… che vivo nell’unico quartiere di Barcellona centro in cui sembrano fregarsene qualcosa della nazionale spagnola!
È tutto uno scoppio di petardi, un suono di trummettelle e addirittura un crepitare di bottiglie sulle saracinesce. I paki multali per non aver messo i nomi della frutta in catalano, chiamali moros, fagli un po’ quello che ti pare, ma la Roja non si toca.
Spiegatemi mo’ come faccio a dormire con questo strazio fuori al balcone. Quasi quasi gli svuoto addosso la wok-portafiori con tutta l’acqua piovuta oggi mischiata alla ruggine!
Meno male che durante la partita ci sono stati momenti divertenti che hanno compensato un po’:
– Il condizionatore del No Sweat che senza tanti complimenti si è messo a gocciolare per solidarietà con l’acquazzone di fuori.
– Isabel che faceva l’infiltrata in incognito, godendo in segreto a ogni goal per poi affermare “Ci voleva l’Italia perché tifassi per la Spagna“.
– Noi che dal terzo goal in poi esultavamo a prescindere, escogitando piani per evitare di uscire di casa domattina.
– I ragazzi al mio fianco che minacciavano le seguenti vendette:
a) se non si segna dall’82simo cominciare a spezzare braccine (sportivi innanzitutto)
b) mentre gli spagnoli festeggiano a Canaletes, farsi consolare dalle fidanzate rimaste a casa (hai voluto vedere la partita con gli italiani? e mo’ pedala)
c) dare addosso al bastardissimo spagnolo NON in incognito che quando leggevano il risultato ripeteva “ITALIA… ZERO!” tutto entusiasta.
– Il gestore del bar, italiano, che a un certo punto ha levato l’audio dei due esagitatissimi cronisti di Tele5, che cominciavano a ringraziare i giocatori a 10 minuti dalla fine.
– La constatazione che oh, il mio amato Silvolo, l’ottavo nano, prima mi segna per primo, poi se ne va prima, che manco lo posso ammirare un altro po’, e in compenso non se lo filerà nessuna in quanto a bellezza (il che in fondo, se viene a Barcellona, potrebbe risultarmi propizio verso la quinta copa… Pere ‘e palummo, lo faccio venire apposta).
E dopo la partita, flagellarsi con l’ombrello e meditare suicidi creativi con Isabel “disposta a farmi da messaggera postuma, vestita con un cappuccio nero”.
Insomma, quest’anno è andata così. Due passi avanti e uno indietro. Pure l’amore per il calcio inaugurato col Gamper. Meno male che dopo il 5 a 0 di Barça-Napoli (Isabel chiedeva pure “a favore di chi?”) posso sopportare qualsiasi cosa, anzi, è da lì che è nata la mia inedita passione calcistica! E poi che strano, il mondo ibrido in cui mi muovo, ero fiera della Spagna mentre soffrivo per l’ennesima maglia azzurra in difficoltà.
Domani qualche compagno di corso meno ultracatalanista mi saluterà sventagliando quattro dita, e il manager del colloquio di venerdì mi chiamerà: “No, niente, sei scartata, ti chiamavo per sfotterti un po’!”. E stasera qualcuno festeggerà in buona compagnia e io andrò a letto con la camicia color Big Babol detta anche “la tomba dell’amore”.
Tutt’è ammetterlo, non fare le vittime se non per scucire claras ai vincitori, e prepararsi per la prossima volta.
Perché la prossima volta m’impossesso del telecomando del bar: il commento quei due pazzi lo facessero al principe
Felipe! O a Rajoy, salutato con un intraducibile steveme scarze.
Ovviamente, mentre cerco immagini di Silva su google, la prima voce che mi esce è “David Silva y su novia”. Adda veni’ BUffone…!
Non ci venite mai, nel Raval. È un posto pericolosissimo. Sporco. E brutto.
Spacciatori in ogni angolo, che al posto del fumo vi danno l’erba di casa loro.
Sì, perché in tutte le case del Raval, ovviamente fatiscenti, cresce l’erba in mezzo alla quale pascolano gli scarafaggi. Enormi. Ovviamente gli spacciatori che trovate sono part-time, lavorano quando non sono impegnati a derubare i turisti o i cittadini perbene. E a organizzare attentati con Al Qaeda, naturalmente.
Non sapevate che il nuovo leader di Al Qaeda si nasconde nel Raval? Sapevatelo! Entrate in un qualsiasi negozio di frutta tenuto da immigrati. Cosa ascoltate? “Calabacín para ti un euro al chilo”. Capito? Le zucchine sono un linguaggio in codice per bombe, e l’euro e il kilo simboleggiano precise coordinate cartografiche che non stiamo qui a spiegare. Le trovate su Internet insieme alla teoria sui terremoti autoindotti.
E le donne, ne vogliamo parlare? Un giornalista, mi hanno riferito, scrisse un articolo, “le donne invisibili del Raval”. Smascherando un’importante verità. Non è che gli immigrati lì siano soprattutto maschi scapoli che vivono in 10 in 50 mq. Nooo. Si sono portati appresso uno stuolo di donne in burqa mimetico che quelle poche volte che escono si mimetizzano coi graffiti sui muri. Sì, perché sul burqa hanno riprodotto pure i graffiti, hanno pensato a tutto. Ovviamente il 50% della popolazione femminile “ravalenca” è costituito da prostitute. Scusate la banalità, è che non tutti lo sanno. Voi a scanso di equivoci provate. Alcune si nascondono bene, per ingannare la polizia. Ma voi avvicinatevi con delicatezza alla prima che trovate e chiedetele “Scusa, quanto prendi?”. Se non capisce la vostra lingua, chiedeteglielo in varie, dialetti compresi. Se vi dà un manrovescio sui denti non disperate: è il loro segnale di riconoscimento perché la polizia non le sgami. Se poi lo chiedete a una tizia bassina e biondiccia con un look molto creativo e due buste della spesa in mano vi è andata male: sono io, e lo faccio ancora gratis e solo con chi mi sta molto simpatico. Per vostra fortuna, non sarà il vostro caso. Ve la caverete portandomi su le buste della spesa. Poi, quando mi sarò accertata che abbiate imparato la lezione, che il Raval è un posto pericolosissimo e da non frequentare, vi porterò a fare un giro.
Se è domenica vi porto su Rambla Raval, che i pakistani chiamano qualcosa come “Rambla scacciapensieri”, e vi offro un tè alla menta con baklavà al bar all’aperto del mercato. Però ci sediamo all’aperto, tra palme e pappagalli, ad aspettare che si faccia l’ora per ascoltare un po’ di musica al Big Bang o a Robadors 23. O preferite un po’ di poesia al Colmado? Se avete fame scegliete: a meno che non vogliate la cucina rustica di Romesco, il venerdì vi porto dal marocchino a vedere se avanza un po’ di cous cous (me lo dicevate prima, che sareste venuti, se prenoto un giorno prima ce ne fanno trovare in quantità), oppure da Shalimar su c. Carme, anche se i miei vicini di casa mi raccomandano quello vicino alle giostre, verso la Rambla. Sì, dai, andiamo là, che vicino c’è il Pastis. C’è un concertino quasi ogni sera. Così imparate la strada della prima libreria araba aperta in Spagna.
Una birretta in una terraza e ci salutiamo. Non prima che ripetiate con me: il Raval è un posto orribile. E passate parola, eh. Soprattutto ai vostri amici che vivono qua. E pure a quello che “non se la sentiva di parcheggiare giù da me” e se ne tornò nel suo barrio in culandia citeriore col coprifuoco alle 8.
Se invece volete tornare in questo barrio sporco, pericoloso, orribile, sapete dove trovarmi. Ma resti tra noi. Potrebbero venire troppi cittadini perbene.
Il Rai è buono e caro (solo metaforicamente), ma non è facile da trovare. Prima di tutto perché sta in una di quelle stradine del Born che cominciano con un altro nome, in questo caso illeggibile perché nascosto da un divieto di transito. Tu vai sempre dritto, finché non ti accorgi che i civici si ripetono. Allora impari a prendere come punto di riferimento la chiesetta all’angolo. Infine, se non ti fai distrarre dalle botti-tavolino del bar affianco (non entrarci mai, 7 euro una tortilla e una coca) arrivi a questa porticina che la mia del Raval, scassata e buona, salta più facile agli occhi anche senza quei 2-3 manifesti freak messi lì pro forma.
Quando arrivo il 6 giugno sera sono spariti pure quelli, perché la porticina è aperta. Ma c’è Eva, messa lì a rivelare alla gente che finalmente sono arrivati al cabaret di solidarietà con le vittime del terremoto in Italia.
L’ultima volta che l’ho vista suonava The Final Countdown con un kazoo e un maialino di plastica di nome Miró. Stavolta aveva avuto la mezza idea di fare Romagna mia almeno col kazoo, ma aveva intuito fosse di cattivo gusto.
Perfino per un cabaret presentato dal Banzo, personaggio mitologico della Barcellona italiana metà uomo e metà mutandoni di Pacman. Quando lo scorgo tra la gente che si affolla in zona bar, uno stanzone alla buona con saletta attigua, mi accorgo con disappunto che non li indossa ancora. In compenso mi annuncia che lo affiancherà una valletta spagnola vestita da Colombina.
‘nnamo bene. Nella saletta un gruppo sta suonando Zombie con strumenti ad arco. Ci metterò tempo a capire che lo spettacolo vero e proprio è nella sala grande, quella usata per le proiezioni e presentazioni come quella della settimana scorsa, quando al Banzo prese l’attacco di panico.
Andò così, ricordo pagando i 5 euro del biglietto e i 5 per il buffet de La piccola cucina italiana (pasta fresca, caponata e salsiccia e friarielli in dosi omeopatiche). Eravamo col Banzo e una coppia di amici alla presentazione di due libri sulla camorra (un’inchiesta giornalistica e una parodia tragicomica), quando il giornalista venne interrotto dall’ingresso di… Pulcinella. Mentre nascondevo la testa tra le mani, incerta se prendere a testate la sedia, Banzo si aggrappava spaventato alla fanciulla al suo fianco: per un secondo aveva creduto di stare a casa, vicino Ravenna, e che il grido con cui era entrato l’attore annunciasse il terremoto. Un flash spaventoso e dieci minuti di attacco di panico.
Dopo Pulcinella, rifletto mangiando (e commuovendomi per quanto sia buono) Colombina è d’obbligo. Anche perché fa la valletta pure alla prima parte dello spettacolo, presentata da una drag queen.
Ma io, per chi non l’avesse capito, voglio il Banzo su quel fottuto palco. Oh yeah. E seduta accanto a Eva modello groupie possiamo finalmente applaudirlo verso le 22, preannunciato dal tecnico-regista che parla di spettacolo di varietà, cabaret e danza del ventre. Danza indiana!, gridano da dentro (in realtà gridano il nome della danza, destinato a rimanere incomprensibile ai più).
Finalmente il nostro eroe, in mutandoni d’ordinanza, maglietta Odio il Brodo stile Skiantos e giacca da Bravo Presentatore, si siede sui gradini del palco a gambe larghe (mentre cerco disperatamente di fargli cenno di chiuderle) e legge una cosa in una lingua sconosciuta, che Colombina traduce in spagnolo. Mi spiegano che è modenese, o una cosa così.
Primo numero: -Danza del ventre!
Altra smentita da dietro al palco.
– Scusate, la mia pancia mi ha suggerito male – commenta il Banzo in spagnolo.
Parte la musica e comincia subito la parte più bella: quando i ballerini non appaiono. Diventa una specie di gag, il pubblico applaude e il tecnico va a controllare che siano ancora vivi. Sì. Aspettano la reincarnazione e l’inizio della canzone, dopo un intro lungo quanto una canzone dei Pink Floyd.
Tra un numero e l’altro messaggio un’amica catalana in dirittura d’arrivo: conoscendo i miei polli le comunico che lo spettacolo volge al termine e sono 5 euro, sicura? Prevedo che o mi aspetterà fuori o troverà il modo di entrare gratis.
Intanto una strepitosa sessuologa ci parla delle tecniche d’approccio degli uomini nella storia, ricordandomi che la più schietta della mia vita è stata fuori alla Biblioteca de Catalunya:
– Quieres polla?
Eva ha un infarto. Da dietro fanno ssst. Si gira: – Ma LEI mi fa ridere.
Come la comica milanese alle prese con la famiglia del fidanzato “locale”. Lei cerca di dare la mano al suocero, che cerca di baciarla alla spagnola, poi non si mettono d’accordo sulla guancia (si comincia a destra in Italia e a sinistra in Spagna). Anche qui ricordo quando, per lo stesso problema, stavo baciando sulla bocca Tonino Carotone
Fortuna che c’è la ballerina seria. E bravissima. L’avevo già vista fuori alla sala, con un trucco modello Misfits mentre si faceva un punto d’onore di allenarsi davanti a tutti, stendendo il piede flessuoso a qualche centimetro dalla mia salsiccia e friarielli. Stavolta entra in scena con una musica tragica e una catena in vita. Non riesco a reprimere un “Mamma d’ ‘o Carmene”.
Quando temiamo che si stia per suicidare, le luci si spengono. Applaudiamo risollevati ma è un falso allarme: la danza riprende. Ci caschiamo un’altra volta prima che la sua uscita di scena, risorta e senza catene, ci prepari al gran finale: la poesia antisismica.
Siccome l’ho ascoltata alla fine del primo spettacolo medito la fuga, poi resto e scopro cose che non avevo capito bene, in questa gustosa allegoria con excursus storici e papi striscianti per Milano “come preservativi dorati”.
La serata finisce con Banzo applaudito, per sua richiesta, come Justin Bieber davanti a un esercito di 16enni.
Missione compiuta: qualcosina di soldi s’è racimolata, noi ci siamo illusi per una sera di essere vicini all’Italia, e i romagnoli in sala si sentono meno in colpa (non so perché, ci si sente sempre in colpa a non soffrire quanto gli altri). Lo spettacolo improvvisato in pochi giorni è stato più che dignitoso, come mi conferma il sorriso dell’amica catalana, entrata gratis nell’ultima mezz’ora.
Tutto è bene quel che finisce bene, se non fosse per la Proposta. Sempre quella, innocua e fatale come i dadi della morte.
– Birretta?
Dici di no, dici di no, dici di no.
– Se è una cosa veloce…
Un chilometro più tardi, ci ritroviamo in 10 in Rambla Raval. Banzo, con la musica nelle orecchie, ci arriva dopo varie piroette metal, che mi distraggono dalla notizia che il mio ammore mancato partirà tra poco. Amen, penso, mentre sfogando la comune passione per il demenziale intoniamo T’appartengo di Ambra, e la parte fricchettona del gruppo siede a terra con la cerveza dei paki beer.
– Perché rifiutiamo sdegnosamente la sedia come simbolo della modernità che ha corrotto la natura umana primigggenia – cerco di parafrasarli in contumacia, con un accento alla Verdone, al tavolino del bar turco. Eva ride e illustra le nostre parole (e i loro capelli) sui tovagliolini, la catalana ci guarda sempre più perplessa, Banzo si accorge che non ha soldi, io mi accorgo invece che sta succedendo di nuovo.
Ho un attacco di acidità.
Non di stomaco, di capa. Da un mesetto a questa parte m’incazzo facile e non mi tengo un cece in bocca. A proposito, la lentezza del servizio mi porta dentro a trattare per un misto di tapas turche comprendenti non a caso hummus e uno yogurt acido.
Tornando al tavolo, un tizio che conta delle monete e che già aveva offerto un prestito al Banzo squattrinato, dichiara in italiano perfetto:
– Ciao, mi chiamo Samuel, sono negro e sono uno stronzo di merda.
– Tutti a te, capitano, sti incontri – sorride la catalana mentre cerca di farsi portare un piatto simile al mio.
Il cameriere chiede aiuto a un collega, che sentenzia che trattasi di “hummus” (in realtà ci sono 4 pietanze diverse), e quando arriva un piatto di solo hummus viene rispedito al mittente.
Poi il silenzio.
Poi esplodo.
Prendo la catalana, entro e cerco quello che ha servito me. Ci preparano un nuovo conto. Banzo capisce che ha tutto l’agio di andare a prelevare, sposarsi, andare in pensione e tornare.
La frangia catalana propone già un simpa quando arriva il piatto seguito da un terzo conto che include pure l’hummus rifiutato. Alla fine il cameriere con un gesto magnanimo “ce lo abbona”, io penso a quando per legge dovranno imparare pure il catalano, e la catalana si ripromette di tornare con petrolio, stracci e accendino.
Ci separiamo dagli altri sulle note di Spalman di Elio e lei dichiara:
– Uscire con gli italiani è strano, siete tutti normali finché uno non attacca una canzone e allora vi trasformate tutti. Come in un musical!
Sì. L’Italia è un musical.
Ma io sono in preda a un altro problema: il famoso hummus mi ha fatto contatto con la salsiccia e friarielli e i postumi dell’influenza. Mi trascino verso casa pallida e con lo stomaco in rivolta, e mentre salgo i cinque piani tra me e la salvezza cado in un vortice di pensieri ripido quanto le scale, fatto di mutande di Pacman, camerieri scemi, danzatrici incatenate e un tizio in partenza che finita tutta la birra in casa strimpellerà una chitarra di prima mattina.
Su questo degno epilogo mi riprometto che la prossima serata italiana la birretta si eviterà accuratamente.
Possibilmente, pure il terremoto.
(Precedente apparizione del Banzo featuring Pacman)
(Madrina morale della serata)
(Artista che ha declinato l’invito all’ultimo minuto)
Egocentrismo? Megalomania? No, vi parlo di casa mia perché voglio che sappiate dove vivo, così se passate per Barcellona mi portate la mozzarella.
Mi raccomando, aversana: quelle di Battipaglia sono ottime, per carità, ma mi piacciono piene di latte alla diossina, dopo tutto quanti anni volete campare. Preferibilmente del caseificio Javarone, quello di v. Stanzione nel natio borgo selvaggio. Se no, desistete.
E se Leopardi si sta rivoltando nella tomba per l’accostamento con me, chissà come ha preso il suo natio borgo selvaggio il paragone col mio.
Il mio appartamento, per la cronaca, è quanto il balcone di casa mia al borgo di cui sopra.
Però la strada è sfiziosa: c’è in alto un cuore gigante, giusto al centro, che quando è aperto il teatrino, l’Almazen, s’illumina d’immenso e illumina pure un po’ la strada, che ce n’è bisogno. Quindi abito nella “strada del cuore”, una traversa di Joaquim Costa scendendo verso il Carme. Quando vedete il forno marocchino, sappiate che il mio palazzo è quello lì accanto con la porta rotta (sospettiamo del vicino spacciatore). E che per portarmi la mozzarella dovrete farvi cinque piani a piedi (in realtà, 5 + ammezzato, pomposamente chiamato in catalano principal).
Consolatevi: in alto troverete una Bialetti da riempire con, a scelta, Kimbo e Passalacqua. Tutti per voi, perché io non bevo caffè. Un amico irlandese, sul terrazzo, perché se è bel tempo ci mettiamo lì, voleva insegnarmi come farlo, e quando mi vide ammonticchiare una buona dose di miscela nella caratteristica montagnella, strillò pure “che stai facendo?”. Per vendetta gli feci una cremina così ristretta che credo soffra ancora d’insonnia.
Ma il mio balcone è bello, nel suo squallore: è quadrato e abbastanza grande, con tre piantine moribonde. Oddio, il basilico è spacciato, è destino che non me lo goda mai come si deve, qui a Barcellona. Sulla menta nutro ancora delle speranze, mentre il rosmarino sta una bellezza, nonostante la wok fangosa che gli fa da vasetto: a quale altro uso destinare una fetentissima wok Ikea?
A cucinare infatti m’ingegno con due padelle e due pentole, una cinese antiaderente, che va letteralmente perdendo smalto, e un’altra di metallo, regalo di un’ex collega che non sapeva che farsene. Il fatto è che sono sempre nere, perché la cucina usata che ho preso al magazzino sotto casa (ve lo raccomando, raccoglie i mobili buttati via e li rivende come nuovi) andava a gas naturale. Adesso invece ha la caratteristica bombola arancione di butano, portata su da un pako che ci guadagna giusto 3 euro, mentre il resto dei 18 va non so a chi. Risultato: fa certe fiammate che mi anneriscono le pentole, e siccome sono sozzosa mi scoccio di stare sempre a tirarle a lucido.
Però non faccio male a nessuno: vivo sola. È stato il mio regalo dei 30, l’anno scorso: dire addio a tutti i possibili coinquilini che ti possa appioppare Barcellona, dall’ex soldatessa israeliana che tiene il fornello acceso tutto lo shabat, alla coppia latina che litiga ogni giorno, passando per il punkabbestia sivigliano. Che quando non ha le allucinazioni in bagno dorme nudo con la porta aperta. Sarebbe anche un bello spettacolo, se la stanza non puzzasse di cimitero.
Siccome i più pazzi erano anche fanatici della pulizia, in loro onore pulisco una volta ogni cent’anni, e giusto perché ho ospiti.
E che ospiti. Splendide fanciulle slave che vanno a fragole e Nutella, sardi che improvvisano tarante freestyle, pakistani attratti dalle mie indiscutibili qualità: occhi grigi, capelli tinti, cittadinanza europea… E una volta ogni morte di papa, viene perfino qualcuno che mi piace.
Con questi succede una cosa strana: vengono, si prendono il caffè o la birra e dopo un’ora se ne vanno. Magari preannunciando “resto solo un’ora”. Ora, non ho mai preteso di piacere a tutto il mondo; anzi, antichi complessi adolescenziali ogni tanto mi fanno ancora propendere per il contrario. Il fenomeno strano è che mentre altri magari ci provano, proprio questi restano un po’ sul balcone, indovinano che chiesa è quella in fondo a sinistra (Santa Maria del Pi, votata all’unanimità) e poi se ne vanno felici e contenti. Sarà che solo con loro continuo a meritarmi il simpatico soprannome di iceberg?
E meno male! Questa bianca cameretta sui tetti del Raval ha pericolosamente solleticato la mia misantropia, tanto che la chiamo “mi cueva”, mi sono decisa da poco ad aprirla agli amici e come una bimba avida trovo impensabile condividerla con qualcuno. La buonanima di mia zia, morta quasi centenaria dopo una vita “consacrata al Signore”, mi vaticinava che non mi sarei mai sposata, buttando al vento il mirabile corredo che mi aveva apprestato.
“Tua zia è vergine? Che brava persona, la invidio, voglio conoscerla!” chiedeva il mio ultimo ex, per farvi capire la mia capacità di selezione. Da bravo timorato di Allah, quando la nostra storia finì si limitò a una proposta di matrimonio per amore (sì, del permesso di soggiorno, “ti do 3.000, 4.000 euro”) per poi puntare sulla casa. Ha dunque cominciato ad augurarmi, Inshallah, un buon lavoro lontano da qui. Lui si sarebbe goduto il balcone, e la privacy: tanto, date le dimensioni, pensava di metterci giusto altre quattro persone (l’ideale per il bagno di Barbie).
Giammai, ho risposto. Quando ho visto questa soffitta, in omaggio alla mia vecchia anima boema che si va inchiattillendo, ho pensato appunto a La Bohème, a quando Mimì (ma il suo nome è Lucia) smette di fare la civetta e dichiara: “Ma quando vien lo sgelo/il primo sole è mio/il primo bacio dell’aprile è mio”.
Confermo. È stato mio, anche quest’anno, il primo bacio di un aprile alquanto piovoso. Sospetto che lo sarà anche il primo cazzotto d’agosto, ma per allora Allah pensa.
Come dice Jane Austen (e se non era lei era sua sorella) il miglior rimedio al mal d’amore è non annoiarsi mai.
Il problema è prenderla alla lettera, e capire ad esempio che se inviti gente a pranzo potrebbero anche accettare. Eccomi alle 11 del mattino coi capelli di una strega e il compito di fare una pasta al forno di cui mi manca un ingrediente a caso: la pasta. Fortuna che c’è Oliver Twist a mettermi di buon umore: ho appena tradotto l’impiccagione diFagin.
Corro al Caprabo, vicino Rambla Raval, e mi pianto col carrello tra Barilla e Garofalo, quando un tizio prende un pacco di spaghetti all’uovo Eroski a 70 centesimi e se ne va. Per rappresaglia compro gazpacho in bottiglia e salsa Romesco in barattolo.
Tutto fila, però: rieccomi a casa, la polpa Mutti “pippea” sul fornello, le uova sode sono pronte a ustionarmi, e alla terza bestemmia perfino il forno a gas si è deciso a funzionare.
Mentre medito di usare il caciocavallo come arma di difesa personale (è un po’ duro, devo ammetterlo), sento odore di bruciato.
Il sugo non è.
Da fuori non proviene.
Guardo davanti a me. Dalla parete esce una graziosa nuvoletta di fumo.
Il soffitto comincia ad annerirsi.
Con uno scatto felino stacco la spina dello scaldabagno. Era da tempo che associavo l’acqua calda a uno strano odore, ma siccome la mia casa avrà visto passare Colombo a 5 anni (non sapevate che era catalano?) non ci avevo fatto caso.
Indago un po’: il fumo si è arrestato, ma dalla finta mattonella da cui usciva proviene un inquietante scricchiolio. Sbircio e scopro che sono cavi elettrici anneriti.
Inforno e chiamo l’agenzia, reggendo il telefono con una mano e il mocho con l’altra (chi soffre per amore non ha tempo di pulire casa, dicevano in coro le sorelle Brontë). Ma i bastardi sono già andati a mangiare.
I miei ospiti trovano la tavola imbandita, la pasta fumante e vere e proprie scintille in cucina. Miguelín comincia a urlare che andiamo a fuoco, quasi svenendo per il tonfo del forno che si chiude. Gli altri, semplicemente, mi fanno spegnere il contatore.
Non hai un elettricista a portata di mano?, mi chiedono attaccando la pasta. No, rispondo in fretta. Meglio ardere modello strega del ‘600 che dovere una birra a quello del terzo piano, che per fortuna si fece pagare proprio per l’antenna che non funziona, autorizzandomi così a depennarlo per sempre.
E poi ci sarebbe… No, non posso, mi dico lottando col caciocavallo assassino. No, non se ne parla proprio. Poi penso al pecorino originale che già farà la muffa, al provolone sottovuoto, alle poche foglie di minestra che ancora si conservano…
– Pronto, Fahim?
Risponde un risolino ironico:
– Salve. È un po’ che non chiami. Pensavo fossi tornata in Italia. – No, semplicemente sono stufa di tenerti mezz’ora di fronte a me a mangiare patatine, guardarmi fisso e chiedere “cómo está tu padre madre bien”.
Ma quello che dico davvero è:
– Mi si sono incendiati dei cavi in cucina, non ti chiamerei se non temessi di saltare in aria.
Dopo due minuti ammette di non capire. Dopo cinque mi passa un amico “che parla bene”. Dopo dieci minuti l’amico mi sbatte il telefono in faccia annunciandomi che “ahora venir”.
Infatti in men che non si dica mi ritrovo Fahim in terrazza a bere coca cola (i paki non pagano un cazzo d’affitto ma non hanno il balcone), aspettando un amico elettricista e chiedendomi se mi padre madre bien, mentre gli amici, spazzolata la pasta, si lanciano sulle lettere della Guerra Civil regalatemi da un’amica.
Leggono ancora, quando l’elettricista, ripreso fiato dopo i cinque piani a piedi, annuncia che tornerà alle 16 e chiede 40 euro per cambiare i cavi di cucina e bagno. Rifletto: l’agenzia me lo farebbe gratis, ma chissà quando. 40 euro e il caciocavallo sarà di nuovo libero di attentare alla mia vita.
Accetto.
Entrambi i moros se ne vanno proprio mentre la señora Mercedes, franchista convinta, nella sua grafia elegante e timorata di Dio ricorda che “no hay mal que por bien no venga”. Austen e Brontë le fanno un baffo.
Mentre scendo a prelevare soldi per l’elettricista, Miguel scopre una lettera scritta dalla “zona repubblicana”.
– Zona roja – lo correggo con una linguaccia.
Si vendica facendosi trovare a russare sul mio letto, che avendo vita propria (le molle schioppano da sole) si starà emozionando per il primo occupante maschile dai tempi di mio padre alla festa della Mercè.
Mi siedo al sole con David ed Elisenda, che ispirata dalle lettere franchiste spiega che suo nonno era carlista perché gli avevano ammazzato il padre. L’altro suo nonno, interpellato suo malgrado, aveva dovuto scegliere tra padre e figlio e aveva sacrificato il più anziano. Io parlo del bisnonno socialista e operaio, che dopo lo sciopero organizzato per il rapimento di Matteotti tornò a casa, unico a piede libero, per scoprire che la moglie intanto aveva iscritto i bambini al Partito fascista. Da allora, per 20 anni li aveva messi a guardia della cantina mentre faceva il suo discorso antifascista:
– Musulline è ‘n ommo ‘e merda…!
E questa la capiscono anche i catalani, che svegliatosi Miguelín cedono il testimone all’elettricista di ritorno con gli attrezzi.
– Di dove sei? – chiede lui mentre sposto il microonde.
– Italiana.
– Ah, si vede dagli errori che fai quando parli spagnolo.
– Era catalano.
– Ah.
In un inglese sfigurato dall’accento si fuma una sigaretta sul balcone e mi spiega perché i paki hanno conquistato il Raval: la vita è una, e se avesse i soldi starebbe sempre in vacanza, ma con questa crisi il mondo è di chi se lo piglia, ci sono mille occasioni per far soldi lavorando sodo ma senza mai sporcarsi le mani. Lui per esempio sa fare di tutto, dall’elettricista al sarto.
– Anche sistemare antenne?
Non l’avessi mai chiesto. Ordina una sedia, si fa aprire il terrazzo comune, armeggia coi telecomandi, mentre sento salire lo spacciatore del quarto piano che per nessuna ragione deve trovare il balcone aperto, specie se consideriamo che proprio lì accanto c’è il mio.
Quando l’elettricista getta la spugna, e mi dà due baci che un velo in testa mi risparmierebbe, mi metto a lavare i piatti pensando che ogni tanto un po’ di noia non guasterebbe… Ma ribussano alla porta.
È ancora l’elettricista, con un aggeggio tristemente familiare.
– Scusa, voglio fare un ultimo tentativo – dice captando il segnale dell’antenna.
Sono troppo stanca per mandarlo via. Stavolta sale sul tetto, arrampicandosi da una misteriosa cavità (canna fumaria? Pozzo magico? Oracolo?) da cui proviene nitida la voce dello spacciatore. Ho un’improvvisa illuminazione: Fagin è lui! Stesse basette, pure.
Il neovittoriano sta ancora litigando sulle scale per una questione di soldi quando riesco a mettere alla porta l’elettricista, che non chiede nulla per lo straordinario ma m’invita a prendere un caffè.
– Il mio numero ce l’hai, anzi se mi dai il tuo…
– Arrivederci e grazie.
L’unico vicino che ti chiede il numero invece che rubarlo.
Questa la capiranno le donne. Tutte quelle con un profilo fb che almeno una volta nella vita si sono ritrovate un perfetto sconosciuto che chiede loro l’amicizia. Leggendo per la prima volta degli antichi messaggi, ignorati per motivi non pervenuti, mi sorprendo, e non dovrei, della fauna virtuale, dagli inglesi che ti chiedono l’amicizia perché il tuo profilo è “interessante” (e tu cerchi di ricordare se nella foto dell’epoca avevi il push-up), passando per il tizio che ti manda “un saluto da Barcellona” perché ancora non ha capito (per fortuna) che magari siete vicini di casa.
È sicuramente mio vicino un personaggio che entrerà negli Annali come il pasticciere pakistano. Mi aveva già mandato un SMS a Natale, tra la quinta e la sesta portata, augurando a me buone feste e ai miei di trovarsi in buona salute. Quindi mi chiedeva se volessi una torta natalizia. La stravagante proposta non era stata ripetuta, ma sapendo che i paki del Raval risalgono a qualsiasi numero meglio degli agenti della CIA (accostamento improbabile), mi chiedevo solo quale cellulare avesse sequestrato, questo qua, dei 2 o 3 che per vari motivi avessero il mio numero in memoria.
Il mistero era stato risolto da una commovente chiamata del mio ex. Che mi avvertiva nel suo spagnolo creativo di fare attenzione a quest’energumeno, a suo dire ipocrita e doppiogiochista. Non mi sorprese: fin dai primi contatti notavo che i miei vicini o si criticavano tra loro, o mi pregavano di non dire a nessuno delle loro chiamate, salvo dichiarare che ero una zoccola vedendo che queste non sortivano l’effetto sperato. Con le tariffe in circolazione oggi…!
Come il figlio di un bacchettone che non voleva che mi si rivolgesse la parola, nel palazzo: ligio ai dettami paterni mi chiamò alle 2 di notte, informandomi di star giù al portone ad aspettare turiste ubriache (come lui, supposi), poi millantò le sue doti amatorie, vantando 7 trabajos a notte per fanciulla (senza specificare in quale sistema numerico). Infine mi dichiarò il suo amore, che mi avrebbe dimostrato praticamente se gli avessi “aperto la porta”. Il mio sdegno dovette stupirlo molto, perché mesi dopo dichiarò all’amico con cui ormai uscivo che non ero una buena persona (“sorridevo troppo”, gli fece eco un altro che chiamava tardi). Mi domando se sua moglie, che intanto stava in Kashmir ad accudire il figlioletto di qualche mese, non si sarebbe stupita altrettanto.
Adesso toccava al mio ex mettermi in guardia dalla nuova vittima di Cupido. Dopo avergli dato, evidentemente, il mio numero o il contatto fb. Forse non poteva rifiutare un favore a un “fratello”, ma non voleva diventare lo zimbello di tutti, sua somma preoccupazione, se ci avessero visti insieme. A volte il Raval sembra un paesone di Napoli Nord.
La cosa finì lì, come per altri episodi del genere. Finché ieri, spulciando tra questi messaggi dimenticati, mi sono accorta di tutto: il pasticciere, giacché era questo il suo mestiere, mi aveva scritto diverse volte, in buon inglese, offrendomi anche varie foto delle sue creazioni dolciarie, perché scegliessi con tutta calma quale volessi. Era un pegno della sua intenzione di avermi come “amica, o compagna di vita”. Sospettavo da tempo che l’urdu non fosse prodigo di sfumature tra “perfetta sconosciuta” e “moglie”.
Comunque i dolci sono magnifici. Deve pensarlo anche George Bush sr, perché in una foto si trova lui in persona, immortalato al suo fianco insieme alla moglie Barbara e un’enorme torta con un’aquila americana. A me invece veniva suggerito, più modestamente, un tiramisù.
L’ultimo messaggio annunciava che mi aveva vista con un cappotto rosso (che non possiedo) e mi stava molto bene. Si rammaricava ancora che non rispondessi, credo che non possa concepire che a una donna non piacciano i dolci. O che una bionda che vive sola non sia propensa ad aprirti la porta (per usare la metafora del compaesano – padre di famiglia) per un tiramisù. Dopo tutto, quello del negozio di fronte mi aveva offerto solo un pacco di sale.
Quanto a dolcezza, però, gli italiani sono sempre in pole, come il fiorentino che, scopro ora, dopo un mio intervento in un gruppo particolarmente frivolo di italiani a Barcellona, mi riserva ben 5 messaggi, annunciandomi che a giudicare dall’ovale sono simpatica e disponibile. Tre messaggi dopo rinnega ogni speculazione lombrosiana di fronte al mio ostinato silenzio. E dichiara infine, sdegnosamente, che ormai la mia risposta non gli interessa più.
Io col week-end barcellonese ho un problema: mi fa schifo. È un trauma antico, alla fiesta ho rinunciato notando che gli “amici” mi chiamavano solo il venerdì sera, e che il francesino ventenne con cui brindavo ogni tanto andava da un’altra per il bicchiere della staffa. Era il momento di prendersi una luuunga pausa, che in effetti dura ancora oggi.
Questo sabato pomeriggio infatti si annunciava scoppiettante come sempre, ma mentre già sto scaricando il film ecco che mi viene voglia di vita sociale. Pomeridiana, ovviamente, come le nonnine che sempre popolano i bar che piacciono a me. Me lo fa notare Vanessa, varcando la soglia dell’orxateria valenciana.
Parliamo del licenziamento: lei aveva lasciato prima, rifiutando il part-time per trovarsi un’azienda meno glamour e più solida. Quindi mi chiede un po’ di pettegolezzi postumi. Era vero che Tizio usciva con Caia? Meno male, allora un po’ di movida c’era, in quel mortorio…
Ma che gossip volevi, butto lì, io ero l’unica libera, in ufficio… Lei sembra fare un rapido calcolo e conclude: hai ragione, eri l’unica. Pure l’unica a non saperlo, sospiro nella cannuccia, soffiando una bollicina nella leche merengada. Squisita. L’orchata di Vanessa invece sa di orchata, ovvero di niente. Avrei dovuto dirglielo.
Sicura che non vuoi venire con noi?, la saluto sotto la metro prima di andare con Xavi, catalano vissuto in Toscana (“He hazzo dici?”), che per l’occasione è venuto con un catalano “di Saragozza”. Catalani e basta è difficile trovarne.
Dopo un poetico giro per una mostra al CCCB, e uno più prosaico per locali sozzosi, approdiamo causa affollamento al mio asso nella manica: casa Almirall. Classe 1860, il miglior vermut della città, garantiscono.
Infatti il dramma comincia con me che decido di provare il vermut.
Il primo brindisi lo facciamo in catalano. Al terzo stiamo parlando napoletano, aragonese ed esperanto, mentre i camerieri scommettono su che lingua sia. Specie il cassiere, che mi osserva gesticolare attonito.
Il vicino romano incontrato all’uscita mi annuncia che sto ‘mbriaca (ma va’) e che me so’ perza ‘a riunione Altraitalia.
Vero, cacchio, impreco entrando da Shalimar, bocciato una volta dagli amici paki e promosso ora a pieni voti da un Xavi sudato e felice (per le spezie), che al secondo bicchiere di vino fa un uso improprio del tovagliolo.
Risultato: il giorno dopo mi sveglio con una sbronza colossale, e in ritardissimo per ripulire i detriti delle pulizie di primavera. E ho un pranzo tra tre ore.
Ma c’è un bel sole e chiamo Fahim, sempre gentile e carino, e sempre coinquilino del mio ex, che è sempre 20 cm più alto di lui (e 40 più di me).
– Vieni a prendere un caffè nel pomeriggio? Ho delle cose per il tuo magazzino.
– Ok.
– Porteresti anche il trapano? Mi aiuti a montare l’amaca.
A fare la spesa non lo mando, porello, un pako che mi compra la pancetta è troppo anche per me.
Fortuna che ho invitato dei ritardatari cronici, che però riescono a sorprendermi: una arriva mezz’ora dopo con un amico, un altro mi messaggia a quota 10 minuti di ritardo per annunciarmi che si è appena svegliato.
Siccome lei non ha ricevuto il messaggio di scuse anticipate, il mio salotto le si presenta in tutto il suo splendore come sorpresa del giorno.
Meno male che il pranzo è fuori al balcone, ma… Che fine ha fatto il sole?
– Mi sa che scoppia un temporale – annuncia lei.
– Ma va’ là, ma va’ là.
Alla prima forchettata, come in un film, comincia a piovere qualsiasi cosa. Anche bestemmie, mentre rovescio in un sacco della spazzatura tutto il letame sul tavolo in salotto. Quando riusciamo ad addentarlo, lo spaghetto è ormai tiepido. Solo la menesta nera si conserva a tremila gradi Fahrenheit, il che non impedisce all’altro ritardatario d’ingollare 5 piatti e tutta la baguette.
Fahim invece non prende manco il caffè: arriva con soli 40 minuti di ritardo e senza trapano, per dirmi che ripasserà. Non saprò mai se andava davvero di corsa o l’abbiamo spaventato.
In fondo guardiamo solo il Mago Otelma in un reality spagnolo.
È ormai tempo di uscire un po’. I miei ospiti si accapigliano sulle responsabilità della Grecia nel Medina Azahara e fanno pace nell’Ambar.
Io invece vado a far pace col pigiama: mi ero vestita sotto il sole traditore, e ora ho freddo.
E poi niente partita, oggi.
Marianna mi ha chiamata per avvertirmi della morte di Morosini. Ma questo con tutte ste stronzate non c’entra.
Uno slogan anni ’70 diceva: “Più polvere in casa, meno polvere nel cervello”. Per questo mi so’ fatta femminista, perché con la polvere in casa getto letteralmente la spugna. Specie se la casa è mia e contraddice il principio della fisica per cui non si può generare materia dal nulla: ma se quando faccio le pulizie di primavera mi ritrovo “nippoli” in posti impensabili! Oddio, lì avrebbero senso, o ne avrebbero di più che nell’acqua appena versata nel bicchiere pulito.
Ma il bello della disoccupazione è “dedicare più tempo alla casa”, e non me lo voglio perdere. D’altronde, se voglio tirar tutto a lucido è unicamente per sani principi igienici: se non trovo il documento d’identità spagnolo mi sogno il sussidio di disoccupazione, di per sé già improbabile.
Fortuna che intanto ho trovato la soluzione alla crisi: sotto al mio letto è accumulato in centesimi l’equivalente del debito pubblico nazionale. Cerco di ricordarmi quando mi sia esploso il portafogli (è sempre così pieno…) quando riesco a schivare per la prima volta lo spigolo della finestra. Di solito il legno marcio mi si conficca sempre nella schiena, ma non oggi.
Allora c’è speranza! Posso perfino trovare una destinazione ai panni più imbarazzanti nel pericolante guardaroba IKEA: i casi disperati li uso per la polvere, per gli altri confido nell’eventuale contagiosità del daltonismo. No, eh?
I gioielli, almeno. Quelli che tengo perché sono regali, senza confessarmi che non si possono vedere. Li metto in una borsa tarlata, tutti tranne la parure indiana originale del mio ex, tre strati di brillanti e laccio d’oro, che destino all’uscita in pizzeria di domani: ci guarderò il Napoli tra eleganti caballeros in tuta azzurra (“’o Cava’, ma ‘o rigore era troppo facile, int’ ‘a scassata ‘e nonneta?”).
Il documento non salta fuori. Contemplo le foreste amazzoniche reincarnate sotto forma di kleenex nel comodino di Mary Poppins, e scopro cucchiaini (sempre IKEA) ancora attaccati alla bustina del tè.
Come ho fatto ad accumulare tanto schifo in soli 5 mesi di lavoro? Mah. In compenso ho ritrovato tutte le penne della mia vita. Per festeggiare batto la testa contro il legno marcio di cui sopra.
Ma il colpo di grazia me lo dà la porta sul balcone, mentre scopro che gli gnocchi “catalani” che ho versato per premiarmi sono in realtà Garofalo e cuociono in 2 minuti. Mentre mi precipito a racimolare un po’ di rosmarino per fingere di avere una salsa, zac!, la maniglia mi stampa sul fianco il solito livido viola, che in spiaggia fa sembrare la mia vita mooolto più interessante di quanto non sia.
Già è tanto che mangio, oggi: nella confusione ho menato l’accendigas nel lavandino, e non c’è verso di farlo resuscitare. Lo butto tra i cumuli d’immondizia recuperati stamattina. Ma come si ricicla, un vecchio accendigas viola? Lo metterò tra i panni per daltonici, la ruggine fa pendant con la camicia arancione fluo.