I fuochi da Montjuïc mi ricordano che sono qui da 4 anni.
Dalla festa della Mercè di 4 anni fa, quando presi un taxi dall’aeroport del Prat (non sapevo dove si prendesse la navetta) e usai tutto lo spagnolo che conoscevo, “Para Sants, por favor”. Non avevo manco prenotato l’albergo.
Dovevano essere 5 mesi, e poi quasi giorno quasi casa quasi amore.
Oggi ho festeggiato senza accorgemene, ballando pizzica su Rambla Raval, tra catalani un po’ hippie e riluttanti ad alzare il culo da terra, per poi scatenarsi sulle ultime canzoni.
Quindi, michelada con una messicana e un siciliano, che per una volta che ci sia qualcuno che l’apprezzi come me quasi ne prendo due.
E una birra sul mio terrazzo. Perché ora ho un terrazzo tutto mio, e del caciocavallo da offrire.
Cosa ho perso, in 4 anni? Tutto.
Cosa ho guadagnato? Tutto.
Was blind but now I see.
Se non vado a Napoli per qualche tempo mi iscrivo di nuovo a gospel.
Anche se probabilmente non c’è nessun Dio, ho molte cose per cui dire grazie.
La patrona di Barcellona, col suo manto di stelle che non le ho mai visto addosso, ma che le spetterà di diritto, come a tutte le Madonne.
Specie quest’anno, che è tutto un firmamento di estels indipendentiste, dipinte in bianco o in rosso su una bandiera indossata modello Superman. Te le ritrovi in metro e per strada, ma non nel mio Raval. Che continua imperterrito a lavorare fino a tardi nonostante il film anti-Maometto, nonostante le vignette, nonostante quelli che pensano che Islam significhi quattro fanatici pronti a scattare su a ogni provocazione (e allora non avrebbero un minuto di tempo).
Comunque.
Il 29 ho l’esame. Lo so, napoletani in ascolto, un giorno a caso.
Lo scritto. L’orale tra l’1 e il 4.
In classe sono scene da film horror.
La prof. che fa l’elenco di cosa NON spiegherà, e si cimenta in paragoni con lo spagnolo che ne fanno l’unica catalana che proprio non lo conosce.
La classe che guarda sbalordita la lavagna, cercando trattini dove non sono mai esistiti, o le elisioni che popolano il linguaggio parlato, e allora qualcuno, durante gli esercizi, viene a chiedere consiglio a ME.
Mo’, che l’unica straniera debba insegnare il catalano si spiega in due modi: sono anche l’unica che si è dovuta fare un culo così per il diploma, gli altri se lo sono aggiudicato di default per nascita e studi; il catalano non lo parlo che con qualche amica, non l’ho potuto contaminare con “r” mangiate e le “e” aggiunte a ca… volo.
Tanto nel mio girarrosto di fiducia parlano in urdu. “Ehi, mi hai appena chiamato ‘ragazza’, vero? Troppo buono!”, e loro divertiti dalle due parole che capisco, “ragazza/o”, e la roba da mangiare. Le basi, insomma. E poi vabbe’, “ti amo” e “meri jan”, che praticamente significa “core mio”, come ne Gli esami non finiscono mai.
Solo che stavolta, per me, gli esami finiranno, che li superi o li ripeta a febbraio. Questo è il diploma di catalano più avanzato, dopo c’è solo il napoletano.
E ora, Mercè. Ho già visto lo spettacolo di luci dell’anno, sulla Sagrada Familia, e ieri nel Parc de la Ciutadella un tango infuocato (letteralmente) che non mi ha ammaliato quanto il Tetris gigante e il nostro tifo per i giocatori, specie per i bambini che, se non fosse stato per la Mercè, il Tetris non sapevano manco che era.
Lunedì mi tolgo una soddisfazione: ballare la pizzica su Rambla Raval. Ho già avvisato tutti.
Anche perché sono quasi tutti stranieri, non si renderanno conto che sto alla pizzica come Romina Power sta al Belcanto.
E poi aspetto. Notizie da Napoli, se ci vado per 5 mesi, miracolata tra le decine di richieste per una borsa di studio, o dopo l’esame devo proprio mettermi a cercare un lavoro, che il sussidio è finito e tutti i colleghi licenziati hanno trovato qualcosa, meno noi del dipartimento di Content.
Io speriamo che me la cavo.
E intanto festa. Barcellona è così. Crisi e feste.
E le stelle stanno a guardare.
Lo so, non siamo sul blog di Hello Kitty, ma all’università ho scoperto l’angolo del cortile in cui vanno le ragazze a parlare d’amore.
Vicino al campetto chiuso, dove stanno le panchine in ferro battuto, che ti ci puoi stendere. Dove ho fatto la seconda intervista da napoletana a Barcellona per un giovane meridionalista.
Miii, ogni volta che mi siedo a leggere ci stanno due lì vicino, sempre diverse, che fanno discorsi da romanzo di Lyala.
Solo un po’ più moderni.
Il “lui” di turno, ad esempio, è sempre ambiguo, sentimentalmente incerto. Ma anche loro non scherzano.
Di solito ce n’è una esasperata e l’amica che le dà saggi consigli.
Tipo: parlagli chiaro, non fare lo zerbino ecc.
Il tutto in catalano, ovviamente, o in una buffa combinazione catalano/spagnolo che manda a farsi benedire la mia concentrazione. Specie se è un libro di storia da recensire.
L’ultima volta le ho lasciate al(le) loro pene e me ne sono andata un po’ in giro.
Sono approdata nel Born, al Carders Public House. E l’urlo belluino che proveniva da lì mi ha ricordato che il mio Manchester City si misurava col Liverpool, la squadra della città più schifata dai mancuniani (io me ne frego, ma mi piace sfotterli).
Ho acchiappato gli ultimi 10 minuti, mentre Andy Carroll entrava in campo per gli Scousers e il suo orribile codino mi rendeva più facile il compito di gufare. Ero pure in minoranza, i fan del Liverpool erano numerosi.
Si è affacciato un signore catalano e ha chiesto a quanto stessero. Gli ho risposto 2 a 2 e mi ha chiesto se avesse segnato il Barça. Ah, già, giocava pure quello. E dulcis in fundo, il Napoli. Se è così ogni domenica mi sparo. Chi non ha il cuore sparso in giro non può capire.
Per fortuna lì per lì i patemi sono durati il tempo di una clara, 2-2 e contenti tutti.
Il proprietario mi ha quasi riconosciuta.
L’ultima volta mi ha vista proprio lì all’uscita, alle 4 del mattino, con la custodia di un microfono e due tizi, uno che reggeva una cornamusa e un altro che teneva fermo il leggio.
Ero pure stata invitata a casa loro, da quello sbagliato.
Wrong bedroom, avevo sorriso in silenzio.
E sulla strada di casa, a un semaforo della Rambla, il passante accanto a me era stato agganciato da una prostituta.
– Stammi vicino – aveva implorato, scostandosi dall’orecchio una bocca bianco metallizzato (alle nigeriane sta da dio).
Non era la prima volta che salvavo qualcuno dalle prostitute sulla Rambla. Ma questo era siciliano.
– Sto qui da 4 anni. No, il catalano non lo parlo perché non mi piace e non mi serve, al lavoro. Ah, tu sei stata licenziata? Vabbe’, la situazione è tremenda, ma sempre meglio dell’Italia, no?
La mattina in facoltà potrei dirne anch’io, di cose, alle amiche innamorate della panchina accanto.
Ma la prossima volta mi porto un libro comico, magari mi concentro di più.
(omaggio all’amore, ma soprattutto a Manchester. E che San Morrissey ci perdoni!)
Home is so far from Home, scriveva Emily Dickinson.
Di solito, la notte prima di lasciare Barcellona, anche solo per una settimana di Napoli, mi faccio un lungo giro per “congedarmi”.
Stavolta l’ho dovuto fare per forza, perché ho lasciato le piantine a Urgell, alla donna dal pollice verde. Che le ha piazzate subito accanto alla vite, incaricandola d’istruirle sulle regole della casa.
Altri livelli, ho pensato avviandomi in ritardo all’appuntamento. Una coppia di napoletani (lei di Matéra, ma ormai dei nostri) con una notizia da darmi.
Ovviamente se ne vanno da Barcellona, mi spiegano sulla strada del Port Vell. A lei scade il contratto a termine, a lui è slittato un lavoro a ottobre. Hanno altri progetti, tutti fuori dall’Italia.
Li ascolto attenta e dispiaciuta, quando mi squilla il telefono e grido:
– Nooo!
Se l’aspettavano. Forse mi avevano dato appuntamento per questo, per stare lì mentre ascoltavo:
– Ciao! Sto con … e la sua ragazza, appena arrivata! Ci raggiungi?
E qui mi si è aperta la rosa delle scuse:
Oh, che bello, peccato che debba lavare i capelli alle Barbie.
Magari, ma devo separarmi tutte le doppie punte.
No, me lo chiedi proprio ora che Johnny (Depp) ha parcheggiato l’elicottero in terrazzo e si è autoinvitato a cena?
Alla fine ho guardato i due amici in ascolto e ho detto solo che restavo con loro, perché partivano, caso mai vi raggiungo più tardi.
– Ok, allora chiama direttamente lui, che io torno presto e li lascio soli.
– Contaci!
– Partiamo a settembre – hanno specificato i napulegni a fine chiamata.
Poi, guadagnandosi il Nobel per la pacienza, mi hanno ascoltata sbariare per 3 ore. Perché coi napoletani non mi lamento, non vado in crisi, non sclero. Sbareo, al massimo azzecco ‘e ponte.
Una lunga filippica sull’ambiguità nei rapporti. Posso accusare qualcuno di ambiguità, nell’ennesima situazione ridicola in cui mi sono cacciata? Forse no. Tutto ciò che posso dire, signori della corte, è che, per quanto fossi stata riservata e timida (tanto, tanto tempo fa), che fossi fidanzata prima o poi mi scappava.
– Moglie e buoi dei paesi tuoi – mi sfotteva lui.
E giù altre filippiche sul mio manifesto autorazzismo.
Il giro ce lo siamo fatti, eh: Barceloneta (col cinema gratis sulla sabbia), Born, e il mio lungo ritorno a casa attraverso la Rambla. Poi c. Carme e lo slalom per evitare l’imbecille della serata, che decido di non salutare perché anche solo un “hola” di risposta per qualcuno è un invito. Mi è capitato con filippini, paki, argentini, l’idiozia non ha confini.
Come Plaça Universitat, che mi aspetta tra una settimana insieme alla navetta dell’aeroporto, che ripartirà puzzolente di caciocavallo.
È la mia piazza preferita, con tutto il suo potenziale: la gente che s’incontra fuori alla metro, gli skaters scassaminchia, Plaça Catalunya a sinistra, con la Fnac alla fine del Pelayo, la Ronda di Sant Antoni a destra, col mercato.
Al paese invece mi aspetta Sky in infradito, e qualche amico che non parte. I due cinema proporranno i film dei Vanzina, o qualche sparatutto doppiato.
E quando tornerò, lui sarà sparito. Resterà Barcellona.
Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.
La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.
Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.
Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.
I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.
Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.
Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.
Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.
E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…
Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.
Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.
Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…
Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.
Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.
E allora ho pensato perfino a…
Sì. Perfino a tornare.
Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.
Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.
Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.
“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.
Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!
Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.
Appena usciti dall’Almazen, trasformato per l’occasione in un vero almacén (magazzino) di festoni e co. : il mio vicolo è letteralmente il cuore della Festa major del Raval 2012.
Ogni barrio ha la sua festa e stavolta tocca al mio.
E i gegants sono d’obbligo, come i castellers, e tutto l’ambaradan delle feste catalane.
Io li adoro, è come se al mio paese ci ritrovassimo improvvisamente tutto il mondo a passeggiare per il Corso e la festa del patrono continuasse invariata.
Ah, siete abituati a Capodanno a Times Square? Che ce frega, noi andiamo avanti con le nostre tradizioni.
Che di solito, non rievocandomi i ricordi d’infanzia delle mie amiche, mi annoiano anzichenó.
Ma il Raval non annoia mai. Siamo appena al secondo giorno e sulla Rambla Raval è già comparsa la denuncia degli indignados: il cineforum all’aperto non è stato autorizzato, perché “troppo rivoluzionario”. Un poliziotto di passaggio non avrebbe gradito le cariche della polizia rappresentate nell’ultimo film. Fonte non specificata e immancabile frecciatina alla Filmoteca de Catalunya, che semplificando “non dà niente al quartiere e fa aumentare gli affitti”.
Certo. Non vedo l’ora di rinunciare alla visita di Costa Gavras e alle rassegne su Berlanga per sedermi a terra a rivedere V for Vendetta. E il ragionamento “niente musei e filmoteche perché ci aumentano l’affitto” mi fa indignare con gli indignados.
Balliamoci su, va’, che alla cena catalana ho provato ad andare, ma mentre pregavo perché non fosse troppo nazional-popolare mi ritrovo Plaça dels Angels apparecchiata col servizio buono e tanti anziani in ghingheri (più 5 ragazzi di un coro) che aspettano di essere serviti da camerieri in nero.
È questa la Catalogna del Raval?, mi chiedo piazzandomi sotto al palco della rambla a ritmo di samba. Sembrerebbe di sì, se uno scherzoso “sisplau” del cantante brasiliano riesce a suscitare l’ilarità generale. Sono poche le mani che si alzano quando chiede se ci sono catalani e canta la storia della Montserrat, trasferitasi a Rio col fidanzato Jorginho Pandeiro. Poi però un rastone alle mie spalle lo chiama scherzosamente fill de puta e ricordo che la rappresentanza catalana tra i fricchettoni è decisamente alta.
Invece i pakibeer, stasera, fanno proprio casa e puteca, e mi urtano con l’Estrella fredda a un euro mentre uno strepitoso rapper brasiliano scende tra il pubblico a ballare anche lui.
Pure un pako verso l’ultima canzone, accompagnata un gruppetto di batucadores, fa roteare la cervesabeer in un rock acrobatico con un biondissimo spettatore.
Mentre gridiamo “bis” mi sento prendere per la spalla e baciare sulle guance.
– Hola, qué tal?
È lui, la cosa più vicina alla pedofilia capitatami (nel mio vecchio gruppo italiano, dai 5 anni di differenza in su si era tacciati scherzosamente di pedofilia). Cerco di calcolare se almeno ha raggiunto i 22 anni e di allontanarmi il più possibile, che gli amigos con derecho sarebbero una grande invenzione se non scordassero spesso di essere, appunto, amigos. E sparire nel nulla per più di un anno non lo chiamo amicizia.
– I musicisti sono amici miei – riesce a dirmi prima che riprendano le percussioni.
Già. Questo ragazzo che è un romanzo vivente solo per la sua storia (nonno architetto amico di Dalì, padre scampato a un attentato franchista a Parigi), vive più o meno a scrocco tra gli artisti a cui fa da manager.
E adesso col suo entusiasmo infantile abbraccia il rapper, che si è appena presentato a un gruppo di conterranee. Thiago.
Ma a me dice Tiago, quando gli faccio i complimenti. Perché io sono spagnola. Anzi, catalana.
Infatti domani parteciperò al Sopar Sabors del Món con un risotto a… Un risotto a…
… allo zafferano, suggerisce Andrea, incrociato sulla strada di casa.
Perfetto! Una napoletana che scambiano per spagnola e fa il risotto alla milanese.
– Se non lo mangia nessuno un piatto lo prendo io – promette Andrea prima di andare al concerto punk.
Rincuorata torno a casa, e scopro che sul palco montato sotto al cuore illuminato dell’Almazen raccontano fiabe ai bambini, ai Kalima, Ahmed e… Jordi che nominavano al microfono nel pomeriggio.
E c’è uno striscione rosso aranciato con caratteri in corsivo:
En aquest carrer tenim un cor gegant.
In questa strada abbiamo un cuore gigante.
Lo misuro col mio che in confronto mi sembra piccolo piccolo.
Non posso fare a meno di chiedermi se sarà all’altezza.
E siamo appena a metà festa.
(l’ultima festa maggiore, #beimomentipuntocom)
(chi me piglia pe’ francese, chi me piglia pe’ spagnola… e se fossi giapponese?)
Tra i personaggi che infestano la mia vita barcellonese c’è il ragazzo del Lindy Hop.
Scrivo “infestano” perché appare e scompare come un fantasma.
Per farvi capire perché mi rimase tanto impresso, il giorno che lo vidi, devo raccontarvi un po’ la notte prima.
Era una notte speciale, per due motivi. Il primo era che mi avevano regalato uno spray antistupro al peperoncino. Un ragazzo dello scambio linguistico che non rividi mai più.
Il secondo fu il messaggio del coinquilino olandese. Mi ero presa una cotta spaventosa per lui, e mi ero un po’, come dire, lost in translation: “Maria, quando l’altra notte ti ho chiesto se ‘ti aspettavi’ qualcosa, da me, intendevo questo”, “Ma expectation in inglese non ha questo significato!”, “Vuoi che prendiamo il vocabolario?”, “Ok, mi fido”. Che gli vuoi insegnare l’inglese a un olandese? Per un po’ avevo cercato un’altra casa, poi mi ero detta vabbuo’, le cose vanno affrontate.
E nel Michael Collins, alle 2 di notte, mentre scherzavo beata con due amici sul mio nuovo regalo, “affrontai” il seguente messaggio: “Maria, non so che stai nell’appartamento [pure sgrammaticato] ma vorrei dirti che non sono solo nell’appartamento”. Brillante eufemismo. Uno dei due amici si offrì di spalancare la porta di camera sua, gridare “Perché mi tradisci con una donna???” e spruzzargli in faccia il famoso spray al peperoncino. Alla fine mi schiaffai io una doppia bustina di tiglio (la camomilla di qua) e mi preparai a una nottatella niente male.
Il giorno dopo ero seduta su una panchina del Parc de la Ciutadella, con due voragini sotto gli occhi e lo zaino: avevo deciso di tornare a dormire nell’hotel in cui avevo passato i miei primi giorni qua, per la serie “ricominciamo daccapo che è meglio”.
Quando improvvisamente lo vidi.
Era nel gazebo vicino alla fontana.
C’era un raduno di appassionati di Lindy Hop, una danza molto diffusa tra i fricchettoni, come dimostra questa canzone.
E lui aveva avuto un’idea geniale: abbinare i boxer con la maglia. Bordeaux, tono su tono. Per un uomo etero, non italiano, non fighetto, ero commossa. I pantaloni a metà fianco risaltavano tutto il movimento d’anca con cui passava da una ballerina a un’altra, premuroso, discreto, ma asciutto, potente.
Era uscito un po’ di sole, e anche se il gazebo, ovviamente, era in penombra, la sua barbetta di qualche giorno per contrasto sembrava ancora più nera. E sorrideva.
E quel movimento di fianchi mi fece decidere. La vita era bella e continuava. E 30 euro per dormire in un vecchio hotel fuori alla stazione erano pure troppi. Tornai a casa, e una volta lì ricordai che non sapevo manco come si chiamasse.
Nonostante il mio stalking (tra ricerche su facebook, lezioni di ballo da un coinquilino riluttante e una visitina al circolo Lindy) non lo seppi mai. Tornai altre volte, ma non c’era, lo vidi solo un giorno che attraversavo il parco di fretta.
Lo rividi nel maggio dell’anno scorso. Nella piazzetta vicino casa mia. Altri tempi, altro quartiere, capelli più corti. Lo riconobbi solo quando ormai era passato. Che gli dicevo? Ciao, scusa, ti ho visto due anni fa, vuoi un caffè?
E poi stavo in fase ottimismo assoluto (vedi questo articolo). L’avrei rivisto ancora.
Infatti.
Giorni dopo, nella stessa piazza, in un’ora diversa.
E poi ore dopo, mentre correvo a lezione di canto e quasi ci andavo a sbattere contro, mentre usciva da un supermercato con due baguettes.
E dopo il corso, sul binario della metro di Gràcia, mentre cercavo la linea 4 e lui andava in tutt’altra direzione.
Coincidenze. Come l’amico che si è scoperto nella stessa foto di un concerto oceanico con un coinquilino che avrebbe conosciuto anni dopo. Come la ragazza incontrata su un treno a Catania e rivista anni dopo a Madrid.
Ma in quel momento sapevo che non c’era due senza tre.
Oggi, meno magicamente, l’ho visto a un raduno Lindy Hop a Barceloneta. Sudatissimo e felice. Il movimento di fianchi era diventato una danza indiavolata, e ormai era troppo fricchettone per i miei gusti neochiatt (neochiattilli, sono una snob dell’ultim’ora).
Ma era lui.
E in quel momento penso: quasi quasi, se mi invitasse…
– Ciao, bella! – mi saluta il vecchio alto che balla al suo fianco. Mi guardo. La tartarughina argentata sulla borsa Carpisa? Il fatto che sia praticamente l’unica truccata? Da cosa l’ha capito, che sono italiana?
La canzone finisce, il mio eroe si congeda dalla ballerina, poi si gira e…
E il vecchio m’invita a ballare.
Manco il tempo di sfuggire alla sua presa, che il ragazzo del Lindy Hop ha già invitato un’altra.
Ma al prossimo raduno vado, voglio vedere se prima della fine del mondo (che come saprete è imminente) riusciamo a dirci almeno hola.
(Lindy nel Parc de la Ciutadella. Odio i pantaloni sotto i vestiti, ma a Barcellona siamo in poche)
(un’altra che cercava di rimorchiare durante il Lindy)
Niente, volevo solo dire che oggi è andato tutto bene.
Qua pare che Barcellona dev’essere per forza caotica, o molesta, o malinconica, per essere lei.
E invece sono giornate come questa che me la fanno amare, o quantomeno stimare moltissimo.
I giorni in cui il sole non ha ancora capito che vuole fare, come me che in attesa di scoprirlo lavoro un po’, faccio i compiti di catalano, litigo su facebook e, udite udite, pulisco casa.
Poi esco verso le 18, quando l’astro bastardo ha deciso di uscire e ustionarmi ma è ormai troppo tardi, e a Drassanes scopro un mercatino “di prodotti del Raval”. Saranno progetti finanziati dagli enti locali per promuovere l’artigianato multietnico: bancarelle di borse marocchine, pakistane che ti offrono tatuaggi all’henné… Ma la Catalogna è in ogni dove, nelle bandiere bicolori in ogni stand e nei formaggi che ti offrono a prezzi su cui è meglio non indagare (come è meglio non chiedere se quelle che vedo sono pizze o… coche salate).
Dev’essere giorno di mercatini, ormai, la domenica, perché ce n’è uno anche a Barceloneta: tanti vestiti fricchettoni e una Xurreria ambulante che mi affumica di deliziosa fritanga, l’inconfondibile odore spagnolo di frittura che ti appesta per giorni. Proseguo, che i miei amati Made in Barcelona sono cambiati, ne è rimasto uno solo ed è cambiato un po’ lo stile: più melodia, meno spettacolo e meno pubblico seduto sulle scale ad ascoltarli.
Mi siedo in riva al mare col mio libro, che mi sta appassionando. Finora l’anziana signora estone del 1992 non capisce ancora che ci faccia nel suo giardino una ragazza russa vestita da zoccola e sporca di fango, timorosa che passi una macchina nera stile pappone a riprendersela. Vediamo quanto ci mette.
Barceloneta scoppia di gente, ovvio, ma a parte che sotto l’Hotel Vela al tramonto è bellissimo (nonostante l’Hotel Vela), non capisco quelli che vanno a Masnou, o Montgat. Capirei la Costa Brava, Sant Pol de Mar, Calella: anche un’ora di treno mi sembra più sensata di mezza per una spiaggia che fa tanto Villaggio Coppola con l’acqua pulita. A questo punto, non è meglio Poblenou, a portata di metro? Con le sue reti da pallavolo, la gente giovane, la collinetta per nudisti, la rambla elegante e tranquilla lì vicino… E l’acqua che alla fine non è malaccio. Boh, per leggere un libro va bene anche Barceloneta.
Al ritorno passo per il 7 Portes, ristorante übercatalà carissimo, in cui magari mi faccio portare dai miei quando vengono. Sarà la punizione per l’ora d’attesa che già mi piango davanti alla Cervecería catalana, ma mamma ci tiene. Poi, forse, accontenterò papà mettendogli il salmorejo nel microonde, che è come mettere una margherita di Michele calda in frigo.
Entro pure a Santa Maria del Mar. È bellissima, l’unica chiesa che mi piace finora. Oggi alla Casa del Tibet c’era un festival di musica, ma era per il compleanno del Dalai Lama, mi faceva strano partecipare a una ricorrenza così.
Niente di nuovo sotto il sole. C. Ferran puzza di vomito anche se qualche cameriere ha cercato di pulire. Nel tragitto scopro Troika, meganegozio di prodotti russi in c. de la Unió, con in vetrina una sfilza di annunci in russo di cui capisco giusto “Natalia, centro di bellezza”.
Lì vicino due ragazze bussano a un portone senza insegne e dicono serie “Hola, due pizze da portare”, e non saprò mai se è uno scherzo o una pizzeria clandestina.
Più avanti una ragazza in shorts piange e un poliziotto prende appunti. Le faccio un sorriso triste, solidale, sperando che nel suo non ci fosse nessun documento, come successe a me.
A fine strada, in un bar da due soldi esplode una canzone latina, e mezza clientela si mette a cantarla.
Mi resta solo un mercato, quello domenicale per eccellenza.
Compro una quiche alla tenda marocchina su Rambla Raval. Me le mangiavo con gli occhi da ieri, ma andavo in palestra e avevo già provveduto al pranzo. Oggi scopro che stanno 2 euro. E il profumo di tè alla menta è sempre eccezionale.
Anche Joaquim Costa profuma di menta. Sarà passato il furgone a rifornire i negozi di frutta.
Ma questi minuti in cui l’odore rimane nell’aria, e ti giri per capire da dove viene, sono la parte più bella.
Avete presente quando vi svegliate e capite che non è cosa?
Prima di tutto mi sono alzata alle 7 per poi ricordarmi che era sabato, e dormire fino alle 11.
Risultato? Mal di testa e buon umore: a un certo punto faccio a pezzetti un ciondolo staccatosi dal laccetto. Meno male che valeva 3 euro.
Il latte freschissimo e costoso che ieri era diventato panna oggi è proprio yogurt.
Lo apro pure, eh, il documento che sto traducendo, ma capisco che oggi Vasari non si sopporta e la butto sul fitness (oh yeah).
In palestra almeno tutto liscio. Addirittura trovo il vogatore libero e la tizia alla macchina degli adduttori si alza in tempo perché non le secci (“maledica”) tutta la famiglia.
Il problema inizia a casa quando scopro le formiche in bagno. Un esercito. Ora, io ho scatenato liti familiari per risparmiare uno sciame di api, figurati se ammazzo le formiche.
Che fare?
A proposito di problemi, almeno lavoriamo su quelli “emozionali”. Mi hanno prestato un libro serio, di una vera terapeuta (non una santona a 30 euro a volume) pieno di esercizi. Pure quella che me l’ha prestato, dice non puoi passare la vita a rimandare i problemi che ti bloccano (vedi articolo precedente).
E perché no?, mi chiedo.
Ok, ok. Prendo il quaderno e traccio 3 linee, tipo nomi cose e città: “scherzi della sorte”, “minchiate che ho fatto io”, “possibili soluzioni”.
Ce la posso fare!
10 minuti dopo piove sul foglio, piange il telefono ed è l’esatto momento che sceglie il mio miglior amico per avvisarmi via SMS che è collegato alla chat.
La brutta giornata comincia anche per lui, penso con un sorriso sadico.
Mezz’ora e varie imprecazioni dopo, mi convince a uscire “a prendere aria”.
Bene, ho un’oretta prima di andare alla festa di stasera.
Sono un po’ tesa, penso guardando le vetrine, ci saranno tanti “italiani di Barcellona” e come disse una volta un’amica di qua: “Non ho mai conosciuto un popolo così estremo, o siete bestie o radical-chic. Noi però non riusciamo a essere nemmeno quello”.
Dimenticava i punkabbestia, penso entrando alla Fnac. Solo per un’occhiata, eh, niente acquisti. Stavolta proprio no.
Mezz’ora dopo esco con The Mill on the Floss, e Purge, amena storia di prostituzione e violenza nelle foreste post-sovietiche.
Andiamo alla festa, va’.
È nel barrio dell’Eixample.
Io l’adoro, l’Eixample.
Le stesse quattro strade per chilometri, negozi chiusi entro le 8, come fossi al paese, percentuale di stranieri nettamente inferiore rispetto al centro. Certa gente preferisce vivere in un posto in cui i vicini NON ti salutino nella tua stessa lingua.
Soprattutto, mi ci raccapezzo benissimo. Infatti finisco a Plaça Espanya.
Ok, per come vanno le cose, meglio prendere la metro.
Arrivo a destinazione con una trista busta piena di patatine, per scoprire che la festeggiata è uscita. E ha messo la segreteria al cellulare.
Finalmente un amico comune risponde al telefono.
– La festa è rimandata, Maria, non lo sapevi?
– Non ho la sfera di cristallo.
– Io l’ho saputo per caso. Ero a un compleanno.
Il primo di una bambina a cui fa da baby-sitter.
È commovente, quando parla di lei. Dovevo andare a una festa e mi ritrovo nell’Eixample a cantare al cellulare Era una casa molto carina.
Ecco, appunto, di corsa a casa prima di fare altri danni.
Ma mi fermano due italiani, un uomo e una donna:
– Scusa, questo è il Gaixample?
– Be’, sì, lo chiamano anche così.
– Qual è la zona più gay?
– Uhm, non so, immagino questa, calle Aribau, magari un po’ più avanti, e le parallele…
– Sai dov’è l’Eterna?
– Mi spiace, non frequento…
Lui sembra decisamente deluso dalla scena gay barcellonese.
Io torno finalmente al mio Raval. Fuori alla rosticceria filippina un giovinastro a torso nudo, t-shirt gettata sulle spalle e cappellino da paninaro, sputa. Poi, non contento, sputa ancora. Casa dolce casa.
Decido di consolarmi con un curry.
Speriamo che non mi serva ancora quello che mi odia.
No, il piatto me lo fa quello simpatico!
Ah, me lo incarta quello che mi odia.
– 4.50.
Por favor è un optional. Gli do 5 euro. Mi getta i 50 centesimi sul bancone. Qui te li danno in mano, ma si vede che Allah non vuole.
No, decisamente stasera non vuole.
Per la gioia di chi crede che tutti i sabati a Barcellona siano fiesta fiesta.
Si fa sempre naufragio, giurava Albertazzi una sera al Mercadante, in sottana e scarpe da ginnastica. Ma l’imperatore Adriano aveva un bellissimo Antinoo da rimpiangere, il mio scoglio invece è stato un’idea.
Un’idea che ha travolto anche la persona che me l’ha ispirata, colpevole solo di non condividerla.
Ma i sentimenti non sono una colpa, l’amore non lo è, e nemmeno la sua assenza.
E contro questa assenza io ho fatto naufragio.
E dopo tanto tempo, tanta pazienza, tanto lavoro, accettarlo è ancora l’ultimo scoglio.
Lo dice anche il mio migliore amico, in una sintesi proverbiale: quello è il mostro dell’ultimo quadro.
Quello di Mario Bros, che sputava fiamme. Io preferivo Luigi, il verde mi piaceva.
Comunque ho superato un sacco di livelli. Uno ve lo devo riassumere, perché ripensandoci a distanza di mesi è una delle cose più divertenti che mi siano capitate qua.
Serata in pizzeria, c’è anche uno che non so bene se è solo timido o proprio non ne vuole sapere. Il dubbio rimane finché una sua amica non gli fa una foto finto-osé e lui scherza:
– Mi raccomando, non mandarla alla mia ragazza!
Scusa?
Sorry?
Perdona?
Prendo la fotografa da parte e le faccio un terzo grado. Ebbene sì, ho capito bene. È stata la distanza a tenermela nascosta, la distanza, il nordico pudore e la mia paura di chiedere.
Prima reazione: telefono a un’amica.
– Stavo andando a letto!
Seconda: non voglio stare qui.
– Ehm, chicos, un’amica si è appena lasciata col ragazzo, mi aspetta su Skype in lacrime.
(L’amica intanto ringrazia, “Va bene che lo schifi, il mio ragazzo, però…!”).
Il ritorno a casa va bene.
All’altezza della Rambla scherzo ancora per telefono.
Verso Drassanes vedo un po’ sfuocato.
Su Rambla Raval uno mi fa “Ti senti bene?”.
Quando accendo Skype, la mia amica mi trova con la testa fra le mani a emettere versi non proprio umani.
Un minuto dopo, lei sta facendo il suo mestiere, consolandomi con argomentazioni ragionevoli, e io sto prendendo appunti.
“Perché non ti è andata così male: 1) non hai manco preso il due di picche, non ne hai avuto il tempo! ; 2) non saprai mai se ti ha invitata perché ti si filava un minimo o perché non sapeva pronunciare cuoppo ‘e terra; 3) è la cosa più normale che ti sia successa negli ultimi 12 anni”.
E poi ha aggiunto, se superi questa, puoi anche affrontare il mostro dell’ultimo quadro.
Ma vuoi mettere?, sbotto io.
Lo so che non c’è paragone, prosegue, ma gli ingredienti ci sono tutti. Hai reagito subito, chiesto aiuto, frignato che manco a 3 mesi. Stai migliorando assai. Adesso arripigliati che ti aspetta una lunga partita.
Sai che una psicologa si sarebbe presa almeno 50 euro?, sorrido.
Ci vediamo a Natale, conclude lei.
E adesso che mi sono arripigliata, magari l’ultimo quadro mi aspetta davvero.
Siccome l’unico salto alla Super Mario l’ho fatto secoli fa all’acquascivolo in Calabria (in un tubo di plastica bagnata), mi riproietto in quella situazione.
Sono ingrassata, ma il bikini mi va ancora. Specie il pezzo di sopra.
Sto per affrontare il mostro dell’ultimo quadro.
Aspetto il segnale del bagnino.
Non è un uomo, è una frase. E inizia per…
– Via!
No, questo era il bagnino. Inizia per NON.
Chiudo gli occhi.
NON
Precipito.
MI
Sento l’acqua addosso.
AMA
Chiudo la bocca, l’acqua m’invade.
NON MI AMA
Sono acqua, tempo, e paura.
NON MI…
Mi fermo. L’acqua sparisce.
Apro gli occhi.
È sera.
È Barcellona.
L’ombrellone fuori al terrazzo è caduto un’altra volta.
Lo raccolgo e guardo le nuvole sparse, nella luce delle 10 che sparisce subito.