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Se qualcuno ruba un fiore per te… Chiama la polizia!

Si potrebbe chiamare anche “perché mi sento spesso a disagio nei gruppi di soli uomini”.

Non fingerò che succeda solo in Italia, o dovrei dimenticare il compleanno pieno di maestri uruguaiani del sarcasmo che elargivano perle tipo “La tua datrice di lavoro è nervosa? Scopatela!”. Tra esilaranti osservazioni su come suonasse in spagnolo “sfogliatelle” (follar è scopare), e il classico “Sei più bella senza gli occhi fissi sul cellulare”, aspettavo che si facesse un’ora decente per squagliarmela, e intanto cercavo il meno peggio con cui conversare. Che poi era uno che aveva partecipato al mio stesso concorso letterario, scoperta che lo aveva portato all’ovvia conclusione: “Allora andiamo di là, no?” (in italiano, che fa ridere di più). In effetti era un bel sollievo, scoprire che almeno uno, lì in mezzo, sapesse scrivere. Ma la mia gratitudine verso la vita finiva lì.

D’altronde, nei miei primi mesi a Barcellona, avevo ascoltato un tizio spagnolo che raccontava un avvincente dopocena con turiste come una visita a un bordello con buffet libero, con tanto di appelli via SMS agli improvvidi amici rimasti a casa: “Vieni che si tromba!”. All’intramontabile domanda “Perché a voi italiane è così difficile scoparvi?”, m’era venuto da rispondere: “Nel tuo caso sarà perché a squallore siamo a posto, non ci serve niente”.

Non avrei certo ripiegato sull’uscita “di sole donne” che una ragazza messicana mi proponeva, per scapparcene dalla palude di francesi ubriachi in cui ci eravamo ficcate: mettiamoci tutte in tiro, suggeriva lei, e sediamoci al bancone di un bar. Di bei ragazzi ne troveremo a decine, verranno a offrirci da bere. Era finita che io avevo detto adieu ai francesi, e lei si era sposata il più ubriaco.

È per questo che, nonostante ne intuisca la sostanziale utilità (dopotutto studio il GENDER!11!1!), i gruppi dello stesso sesso li lascerei a occasioni speciali, e collettivi appositi.

Però c’è da dire una cosa: nella provincia denuclearizzata a Nord di Napoli mi capitava spesso di essere l’unica donna, nei gruppi che frequentavo: “Io glielo dico, ai ragazzi: una sola donna hanno, nel giornale, e dev’essere così?” (poi il tipo mi chiese se mi ero offesa). Così come? Senza zizze, suppongo. Un altro compagno mi chiedeva proprio, all’uscita dal bagno: “E le tette?!”. Ma con faccia allarmata, come se le avessi dimenticate sulla tavoletta del cesso. Ovviamente lui aveva il fisico dei crocchè di Di Matteo, e io, nonostante questa grave malformazione del busto, a qualcuno piacevo: infatti si rifiutavano di farmi una foto abbracciata ad amici meno stronzi, per non “mancare di rispetto” all’interessato. Sto parlando degli anni 2000, eh, non dei ’50.

E non potevo neanche prendermela troppo, spiegava l’unico che interessasse a me (e che ovviamente nun me se filava): di questi simpatici umoristi, uno aveva perso i genitori, un altro non aveva lavoro, un altro ancora veniva da “un contesto difficile”…

Era un contesto da piccola città a pochi chilometri dal mio paesone, che per certi versi era addirittura più moderno di quella roba lì. Roba che prima di andarci a fare una pizza guardavano il mio migliore amico e ingiungevano: “Prendi la macchina”. Al che precisavo: “Siamo venuti con la mia”. E allora: “Ma guida lui, vero?”.

Il mio status di “donna che accettava di stare con uomini” mi precludeva scappatoie che le altre, amiche e fidanzate di chi le lasciava a casa per uscire con noialtri, potevano giocarsi: una comprensibile indignazione verso determinati energumeni, e un certo diritto a richiamare all’ordine l’amato bene, che spariva per concedere alla fortunata un po’ di tempo “da soli”. Io ero orgogliosa, lo ammetto, di “tener testa” a questi senza essere considerata una bambolina di porcellana (d’altronde, s’è detto, non ne avevo le sembianze incantevoli). Ma tra i vari svantaggi c’era quello di “dover stare al gioco”.

Per esempio, dovevo ridere molto. Se a una festa terrona con tanto di paste dicevo “Uh, mi piacciono i cannoli!”, mi si rispondeva “Ah, davvero?”, e dovevo fare un sorrisetto con aria superiore, come mi aveva insegnato mamma. Se facevano doppi sensi che sarebbero stati scontati alle elementari, l’idea era “rispondere con ironia”, o “metterli a posto”.

Poi sono venuta a vivere qui, che non è il paradiso, ma la gente scende in piazza in migliaia se violentano una in gruppo, e l’8 marzo è festa grande (in senso lato), anche senza spogliarellisti più interessati al buttafuori che al pubblico urlante (che si prende il suo giorno di Carnevale, prima di tornare a “farsi desiderare”). E allora ho capito una volta per tutte che ridere, in fondo, non è necessario.

Quando m’insultano, mi sminuiscono, mi trattano come un essere umano di serie B in nome delle tette non possiederei, o della figa che non “elargirei” come se piovesse, o del semplice fatto che non sappiano loro come trattare una donna da non mettere su un piedistallo… Quando mi capita tutto questo, non ho nessuna voglia di ridere.

E non è che “non so stare al gioco”, “non mi faccio una risata”, o “mi prendo troppo sul serio”.

È perché loro non fanno ridere. Perché possono anche smettere di restare in attesa che li chiamino da Made in Sud: perfino lì, li metterebbero a pulire i cessi.

Pazienza se il simpaticone di turno ha perso entrambi i genitori, gli animali domestici e il cincillà da passeggio in un brutto incidente, o viene dalla stessa famiglia della Piccola Fiammiferaia.

Questo sarcasmo triste che vedo in giro, specie in Italia, è troppo diffuso e scontato per diventare ironia, per cambiare cose, per smuovere altro dall’ego represso di chi lo utilizza. Rispediamolo pure al mittente senza paura di non saper “stare al gioco”.

È che noi, semplicemente, giochiamo con altre regole. Fondate addirittura sul rispetto, e sulla vaga idea che questi Lenny Bruce de Capalbio devono cercare altri mezzi per risalire dall’abisso squallido in cui si ritrovano.

Quando tutto viene meno, possono sempre farsi una risata.

 

 

 

 

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Un angelo caduto in volo

Nelle puntate precedenti, la vostra eroina era sul punto di comprare un appartamento che già aveva scartato in precedenza, ma che intanto si era popolato di mobili finti e di simpatici gingilli decorativi, messi lì con successo a dare un’idea di casa.

Alla fine non ha funzionato: nonostante la fuffa, il prezzo era ancora esagerato rispetto a quanto vendessero, e non sono rincoglionita fino a questo punto. Ma l’operazione mi ha ricordato quanto, nelle decisioni che contano davvero, la ragione non sia l’unico fattore, anzi. Peccato che questa semplice realtà ce la facciamo rubare da chi non vuole esattamente il nostro bene.

Un esempio? Sappiamo che, specie per gli oggetti di lusso, la pubblicità non ci vende cose, ma stili di vita: per esempio, adesso pare che Victoria’s Secret sia in crisi, e ripenso a quanto prendevamo sul serio, qualche anno fa, quegli angeli che sfilavano in mutande (che sarebbe l’immagine ironica per eccellenza). Però, quando il re è nudo (ok, in questo caso lo è la regina), ci accorgiamo di quanto sia importante la paccottiglia di frasi a effetto e musica ispiratrice che l’ha messo su quel trono.

Potremmo smontare tutti i gombloddi del mondo con ragionate decostruzioni, coadiuvate da statistiche, ma accanto a quello dovremmo metterci, credo, un messaggio positivo, senza lesinare: pensiamo a quelli che da duemila anni pretendono di controllare i nostri corpi in cambio del paradiso!

È grazie al concetto bomberista di “campione” e “condottiero”, che un calciatore come Ronaldo si trasforma in un’intera azienda, il che dovrebbe giustificare il suo acquisto ai lavoratori in difficoltà. E, a proposito di aziende, penso anche a quelli che, più che ragionare senza retorica né vendette postume sull’operato di Marchionne, lo trasformano in una sorta di icona alla Steve Jobs: il “figlio di maresciallo” che s’è fatto da solo. O capitano, mio capitano.

Per questo dico, l’irrazionalità può diventare un’alleata. Parla a una parte di noi che proietta cose, immagina un futuro e, secondo qualche scienziato ci ha aiutati a sopravvivere, nel bene e nel male, fin qua.

Quindi, prima di sperare di salvare l’Italia rispondendo coi ragionamenti a chi vende patriottismo e purezza della razza, pensiamo a quanto abbia fatto bene al matrimonio LGBT+ il messaggio #lovewins.

E cominciamo a crederci anche noi.

Sarebbe una mossa intelligente.

 

Risultati immagini per smokey eyes fail Sondaggio: chi si è accorto che venerdì non ho pubblicato nulla?

Lo so, lo so, voi avete una vita.

Comunque è stato perché mi hanno ingannata. Peggio ancora, mi sono lasciata ingannare.

In preda ai miei deliranti progetti immobiliari, ho visto la stessa casa due volte, senza riconoscerla. La prima volta l’ho scartata subito, la seconda ho pensato di comprarla.

Che è successo, tra la prima e la seconda visita?

Lo stesso che, secondo qualche hater (scatta l’allerta linguaggio cool), succede alle youtuber “prima” e “dopo” il tutorial per gli smokey eyes: mi volevano vendere un’immagine che non c’è. Infatti credo che, in gergo immobiliarista, si chiami proprio “operazione di maquillage”.

O almeno così l’ha definita l’agente immobiliare che, la prima volta, mi ha mostrato quella centralissima accozzaglia di luoghi comuni su come sia fatto un appartamento qui: ripostigli senza finestre messi lì a rimpicciolire il salone; metri utili di terrazzo trasformati in… lavatoio (ma una lavatrice in cucina, no?); sgabuzzino superfluo per attrezzi in disuso. C’era anche il mio spreco di spazio preferito: quell’anfratto mangiacamere che si chiama vestidor. Il “guardaroba” ce l’hanno anche i miei, ma la loro è una stanza vera, perdio.

Insomma, la prima volta ho visto tutto questo, ho sentito il prezzo e me la sono data a gambe. Il tizio mi ha telefonato il pomeriggio stesso: “Se lo scarti, faccio l’operazione di maquillage e scatto le foto”. “¡Adelante!” ho risposto, anche se era svedese.

E la seconda volta? Beh, prima di tutto le avevo beccate online, queste foto ritoccate a dovere: il fotografo dell’agenzia ci sa fare. Inoltre, stavolta ero arrivata in metro e non a piedi, e sono una che non si orienta per trovare il suo bagno. Infine, ormai sfioravo i quaranta appartamenti visitati, e questo qui era stato letteralmente il secondo. Il prezzo era anche “sceso”, tipo quei portafogli in saldi “a soli 59.99”, e se non mi dai il centesimo di resto m’incateno alla cassa.

Quello che era cambiato davvero, però, era l’idea, dell’appartamento.

La distribuzione delle stanze, ad esempio: rispetto al vuoto cosmico di prima, c’erano pochi mobili IKEA e qualche letto, roba dozzinale che però mi “suggeriva” un arredamento futuro.

La morena che stavolta sostituiva lo svedese era stata onesta fin dall’inizio: era tutto falso, i letti, se toccati, si rivelavano sacchi pieni di roba morbida, con sopra un lenzuolo.

Ma ormai avevo già prenotato quella che credevo essere la seconda visita, da effettuare col povero architetto che ancora non mi ha buttata giù da qualche attico senza ascensore. E che, armato di metro laser (lo voglio!), mi ha ricordato che il gioco non valeva la candela. Per allora, però, ripassando le foto avevo già riconosciuto la cucina, che era rimasta “senza trucco”: era troppo brutta, l’avevo già vista da qualche parte! Il resto l’ha fatto la riesumazione di antichi messaggi WhatsApp, che le ricerche di dottorato a qualcosa mi sono servite.

Come ho potuto cascarci? Attenti, perché sto per ricavare una lezione di filosofia da un mio evidente scimunimento: la seconda volta, con tutta l’ipocrisia dell’operazione, mi avevano venduto un’immagine. Mi avevano mostrato come un vecchio appartamento sarebbe potuto diventare casa. Ci avevo visto proprio me, lì dentro, ad abitare quelle stanze, a portarci i miei affetti, ad arrabbiarmici, a uscirci sbattendo la porta, per poi ritornare poco dopo.

Ecco cosa fa questo tipo di “maquillage” alle case, alle youtuber e alla gente.

Per questo deve diventare il nostro migliore alleato.

Perché quello che chiamiamo ipocrisia a volte è solo proiezione, un’immagine positiva di ciò che potrebbe essere. E funziona con tutto.

Perfino con la politica.

Ne riparleremo.

(Uno smokey eyes ddde classe)

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Ho scritto a Repubblica. C’era questa poesia di Junqueras, e allora ho scritto. Oh, l’ha postata Repubblica, e allora ho scritto a loro. A Concita De Gregorio, che un po’ catalana ci è, e infatti parlava di Catalogna dopo che in pochi, ormai, se la filano. Specie adesso che c’è Sánchez che risolve tutto con una mano sola…

Oriol Junqueras. Su di lui si sprecavano aneddoti, prima del referendum. Su quella volta che si era messo a piangere pensando alla Catalogna unita, e sul numero di salsicce che, giurava qualche collega d’università, fosse in grado di mangiarsi a una scampagnata.

Dopo la sua incarcerazione per aver votato sì all’indipendenza, è diventato quello che doveva ricevere un presepe a Natale, ma gliel’hanno scassato e ci hanno scritto sopra “Viva España“.

Povero il paese che ha bisogno di eroi. E un paese che risolve con la repressione i suoi problemi politici mi sembra due volte povero.

Ho scritto per questo: vengo da qualche mese in più di tensioni, rispetto a chi vive in Italia, e volevo dire che è inutile trincerarsi e insultarsi mentre qualcuno divide e comanda. Dopo l’ottobre che ho passato, il giugno trascorso in Italia non mi ha rinfrancato. Immagino che anche voi, o almeno tanti di voi, vi confrontiate una volta al giorno con qualcuno che dica “affondiamo i barconi”. Oppure, più sottilmente, respinga i migranti “per il loro bene”.

Beh, anche Sánchez aveva commissariato la Catalogna “per il suo bene” (capolavoro!). E io, una società schierata in due fazioni che si schifano l’ho prima studiata, con le mie ricerche fallite sulla Grande Guerra, e poi vissuta, per fortuna in scala minore, a Barcellona e a Napoli.

Anche a Barcellona mi è stata appioppata una fazione (sarei “unionista” e “podemita”, io che non amo Pablo Iglesias e non ho mai avuto la sensazione di vivere in Spagna).

Non schierarsi, comunque, è quasi impossibile. Pure le pacifiste della Grande Guerra erano spesso “schierate”, cioè trovavano alcuni paesi più democratici di altri. Ma rifiutavano una logica binaria che trasformava i loro uomini in carne da cannone.

Allora, ho scritto a Repubblica perché dopo un ottobre a litigare, e un giugno a litigare, forse è il caso di ascoltare un’amica su Facebook:

Non voglio fare l’errore di amplificare e dare spazio a ciò che è negativo e divisivo. È esattamente ciò che si aspetta chi vuole creare il caos. Un commento indignato in più non cambierà la situazione. Voglio provare a parlare con toni diversi e a dare voce a quelle storie che possono ispirare me e gli altri ad essere persone migliori.

Qua a Barcellona, alcuni dei problemi sociali sono la disoccupazione, il carovita gonfiato dalla gentrificazione (che da noi, dopo Venezia, attacca Napoli e Torino), i tagli alla spesa pubblica, la criminalità organizzata… Le soluzioni ci sono. Poche, ma ci sono.

E in Italia?

Cominciamo a trovarle.

Se ci ispirano pure, tanto meglio.

 

 

Ok, queste sono IKEA, ma è per dire

Dite a mia madre che ha fatto una gran cosa.

No, perché io ero troppo occupata a insistere che non ce n’era bisogno. A pensarci bene, ero troppo occupata e basta. E pensavo davvero che non ce ne fosse bisogno.

In fondo, quand’è che uso più camera mia in paese? Alle feste comandate, e a qualche improvvisata estiva. Un po’ poco, insistevo, per far montare le tende anche lì.

I vicini mi hanno sopportata in tutte le salse: ginnasta accanita, adolescente ai primi baci. Non ho mai capito cosa si vedesse attraverso i fori della persiana, e ormai non me lo chiedo più.

Così, quando sono andata a riporre il computer in camera – sloggiata da uno di quei tecnici di paese in costante ritardo, con il “don” davanti a indicarne l’età – avevo anche dimenticato che, per la prima volta in trent’anni, ci avrei trovato le tende.

Mi ha investita un velo di frescura: onde di lino immacolato, d’aspetto antico. Intendiamoci, le tende erano come appena acquistate, solo che erano fatte troppo bene per esserlo davvero.

Infatti, mi ha spiegato la committente di quel capolavoro, erano “le tende di nonna”.

Che per inciso ha lasciato questo mondo da quattro anni, e casa sua, sotto la nostra, mi pare un po’ un museo. La mia nuova vena immobiliarista mi spinge anzi a fare l’agente cinica, che sussurra che “con una parete divisoria e un po’ di lavori vengono su due quartini fantastici!”.

Lo scherzo viene accolto con rassegnate proteste, come una specie di sacrilegio verso un luogo che significa ricordi, anche ora che è spogliato dei suoi antichi abitanti e lasciato in balia delle cose: l’angolino ammaccato nel vecchio frigo che diventava un pesce, se il lampadario era acceso e inclinavo la testa nel modo giusto; io che in corridoio saltavo solo sulle mattonelle a fiori, e all’altezza del salone mi meravigliavo per un’improvvisa violazione di tanta simmetria. Ora capisco che qualche incidente domestico aveva giubilato un tratto di pavimentazione, sostituita poi con delle piastrelle disadorne. I misteri dell’infanzia hanno soluzioni facili.

Mi scopro a percorrere quelle antiche rotte anche adesso che approdo tra le stanze vuote solo per dare un’occhiata alla biblioteca del nonno, o assicurarmi che, nella cameretta di uno zio che ormai ha figli maggiorenni, ci sia l’acqua per il mio ragazzo in visita da Barcellona, se al piano di sopra siamo al completo.

M’intristisce sempre quella casa vuota, concepita per le famiglie numerose di un tempo, quasi come m’intristiva camera mia abbandonata ai suoi cimeli, a qualche regalo improbabile dimenticato su uno scaffale, ai libri ancora da leggere di cui non voglio ripassare la dedica.

È da un po’, però, che ho capito che il rimedio è uno solo: creare presente.

Parlo sul serio. Vedere cosa succede ora, quali amici rispondono all’appello, quali vestiti del liceo mi vanno ancora (più di quanti crediate!), e addirittura cosa c’è di nuovo, cosa si può cucinare ancora con gli avanzi delle mie vite precedenti, messi a bollire nell’acqua passata.

E quelle tende che neanche riconoscevo, così pulite ed esposte a un sole nuovo, me l’hanno ricordato.

Mi hanno ricordato che i miei ormai hanno una loro vita nella mia nuova città, che visitano spesso, e che io stessa, quando visito loro, ho nuovi posti in cui andare. E posti vecchi da evitare, se il locale che mi serviva la Ceres senza chiedermi la carta d’identità diventa una gendarmeria che mi sloggia dal tavolo per un commensale in ritardo!

Creare presente, ragazzi, è il miglior modo di disporre dei ricordi.

Ho amici sopravvissuti alle partenze, e ai ritorni (che si sopravvive pure a quelli), alle inevitabili delusioni tra amici, e altri che sembrano non avercela fatta, e che magari mi ritroverò davanti quando meno me l’aspetto.

Come queste tende che neanche ricordavo, restituite a nuova vita, e a nuovi, spero freschi, misteri.

Risultati immagini per vacanze di natale 2000 vanzinaSituazione 1. “Vuoi dire che la gente è idiota?” il collega mi guarda con un misto di sorpresa e compassione. Ovvio, rispondo. Siamo in ufficio, a Barcellona, non ricordo neanche più l’argomento della conversazione. So per certo che lui conclude:

“Sta’ attenta, perché chi crede che la gente sia idiota dimostra di essere idiota lui”.

Sono passati molti anni e ci ho pensato tanto, e per quanto sia dura devo giungere all’irrimediabile conclusione: sono idiota io.

Situazione 2. In quest’articolo su Repubblica, una famiglia italiana racconta di quando ha accolto l’invito ad “accoglierli in casa sua”, decidendo di ospitare un profugo. Loro erano entusiasti, il tipo invece era schivo e preso dal suo lavoro (ovvero, il mio coinquilino ideale!). La famiglia ammette che, quante più aspettative ti fai, peggiore risulta l’esperienza. Toh, come per tutto.

Situazione 3. Alla fine è successo: questa fantastica associazione che distribuisce oltre 200 pasti a sera fuori l’Estació del Nord di Barcellona ridurrà i giorni di volontariato, per tensioni con gli assistiti. Se ricordo bene, c’entravano qualcosa questi ragazzi che sniffano colla. In ogni caso, ricordo che una volontaria, in un’associazione simile, aveva smesso di collaborare dichiarandosi scontenta perché “Nessuno le diceva grazie”.

Questi tre episodi, per me, hanno un minimo comune denominatore: il sacrosanto diritto a essere idioti. Aggressivi mai, eh, solidarietà con l’associazione. Idioti sì. O anche solo timidi, o egoisti. Credo sia giusto rivendicarlo, in tempi in cui qualche benintenzionato chiede “Hai mai abbracciato uno zingaro?”. Perché qua non si tratta di andare in giro ad abbracciare le persone, ma di riconoscere i loro diritti anche se sono perfette sconosciute, e non ci faranno sentire eroi per il solo fatto di “trattarle bene”, che dovrebbe essere la norma.

Questo vale per tutti, che siano rifugiati, senzatetto o fan dei Vanzina , della cui cinematografia ricordo con piacere (a parte le improvvisazioni del Dogui che brillava di suo comunque) solo Massimo Boldi, in tenuta simil-bavarese, che dichiara: “Sembro Ludwig von Pirlen!”. Ahahah. Oh, ve l’ho detto, che sono idiota.

E ci ho passato un compleanno, con l’associazione del punto 3: ero maldestra nel tagliare la mia torta, e una tipa si era lamentata in modo poco gentile della sua razione. Allora gliel’avevo sostituita con fare piuttosto brusco, scatenando l’eterno dibattito col mio ragazzo: se uno mi tratta male può essere un senzatetto o il sultano dei Brunei, ma ‘o faccio chiagnere senza mazzate (cit. Mariarca). Per lui il senzatetto ha più di un’attenuante, rispetto al sopracitato sultano.

Per me invece abbiamo tutti una grande attenuante: se “idioti” non vi piace, dirò con Benni che siamo Comici, spaventati guerrieri. Che non si tratta di idealizzare la gente, o verrà sempre qualcuno a dirci che veniamo dalla montagna del sapone, ma di riconoscerle lo stesso nostro diritto a essere umana, fragile, o perfino idiota, se occorre.

Ne riparleremo.

 

Risultati immagini per the wind È come mi ricordavo: ci prendiamo per il culo da soli.

Non è una cosa delle parti nostre, o gli autori di libri in spagnolo su “come non prendersi per il culo da soli” farebbero la fame (il che non sarebbe sempre un male, ma tant’è).

Ma la zia che vuole per forza offrirmi una pizza a Napoli, in realtà cerca una scusa altruista per uscire dalla routine di paese.

L’amico che non vuole figli “perché poi si ritroverebbero un padre come lui”, più che altro non li vuole e basta.

Il vicino di aperitivo che non vuole migranti “perché poi vivrebbero in condizioni disumane”, non vuole i neri per strada.

Non dico che non ci sia, quest’ambiguo fondo di altruismo (almeno nelle intenzioni dell’interessato) che porta a fare queste affermazioni. Dico solo che dovremmo allenarci a capire quale sia il motivo principale delle nostre azioni. Che vantaggio ci ricaviamo, a fare o non fare certe cose?

Perché non c’è scusa migliore del “lo faccio per te”. Tinge di nobiltà e sacrificio un desiderio personale, o nasconde una paura.

 Paura di essere una cattiva persona, se per una volta ti magni una pizza invece di “sacrificarti per gli altri”.

Paura di essere emarginato come egoista se manifesti il tuo legittimo diritto a non riprodurti.

Paura dei neri, e basta.

Prima veniamo a contatto con queste paure e meglio è.

Io d’estate vivevo per “il soffio di vento” che mi svoltava la giornata. Vivevo nell’afa tutto il giorno, schifando ventilatori e condizionatori. Lo facevo “per l’ambiente”.

In realtà mi ero creata un mondo in cui il mio massimo piacere era il sollievo, perché avevo paura che alla gioia non potessi arrivarci.

Lo facevo nelle relazioni: quando vivi delle briciole dell’attenzione altrui, ti sembrano sempre deliziose.

Lo facevo all’università: quando veniva fuori un lavoro che non fosse “per la gloria”, non credevo a tanta generosità.

E lo facevo, appunto, col vento: mi condannavo a un’afa perenne, e poi la brezza improvvisa mi dava una felicità speciale.

Perché il sollievo, come accade con gli amori tossici, ha un suo sapore unico e irripetibile.

Ma quando ti abitui a quell’altro sapore, quello della gioia costante, non cambi più.

Ora rifuggo ancora dai condizionatori, che trovo inutili e dannosi, e anche un po’ sessisti, in ufficio. Non disdegno il ventilatore ogni tanto, e ho fatto pace col mare. Ma, soprattutto, cerco il vento. Lo inseguo negli angoli della casa, non aspetto che sia lui a venire da me.

E se voglio una pizza a Napoli, dico: “Voglio una pizza a Napoli”.

Se non voglio figli, dico: “Non voglio figli”.

Se qualcuno mi dice che non vuole neri per strada, provo a chiedergli: “Perché?”.

Questa domanda è l’unica, vaga possibilità di convincere l’altra persona che il problema non sono i neri.

Quindi facciamola più spesso.

Facciamolo per noi.

 

Ebbene sì, per i 70 anni di mio padre (li compie il 4 luglio) gli ho regalato una bella intervista a tradimento, con la scusa di fargli due domande sui vaccini. Ne sa qualcosa, visto che è un pediatra oncoematologo con tre specializzazioni, che non si rassegna al recente pensionamento. Lo so, ci afferriamo su ogni argomento riguardante quella che con lui chiamo Santa Madre Scienza, e un’intervista a tradimento è poco etica. Considerate però che il mio praticantato, mai riconosciuto né retribuito, è stato fatto presso uno che sospendeva le trasmissioni tv per “andare ad aggiustare l’antenna sul Vesuvio” (= andare a trovare l’amante). Quindi, come direbbe il buon James Senese: “Dicite ‘o Matino che ve manna ‘n’ ata giurnalista”. Questa è l’intervista al mio papà.

1. Mi ripeti quella storia dei primi vaccini? Raccontavi che uno poteva rimanerci secco, ma meglio una morte possibile che una sicura…

No, Mari’, non entriamo nelle piccole miserie della medicina [eccollà, n. d. R.]. Veniamo ai successi: decreto 73, legge 119 del 31 luglio 2017 [mi dice date e numeri, li azzecca]. Tetano, pertosse, haemophilus influenzae B, epatite B, e poi i quattro cavalieri dell’Apocalisse: morbillo, rosolia, parotite e varicella. La mancata esecuzione di questi vaccini impedisce l’iscrizione ad asilo e materna. Per le fasce d’età più grandi, espone a una multa da 100 a 500. [Intanto mamma chiede se oggi si festeggia la Madonna della Grazia, le rispondiamo di sì. Telefona a una parente.] Sono esonerati coloro che hanno già contratto queste malattie, o potrebbero essere sensibili alle controindicazioni.

2. A proposito di controindicazioni… Alcuni genitori della mia età pensano proprio che ‘ste malattie le hanno avute, e al massimo sono rimasti qualche giorno a letto! Perché dovrebbero vaccinare i figli? 

[Con la telefonata in sottofondo.] Le controindicazioni dei vaccini sono molto poche, e molto poco importanti rispetto ai vantaggi. Purtroppo anche l’Italia ha partecipato al grosso dibattito sul rapporto tra vaccino e insorgenza di malattie neuropsichiche gravi, come sindrome di Down o autismo. Diciamo subito che il medico inglese che ha iniziato tutto questo è stato radiato dall’ordine dei medici, e l’attrice americana (non ricordo quale) che ha dichiarato che suo figlio era diventato autistico per i vaccini, è stata richiamata dalla Food & Drug Administration (FDA): la ritenevano responsabile delle patologie derivate da vaccini non effettuati. La signora, col timore di dover spendere qualche milione di dollari, si è subito premunita dicendo alla prima occasione pubblica: “Guardate, io però non sono un medico, sono una mamma…”. [Credo sia Jenny McCarthy, sto approfondendo, n. d. R.]

3. Appunto! Metti che sono una mamma (te piacerebbe!), leggo tante cose contraddittorie su Google e dico vabbe’, nel dubbio la malattia l’ho avuta anch’io, è innocua…

Non lo è. Il morbillo nella sua storia registra un decesso ogni 100.000 bambini, e 3-4 encefaliti, con danni neurologici irreversibili. Con il vaccino non sono descritti casi del genere.

4. Ah, ‘ste cose bisogna saperle! Sai, certi tuoi colleghi non sono gentilissimi, con chi presenta obiezioni…

Il problema vero che fa da sfondo a tutto questo è  l’interesse delle case che producono il vaccino. Qui bisogna dirsi le cose come stanno: nei paesi di medicina pubblica di antica tradizione, nelle grandi democrazie del Nord, insomma, è lo Stato che si incarica della questione, quindi non c’è spazio per intrallazzi. Va detto che ci sono anche dei vaccini che non sono obbligatori, ma consigliabili: antimeningococco B e C, antipneumococco, e, in preferenza per le bambine, il papilloma.

5. Ua’, non ne parliamo, in Spagna è un’epidemia, che ha un po’ preoccupato alcuni di noi italiani a Barcellona! Quali sono le conseguenze?

Possibili? Purtroppo, il cancro. Ho visto personalmente due cuneizzazioni. [Mi spiega cosa siano mentre mamma mi offre altro latte. Rifiuto.]

6. Quindi, se alla movida fossimo arrivati vaccinati, non avremmo dovuto temere regalini dalla Montse, o… dal Ricard? [Nome di fantasia. Ehm.]

Proprio così [mantenendo un aplomb professionale], dovevate vaccinarvi. Solo che poi non avreste dovuto fare figli per un po’.

7. Appost’ ! Per unire i due argomenti, all’Università di Manchester sponsorizzavano tantissimo il vaccino gratuito contro la meningite, e quando ho provveduto l’infermiera mi ha offerto pure i preservativi che stava mettendo a posto prima che entrassi! ‘Ste infermerie paradisiache, in Italia no? [Va detto che le tasse universitarie in UK sono salatissime…]

Magari ci fossero! Ma, tornando al nostro paese, hanno l’obbligatorietà del vaccino i minori migranti non accompagnati.

8. Qui ti volevo! ‘Sta storia dei migranti e delle malattie?

È semplice. Il migrante ha la scabbia? Viene in Italia, in poco tempo guarisce [traduco dal napoletano, e comunque la scabbia era di moda all’università britannica di cui sopra]! Allo stesso modo, non ha mangiato in vita sua e ha la tubercolosi? Viene in Italia, incomincia ad abbuffarsi e gli passa anche la tubercolosi! [Gli squilla il telefono, comincia a parlare di vaccini con una mamma…]

9. Ultima domanda: secondo te ‘sti medici che chiamano somari i genitori preoccupati, aiutano?

Ci vuole il colloquio, con le persone. La democrazia per i popoli, e il colloquio per le persone.

10. Ecco, a proposito: la scienza è democratica?

No. Una persona che parla con uno come Burioni, che fa questo mestiere da 30 anni, ha due strade. Una è dirgli: “Uno che fa questo da 42 anni [tipo lui, n. d. R.] mi ha riferito questo”. In questo modo è legittimo anche contraddirlo. Se invece gli dice: “Io penso…”, allora sì, che la scienza non è democratica. Stesso discorso per il ministro che si esprime sulle vaccinazioni. Se avesse avuto qualche dritta medica, l’avrebbe detto! Invece viene e dice: “So’ troppi”. Ma chi si’?!

Questa frase non la traduco! Grazie, e auguri! 

Con la speranza di litigarci per almeno altri 70 anni.

(Una hit che rovina spesso mentre gira per casa.)

L'immagine può contenere: 8 persone, tra cui Marcello Belotti, persone che sorridono, folla e spazio all'aperto

Foto di Stefano Buonamici @stefanobuonamiciphotographie

Stamattina, Gad Lerner ha postato questo brano di Francesco Matteo Cataluccio. Mi ha colpito l’alzata di scudi, anzi di… offendicula, contro una famiglia di senegalesi subentrata nel condominio d’infanzia dell’autore. A Barcellona lo fanno a volte contro noi stranieri europei, mischiando un po’ le carte della filosofia locale Refugees welcome, tourist go home

Mercoledì, i miei amici a Barcellona manifestavano con la comunitat gitana in solidarietà con i rom italiani. Io, invece, ero in giro per Napoli a fare cose.

Tipo la dichiarazione dei redditi, seduta su una panchina in Via Luca Giordano.

Oppure il Lascia o raddoppia a distanza per vendere casa.

Oppure leggevo un brano del mio racconto contenuto in questa raccolta: il piglio allegro della presentazione mi aveva fatto escludere il passaggio, un po’ didascalico, che voleva provare al pubblico che noi vegani non siamo il diavolo. Ma sembra che oggi, ancor più del seitan preconfezionato a peso d’oro, vanno di moda i pregiudizi.

Soprattutto, giravo per Piazza Garibaldi, tra i baretti che una volta vendevano marenne unte, e che ora sono pizzerie fresche di restyling, in cui qualche cameriere nero “come il carbon” s’industria a parlare l’inglese che i colleghi autoctoni non tanto masticano.

In una traversina del Corso Umberto, tra icone sacre del XIX secolo, i negozianti pakistani chiudevano le saracinesche tra i pochi turisti e gli autoctoni che rincasavano: avevo trovato il posto in cui avrei potuto essere di qualsiasi posto, l’unico che ormai senta davvero mio.

Resta l’impressione che il problema non sia solo di etnia, ma di classe: in Italia non vogliono i poveri. Forse si sarebbero levati meno offendicula se l’autore del brano di cui sopra avesse dichiarato che ad abitare in quel palazzo ci sarebbe venuto “l’ambasciatore del Senegal“. Stessa cosa del mio antico proprietario, a Forcella (…), che aveva schifato un vietnamita perché “non voleva cinesi”, per poi andarci d’amore e d’accordo quando aveva visto che era uno studente fuorisede come tanti. Il pregiudizio è che tutti gli stranieri non nordici siano migranti, e che tutti i migranti siano poveri. E i poveri, si sa, sono anche brutti, sporchi e cattivi. Metti che sputano a terra e fermano le ragazze più di tanti miei compaesani. Metti che l’odore dei loro cibi invade le scale più del ragù, e, se non ti piace respirare quello un’intera domenica, si vede che era carne c’ ‘a pummarola.

W i poveri, dunque, e se stranieri meglio ancora: ci permettono di passare sottogamba le evasioni fiscali, la caccia alle raccomandazioni, e la paura che nostro figlio non trovi mai lavoro. E non perché c’è uno straniero a rubarglielo, che nostro figlio “non ha studiato per tanti anni per andare a raccogliere pomodori”; ma perché chi concentra tutta l’attenzione su quanto siano brutti, sporchi e pericolosi gli stranieri non è in grado di dargliene uno.

Alla luce di tutte queste osservazioni, è la prima volta che mi sento davvero straniera anch’io.

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Fabrizia Ramondino

La carrambata del mese è che mia madre ha mandato in pensione Fabrizia Ramondino.

Se non sapete chi è, non preoccupatevi: è il mondo, che è sbagliato. L’Italia, più che altro. Più la leggo e più mi chiedo: come si può ignorare una scrittrice del genere? Si può, si può. E mia madre, ex impiegata del Provveditorato agli Studi di Napoli, ha incontrato al posto mio questa donna gracile, dalle lunghe gonne estrose e dai modi perfetti, o così mi racconta.

Intanto che spiegava tutto questo, io leggevo quest’affermazione dell’autrice su una nonna tenace, che in napoletano poteva cantare, ma non parlare coi bambini:

Ora se l’uso del dialetto come arte poteva essere tollerato in famiglia, non era tollerato invece che con noi ragazzi lo adoperasse, e ogniqualvolta un «mo’» rapido e sfacciato ci usciva di bocca, la nonna veniva rimproverata.

Non succede solo a Napoli, eh. Un amico della provincia di Ravenna mi ha confessato asciutto che, da lui, ai bambini si cerca di parlare italiano, perché così troveranno più facilmente lavoro. Semplice.

Anche i bambini che giocano in strada, qui in paese, quasi non parlano più napoletano.

Prima di tutto perché in strada non ci giocano più: in genere sono di passaggio, al seguito di mamme – sempre le mamme – fermatesi a chiacchierare. O non valicano la soglia di un cortile ben chiuso.

Quelli che sento parlano un italiano perfetto: ok, hanno le “e” paesane molto aperte, ma questo gliel’avrà già spiegato il cugino milanese (da che pulpito!) che, detto tra noi, parla con più accento di loro.

Non che ci sia niente di male, eh. Io avevo una cugina veneta che non sapeva di esserlo: aveva sei anni quando divertitissimi le chiedevamo, con mio fratello, “perché parlava così”. Rispondeva ridendo: “Non lo so”.

Aveva sempre parlato così.  Nessuno le aveva detto “Parla bene”, nel senso di “Parla italiano”. Lei parlava già bene, il suo accento mica era brutto.

Mi avevano spiegato che il mio lo fosse, o potesse risultarlo, e l’avevano fatto nel modo più efficace: lodandomi per il fatto che “non ce l’avessi”. Per questo, quando da ragazzina sconfinavo dalla mia regione, ero sempre attenta alla mia pronuncia. In qualche modo credevo che tutti – il benzinaio dell’Autogrill, la cameriera della trattoria toscana – parlassero sempre meglio di me, per il fatto di essere nati altrove.

Finché un animatore del Nord, in un villaggio turistico – avevo ormai 17 anni – , mi chiese tipo: “Com’è il nome?”. E pensai: che modo impreciso di chiedermi come mi chiami. Sicuro che questi parlano meglio di me? E capii che c’era molto di leggenda, e pure qualcos’altro che, dieci anni dopo, una laurea in Storia mi avrebbe chiarito una volta per tutte.

Adesso vivo in un posto che esalta non solo le lingue regionali, ma anche le varietà diverse di pronuncia. A Barcellona si accarezzano sotto il palato la “g” di “dugues” (“dues” in catalano standard, con la “e” neutra), come un’adorabile intrusa che è più di casa di qualsiasi altra regola stabilita nei libri. E dicono “quranta”, invece che “quaranta”, senza troppi complessi.

Da fuori, per dispetto, li chiamano “camacos“, scritto in vari modi, da “Che bello!”, tormentone dei cittadini quando vanno in gita. O, ancora peggio, “pixapins”, per l’abitudine non proprio civica – ma si fa di necessità virtù – di espletare le proprie funzioni corporali sotto gli alberi.

Sono giochi linguistici che mi divertono, vezzi che vorrei aver avuto il privilegio, se non l’onore, di godermi anch’io.