ma siamo “tutti uguali”, no? Insomma, sapevo a cosa andassi incontro, e sapevo anche che non si può piacere a tutti.

Questo non toglie che su quel manoscritto abbia fatto le nottate: a volte finivo all’una, da che mi ci ero messa alle otto del mattino. Poi l’ho riscritto daccapo, e ho mandato una nuova versione dopo il concorso, pregando la giuria di valutare anche quella. Insomma, ci ho lavorato su.

Il trucco, in tutte le cose, mi sembra essere: accetta che, per quanto ti ci sbatta, ti può andare comunque da schifo. Se non ti ci sbatti nemmeno, poi, che te lo dico a fare. Le botte di culo esistono, ma il punto è proprio questo: vai a prevederle!

Avevo ben presente questa lezione, quando ho accompagnato alle feste della Mercè – patrona di Barcellona – un entusiasta dei correfocs: sorta di sfilata di carri infuocati e, soprattutto, diavoli dai tridenti che sprizzano scintille. Ora, piuttosto che fingere di guardare i correfocs (se misuri meno di due metri, osservi giusto le riprese al cellulare di quelli avanti a te), per ammazzare il tempo mi sono messa ad ascoltare i commenti dei turisti delusi.

“È ‘na cafonata!” ha dichiarato uno, con accento romano.

Io ero combattuta tra spaccargli la faccia e dargli ragione, perché in generale le feste locali mi deludono sempre. Gli autoctoni che vi partecipano condividono ricordi d’infanzia e un senso d’appartenenza che eviterò di approfondire: ci ho scritto un altro romanzo, che stroncherete voi l’anno prossimo! Chi invece ci vede solo costumi a buon mercato, e versioni a tre punte delle stelle filanti, tende a pensare: “Bah”. Oppure, per rubare la definizione di un cuozzo in metro: “Pare ‘a sagra d’ ‘o casatiello a Sant’Arpino”.

Stessa cosa a fine serata, quando tornavamo da un “cinese per cinesi” nella zona di Arc de Triomf*. Lì accanto c’era un’installazione che riproduceva una sorta di giardino giapponese, con gli orari degli spettacoli scritti col gesso su una lavagnetta. Quando scoccava l’ora, quattro addetti integravano il gioco di luci che animava le piante gonfiabili, modellando “serpentoni” di stoffa con improvvisi getti di vento.

“Is that it?” ha urlato una ragazza con una birra in mano, a spettacolino finito.

Lì mi sono proprio arrabbiata, e mi sono sentita ancora più tormentata da una colpa inesistente: quella di aver pensato lo stesso! Però oh, quella gente non fa il lavoro dei professionisti dell’industria turistica, che poi si sta mangiando Barcellona.

Sono volontari che a questa roba ci lavorano anche un anno, rispettando misure di sicurezza da paura, con l’orgoglio di portare avanti una tradizione secolare, ma con mezzi moderni.

Ci ho pensato anche quando ho visto il documentario sull’ottava stagione di Trono di Spade, che per me, come forse saprete, è stata il perfetto esempio di operazione che, per accontentare tutti, finisce per fare schifo ai più. Però è lavoro: la truccatrice che vive mesi lontana dalla figlia, il disoccupato che ormai è chiamato fisso come comparsa, non hanno la colpa delle decisioni degli sceneggiatori. Hanno lavorato, e tanto, e lontano dal tappeto rosso degli Emmy.

Allora c’è questa situazione complicata, che diventa drammatica in caso di sfruttamento selvaggio: chi fruisce di un lavoro ha tutto il diritto di non apprezzarlo, ma è ingiusto sminuire chi quel lavoro l’ha portato avanti, dedicandogli tempo e devozione.

Forse, a ricordarcene, formuliamo anche giudizi meno taglienti, e ci rendiamo conto che siamo esseri umani, che provano a fare almeno una cosa buona nel tempo che hanno a disposizione.

Io le nottate continuerò a farle, sul mio manoscritto.

Magari è destinato a non piacere mai, come accade a me coi correfocs da undici anni a questa parte.

Forse il segreto è fare come quei diavoli che una volta all’anno mi cospargono di scintille: non dobbiamo scordare mai che, tra una cosa e l’altra, lo stiamo facendo per noi.

 

*Un altro particolare che mi sfugge come trapiantata, fin da quando mangiavo di tutto, è perché qualcuno, con un cinese autentico o un’areperia venezuelana a dieci minuti, voglia spendere il doppio per un menù fisso nella pretenziosetta Rambla de Catalunya… Ma, a parte che de gustibus, ricordo con gratitudine le feste del Raval, quando i commercianti locali prendevano d’assalto la coca, che pure adoro, e mi lasciavano biryani e gyoza: bene così!

L’altro ieri c’era l’uragano, e io filosofavo.

No, perché ho fatto una scoperta sensazionale sulla mia vita. In particolare, sulle scelte sbagliate. La sera prima avevo provato invano a spiegarla con messaggi vocali, ad amici che magari volevano solo pisciare il cane, e preparare la cena. Ma non dovevo essere stata molto chiara, quindi a voi faccio esempi.

Scelta 1. Ciao! Ci serve un insegnante d’italiano: i livelli degli alunni sono diversi, ma sono solo tre ore a settimana e paghiamo bene. Io: Grazie, mi preoccupa un po’ la questione livelli e la conciliabilità delle ore con altri lavori: queste cose non si sa mai come vanno. Valuto un momento e vi dico!

Scelta 2. Ciao! Ho aperto una web da cinque minuti – ma so che sarà un successo perché sono un genio – e mi serve una content manager che scriva gratis tutto il giorno. Non ti piaceva scrivere? Io: Benissimo! Quando inizio?

Avete capito la questione? Ok, esempio più illuminante.

Scelta 1. Ciao! Vuoi uscire con me? Insieme ci divertiamo molto, no? Non so se ti piaccio anche, ma se ti va possiamo approfondire! Io: Beh, magari la nostra amicizia può portare ad altro, ma queste cose non sai mai come vanno… Ci penso un momento!

Scelta 2. Ciao! Posso venire da te? Non vali un’unghia della mia impareggiabile ex, ma non si vive di solo pornhub. Sarai il passatempo del week-end, dopo la lavatrice. Dai, per un minuto ho smesso anche di parlarti della mia ex! Io: Mi vuoi sposare? Sono sicura che andrà benissimo!

Riassumendo:

  • quando la vita mi mette davanti a progetti normali, nel senso di “incerti ma promettenti”, li valuto bene e capisco che il successo dipende un po’ da me e un po’ dal caso;
  • quando la vita mi propone progetti assurdi, e destinati con ogni evidenza al fallimento, mi ci tuffo a cufaniello e decido che andrà bene, senza nessuna ipotesi razionale a suffragare questa mia intrepida previsione.

Cosa s’inceppa nella mia mente, nel secondo processo di valutazione?

E che ne so!

Pero, per scoprirlo, mi giungono in soccorso due improbabili alleati: Carl Gustav Jung, e Whitney Houston.

Il primo, non ricordo dove, scriveva tipo che, se un settantenne prestigioso e stimato butta all’aria lavoro e famiglia, e per una fanciulla che lo lascerà tra tre mesi, la sua Anima ha fatto strike: così impara a non filarsela di striscio! (L’Anima, non la fanciulla…)

La seconda, in Bodyguard, chiedeva a Kevin Costner: “Hai mai fatto qualcosa che non ha nessun senso in assoluto, tranne che da qualche parte nelle tue viscere?”.

Mo’ ho citato entrambi a sentimento, ma unendo le due filosofie il succo è quello: a volte prendiamo decisioni orribili, ma che rispondono a un’esigenza che stiamo trascurando. Magari non una cosa complicata come l’Anima di Jung, ma il leggero languorino delle tre del pomeriggio, orario bastardo. Se non ci beviamo un succo/mangiamo un cioccolatino nella prossima ora, per le 18 staremo divorando il biscotto ripieno di “bistecca, uova e formaggio”(sic!) di McDonald’s: e, considerando che faceva parte di un menù colazione, mi si sono chiuse le famose viscere menzionate da Whitney.

Insomma, se sono anni che voglio scrivere di più, e un “amico” mi propone di farlo gratis h24 sulla sua web, è capace che accetti senza pensarci troppo! Invece, scrivessi per cazzi miei e ciao.

Se poi esco da mesi con gente che parla solo di vacanze e lavori in casa, il primo che sia decisamente… originale, mi sembrerà l’uomo della mia vita. Piuttosto, frequentassi associazioni e centri che si occupino di ciò che m’interessa, e magari incontro qualcuno lì!

Insomma, dobbiamo ascoltare anche le nostre esigenze più imbarazzanti: ad esempio, la voglia di lavorare a cose che non portano guadagni immediati (o finiremo a lavorare gratis a progetti altrui), o l’esigenza di frequentare gente “originale” (o finiremo con qualcuno che sia direttamente folle).

Questa non è affatto la soluzione definitiva alle mie anomalie cognitive, né è un’ode alla razionalità: anzi, è proprio la logica comune, il cosiddetto “buonsenso”, che ci porta a trascurare esigenze meno tollerate socialmente, così che, pur di soddisfarle, scleriamo.

Presa a piccole dosi, l’irrazionalità è una grande cosa.

Infatti ora vi racconto la mia sensatiiissima “soluzione” per l’uggia che mi è venuta l’altro ieri, dopo tante elucubrazioni mentali.

Subito dopo, infatti, sono dovuta uscire sotto l’uragano, tra turisti in fuga in infradito, con i crampi mestruali e l’urgenza di tornare a casa per ricevere un pacco – che mal si conciliava col desiderio di prendere un caffè intrugliato all’angolo. E allora, sono tornata subito su? Ho preso un ibuprofene? Ho scovato la miscela di Passalacqua portata dai miei, intanto che arrivava il pacco?

Macché. A un certo punto ho riso e mi sono detta mezzo in napoletano, come spesso accade quando cerco di sdrammatizzare, che avevo scelto proprio ‘o juorno adatto per andarmene dalla casa…

Ehi, un momento!

‘Nu juorno me ne jette da la casa…

Come faceva, quella canzone lì?

Jeve vennenne spingule francese… 

(Ok, è jenne vennenne, ma oh, non mi ricordavo!) All’improvviso, comincio a intonare:

‘Me chiamma ‘na figliola: “Trase, trase”…

Qualche passante alza gli occhi dalle pozzanghere, mentre a voce sempre più alta annuncio allegra:

A chi vo’ belle spingule francese, a chi vo’ belle spingule a chi vo’!

Il bello era se si fermava qualcuno sotto la pioggia battente – magari un nonno argentino di Somma Vesuviana – a comprare le mie spille invisibili.

Beh, perché no: a quanto pare sono un grande rimedio contro gli uragani.

 

(Una scena della parte finale del post, ripresa dall’iPhone di un turista americano. I musicisti erano artisti di strada della Rambla, sfrattati dal temporale. Sì, all’improvviso sono diventata bruna. Questa voce della Madonna, invece, l’ho sempre avuta.)

 

 

 

Image result for desert island L’altra volta spiegavo che un esercizio del gruppo di scrittura mi aveva cambiato la vita.

Lo facciamo insieme? E dai!

Prendete un problema che vi sta assillando da un po’. (Non barate: uno solo!)

Immaginate di avere tutte le risorse possibili, cioè di essere Dio coi soldi di Amancio Ortega, e scrivete tutte tutte le soluzioni che vi possano venire in mente, anche le più dispendiose, o strampalate, o decisamente impossibili.

Fatto? E sbrigatevi, avete quattro minuti! Ok, adesso, della bella lista che avete, scremate le idee, ma da una prospettiva possibilista: cioè, questa parte l’ho capita poco (tra breve scoprirete il perché), ma si tratta di prendere la lista e analizzarla dal punto di vista di chi ha risorse e possibilità, ma non proprio quelle dei due personaggi di cui sopra. Ok, avete scremato un po’ le opzioni?

Adesso demolitele! Cioè analizzate le proposte ancora in piedi come se foste Brontolo dei Sette Nani, o il Leopardi “pessimista cosmico” che ci vendevano a scuola. Finito?

In teoria, da una gamma enorme di soluzioni, vi sono rimaste giusto le più solide e fattibili. Grandioso, eh?

Ebbene, io quest’esercizio l’ho sbagliato: l’ho fatto al contrario. Ho invertito la parte possibilista con quella scettica, e non ci stavo capendo più niente. Di buono c’è che mi è servita lo stesso.

La prima parte, soprattutto, è stata esilarante, proprio perché avevo già scandagliato da tempo le opzioni “logiche” per essere madre, una volta rimasta single a 38 anni. Così, nella nuova veste “onnipotente”, non mi restava che tirar fuori ipotesi tipo:

  • Partenogenesi (sì, arrivo tardi, anche se non è detta l’ultima parola!).
  • Andare su un’isola deserta dove la priorità sia sopravvivere a base di noci di cocco, e radici dal curioso colore giallo fluo.
  • Diventare la zia del barrio come certe pakistane del Raval, e offrire babysitteraggio (gratis) a quaranta bambini alla volta: così mi passa la voglia.
  • Pubblicare un best-seller (ci sto lavorando!) su quanto la società ci faccia pressione fin da piccole perché ci identifichiamo come madri, e farmi tanti di quei soldi da avere la stessa via privilegiata all’adozione di Madonna.

Il commento del prof. a tutto questo è stato serafico: “A volte devi pensare a qualcosa di stupido, per pensare a qualcosa d’intelligente”.

E comunque alla fine è andata bene lo stesso, perché sono giunta alla seguente conclusione: potrei dedicarmi alla ricerca di una vita così completa e soddisfacente, che mi permetta di essere felice anche se i progetti a cui tengo non si dovessero realizzare. Una vita così sarebbe un gioiello in sé.

“E ci voleva ‘sta scemenza per grafomani?”, chiederete. A me sì, vabbuo’?

E poi l’esercizio è valido per tante cose! Prendete la tizia che a quanto pare ha ricevuto un pugno dal suo capo di movimento: o meglio, prendete i commenti all’episodio. Un tizio su Facebook sosteneva che non si trattava per forza di violenza di genere, ma di una litigata “tra amici”, e visto che i rapporti umani sono fatti prima di tutto “di persone” bisognava capire cosa effettivamente si fossero detti i due contendenti. Tutto questo mi fa pensare che in Italia più che altrove (ed è una bella gara!) ci perdiamo un dettaglio: non siamo “tutti uguali”, o “prima di tutto persone”, come amano scrivere tanti. Ed è pericoloso formulare giudizi a partire da un mondo perfetto, invece che farlo dal mondo che abbiamo.

Forse è un effetto collaterale di aver fatto passare tutti i diritti civili attraverso un discorso marxista del tipo “una volta risolta la lotta di classe si risolvono anche i problemi di donne, minoranze etniche ecc.” (e il fatto che l’omosessualità sia stata a lungo un “ecc.” pure la dice lunga). Fatto sta che mio padre settantenne e un certo ventiquattrenne dei movimenti torinesi hanno la stessa idea del “piropo callejero“, cioè dei fischi e dei commenti alle donne in strada: episodi di “maleducazione”. Forse perché sono situazioni che ai due personaggi in questione non limitano la mobilità e la percezione di sicurezza, e non lo faranno mai nella vita.

Per colmare il gap, ho proposto almeno a mio padre di guardare la terza stagione di Dear White People (allerta spoiler!): nel secondo episodio, un’alunna dalla pelle di latte porta all’aitante professore nero un muffin, dolcetto dal nome molto simile al suo, e specifica che è “bello caldo”, che lui ha la “giusta prestanza” per consumarlo, e che può fare “quello che vuole” dell’offerta. E le battute alla Pierino lasciano il tempo che trovano, perché non si tratta di farti la tua alunna, è la tua alunna a credersi “in diritto” di farsi te.

Io dieci anni fa sfottevo l’amico gay che non voleva entrare da Nennella ai Quartieri, timoroso del classico “applauso a ‘stu ricchione!” proposto spesso nella trattoria. Sì, ogni tanto sfottevano pure le donne: ma se per me il leggendario Ciro poteva dirmi quello che voleva, non avevo il diritto d’imporre la mia posizione privilegiata di eterosessuale ad altri.

E cosa c’entra con tutto questo il mio supergioco, vi chiederete. Beh, lo sto applicando a questo problema della cecità ai privilegi e sono alla prima parte, quella “onnipotente”. Mi aiutare a escludere ipotesi?

“Per risolvere la cecità ai rapporti di potere in Italia si può:

  • Diventare tutti Platinette, ma nera e senza soldi.
  • Trasferire il papa in un posto non meglio identificato in Lapponia.
  • Trasferire il fan club di Salvini sulla zattera della Medusa, e vedere come se la cavano con i banchi di sabbia al largo della Mauritania.
  • Renderci conto che la società in cui viviamo non ci rende individui neutrali, che i privilegi che abbiamo o non abbiamo sono influenzati da genere, classe e provenienza geografica.
  • Affondare l’Italia e farci un Acquapark“.

Ancora devo decidere qual è l’ipotesi più assurda, ma ricordate cosa dice il guru degli esercizi: a volte bisogna pensare a qualcosa di stupido, per uscircene con un’idea intelligente.

A giudicare da quanto leggo sui social, a ‘sto giro potrebbero pure darci il Nobel.

Tornando a casa, ieri sera, mi sono accorta di due cose terribili:

  • la mia compagnia telefonica stava affrontando il più spaventoso guasto degli ultimi anni, quindi niente Wifi;
  • nel negozio sozzoso da asporto si erano dimenticati di darmi le patatine.

Indovinate quale scoperta mi ha fatto disperare di più.

Ho scritto in fretta a una neo-arrivata che vive accanto al locale, e conosce la ragazza, italiana come lei, che ci deve servire in venti alla volta in una zona affollatissima.

“Mi scoccio di tornare indietro” le ho annunciato “mangiati tu le mie patatine!”.

Ho scoperto che la mia interlocutrice era già sul posto.

Reduce di colloqui di lavoro di massa, in cui eliminano candidati con giochetti psicologici, la “vicina” aveva portato alla malcapitata cameriera un po’ di pasta appena fatta.

Le “decostruttrici” autoctone della monogamia approverebbero: basta con ‘sto trincerarsi in coppie escludenti, che si reggono su narrative leziose (su Tinder qualcuno scrive: “M’impegno a non rivelare in giro come ci siamo conosciuti!”). L’importante è la vicina che quando stai male ti porta un brodo caldo.

In questo caso, trattavasi di “pronto soccorso pasta”, in una situazione che avevo lasciato critica (la fila al bancone prometteva di arrivare fino a fuori).

Seguendo il tutto con la connessione del telefonino, ammiravo la foto delle patatine che la cameriera aveva già elargito alla sua vicina: e non perché le offrivo io, ma perché gliele aveva regalate sua sponte, insieme a una mini-insalata servita nella coppetta per la maionese d’asporto (altrimenti sarebbero stati sei euri sei, graciaaas!).

So che anche lei, l’indomita reginetta delle patatine fatte al momento, ha i suoi grattacapi con amici in ospedale, cuccioli rimasti senza umano, e qualche conoscenza con problemi di documenti a cui è stato passato il numero del sindacato che avevo consigliato io, per altri fatti.

Insomma, intanto che sulla pagina della compagnia telefonica minacciavano vendette creative, me ne stavo sulla poltrona-letto che non usavo mai a godermi uno scambio a distanza di modi di dire (“Fanne salute!” scrivevo dell’insalatina, citando la buonanima di mia zia, e mi si rispondeva “Omo de panza, omo de sostanza!”).

Le due mi hanno invitato a raggiungerle, ma ero stanca e mi divertivo già così. Tanto la prossima volta, a mo’ di compensazione per la svista, mi aspetta doppia razione di patatine!

Vi starete chiedendo da un po’ che ve ne frega a voi di tutto questo. Beh, era per dirvi una serie di cose che richiederebbero (in qualche caso hanno richiesto) un post ciascuna.

La prima è che Barcellona è una città tosta. Chi ci viene in vacanza non se ne accorge, ma metti tanta gente in un posto in cui la documentazione per lavorare non è affatto chiara, e l’economia non è poi così florida, con brutte conseguenze sul rapporto stipendi/affitti.

Poi, da capitalista speculatrice gentrificatrice e… mi sono scordata gli altri insulti, un giorno vi spiegherò quant’è complicato affittare a donne, a meno che non siano un’informatica scandinava che si sta girando l’Europa perché non ha bisogno di un ufficio per lavorare. Se latine, le aspiranti inquiline possono avere due telefoni “per risparmiare”, e vai a capire a quale devi mandare le foto dell’appartamento; se “di origine latina”, nel senso proprio di paese cattolico apostolico romano, a volte chiedono di dilazionare l’affitto, o di pagare dopo il cinque del mese, e non sempre capiscono perché un monolocale non ha lo stesso prezzo di un ripostiglio senza finestra riciclato a stanza. Spesso fanno ‘sti lavori di attenzione al cliente da 1200 al mese se va bene (cioè, quanto costa un appartamento di due stanze non proprio periferico), e devi vedere se non le licenziano in uno schiocco di dita il mese prossimo. Chissenefrega di quei pidocchi dei clienti italiani!

Va da sé che, dopo aver partecipato a questa bella iniziativa di Afrofémina, non mi avventuro nemmeno a pensare come dev’essere se hai una tonalità di pelle diversa dalla maggioranza, e non sei cittadina UE, o tutti danno per scontato che tu non lo sia.

Quindi tra compagne di sventura ci si aiuta: ci si porta un piatto di pasta, si fa passare sottobanco una razione di patatine, magari ci si passa a vicenda il pacchetto dell’App che ti consente di prenderti la roba che i locali, a fine giornata, butterebbero.

Sì, le teoriche del poliamore sarebbero fiere di questa solidarietà che a un certo punto si deve costruire, e se si libera un posto da te in ufficio mi fai sapere, e se leva le tende il coinquilino sozzo, con due fidanzate che ignorano la reciproca esistenza, vieni tu.

Sono tutte dinamiche che ho apprezzato e sperimentato, ma che, dopo undici anni qui, osservo un po’ da lontano: un po’ con le mani nei capelli per il caos che combattono, e un po’ (tanto), con ammirazione.

“Dai, vieni anche tu!” mi avevano offerto, gentilmente, le due vicine.

La connessione è tornata verso mezzanotte, e a quel punto avevo già spento il computer.

La prossima volta però ci vado.

(Una canzone che mandavano nel locale, prima che uscissi senza patatine).

“Quando smetteranno d’insozzare le strade di questa città?”.

Questo il messaggio di un tipo su una pagina francofona di Barcellona. La foto che accompagnava il post inquadrava due manteros, gli ambulanti africani che vendono oggetti vari su lenzuola che poi richiudono in fretta, all’arrivo della polizia. Le donne sono meno numerose e spesso fanno treccine, specie alle turiste: l’appropriazione culturale passa in secondo piano. A volte gli uomini aspettano la clientela con in mano già le corde che, con uno strattone, trasformeranno la “bancarella” in veri e propri sacchi giganti, da caricarsi in spalla nella fuga. Il loro sindacato ha fomentato una piccola impresa, Topmanta: una bella iniziativa di cui apprenderete i particolari nel video sotto: ho scritto per un’intervista, ma non mi hanno risposto.

Specie sulla strada della Barceloneta, i manteros occupano uno spazio notevole, e dal vicinato si lamentano, signora mia: ma la questione, finora, si è sempre discussa in termini di minaccia al commercio locale, e soprattutto di spazi pubblici da riprendersi.

L’altra sera in Italia, in nome degli spazi pubblici, degli studenti hanno interrotto Capossela per qualche minuto, per richiedere alla Lega di non riservare una piazza cittadina solo a chi avesse dai trenta ai cinquanta euro per un concerto: un’operazione che potete benissimo non condividere, ma che per un giornalista quarantenne di Rolling Stone è diventata il capriccio di una generazione che pretende “musica gratis” (i disturbatori non hanno mai preteso che il gruppo non venisse pagato, leggete il comunicato).

Ecco, magari questo ci insegna due cose: ad approfondire certe versioni piccate di episodi tridimensionali; a non prendercela con le persone sbagliate, che sia per i vent’anni che non torneranno più, o per il piccolo particolare che oggi puoi essere ilegal solo perché non sei nato nel posto giusto.

Ma niente, questo francese che come me è arrivato con la carta d’identità europea era esasperato dalla plebaglia che si frapponeva tra lui e la spiaggia, che gli “insozzava” il percorso.

Per fortuna gliene hanno cantate: ho contato ventuno commenti, perlopiù di connazionali che gli facevano notare che si lamentava del soverchio. Io sono intervenuta solo quando ho letto uno che scriveva che i manteros “almeno” lavorano, “non come i pakistani che vendono droga”.

Ora i pakistani, la stragrande maggioranza, si spaccano il culo come ‘sto tizio per fortuna non farà mai, a stipendi che questo tizio, con ragione, rifiuterebbe sdegnato. Solo che loro, per non essere cacciati a pedate, devono dimostrare a tutti i costi di avere un impiego, e c’è chi ne approfitta. Lì dunque ho fatto notare che io non chiamavo razzisti “i francesi” in generale, solo perché qualcuno di loro la pensava come l’autore della foto: per un’italiana all’estero, di questi tempi, è anche dura dare del razzista al prossimo…

Poi ho fatto quello che già vi dicevo qui: invece di sbattersi, segnalare il post.

Perché sprecare parole quando si è di fronte a una palese ingiustizia? La frase non intavolava un comprensibile dibattito su spazi pubblici e licenze di vendita, ma dimostrava disprezzo puro, e un razzismo neanche tanto velato.

Il tempo di andare a prendere un bicchiere d’acqua, e ho scoperto che i moderatori avevano cancellato la discussione.

Semplice. Non perdiamo tempo, non amareggiamoci.

Ricordiamoci di ciò che è giusto, e agiamo di conseguenza.

Magari si trattasse sempre e solo di un click.

 

 

 

 

 

 

Nel dormiveglia ho avuto la visione orripilante di Salvini con la fascia per capelli di Mariarca – personaggio dell’indimenticabile Loredana Simioli – mentre nel suo napoletano (quello di Salvini, dico…) affermava che ” ‘A voggarità ‘o saje addo’ sta? Dint’ ‘a gggente che nun sape ama’”.

Anche se io la sapevo un po’ diversa, o mi ricordo meglio lo sketch in cui la personificazione della “vrenzola” napoletana afferma che la volgarità sta “dint’ ‘a gente che nun sape canta’”.

E ieri, nel mio pomeriggio costellato di esperienze indimenticabili, sapevano cantare tutti.

Cantava l’Etiopia raccontata dall’attivista Beza Oliver: i suoi rapper prendevano una base internazionale e ci mettevano su una musica loro, come accade in un paese descritto ieri come “non globalizzato“. Io avevo capito “non colonizzato“, e stavo per protestare: ma come? Eccomi lì nell’ultima fila, quella che si copriva la faccia quando si parlava di certe tradizioni locali sull’età delle spose, che noialtri, una volta lì, siamo stati velocissimi a sfruttare.

Infatti cantavano per motivi diversi le donne immerse in acqua di questo corto proiettato ieri all’Ateneu del Raval: erano intente a piangere i loro morti mai sepolti, quelli che, al contrario di loro, non hanno mai raggiunto l’altra sponda del Mediterraneo.

Per il dibattito si dava priorità alle persone nere nelle prime file, e si offriva così al resto del pubblico l’opportunità di ascoltare voci con poca risonanza mediatica. Era finita che non aveva parlato quasi nessuno, perché le prime file erano troppo impegnate a piangere, e chi poteva permettersi di non farlo doveva, giustamente, aspettare. Per la cronaca piangevo pure io, anche perché l’unica persona che è riuscita a intervenire dalle prime file ha ringraziato la regista e ha detto:

“Non capiscono che siamo persone, che se facciamo questo [rischiare la vita sul mare] è per tutto quello che ci hanno rubato”.

Che come spiegazione è poco esauriente: una femminista algerina un po’ complottista accusa l’Europa di vedere tutto quello che accade in Africa come “colpa sua”, non rinunciando all’eurocentrismo neanche in questo. Ma c’è una verità di fondo che non riusciremo a negare con nessun riferimento a “le strade e gli ospedali”, e cosa hanno fatto i romani per noi? Gli acquedotti, le scuole…

E il deserto: quello vero, che non rifiorisce alla prima pioggia.

E l’hanno chiamato pace.

 

 

skinner Gente, sono ancora reduce dalla fiesta loca della Notte di San Giovanni: pensate che alle undici e un quarto ero già sulla strada di casa, con in mano un doppio cartoccio di Maoz!

Ma prima ho ballato due ore come una scema davanti al palco della festa del Gotico. Quindi, ancora un po’ rincoglionita, approfitterò del meme qui sopra, che mi ha inviato l’autore di questo blog, per aggiornarvi su uno dei miei cavalli di battaglia: le cose che succedono quando nella vita non abbiamo abbastanza informazioni (cioè, sempre).

Ecco tre aneddoti freschi freschi.

  • Dieci di sera, tizio che urla al telefono mentre cammina verso l’uscita della metro. Lo scansiamo tutti, ripete cose come “Non venirmi più a cercare, io faccio un macello…”. Poco dopo aver riattaccato, l’arrabbiato travolge un’ignara passante, e poi se la prende con lei per l’impatto. Cornuta e mazziata, l’altra si gira con le mani aperte al cielo, come a chiedersi: “Cosa mi è appena successo?”. Io che so della telefonata “agitata” potrei spiegarle almeno in parte l’accaduto. Anche a me però mancano informazioni: salvo rincontrarlo, e spero di no, non saprò mai se quello stia sempre così scoppiato di suo. La passante, invece, decide di saperne abbastanza del tizio da non fargli troppo caso, e prosegue per la sua strada.
  • Presentazione del mio romanzo a Barcellona: viene un conoscente che non parla italiano, compra il libro e se ne va. Penso al generoso appoggio di un mezzo sconosciuto. Sei mesi dopo: il tizio è fidanzato ufficialmente con un’amica che doveva venire alla presentazione, ma aveva dovuto declinare all’ultimo momento. Questo è un classico esempio di “mancanza d’informazioni” incrociata: io non sapevo che il tipo cominciasse a frequentare la mia amica, lui non sapeva che alla fine non sarebbe venuta. Ci ho guadagnato una copia venduta, quindi grazie comunque.
  • Questa avrei voluto filmarla. Cena di gruppo, sabato scorso: sono attorniata da ben tre uomini con la camicia buona, e l’evidente proposito di rimorchiare. Mentre parlo con quello che siede accanto a me, alle sue spalle si profila una donna stupenda: “occhi da orientale” e capelli nerissimi, che le arrivano fino alle gambe esaltate da un bermudino. Il mio interlocutore si gira un istante, poi in una scena quasi comica torna a girarsi. Penso a un comprensibile colpo di fulmine – non è un caso che a mia volta stia parlando con lui, che è il più carino… Solo che, qualche minuto dopo, il tipo si “trasferisce” lunghi istanti al tavolo della donna e del suo accompagnatore: conosceva già uno dei due. Magari proprio lei: il più anziano dei suoi amici gli raccomanda di riferirle che il fortunato compagno sembra “noioso”. Quando chiedo al meno pettegolo dei tre commensali da dove provenga cotanta bellezza, quello sospira e risponde: “Che importa?”, ricordandomi il curioso concetto di “troppo bella per me”, che lascia le donne etero col dubbio (“Gli piaccio perché mi trova interessante, o mi ritiene abbastanza cessa per andare con lui?”). Alla fine i damerini si uniscono alla bella e al suo uomo e, il tempo di pagare il conto, spariscono senza salutare. A quel punto ancora non ho capito le dinamiche dell’incontro, ma ho abbastanza informazioni da non rimpiangere troppo la compagnia.

Ieri, prima di ballare due ore come una scema, ho conosciuto un’aspirante coach (ma voi dite sempre counsellor) che mi ha parlato di un gioco che fanno alla formazione: disposti in due cerchi concentrici, i candidati devono osservarsi faccia a faccia e, a rotazione, rivelare all’altra persona le loro impressioni, basate solo su aspetto fisico, abbigliamento, movenze. Il risultato è una macedonia di congetture a caso che possono avere due effetti: rivelare alla persona osservata aspetti di sé che non ha mai contemplato; rivelare alla persona che osserva aspetti di sé che crede di vedere nell’altro. Indovinate cosa succede più spesso.

Ed è quasi sempre così.

Io a ventun anni, più entusiasta e ingenua di adesso, acconsentii di malavoglia a farmi leggere la mano da uno che faceva l’espertone: mi disse che non ero molto intelligente, ma avevo una forte carica sessuale.

Le mie amiche stanno ancora ridendo, e la cosa a dirla tutta mi offende un po’.

Event Cover Photo

Da internations.org

Anche alla festa di ieri è venuto l’ubriacone.

Si presenta sempre a questo genere di eventi, organizzati da un’associazione sul terrazzo di un hotel, e una ragazza appena iscritta ci ha passato un brutto quarto d’ora. Quando è toccato a me, l’ubriacone andava distribuendo degli stuzzichini che aveva rubato alla cameriera.

“Dai, adesso è vuoto” gli ho sottratto con delicatezza il vassoio dopo avergli consegnato l’ultimo stuzzicadenti. “Dallo a me, che vado a posarlo”. E ho fatto cenno alla neoiscritta di accompagnarmi, se voleva svignarsela a sua volta.

“Wow, sei stata veloce ed efficace! Mi hai insegnato come ci si comporta in questi casi!” si è complimentata con un pizzico di amarezza: era avvilita per non aver trovato subito lei una via d’uscita. “Io mi limito ad arrabbiarmi” ha aggiunto infatti.

L’ho rassicurata dicendole che la sua reazione, che ho adottato tempo fa a Parigi, era anche meglio della mia “diplomatica”, e le ho sciorinato il curriculum di scappatoie che ho dovuto inventare con uomini molesti, quando ancora vivevo in Italia: dal fingere di bussare a un citofono al continuare a studiare imperterrita, su una panchina della stazione, col braccio di uno sconosciuto sulla spalla.

La ragazza, allora, mi ha raccontato le allucinanti esperienze che ha avuto con italiani, compreso uno che l’aveva prima fissata a lungo in modo imbarazzante, e poi trattata con maleducazione quando era stata lei a rompere il ghiaccio. Un altro la stava per schiaffeggiare perché lei aveva rifiutato le sue avances. “Ma che problema hanno?” mi ha chiesto, curiosa.

Le ho mostrato i cartelloni dedicati al Pride, stile “Più gay = più patata per noi”, e i commenti divertiti di amici più o meno quarantenni, che sdrammatizzavano. Le ho spiegato che incominciamo da poco ad aprire la mente, al di fuori dei soliti circoli, e questo è quello che ci tocca nella prossima decade, con tanto di inviti a “essere comprensive invece di lapidare” (fatti da chi si aspetta una medaglia anche solo per non mettere mani sul culo).

A beneficio di chi si chiede “E allora alle donne non possiamo dire più niente?” (qui un interessante prontuario in merito) voglio raccontare un altro aneddoto sulla serata di ieri, perché la più grande sorpresa non è stata l’ubriacone.

È stata il tizio che mi aveva fermata per strada.

Che due mesi fa era qui “di passaggio”, e invece a sorpresa era ieri alla festa.

Quando questo qui mi aveva fermata per strada, una sera d’inizio aprile, non mi ero offesa né niente: non mi stava trattando come una che credeva di poter chiamare “Bbbeibe” su due piedi, quando magari avrebbe impiegato venti “Excuse me” e trentacinque “Sorry” solo per chiedere l’ora a un uomo. Era stato franco: aspettava un amico e mi aveva vista, mi aveva trovata carina e si era chiesto se fossi disposta a fare due chiacchiere, o prendere un caffè con lui. Preferiva gli incontri in carne e ossa a Tinder, e devo dire che con me sfondava una porta aperta. Era anche divertente, così gli avevo sottoposto il test che faccio in questi casi: gli avevo dato il mio nome completo, pronunciato due volte in italiano senza nessun “aiutino”, e gli avevo detto: “Trovami su Facebook”.

Non mi aveva trovata. L’aneddoto sarebbe rimasto incastonato nelle memorie di questa primavera bizzarra, se non fosse stato per l’incontro di ieri sera, e la scoperta: “l’intrepido” era di una timidezza incredibile.

“Come ha fatto a fermarti per strada uno che manco stacca gli occhi da terra?” si è chiesta la neoiscritta, messa a parte della situazione.

Be’, adesso ho un’informazione in più, che forse c’entra e forse no. L’amico che era con lui, un assiduo di queste feste, fa il counsellor specializzato in questioni amorose. Conosco poco questo genere di trattamento, ma mi pare di capire che preveda esercizi ad hoc, del tipo, che so: “Vai in giro e invita la prima che ti capita a prendere un caffè”.

Coincidenze?

Boh. Forse è vero che del resto del mondo non sapremo mai abbastanza.

 

La colonna sonora della festa – brano non proprio “estivo”, ma c’era vento…

L'immagine può contenere: fiore, pianta, natura e spazio all'aperto Per tanti di noi all’estero, il 25 aprile non c’è niente come raccogliersi intorno al fiore del partigiano, anche quando diventa la “cipolla” di capelli attorcigliati (detta anche “man bun”) di un cantautore italiano, in un bar che scoppia di gente.

Ma ci andiamo lo stesso per dirci che ci siamo ancora, che ci crediamo, che qualcosa di buono nella nostra storia c’è stato anche dopo Michael Angelo, come lo chiamano certi alunni miei d’italiano, al che un conterrOneo può insorgere e argomentare che Giambattista Vico è venuto un bel po’ dopo, e avrebbe ragione da vendere.

Perché minchia, rappresentare tutte le parti in causa è un casino, e il cantautore del nord magari sa tutte le canzoni partigiane di default o se le è preparate senza troppa difficoltà, mentre qualcuno sui social protesta per la scarsa visibilità di quanto s’è fatto molto prima e altrove, a latitudini più basse e più ignorate di quelle interessate dal 25 aprile. Tutto vero, ma entrambi i momenti sono parte della mia storia, e va bene così anche se si soffoca di caldo e il cantante finge di scordarsi di Bella ciao, come se un organista a un matrimonio omettesse apposta la marcia nuziale.

… morto per la libertà!

Poi esco. Ovvio che a un certo punto, al posto del duce, è stato nominato Salvini, che – lo confesso – io non volevo alle celebrazioni della ricorrenza. Sì, la carica istituzionale e tutto quanto, ma mi sarebbe parso un modo d’insozzare la memoria di chi appunto era morto perché lui sparasse quelle perniciose frottole da uomo senza qualità: in fondo, rispetto al milionario che per vent’anni ha titillato le fantasie di mezza Italia (quello “sceso in campo”, dico), questo bomberino de noantri non ha altra dote che quella di rappresentare l’eterna voglia di dimenticarsi dei problemi complicati da risolvere, semplificando in negativo quelli risolvibili (traducendo: vedete la bufala dell’invasione migrante, mentre le famose accise sulla benzina non si eliminano).

Ma vabbe’, almeno ieri sera bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. E se i partigiani sono morti per la libertà, noi per la libertà viviamo. Cerchiamo altre soluzioni alla tempesta d’odio in cui ci stiamo perdendo invece di spostare l’attenzione sulle cose giuste, e farlo bene, con un messaggio positivo che rassicuri, ma spaventi anche un po’ sulle conseguenze di fare gli gnorri.

Non mi sento sempre a mio agio tra i connazionali, e mi sa che è reciproco e comunque non sono l’unica. Troppe divisioni e troppo maschilismo, troppe pretese di superiorità nonostante tutto.

Ma nonostante tutto, come dimostrava il bancariello di Mediterranea Saving Humans – che aspettava la fine del concerto per tornare a vendere cammeselle – vale ancora la pena tentare.

(Donate, fetenti! O compratevi la cammesella).

 

Una delle hit della serata…

Image result for factfulness dieci ragioni Sant Jordi, esci da questo corpo! Che detto così suona pure blasfemo, ma a quanto pare San Giorgio non è mai esistito, anche se la Chiesa è troppo intelligente per depennarlo dai calendari.

Fatto sta che mi sono fatta intortare dall’imminente Sant Jordi, ormai famosa festa catalana del libro e della rosa (che vi chiavo in faccia, uscite i libri!), e ho comprato Factfulness, del defunto Hans Rosling. Ok, siccome temevo fosse ‘na strunzata l’ho cercato sul Kobo nell’edizione più economica, dopo che l’ho visto esposto da Fnac. Ma non sono nuova a queste poracciate.

Non sono nuova neanche alla notizia, che l’autore espone in modo convincente, che molte delle idee più nere su come va il mondo sono basate su dati vecchi, risalenti agli anni ’60. Rosling e famiglia hanno ricevuto critiche sacrosante sulla loro visione zuzzurellona del cambiamento climatico, e della crescita della popolazione mondiale: d’altronde un libro raccomandato da Bill Gates difficilmente sarebbe stato del tutto nelle mie corde. A me irritano messaggi tipo: “Dai, siccome muoiono di fame meno bambini di quanti ci aspettiamo, le cose non vanno poi così male!”. E, se è vero che nel mondo c’è più gente capace di permettersi una vita degna, non accoglierei la cosa con un entusiastico: “Meglio! Più docce e automobili da vendere, per i paesi più ricchi!”.

Però è importantissima la questione dei dati falsati, perché, come saprete se avete la pazienza di seguire questo blog, ho scoperto che molti dei problemi della mia vita (e, sospetto, di quelle altrui) sono legati alla mancanza d’informazioni. Mi piacerebbe ad esempio che si approfondisse la questione di altri dati, che come riporta anche la BBC sono basati addirittura su analisi settecentesche: quelli sulla fertilità femminile. Perché una cosa è dire l’ovvio, cioè che una è più fertile a venticinque che a trentasette, e un’altra è generare una pressione sociale enorme stile “ora o mai più”, su dati raccolti quando le donne morivano a sessant’anni, se gli andava proprio bene.

No, ci tengo a precisare tutto questo per una questione meno esistenziale del mondo che cade a pezzi, o dei condizionamenti sulle donne: le mie tasse! Vi ricordate la mia angoscia (ma diciamo anche terrore) su certi, ehm, conticini imprevisti per casa nuova? Erano tali proprio per mancanza d’informazioni, mie e altrui. Io magari mi sono fidata troppo di quelle altrui, sottovalutando la mia capacità di fare da sola: così mi sono sentita un genio quando una breve ricerca su Google ha dimezzato in poche mosse la cifra che temevo.

Poi è successo l’impensabile: ieri una telefonata mi ha informato che, nel mio caso particolare (dunque non erano dati generici che avrei trovato in giro), l’importo da versare è assolutamente nelle mie possibilità. Lo era stato fin dall’inizio. Avrei potuto appurarlo prima? Difficile rispondere, forse sì.

Resto con due conferme: la conoscenza è potere, come ci dimostra anche la questione INPS; i soldi fanno ancora girare il mondo (come ci dimostra sempre la questione INPS).

Perché appunto, Factfulness è ancora in grado di considerare la longevità della popolazione come “un’opportunità per il libero mercato” nella stessa società in cui una questione finanziaria che si risolve da sola può cambiarmi la mia vita più delle mie vicende sentimentali, o lavorative.

Ecco, se c’è qualcosa su cui dobbiamo impegnarci, invece di diventare figli dei fiori da spot Coca Cola, è questa: l’asse di questo mondo un po’ meglio nutrito girasse su fattori più accessibili, e meno ridicoli, della dichiarazione dei redditi.

Io la butto lì.