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E così ho deciso di mandare a quel paese i progetti non riusciti, e organizzare una cena.

La prima tra amici, da quando mi sono trasferita a casa mia: a pensarci bene, la prima cena in casa da anni, se si eccettuano gli ospiti in visita dall’Italia e una cosetta con gli inquilini, prima che entrassimo davvero in rapporti. Chi viveva prima con me non amava “avere gente in casa”.

Io ancora devo decidere se mi piaccia o no: però, se popolo di voci umane ‘ste quattro mura di cartongesso, le rendo un po’ più casa, ecco.

Quello che mi è piaciuto di più non è stato scoprire che mi erano venuti al dente sia gli spaghetti che i fusilli, che ho condito con pesto fatto in casa, oppure rendermi conto che il famoso sjug era stato un successo con gli invitati. Mi ha inorgoglito il fatto di sentirmi dire dalla nuova arrivata, che di mestiere fa la guaritrice, che “non percepiva tensioni” tra i convitati, nonostante i casi della vita ci avessero messi gli uni contro gli altri più di una volta: come ex o come colleghi, e in qualche caso come “coinquilini per forza”.

Sono felice di aver stabilito relazioni in cui il dolore che ci si possa arrecare, che secondo qualche terapeuta Gestalt è inevitabile, non possa nulla contro il lavoro quotidiano per stabilire fiducia reciproca, sincerità, e la disposizione – per me così difficile – ad ascoltare, invece di parlare sempre io.

Il cammino non è esente da pericoli: per esempio, quello di intraprendere questa faticata solo per dirsi “quanto so’ bella, quanto so’ brava”. Ricordo a vent’anni qualche amica orgogliosa di organizzare uscite col proprio ragazzo, con l’ex, con la nuova dell’ex, con l’ex dell’ex… Per loro era tutto un aneddoto, da sciorinare a chi non le conoscesse: guarda, li perdono tutti, e tutti li raccolgo attorno a me. Così, però, ci soffermiamo su noi stessi e non sulla relazione, e questo diventa un problema. I rapporti d’amicizia, di amore o di lavoro si rompono perfino quando tutto fila liscio, figurarsi quando ci mettiamo a fare le primedonne.

Invece mi è piaciuto questo filo intessuto ieri tra gli elementi consolidati della mia vita, quelli che si vanno stabilizzando, e quelli che vi fanno la loro prima comparsa, per restare non si sa quanto.

Mi è capitato di chiedermi pure se questo concetto di armonia si possa estendere a un livello sociale più ampio, con le modifiche del caso.

L’altro giorno, infatti, andavo alla formazione di Mediterranea, costeggiando i ragazzetti di origine marocchina che si intrattengono fuori al Palau Alós, e mandavo un messaggio vocale ai miei. Ce l’ho ancora registrato: a un certo punto m’interrompevo, perché un tizio alle mie spalle – un adulto – aveva cominciato a gridare.”Non toccarmi, o chiamo la polizia!”. Era un cinquantenne che camminava con una busta della spesa, credo che un ragazzo gli si fosse avvicinato, o comunque avessero avuto una sorta di collisione. Non escludo che i monelli stessero sfottendo il tizio. Ma perché chiamare la polizia per un ragazzino che ti si avvicina, in una strada affollata, senza la reale possibilità di farti del male?

Adesso, a Barcellona una forte percentuale di ladri di telefonini – miei e altrui – è marocchina, che è come dire povera, senza speranze di un impiego o di una reale assimilazione al tessuto sociale. Come mi facevano notare, mesi fa, quelli del Centro euro-arabo, è l’1% della comunità a rubare, eppure le colpe ricadono su tutti. A suo tempo, se ricordate, ho replicato che non dovessero dirlo a me: sono napoletana.

Non pensavo però che dovessi ricordarmene così presto, quando ieri si sono avvicendate tre notizie: un tentativo di rapina, forse un eccesso di legittima difesa, di certo un quindicenne morto, e un pronto soccorso chiuso per la furia distruttrice dei parenti.

Ho chiesto a uno degli invitati alla cena – quello che il giorno dopo era ancora a casa mia – quale delle tre notizie, secondo lui, fosse finita in prima pagina, e lui con buonsenso britannico ha chiesto: “La morte del ragazzino?”.

Proprio quella, invece, è stata accolta dai social con commenti tipo: “Uno in meno”, “E che voleva, l’applauso?”. Ci si legge, sì, la frustrazione della cosiddetta gente perbene (espressione gettonatissima, dalle mie parti) di fronte alle rapine che la tengono sotto scacco, ne limitano gli spostamenti, e abbondano, in un posto in cui il lavoro non c’è, e pure la lingua che parli a casa determina spesso il tipo di vita che farai, il lavoro che sceglierai, l’età in cui avrai dei bambini.

Io, dalle bande di ragazzini nel centro storico di Napoli, ho avuto manrovesci sul mento nell’ilarità generale (il cappottino a pois denunciava la mia estraneità al quartiere), e mani tra le cosce, seguite dall’intimazione: “Fa’ ‘o cess’!”. Più o meno, “Taci”. Le madri di ragazzine di poco più grandi, bocciate al classico, dichiaravano orgogliose: “I servizi sociali non ci fanno paura, perché siamo una famiglia unita!”.

Io sulla mia famiglia ci scherzo spesso, lo sapete, ma so di aver avuto una fortuna sfacciata ad avercela unitissima, a prova di servizi sociali, e disposta a fare del suo meglio.

A volte non serve altro, a volte sì.

In entrambi i casi, si tratta di lavorare ogni giorno.

 

 

Tutto mi sarei aspettato dalla ragazza, tranne che mi parlasse del sjug.

Oppure zhoug, o סחוג, o anche سَحاوِق. Insomma, quella salsetta di coriandolo e peperoncini verdi che dieci giorni fa ho finito per comprare alla Fiera vegana, quella volta che ci facevo la commessa per caso. Aiutavo un amico, quando un tipo israeliano che conoscevo da un esperimento fallito di socializzazione si era fermato davanti a me, meravigliato di vedermi. Io, d’altronde, ero stupefatta: che ci faceva lui, in mezzo alla gente erbivora?

“Sono venuto a trovare il ragazzo della bancarella in fondo, lo vedi? Vende una salsa che mi piace molto”.

Era tornato da me, il tempo di farmi venire l’acquolina in bocca, col barattolo dal contenuto verde e la scritta “sjug”, che lui pronunciava senza la j.

“Come il sugo italiano!” avevo provato a dire.

Lui, che aveva vissuto molto tempo in Italia, mi aveva fatto un sorriso di commiserazione ed era sparito. In effetti quella sera, a casa, dopo aver intinto un pezzetto di pane in quel laghetto smeraldo, avevo cominciato a sputare fuoco e fiamme. Neanche certi sughi calabresi arrivano a quei livelli! (E poi, a dirla tutta, questa cremina piccante viene considerata il pesto mediorientale, mentre un cugino più evidente della salsa di pomodoro è il “tuco” argentino!)

L’altro ieri, dunque, alla cena egiziana di Abrazo Cultural, la donna della coppia di invitati californiani – lui bianco e allampanato, lei bassina e con la pelle ambrata, forse di origine indiana – mi ha chiesto proprio se alla fiera, che avevo appena nominato, avessi notato il tipo che vende il sjug. Anche lei, che su Netflix segue una roba che si chiama Taco Chronicles, all’evento ci va un po’ perché è vegano il marito, e un po’ per comprare l’ormai mitico sugo. Al che mi sono detta: vuoi vedere che sono l’unica che ne abbia ignorato l’esistenza fino ad ora? Sia del bancarellaro, che della salsa.

“Adesso sono confusa” ho confessato “di dov’è, ‘sto comesichiama?”.

Prima di rispondermi, la tipa si è consultata col marito su come si dicesse in spagnolo – la lingua che stavamo usando – quello che voleva esprimermi.

“È una domanda politica, la tua” ha replicato lui al posto suo.

“Qualcuno ti dirà che è palestinese” gli ha fatto eco lei “e qualcun altro, che è israeliano”.

Dunque, parallela alla guerra cruenta che già conosciamo, se ne stava sviluppando un’altra, sotterranea, sull’origine di vari piatti, tra cui il sjug. Avrei scoperto dopo che la pietanza è originaria dello Yemen, di cui ora conosciamo, o meglio ignoriamo, solo la recente guerra che condanna alla fame migliaia di bambini. Di tutto questo, io non sapevo un bel niente.

Eppure era politica l’intera cena egizia, pure vegana tra l’altro. Il giovanissimo cuoco, che vi ho già presentato qui, ci ha spiegato prima cosa significasse essere gay in Egitto – tra i nomi che ha fatto ne valga uno: Zaky –  poi si è esibito in un assortimento di legumi cucinati in vario modo: lenticchie stufate con carote, fave nel loro sughetto, e certe foglie che ricordavano gli spinaci, ma erano più saporite. Il tutto accompagnato da riso in bianco e succhi di frutta. Infine ci ha servito una sorta di budino con l’amido di mais, un dolcetto farinoso con disseminati sopra dei pistacchi, e del molto forte, che non mi avrebbe fatto dormire la notte successiva.

“Dovresti mettere anche tu una bancarella alla Fiera vegana!” ho proposto a Mahmood.

Ha detto che ci pensa, tanto il tempo non gli manca. Sta aspettando che lo Stato spagnolo gli conceda il diritto d’asilo nonostante gli accordi di Dublino, sulla base di una doppia discriminazione: in Egitto come omosessuale, e nel primo paese europeo d’accoglienza (la Romania) come “terrorista”. Proprio così. Gliel’hanno urlato un vecchietto in bus, e una professoressa di francese, mentre i primi amici che era riuscito a conoscere avevano deciso più diplomaticamente di evitarlo. Qui a Barcellona deve andare ogni sei mesi in commissariato, per vedere se è arrivato il sospirato vistiplau. Tra una visita e l’altra, manco a dirlo, vive una vita un po’ sospesa, come la sua richiesta d’accoglienza.

Degli aneddoti che mi ha raccontato, mi è piaciuto tanto quello della zia che durante il Ramadan, mentre lui pregava più per abitudine che per convinzione, si era messa a urlare perché gli aveva sgamato i WhatsApp del fidanzato: Rouhi, c’era scritto. Chi era quel ragazzo che chiamava suo nipote “Anima mia”?

Allora, visto che a quanto pare non puoi rivolgere la parola a uno che sta pregando, lui aveva cacciato una devozione infinita, e per un tempo spropositato! Dopodiché si era rassegnato a dare spiegazioni, e a casa l’avevano presa più o meno bene. Più o meno.

Dell’Egitto gli manca il dialetto, e le cene post-digiuno con piatti propri, diversi da quelli mediorientali: il sjug, per esempio, non è contemplato.

Devo abbinare questa salsa contesa a piatti miei, in una vera e propria cena “anema e sugo”, magari con quel pane buonissimo che Mahmood ha servito a tavola: quello che con nome greco chiamiamo pita, ma alla fine la mangiano in mezzo Mediterraneo. Per raccogliere il cibo ne stacchi un pezzetto e lo apri “a orecchio di gatto” (sic), così ti diventa una via di mezzo tra un cucchiaio e una vera e propria scarpetta di pane.

Vorrei essere più brava, in operazioni così.

A volte ci sono tante di quelle cose da raccogliere, che ne lasci sempre qualcuna dietro.

 

 

 

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“You what, mate?” (dichiarazioni a caldo del leader della band)

Del laboratorio di scrittura di ieri non vi dirò le cose belle, tante: gli esercizi a sorpresa, i confronti sulla struttura dei personaggi, gli abbracci finali e l’aperitivo improvvisato.

Vi dirò di quando a corso finito sono andata a fare pipì, e ho ricordato. Un annetto fa ero nella stessa posizione poco nobile, ma necessaria, e sempre nel bagno della Libreria italiana Le Nuvole. Solo che allora ero alla presentazione di un libro, ed ero scocciata perché avevo anche un altro impegno: gente che stimavo poco, nota anche al mio ex che già era in marcia, aveva organizzato un evento di beneficenza a cui avrebbero partecipato anche… chi avrebbe partecipato all’evento a cui ero condannata ad assistere?

“Il mio ex e le teste di cazzo!” riassunsi all’improvviso, alzando la voce come se fossi su uno scenario.

In quel momento capii che avevo creato il nome perfetto per una band. Immaginatevi, che so, Pippo Baudo – ormai a Sanremo sono tornati tutti – che dal palco dell’Ariston fa un grazioso preambolo su questo gruppo formatosi a Barcellona, dal nome italiano ma dallo spirito… boh, Pippo Baudo s’inventerà qualcosa di sicuro, e poi concluderà: “Un bell’applauso per… Il mio ex e le teste di cazzooo!”. In inglese poi suona benissimo, fa quasi rima: “My Ex and the Dickheads!”.

(In caso voleste formare davvero la band, non sottovalutate nei testi l’assonanza con xiquets, “ragazzuoli” in catalano…)

Tutta questa… minchiata per dirvi che la rabbia, ogni tanto, non genera mostri. E vi perdono se non siete entusiasti quanto me, dell’esito di quella visitina al bagno de Le Nuvole di un anno fa. Però, oh, almeno su questo mettiamoci d’accordo: capisco l’aspirazione a moderare i toni (ma sempre?), a rispettare le opinioni altrui (ma tutte?), tuttavia nel nostro paese, “piagato” in tutti i sensi, sottovalutiamo il potenziale della rabbia.

Qua in Catalogna, alle manifestazioni, cantano: “Chi semina miseria, raccoglie rabbia!”.

E a me sembra più che legittimo. Qualche giorno fa ho offerto tarallucci e vino agli inquilini, perché mi avevano aiutato a spostare un divano, e alla fine, visto che a ubriacarmi basta anche solo un ditale di rosso, ero talmente ciucca che ho fatto una cosa davvero blasfema, nel senso laico del termine: parlando di un libro che leggevo sull’inqualificabile SS Irma Grese, ne ho anagrammato per sbaglio il cognome e ne è venuto fuori “Irma Segre”! Roba che Fraulein Grese, ovviamente indegna di questo onore, non avrebbe aspettato il tribunale militare inglese e si sarebbe impiccata da sola, senza che il mondo piangesse troppo per questo.

Allora ho pensato a questo bellissimo intervento di Liliana Segre al Parlamento Europeo, che mi scuserete se non guardo di nuovo con voi, ma mi viene da piangere. Senza un reale “volemose bene”, e con il solo scopo di fare il suo perché non accada mai più, la senatrice della repubblica parla dell’unica cosa importante: non certo i suoi aguzzini, ma la voglia di vivere “nonostante tutto” che dobbiamo avere anche oggi, in questi tempi di mortificazioni e lavori umilianti.

Mi sembra perfetto. Ma trovo legittima anche un’altra reazione all’orrore: quella del superstite francese assunto da un giornalista per intervistare proprio Irma Grese, che invece di starsene buono a tradurre le spiegò per filo e per segno quello che pensava di lei, per poi chiederle “Perché l’hai fatto?”. E lei: “Perché era nostro dovere”. A questa personcina così ligia e compita, la sopravvissuta Batsheva Dagan dedicò poi una lettera aperta, pubblicata il 29 ottobre del 1945 su The Palestine Post (lassamme sta’). La missiva aveva poco a che vedere con inni alla vita nonostante tutto, e ne traduco un pezzettino:

Invochi le attenuanti ora che sei a giudizio. Gli occhi del mondo sono fissi su Lüneburg, in attesa della sentenza. Ma le tue vittime ti hanno già giudicata. Ti condanniamo a vivere e soffrire come noi, e non rivedere mai la luce della libertà.

Amen.

Concludo con una signora messicana che vi sfido a guardare negli occhi, prima di dirle che deve perdonare e rassegnarsi perché il Vangelo cos’. Anche a lei ingiungono di moderare i toni e non distruggere arredamento urbano per protestare, cosa che in linea di massima mi troverebbe anche d’accordo. Però, vedete, ha perso sua figlia, uccisa come altre, e sa che altre ne uccideranno: sarebbe auspicabile, dunque, unire la rabbia e canalizzarla in iniziative valide, per evitare che succeda di nuovo.

Se non tanto capite lo spagnolo messicano, sostituite “pinche” con “cazzo”, e più o meno vi fate un’idea.

 

(Questo è un bonus.)

 

Un altro regalo di compleanno

Dio, come odiavo la domanda: “E per il resto, come va?”.

“Il resto” era tutto quello che esulava dal mio problema del momento. Per giunta, intorno ai vent’anni, la domanda mi era rivolta proprio da ragazzi che erano, appunto, parte del problema. Ok, lo ammetto, spesso erano l’intero problema.

Io rimanevo sempre un po’ stupita: non concepivo altra vita al di là della preoccupazione di turno, che il più delle volte concerneva la mia situazione sentimentale. Lo so, questo particolare era di un femminismo inaudito.

Posso dire a mia discolpa che, in seguito, non mi è successo solo con questioni amorose: se qualcosa andava storto nella mia vita, non riuscivo a godermi nient’altro. Furbissima! Invece, oggi sono una fan di Bertrand Russell, o almeno del suo segreto per non invecchiare (una questione che ultimamente mi sta a cuore):

Più sono le cose alle quali un uomo si interessa, e maggiori occasioni di felicità egli ha, e tanto meno è in balia del destino, poiché se perde una cosa può ripiegare su di un’altra.

Yes, sir! Allora, fedele al proposito di coltivare più interessi, tre giorni fa sono andata a vedere questo documentario: riguarda le donne che ci puliscono le case e si occupano dei nostri anziani, e che per farlo hanno lasciato “metà del loro cuore” nei paesi di origine. Nel caso catalano, intuirete che si tratta spesso di donne latine. Una di loro, nel dibattito seguito alla proiezione, ha sfottuto un po’ la classica femminista bianca che alza la mano e sostiene che siamo tutte uguali: “Cosa sono queste differenziazioni per classe sociale o per origine?”. La risposta è stata semplice: “Se non capisci che non siamo uguali, che tu hai maggiore accessibilità al lavoro, alla burocrazia, all’approvazione sociale, abbiamo un problema”. E se c’è un problema che non voglio avere, è quello di non riconoscere i miei privilegi, o di non… condividerli (nozione che ho appreso da un’altra intervenuta alla conferenza).

Il giorno dopo, invece, sono andata a sentire un ragazzo egiziano che ha chiesto lo status di rifugiato perché gay – viene subito in mente una triste notizia di cronaca – che si muoveva in direzione opposta a quella delle collaboratrici domestiche. “Avete un amico come me?” ha esordito, con la domanda che dava il titolo alla conferenza. In che senso, mi sono chiesta a mia volta. Un egiziano gay ventiduenne mi mancava, specie con quell’inglese americano che mi faceva sospettare che non venisse proprio da una famiglia di mendicanti. Il suo obiettivo, però, era di farsi vedere da noi solo “come una persona”, operazione che io provo a decostruire da quasi vent’anni: a ben vedere, quelli che separano la mia età dalla sua. A un certo punto ho provato a suggerirgli che noi emigranti per scelta potevamo dare un aiuto ai rifugiati a partire dalle difficoltà condivise (senso di estraniamento, problemi burocratici e di alloggio…), ma per individuare i punti in comune dobbiamo essere consapevoli delle differenze, tra cui il privilegio di non essere dovuti fuggire dal nostro paese per una questione, letteralmente, di vita o di morte. Lui allora ha replicato gentile:

“Ho notato che sei molto attenta a non fare commenti o domande offensive nei miei confronti. Purtroppo, quest’atteggiamento è controproducente, e ci allontana, invece di aiutarci a vedere le nostre similitudini”.

A quel punto, la presidentessa dell’associazione che organizzava l’evento è intervenuta sugli stessi toni: ha colto l’occasione del mio intervento per sottolineare che la condiscendenza verso i rifugiati non è un buon punto di partenza per un dialogo reale, che ci faccia vedere “quanto siamo simili”. Allora ho riportato le conclusioni della conferenza del giorno prima, su quanto sia pericoloso ritenere di essere tutti uguali, se non lo si è. Soprattutto, ho chiesto al conferenziere: “Cosa ti fa pensare che io abbia paura di offenderti?”.

Il ragazzo mi ha risposto: “Mentre parlavi, a un certo punto sei stata reticente a chiedermi se avessi bisogno del Nie“.

Ok, tutto chiaro allora: era stato un equivoco bello e buono! La mia “domanda” non era reticente, ma dettata da pura ignoranza. Avevo detto testuali parole: “Non so se tu, come rifugiato, abbia bisogno del Nie o del Tie“. La lettera iniziale cambia tutto: il primo è l’unico documento richiesto ai membri dell’Unione Europea. Il Tie è generalmente per extracomunitari. Dunque, la mia esitazione era dettata dalla confusione generale in materia burocratica, non certo dalla paura di fare domande scomode!

Quindi, chi faceva supposizioni azzardate su chi?

Ha ragione Bertrand Russell, dobbiamo avere tanti interessi. Tra le conseguenze di questa sana abitudine, c’è quella di scoprire una volta di più:

  • quanto poco conosciamo delle persone, e delle intenzioni dietro i loro gesti;
  • quanto siamo disposti a rimediare a tale lacuna con la nostra fantasia.

Per il resto, però, va tutto bene.

Un bel regalo che mi hanno fatto

La prima è che è bello avere l’amica che si fida troppo di te.

Infatti ha accolto incredula, mentre già lasciava il bar per il meritato riposo, la mia battuta sconsolata sulle trentanove candeline (mai soffiate e neanche comprate, ovviamente).

“Proprio da te, queste cose non me le aspetto”.

“Da te”: da una femminista, che si lamenta del tempo che passa. Più che altro, in realtà, mi chiedevo dove fosse finito: cosa ho combinato negli ultimi vent’anni, che a conti fatti mi hanno vista a tutti gli effetti “adulta e vaccinata”?

“E dai che ne hai fatte, di cose”.

Vero. Ma in quel momento, sommo errore, pensavo solo a quelle che non sono riuscita a fare. “Non sempre si avanza in tutto” ha argomentato l’amica, prima di andare a concedersi il sonno ristoratore che aveva rimandato per amor mio. Non si avanza in tutti i progetti insieme. In certe questioni, però, ho fatto progressi.

Una volta lessi su una rivista di psicologia che un metodo vincente per risolvere una situazione complicata era guardarla attraverso gli occhi di una persona amica.

Ecco, io lo sperpetuo del mio compleanno ho avuto modo di guardarlo così: attraverso gli occhi di un po’ di gente. E mi sono resa conto, ancora una volta, che hai voglia di sbatterti a invitare a destra e a manca, a proporre soluzioni o cambiamenti di orario perché ce la facciano tutti: la presenza dell’amica pendolare dipenderà dal treno, e dall’orario in cui gli alunni la rilasceranno; l’inquilino scozzese che ha lo scambio linguistico di spagnolo passerà solo se si sarà stancato di dover stare a indovinare i generi delle parole (el chocolate o la chocolate?). Il tuo preoccuparsi o meno non cambierà di una virgola queste situazioni, tanto vale…

Soprattutto, mi sono ricordata quello che pure ho imparato poco tempo fa: quando punti esattamente a quello che vuoi, invece che a contentini e succedanei, spesso lo ottieni. Magari non come e quando lo immaginavi, ma lo ottieni.

Quindi, la classica ansia da “Sono-tre-giorni-che-non-visualizza-l’-invito” può essere annullata da un messaggio inaspettato: “Sei a casa? Ho qualcosa per te”. Qualcosa: una pianta, un classicone femminista (già comprato a Manchester, ma lasciato chissà in quale casa), dei cioccolatini cari. Non vegani, ma vaglielo a spiegare, quando calcoli che avrà speso quello che per le sue finanze sarebbe l’equivalente di duecento euro per le tue.

Sì, è stato un bel compleanno, e la cosa più bella è stata non essermi mai fermata a pensarci, a giudicare la giornata, a decidere se stesse andando bene o male.

Forse è l’unico modo di vivere i giorni.

Credo sia un buon giorno per ripubblicare quest’intervista che mi ha concesso Judith Muñoz-Saavedra. Insieme a lei, con la supervisione di Laura Guidi, coordineremo un numero de La camera blu – Rivista di Studi di Genere, dedicato al romanticismo e alla decostruzione dell’amore romantico. Vi lascio qui il call for papers, da inoltrare a chi si occupi della questione a livello accademico:

http://www.serena.unina.it/index.php/camerablu/announcement/view/109

San Violentín, o Sant Violentí, è una festa che in tanti celebrano con le migliori intenzioni, che non stigmatizzerò: un’occasione per festeggiare l’amore.
Sì, ma quale amore?
Che sia la gioia e il lavoro di scoprirsi ogni giorno, e non una recita prestabilita di ruoli scolpiti nel tempo, un modo d’infiocchettare la triste realtà che troppo spesso le donne (è ancora una festa molto etero!) continuano a dipendere dal compagno da un punto di vista economico ed emotivo.
Che amore sia, quindi: ma di quegli amori che liberano, e non costringono.

Buona giornata!

Avatar di blogdelbasilicoMaria Marchese

Risultati immagini per feminist disney princess Si ha sempre l’età per NON morire di amore romantico.

Ce lo spiega Judith Muñoz Saavedra, professoressa del Dipartimento di Didàctica i Organització Educativa (DOE) all’Universitat de Barcelona, ed esponente della corrente di docenti che si occupa di proporre modelli culturali alternativi a quelli, spesso nocivi e a volte letali, che ci vengono inculcati fin dall’infanzia. La Catalogna, la Spagna, il mondo latino affrontano queste tematiche da molto tempo e hanno prodotto un materiale didattico sterminato. Spero quindi che l’intervista che mi ha concesso Judith (qui in versione originale) possa fornire degli spunti a chi in Italia prova a fare lo stesso, e invogliare chi non lo fa a cominciare!

In che senso l’amore romantico “uccide”?

La retorica dell’amore romantico rinforza i ruoli tradizionali di genere e giustifica diverse forme di violenza maschilista. Noi donne viviamo circondate di messaggi che negano la nostra autonomia; ci…

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Nessuna descrizione della foto disponibile. Ho ereditato dal mio vecchio inquilino una lavatrice che fa schifo. Roba che risparmio di più a comprarne una nuova che a buttare tutte le calze che o distrugge, con il programma lavaggio breve, o non lava proprio, con il programma delicati.

Al che mi sono venuti in mente due ricordi legati a Napoli: uno è il detto popolare ‘o sparagno nun è maje guadagno, che ora dichiaro col privilegio di chi l’affitto lo riscuoteva, piuttosto che metterlo insieme (ma ero a pigione anche io, e sono sicura che all’inquilino, per recuperare i soldi, bastasse occupare solo due delle cinque stanze della casa, che subaffittava a mia insaputa).

Un altro ricordo viene direttamente da Forcella, Anno Domini 2006: la lavatrice napoletana che mi è costata più dell’intero affitto! Prima i due tecnici, che certo non facevano miracoli, poi la mia resa e l’acquisto di una nuova, infine l’abbandono quando ho traslocato, e quando ormai era chiaro che nessuno mi avrebbe aiutato a portarla via. Il primo tecnico, però, era un personaggio fantastico. Sulla sessantina, abituato ad avere come clienti ‘e signore che s’evene vede’ ‘a puntata (ovvero, le casalinghe in attesa della telenovela preferita), chiacchierava molto più di quanto in effetti lavorasse, ma a un certo punto mi fece una proposta che per lui era di routine: “Adesso che scosto la lavatrice dal muro, vi lascio un po’ di tempo per pulire?”. Ci misi qualche istante a capire che intendesse “pulire il rettangolo di pavimento occupato di solito dalla diabolica macchina”.

Allora si squarciò un abisso tra noi, che credo ruppe pure il piatto della contrabbandiera del primo piano. Chi mi conosce sa che sto alle faccende domestiche come uno yeti alla tintarella. Dunque: che me ne fregava di pulire uno spazio che si sarebbe sporcato subito di nuovo? Il tizio sosteneva che ‘e signore ne approfittavano tutte, e dovetti chiedermi se fossi io la degenerata sozzosa di sempre, oppure facessero finta loro di essere interessatissime a quell’operazione. No, non guardatemi così, non sono un mostro.

Adesso, invece, capisco il significato di quel gesto. A livello metaforico, eh, che per dirla come il tecnico, si fusse cazze che monto su una lavatrice, armata di mocho Vileda. Sta di fatto che sono orgogliosa di cosa abbia fatto della mia vita, dopo la crisi con cui vi ho ammorbato sette anni fa. Ma a un certo punto, tra rapporti umani un po’ asettici e tè del pomeriggio, stava diventando un immenso rifugio dall’incertezza, dall’ambiguità (che continuo a odiare, sempre che non rifletta la complessità della vita) e dalla paura di sbagliare (che esorcizzavo avendo sempre chiaro cosa volessi fare di me, pure quando non era vero!).

Adesso sto avendo questa piccola crisi ratificata addirittura dall’I Ching, una cosa che al confronto con la luuuna neeera (voce di Cloris Brosca mode on) di sette anni fa è tipo una brutta grandinata, rispetto alla cometa che sterminò i dinosauri. Una cosa minore, insomma, ma. A quanto pare ho bisogno di pulire. A quanto pare non basta una ricca catabasi, in senso classico o junghiano, a mettermi a riparo per sempre i desideri e i nervi: a quanto pare, bisogna sempre stare in guardia, o quella vecchia lavatrice che è diventata la mia vita, che già sbiancava passioni insidiose e centrifugava opportunità impreviste, adesso comincia pure a farmi sparire i calzini pucciosi che m’ero comprata quando avevo deciso di tapparmi in casa, al riparo dalle bufere là fuori, e di condurre una comoda vita tutta manoscritti e progetti di famiglia, poi accantonati. È quindi il caso di dire: cambio di programma! E le speranze frustrate non vanno nei delicati.

Allora di buono c’è questo: per un capriccio del dio delle lavatrici – che userà un programma tutto suo con le luuuneee neeereee – la macchina si è un po’ inceppata. Fa le bizze, poraccia, in fondo tra un po’ mi raggiunge i trentanove anni di servizio, e allora, visto che la devo riparare, do anche questa pulitina addizionale, magari col detergente agli enzimi.

E si sa, gli enzimi non finiscono mai.

 

(Vabbuo’, è una lavastoviglie. Ma la scena va bene per qualsiasi problema, e poi combattere la tecnologia a suon di bestemmie è la storia della mia vita. Ho i testimoni.)

Image result for la merma i chingSì, credo di avervi già parlato della mia passione per l’I Ching, o Libro dei mutamenti (oracolo cinese del IX secolo a. C.). È il mio scaricatore di ansia preferito!

Millenni di sapienza cinese al servizio delle mie (per fortuna occasionali) paturnie, e dei dubbi della situazione. Perché l’I Ching, corteggiato da Jung e pure dal fisico Pauli, amato da Confucio e pieno di fans altrettanto hipster in tutto il mondo, è un oracolo che, ai miei occhi di analfabeta in psicologia, fa un po’ Rorschach: ciascuno ci vede un po’ il cavolo che gli pare. E la reazione più frequente è quella di tirare fuori il meme di Gerry Scotti con le mani al petto, e dichiarare: “Mio Dio, ma parla di me!”.

In realtà, parla di tutti: dice cose chiariiissime tipo “È propizio attraversare le grandi acque” (come sapevi che mi perde la lavatrice?!), oppure “È opportuno incontrare il grande uomo” (non esageriamo, mo’, al massimo è un quaqquaraqquà). È come con la Pizia, ma senza pagare manco una dracma. Semmai prendi prestate tre monetine uguali, che torneranno al mittente, e decidi tu che significato vuoi dare a ‘sta zuppa cinese di parole. Quello che ne ricavi, magari, è il senso che ti aiuta di più.

Ora, tra gli esagrammi che formi lanciando le monetine di cui sopra per sei volte (non ho la testa per usare il metodo tradizionale), uno dei più belli è il numero 41, riprodotto nell’immagine sopra: in spagnolo, “la merma”. Sarebbe “la diminuzione”, ma vuoi mettere? Lo penso proprio in romanesco: ‘a merma. Che, alle mie orecchie di analfabeta in romanesco, suona tipo come “la melma”. Sarebbe a dire: auguri! Comincia per te un bel periodo demmerda. Ma se lo affronti con stoicismo e moderazione, tanto ‘a ruota gira e torni a crescere, e infatti l’accrescimento è giusto l’esagramma successivo! Pure la ruota, dev’essere quella della fortuna nei tarocchi, anche se il nostro caro Libro dei Mutamenti je fa ‘na pippa, perché ci ha quei milletrecento annetti in più. Ma intanto, come si dice in mandarino, so’ cazzi. Si sta come d’estate, dopo la pioggia sul Parc Güell, ‘a melma. Indovinate che numero mi è uscito, l’altro giorno? E secco, eh, senza le “linee mobili” che portassero a qualche altra soluzione.

Mo’ lo so, non ci voleva l’I Ching: riconoscevo i sintomi. Lo fareste anche voi, se la banca non vi dà ‘sto mutuo, e se pure il secondo test di fertilità si mette a predirvi il futuro: quello di zia gattara, a cui sbolognare i bambini d’estate per poi lamentarsi se gli insegni il GENDER!1!! (Lasciate che i/le pargol* vengano a me…) Metteteci l’editor, sparita col manoscritto – e a proposito, è irreperibile pure quello che, fino a due settimane fa, voleva presentarvi pure a sua nonna. A volte ‘sta melma diventa sabbie mobili: più entri in ansia, più non ci puoi fare una beneamata. Tanto vale seguire i saggi cinesi e starsene lì, dire terra agghiotteme (scusate sempre il mandarino) e aspettare che la tempesta di stallatico la smetta di profumarti tanto i capelli.

Io, non so se si è capito, ho un forte problema con le cose che sfuggono al mio controllo: devo agire, devo muovermi, devo… Ma ‘ndo vai, interviene allora l’I Ching, all’unisono coi miei amici rassegnati: che tu ti sbatta tanto o poco, sempre una ceppa ci puoi fare.

Allora, sapete che c’è? La soluzione è proprio rassegnarsi. Accettare, come dice il mio amico guru di Hospitalet – così scomodiamo proprio tutto l’Occidentali’s karma – che non possiamo fare niente. Per un motivo praticissimo: così ci dedichiamo prima a quello che, invece, possiamo fare.

Che spesso va a risolvere proprio le questioni che non abbiamo sotto controllo. Mandare il manoscritto ad altre case editrici, o a un concorso che non sia proprio farlocco, o tradurlo in un’altra lingua con l’aiuto di qualche fida alleata. Fare una donazione per l’ecografo dell’Ex Opg: ecco, voi che ci avete l’antimulleriano buono, prendete e guardatene tutte (le ecografie, dico). Rendere carina la parte di casa che abito (e che, quella sì, fa un po’ antro della sibilla) visto che come garanzia la banca, al contrario di quanto accade per le ecografie di cui sopra, non la vuole vedere manco in foto. Raccogliere tutta la roba che quell’altro sparito dai radar ha lasciato in giro e stiparla in tre comode buste di carta, da conservare nell’armadio in corridoio e buttare in caso di mancato reclamo.

Insomma, cin cin, e melma sia. Dice che le bollicine torneranno.

Mai per comando, caro I Ching, sottolineerei di nuovo che l’esagramma dell’accrescimento sta giusto dopo ‘a merma. Quindi, la prossima volta, già sai.

Forza, che offro una cena al cinese.

 

(Ho scoperto che hanno dedicato un album all’I Ching! I soliti europei rosiconi… :p )

 

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La zuppa di Kai Xuan, in c. Roger de Flor, da: https://www.timeout.com/barcelona/restaurants/kai-xuan

Finalmente sono tornata al cinese! Quello di Sant Antoni che non ci volevo credere, fosse “autentico” (cioè, non schifato dalla clientela cinese). Lo sosteneva un amico canadese, e sì, ci avevo i pregiudizi su cosa potesse considerare “autentico” lui. Magari ci trovavo l’equivalente cinese dei mitologici parpadelli pocchini, versione “estera” delle pappardelle ai porcini. Una roba più contraffatta delle borse LV da bancarella, insomma.

Invece in quest’umile trattoria, gestita da una tipa che o ti parla inglese o ripete a manetta “shie shie”, hanno la stessa insalata di tagliolini del ristorantone per cerimonie vicino Arc de Triomf, in cui vedi una famiglia allargata cinese sparire in una saletta laterale, e tempo cinque minuti inizia una processione di vassoi e pirofile, con pietanze che non sapresti identificare nel menù. In quel posto, un amico giapponese è arrivato a ordinare in lingua originale il riso con la senape secca, un piatto che mi faccio a casa perché me lo veganizza solo Chen Ji (che è il più famoso, ma anche il più affollato e, per me, il più approssimativo).

L’amico poliglotta stava già diventando il mio mito assoluto, poi la cameriera gli ha chiesto “Porzione grande o piccola?”, e mi è andato in crisi: “In spagnolo, per favore?”. Per qualche arcano motivo, lui ha mangiato con la forchetta (secondo me gli sembrava più un risotto, rispetto alla solita scodellina al vapore) mentre io sollevavo i miei tagliolini con le bacchette: nel chiostro dell’università a Napoli mi sfottevano, quando le usavo col riso alla cantonese da asporto per studenti, ma le utilizzo spesso anche a casa. Magari, invece che con i capellini di riso, mi preparo le zuppe con le tagliatelle Delverde, che mi rifiuto di spezzare. E allora provateci voi, a usare la proverbiale forchetta nel brodo!

“Siamo la globalizzazione” ho detto quella volta a bacchette ferme, di fronte a un giapponese che mangiava riso cinese con la forchetta.

E in un mondo globalizzato ci sono le preferenze, lo so: il coronavirus fa più notizia dell’AIDS non ancora debellato, e i giornali devono pur vendere prima di sfracellare le gonadi con Sanremo… Non oso nemmeno nominare i femminicidi, come piaga dei nostri tempi, che da raptus a virus non ci vuole niente: avremmo una scusa in più per parlare di “follia momentanea”, e dei vari “l’uomo non ci ha visto più” (però vedeva perfettamente quella tanica di benzina preparata ad hoc). Mi sa che quello contro il femminicidio sarebbe l’unico vaccino, farlocco, che accetteremmo senza condizioni.

Ebbene sì, ho visto anche qualcuno parlare di… maschicidio, credendo che femminicidio indicasse ogni omicidio che coinvolgesse una donna. Far ragionare individui del genere si rivela spesso un’impresa. D’altronde, su Facebook, una ragazza sottolineava che con il coronavirus eravamo tutti in allarme, ma un preservativo, per carità, “mi fa perdere sensibilità”, e nessuno nei commenti sembrava notare il riferimento al paradosso della contraccezione: noialtre siamo fertili sei giorni circa al mese, ma dobbiamo spararci la bomba ormonale della pillola perché lorsignori devono “sentire di più”. Due tizi mi hanno scritto di non aver capito il mio commento in merito: ora, l’avrò pure formulato male, ma viste le decine di “Mi piace” qualcuno c’era arrivato. D’altronde, l’episodio che ho vissuto con un educatissimo movimento politico recente non dev’essere un caso isolato di cecità alle questioni di genere. Un altro virus?

Temo che il peggiore, in un paese che si affaccia domani al più tristo dei festival musicali, sia l’incorreggibile pretesa di sapere tutto. Se i problemi ci sono anche altrove, raramente ho visto in giro un simile misto d’ignoranza e prosopopea.

Ringrazio Non una di meno, le realtà locali che provano sul serio a fare qualcosa, e spero sempre di poter costruire ponti tra città gentrificate, vittime di un turismo che distribuisce povertà, invece di aumentare la ricchezza per i più.

Tuttavia, non riesco a fare a meno di pensare a quel video delle prescindibili t.A.T.u. (vedi sotto), che però mi offriva per primo un concetto interessante: le due protagoniste, innamorate l’una dell’altra, si dibattono dietro delle grate come se fossero nel cortile di un penitenziario, o addirittura in prigione, mentre una folla di moralisti le osserva schifata.

A fine video, ti accorgi che loro sono libere: dietro le sbarre c’è proprio la folla.

Da Ho visto cose che voi pagani, su Facebook

“Lascia che tutto ti accada:
bellezza e terrore.
Si deve sempre andare:
nessun sentire è mai troppo lontano”
Rainer Maria Rilke

Ebbene sì, pausa caffè.

O qualsiasi cosa mi ci volesse dopo la cavolo di riunione di condominio, a mandar giù il fatto che per l’amministratore il tetto dell’edificio è inagibile, dunque sono quarantamila euro per ripararlo. Ma quarantamila carocchie in testa, vi do! Volevano anche farmi amministratrice, mi sono rifiutata con la scusa del libro che uscirebbe ad aprile: dovrò pur venire a presentarvelo, no?

Comunque una pausa ci voleva, anche perché a casa mi toccava:

  • risolvere il mistero delle chiavi lasciate nella toppa dell’appartamento piccolo;
  • capire se l’inquilino uscente aveva intenzione di pagarmi, prima di andare (spoiler: sì, ma trattenendosi i soldi del divano comprato di sua iniziativa, dopo aver schifato quello già in loco. A suo dire, l’ignara inquilina delle chiavi dimenticate doveva risarcirlo di metà importo, dunque chiedessi i soldi a lei!).

Datemi una Tuborg, che ricomincio daccapo. No, vabbe’, era una coca, per disperazione: a Napoli saprei cosa ordinare di non alcolico, ma i bar di qui sono spesso parchi di offerte.

Il bello era lo spettacolo annesso, al tavolo davanti al mio: la fanciulla bruna in canotta, seduta di fronte a una coppia sulla sessantina, si muoveva assai pure se fosse stata italiana. Ma era in uno spagnolo perfetto, inframmezzato da qualche esclamazione in catalano, che diceva cose tipo:

“Volete strutturare i pensieri a partire dalla carenza, o dall’abbondanza? Meglio dire ‘Scusate il ritardo’, o ‘Grazie per avermi aspettato?'”.

Al che la signora, caschetto laccato e foularino vivace, faceva sommessamente notare che la si sarebbe potuta considerare una sorta di manipolazione: un modo di nascondere, e nascondersi, problemi, oltre a declinare responsabilità. E io subito a tifare per lei: che tu ti scusi o meno, cocca, intanto sei arrivata tardi, e io magari avevo di meglio da fare che aspettarti. Prenditi la tua parte di torto, per piccola che sia, invece di blandirmi con un ringraziamento interessato.

La tipa insisteva: “Ma no, è un modo migliore di pensare le cose!”. E si lanciava in una spericolata spiegazione su quanto un “operaio”, non so se inteso in senso letterale o come classe sociale, rimanesse tale anche se andava al Carrefour, e gli annunci dei prodotti esposti gli facevano credere di poter vivere nell’abbondanza materiale: le sue parole erano state coperte da una rumorosa macchina del caffè, ma credo di poter intuire la conclusione del ragionamento. Questa tecnica di rigirare i pensieri in modo più allettante era la vera abbondanza. Perché, va da sé, attirava abbondanza.

Peccato che la gente che la pensa così, tra i miei conoscenti, comincia persuasa che diventerà più ricca in tutti i sensi, e dopo anni mi sembra povera quanto prima, ma “arricchita” dalla propensione a negare anche l’evidenza, sulle vicende proprie e altrui.

Ok, forse sono sensibile all’argomento: una volta, dieci anni esatti fa, un amico olandese mi invitò a guardare The Secret, e a scoprire la legge dell’attrazione. Provai a praticare un’intera giornata, una in cui ero emotivamente a pezzi, l’ottimismo a tutti i costi dei peggiori libri di self-help, e per il tardo pomeriggio ero stremata: sapete perché? Perché stavo negando l’evidenza: cioè, che ero a pezzi.

Pane al pane, però: è vero, c’è questo cocktail di pratiche filosofico-spirituali che si diffonde da anni nel cosiddetto occidente; ma i suoi modelli originali (Buddha, Confucio, perfino zio Jung!) sono più intelligenti rispetto alla versione divulgativa. Insomma, il misto di PNL per scemi, osservazione consapevole, e libri sul qui e ora, tende a predicare che le emozioni negative non vanno… negate, appunto, ma osservate, accettate e lasciate scivolare via. Tuttavia, nei fatti incontro spesso l’invasata di turno (volevo censurarmi, ma stavolta non lo farò) che comincia con un innocuo “grazie” invece di “scusa”, e finisce per pensare che escludendo il dolore, distraendosi, non percorrendo mai la strada in cui vive l’ex, si senta meglio. Dovrò ripetermi: osservando amicizie che incorrono in questo comportamento, ho l’impressione che accumulino frustrazione come polvere sotto un tappeto, risultando “sgombere” solo in superficie dai brutti pensieri.

La conseguenza peggiore? La perdita del contatto con noi stessi. Se non ti puoi concedere di provare rabbia senza sentirla fuori posto, se qualsiasi desiderio problematico, per quanto “tollerato” sulla carta, diventa qualcosa da “lasciar andare” al più presto, il problema è che lascia anche un’impronta che non sempre si toglie recitando mantra.

La soluzione? Come intuirete, non ce l’ho, e non credo nemmeno che sia il sarcasmo un tanto al chilo di chi si bea del proprio cinismo. Personalmente, io ho fatto una sintesi di tutto il mix di Occidentali’s Karma assimilato nel corso di anni – alcuni testi sono piuttosto utili – e sono arrivata a una conclusione: la cosiddetta negatività, se la lasci entrare, se ne sta in un angolino e fa le sue cose, finché non si scoccia e se ne va. Basta riconoscerla e accettarla per il tempo giusto: né un secondo di più, né uno di meno.

La nostra eroina, invece, è andata avanti un altro po’ nelle sue spiegazioni: di lei ammetto che non so niente, quindi spero solo di averla colta in piena eccitazione da café solo, corto de café, che sarebbe la cosa più vicina all’espresso italiano…

Poi è uscita dal bar con i suoi due interlocutori, un po’ storditi dal discorso, ma tranquilli.

Ultimamente ne vedo di ogni: gente che cura la depressione non mangiando glutine (con risultati che immaginerete); appassionati di yoga che credono di potersi far carico di persone psicotiche; ma anche qualche oncologa che consiglia l’agopuntura alle pazienti in comprensibile ambascia, confessando che “Alcune, con quella, si sentono meglio”. C’è chi parla subito di effetto placebo, che vi devo dire. In casi del genere, magari, ben venga anche quello.

Come direbbe un noto regista: Basta che funzioni.

Ma, appunto, deve funzionare.

 

(Stavolta ammetto che ci stava.)