Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.
Non va sempre così bene.
L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.
Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.
Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.
E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.
Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:
“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”
Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.
Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.
Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.
Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.
Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.
Schnäppchenjäger. Cacciatore di offerte. La coppia di Berlino chiama così l’amico catalano che colleziona coupon mangerecci. L’amico lavora part-time nel bus turistico, non ha problemi a vivere con dei coinquilini a 40 anni. La coppia trascorre a Barcellona tre mesi l’anno, quelli consentiti da un lavoro tedesco ben pagato, ma noiosetto: meglio svernare con “noi di Barcellona”, magari a caccia di offerte.
Non va sempre così bene.
L’amico ingegnere informatico non resta che pochi giorni: dal Pakistan si è ritrovato in Australia, con la carta aziendale che apre tutte le porte, e se il capo lo manda da noi in business class si concede un momento per irridere il nostro attivismo costante. Lo farebbe anche lui, sogghigna, con la sanità gratuita e la polizia che non uccide troppo.
Come se queste due amenità venissero prima della lotta politica, come se ci fossero cadute dal cielo.
Ma ormai sono abituata alla differenza tra chi viene da paesi ricchi, con stipendi che qui non vedremo mai, e chi inizia ad allarmarsi per qualsiasi cosa che costi più di 10 euro: il napoletano che non va a vedere la Champions nell’Irish pub perché “già so’ 10 euro pe’ trasi’, miettece ‘na cosa ‘a magna’, se ne vanno quinnece minimo!”.
E io penso: quanti anni hai? Trentacinque, quaranta? Da quanto lavori? E quindici euro sono un problema.
Un’amica – un’altra tedesca – ha trovato lavoro in Germania dopo un anno che cercava qui. Sono rimasta a sorvegliare la sua auto per due ore, mentre lei caricava i battagli: mi ha spiegato che, bionda com’era, “la prendevano di certo per turista”. Era fiera di come disponesse tutto in auto, e pure del lavoro, degli studi che l’avevano preceduto:
“Io volevo fare la fiorista. Ma figurati se mi ci mettevo con un dottorato appena preso!”
Le avevo appena spiegato che a quindici anni dal mio, di dottorato, mi sarei messa a vendere pizza c’ ‘a scarola per arrotondare.
Ho ripensato al clickbait su Threads di un turista israeliano: “La Spagna è un paese del terzo mondo che si crede del primo mondo”.
Gli hanno risposto di tutto. La Spagna almeno esiste. Torna a piantare bombe.
Io ho scritto che l’idea è di poter vivere bene anche con poco. Di poterti operare pure se quindici euro per una serata sono troppi.
Ma lui resterà convinto di quello che dice, e io, dopo aver bruciato la prima pizza c’ ‘a scarola, mi dovrò ripetere di aver scelto bene.
Ciao! Questo è il solito post in cui vi invito a non sprecare troppo tempo in una cosa inutile, però stavolta c’è un colpo di scena. E pure un esempio, che deciderete voi se leggere o no.
Vedete, a Barcellona un mio amico molto nordico inizia ora una relazione con una “lokal”, e l’ho avvertito sulle possibili sfide di certe differenze culturali, che a volte portano a divergenze politiche (e sull’argomento ci ho scritto un romanzo, perché qualcosina ne so).
Il mio avvertimento/spoiler conteneva forse un pregiudizio su guiri e lokalz? Spero di no. Non ho detto in nessun momento: “Andrà a finire di sicuro così”. Ho solo precisato: “Se andasse a finire così, saprai cosa aspettarti e supererai meglio il problema”.
Ebbene, abbiamo discusso un’ora, l’amico è andato un po’ in ansia e io, oltre ad aver perso sessanta minuti che non riavrò mai, sono passata per la pettegola prevenuta che non si fa i fatti suoi. Quindi il mio consiglio stavolta è: se ci tenete all’amico perdetecelo, ‘sto tempo! Ma che non sia un’ora, cavolo. Gli aiuti non richiesti possono risultare odiosi e poco utili, oltre a sprecare le energie di chi li elargisce. A quel punto io metterei giusto la pulce nell’orecchio, e poi l’amico deciderà se alimentarla o meno: in fondo la vita è sua!
Una delle grandi svolte della mia, di vita, è stata quando ho smesso di voler controllare le esistenze altrui.
Qui finisce il post e comincia l’esempio (nooo, l’esempio no!). Proseguite solo se siete in vena di immergervi in un pezzo di cultura napoletana. Siete ancora lì? Bene, cominciamo!
Prendiamo il signore “sceso dalla Val Brembana” (semicit.) che con accento lombardo mi chiedeva, all’uscita della trattoria Da Nennella, se ormai fossero in chiusura: in fondo erano le due del pomeriggio! Inutile dirvi che quel signore veniva subito segnato come “Fuffi” nella lista d’attesa del mitico Ciro.
Mettiamo che Fuffi venga da noi e ci dica: “Sai? Ho conosciuto una tale Mariarca, detta ‘a Pulitona, che mi piace molto. Vive proprio ai Quartieri, dove lavora quel signore un po’ nervoso che mi chiama Fuffi. Non so in cosa sia laureata, anche se mi sembra che lavori nell’hi-tech, però vorrei approfondire la conoscenza: ho pensato quindi di andarci insieme a un apericena con finger food, poi a una rassegna di Kiarostami“.
A quel punto Fuffi, che è una personcina un po’ ansiogena, potrebbe interromperci: “Grazie ma non voglio sapere tutte queste cose! Preferisco che sia una scoperta quotidiana, sai? Conoscersi a poco a poco, assaporarsi piano come un marron glacé…”.
E noi ci sentiamo un po’ scassagonadi e un po’ “capere”, cioè gente che non si fa i fatti suoi. Avremmo dovuto tacere? Forse. Però cavolo, mettiamo che Mariarca sentendo nominare Kiarostami sbraiti: “Come? ‘Ccà aro’ stamme?’. E si nun ‘o saje tu…”. Oppure commenti il finger food con frasi tipo: “Gli uomini da me vogliono solo una cosa: ‘a marenna p’ ‘a fatica!”. In tal caso io spero che Fuffi e Mariarca si sposino comunque di lì a un anno, e si trasferiscano insieme in Val Brembana, o sul presepe con vista sul Golfo di Napoli (che tanto è in scala 1:1). Forse, però, quella parolina che abbiamo detto a suo tempo al nostro Fuffi potrebbe propiziare il felice esito!
Quindi sì, facciamoci i fatti nostri che è sempre meglio, e soprattutto smettiamola coi pregiudizi: per esempio, l’intramontabile Mariarca è un mito a sé stante, e “le donne di Napoli” sono un mondo variegato, come tutte le donne.
Ma inso’, c’è una regola che vale anche per Fuffi: più ne sappiamo di una situazione/località/cultura, e meglio è.
Specie se siamo capaci in ogni momento di prendere ciò che crediamo di sapere, metterlo da parte e lasciarci stupire dalle cose, per come sono davvero.
(La mia prima Mariarca. In memoria di Loredana Simioli, che ci manca).
Ripetiamo insieme: trovare lavoro a Barcellona non è difficile. Più che altro, è una questione di culo.
Non so voi, ma io preferirei che fosse solo difficile.
Ve lo dico perché un po’ di gente, ora che si circola un po’ di più, mi chiede cosa fare per lavorare qui. Stanno mandando curriculum a distanza, ma non ricevono risposta. Stanno chiedendo di affittare una casa, giurando che verrebbero apposta a visitarla dall’Italia, ma non ricevono risposta.
Strano, eh?
Strano che proprio a Barcellona ci sia un sacco di gente alla ricerca delle stesse cose, ma con un curriculum chilometrico, un contratto di lavoro e lo stramaledetto Nie, senza aerei da prendere.
Non sapere tutto questo non è una colpa. Non immaginarselo nemmeno, è un buon segno per la vostra salute mentale: significa che non vivete in un mondo in cui un leggendario smanettone pakistano vi spunta l’appuntamento per il Nie a soli 15 euro, e un’agenzia che suscita meno scandalo lo fa al doppio del prezzo. Sì, ma poi ce l’avete, il precontratto di lavoro? Sempre che non vogliate pagare qualcuno con la partita IVA per fingere di assumervi. I posti in azienda ci sono, ma chi ci lavora già chiama le amiche, il vicino disoccupato, il tizio che se assunto ti fa spuntare un bonus per aver indicato una persona valida…
Per questo dico: magari a voi va di culo. Le variabili si combinano tra loro nella formula perfetta: la vostra nuova coinquilina vi indirizza nella sua azienda, dove si è liberato un posto; vi accampate alle tre di notte nell’ultimo villaggio del Penedès (ci sono villaggi, nel Penedès?) che ancora rilascia il Nie senza obbligo di residenza, e senza precontratto. Se poi vi mettete con qualcuno del posto, potrete figliare senza tornare in Italia! (Sul serio, sarò io, ma non conosco coppie etero 100% straniere che non siano volate via, quando lei è rimasta incinta). Ma, appunto, sono botte di culo.
E, ribadisco, io preferirei sapere che un’impresa sia difficile, piuttosto che pensare che può andarmi benissimo o una schifezza, come al casinò. Vabbè, in effetti esagero: ci sono tutte le sfumature di grigio che mi farebbero resistere tre mesi, a caccia di appuntamenti in commissariato e aziende che mi facciano i giochini psicologici di gruppo, per capire se sono un buon acquisto… Magari mi eclisserei per sempre con la scusa delle vacanze di Natale, magari no.
E qui non è zona di guerra, e per leggermi in questo momento avrete pure il passaporto giusto per risparmiarvi dieci ore di lavoro a 400 al mese, catapecchie coi tubi a vista, la minaccia del rimpatrio immediato.
Però sul serio, preferirei pensare “è difficile”, nel senso che ci vorrà pazienza e buona volontà ma potrebbe andare bene, piuttosto che pensare che sia una questione di culo.
Sto martellando i miei perché comprino casa a Barcellona. Qualcosa di piccolo, giusto per passare la stagione estiva (tutta) in modo molto più confortevole di quanto potrebbero fare da me. Il resto dell’anno potrebbero affittarla con regolare contratto a studenti o gente di passaggio.
Ho chiamato l’amico agente immobiliare, che ci ha mostrato un paio di opzioni. Anche se i miei sono scettici (mi stanno solo assecondando, lo so) io ho imparato un po’ di cose.
Anzi, più che una lezione ho avuto una conferma: indietro si torna, eccome. Molte situazioni o scelte che crediamo irreversibili non lo sono affatto, o sono le nostre convinzioni a renderle tali. La seconda casa che ci ha mostrato l’amico agente era sfiziosa, moderna, in un palazzo all’avanguardia. Era piccola, sì, ma la proprietaria non l’aveva comprata con l’idea di restarci tutto l’anno. Voleva avere “un piede a Barcellona”, città a cui era legata per motivi vari, mentre per lavoro doveva risiedere perlopiù altrove. Adesso la situazione era cambiata, così vendeva la casa a un prezzo che era pure contenuto, per questa città di speculazioni selvagge.
Ascoltando la storia che mi snocciolava l’amico agente, non ho potuto fare a meno di pensare alla conferenzina di Internations sul mercato immobiliare (in realtà, una marchetta a un’agenzia sponsorizzata dall’associazione), in cui una cinquantenne del posto aveva dichiarato: “Questa è la mia unica occasione per comprare bene. Se la perdo, è la fine”.
La capisco: i risparmi di una vita, puntati in un unico investimento. La pressione dev’essere enorme. Il fatto, però, è che io per esempio ho sbagliato, e non è stata la fine. Ho sbagliato a comprare la prima casa, o meglio, ho sopravvalutato il tempo che avrei resistito lì dentro: se era così economica, un motivo c’era! (Leggi: vicine stronze e palazzo che cadeva a pezzi). Cosa ho fatto per risolvere il problema? Niente di eroico o trascendentale: ho chiamato l’agente immobiliare di cui sopra, che ormai era diventato mio amico, e gli ho chiesto di vendere la casa, visto che me l’aveva fatta comprare lui! Così ho avuto la possibilità di acquistare il mio attuale appartamento, in cui sto molto meglio.
Indietro si torna un po’ con tutto: con il lavoro (a volte anche dopo una certà età), con le partenze e i ritorni (leggete i post in questo gruppo), con le relazioni.
La vita è già troppo piena di cose irreversibili, come i miei antichi look anni ’90 e l’ultima stagione di Trono di Spade. Non c’è bisogno che ce ne inventiamo anche di altre.
L’importante è sapere quando è ora di tornare indietro, o di trovare un’ulteriore strada a cui non avevamo pensato prima. Ma questo si impara, ed è come andare in bicicletta, o pronunciare la parola francese “rue” (solo io non ci riuscivo?).
Quando scopriamo come si fa, indietro non si torna.
(Scusate, ma a questo punto ci stava. Anche se preferisco la versione inglese, “Vincenzo”).
Se WordPress la elimina, sappiate che la foto qui sopra raffigurava gli alberi del carrer de Trafalgar, che nei pomeriggi di agosto sono una manna dal cielo.
Infatti li ho scelti per quantificare una volta per tutte il tempo che risparmiamo, quando facciamo spazio ad attività che ci ritemprino. Non sto parlando di ere geologiche, eh. È il tempo di un tè ghiacciato, che io, ad esempio, ho sorseggiato in un bar di questa strada: una catena, purtroppo, perché in questa zona tra via Laietana e Arc de Triomf, che precede la Chinatown vera e propria, trovi o la bettola post-franchista con le macchinette per ludopati, o il lounge fighetto per turisti. Ma tant’è: avevo il pc dietro, seguivo i miei corsi pazzi e, appunto, bevevo il mio tè ghiacciato.
Nelle ore precedenti, tra me e quel tè si erano frapposti diversi ostacoli: l’amico dottorando in fisica che sui social provava a spiegarmi come si faccia ricerca storica, lamentandosi perché nelle mie repliche “non scrivevo frasi di senso compiuto”; la filologa gourmet che, sempre sui social, mi spiegava perché una varietà di minestra che prepariamo dalle mie parti non segue la ricetta originale del 1297, dunque l’intera area sarebbe da bruciare una volta per tutte. Altro che terra dei fuochi!
Sapete qual è la soluzione? Disattiva le notifiche. Quell’opzione sta diventando la mia migliore amica. Perché capisco che l’amico dottorando deve avere un problema serio di autostima, per cui guai a chi lo contraddice (specie se è una donna). Pure la filologa gourmet avrà qualche ragione tutta sua per ossessionarsi su ricette che sono cangianti, figlie della disponibilità di ingredienti di ogni singola epoca. Sul serio, il famoso corso buddista mi ha convinta a non prenderla sul personale, e a empatizzare con i miei scocciatori, a cui auguro di trovare una qualche forma di serenità.
Però lo facessero lontano dal mio tempo, dal mio pomeriggio, dal mio tè.
Quali sono, invece, i vostri alberi? Sono sicura che avrete anche voi un’immagine che vi ricordi ciò che vi state perdendo, se decidete (in tutta legittimità) che il minchiaritore di turno merita una lezione, o che la filologa gourmet deve imparare, mo’ ci vuole, a farsi i cavoli suoi. È vero che i guru contemporanei ci dicono di concentrarci sul “qui e ora”, sul presente, ma attenzione a non dimenticare tutti i presenti possibili.
Quindi, visualizzate i vostri “alberi”: il libro che avete lasciato in sospeso per sorbirvi le chiacchiere di un vicinosborone, o la deliziosa cena che vi si raffredda perché non siete in grado di interrompere una telefonata inutile…
Visualizzate il tempo che state regalando a qualcuno che non sa che farsene, a parte usarlo per alimentare le proprie idiosincrasie. Quando lo avrete fatto, vi aspetterò al bar con un bicchierone di tè ghiacciato.
Dai, che vi tengo il posto.
(L’uomo che mi ha fatto scoprire il tè ghiacciato).
Una versione quasi “pastello” dell’abito di cui parlo nel post: l’originale vi avrebbe creato problemi alla vista.
“Allora ricordo bene, che sei italiana!” mi fa il cameriere.
Il Buenas Migas è una catena che vuol essere un connubio tra gastronomia italiana e inglese (sì, avete letto bene). Ci vado ogni tanto col compagno di quarantena, perché ci sembra il modo migliore per punirci a vicenda. Per esempio, io ordino un tè Earl Grey ghiacciato con pezzi di mela, e al compagno di quarantena dichiaro: “Questa è la vendetta per il frappuccino!”. Lui risponde ordinando un caffè con otto litri di latte dentro.
Adesso il cameriere mi ha riconosciuta dopo avermi vista solo un’altra volta, nonostante la nutrita clientela del locale. La mia prima reazione è stata lisciarmi i capelli con fare suadente e dirmi: “Eh, il mio fascino senza tempo mi rende indimenticabile!”.
Poi mi sono resa conto che, sia stavolta che nella mia visita precedente al locale, indossavo un vestito di colore viola, arancione, rosa shocking, fucsia e giallo. Con mascherina rosa shocking abbinata. Diciamo che almeno su un particolare avevo ragione: ero impossibile da dimenticare.
La parte ironica è stata che al tavolo, insieme al compagno di quarantena, mi aspettava il portatile aperto su una lezione del corso di Buddismo e Psicologia evoluzionistica dell’Università di Princeton: la nostra mente, per interpretare ciò che ci capita, tende sempre a trovare la spiegazione più lusinghiera per noi. Insomma, ci abbiamo i bias (una parola che va di moda), e a volte abbiamo pure i bias sui bias.
Devo dire, però, che in un’occasione mi andò anche peggio (oppure meglio?) con una collega di questo cameriere “abbagliato” dalla mia persona. Con la ragazza, pure italiana, al momento di pagare ci fu un malinteso sulla consegna del resto: la mia genuina confusione sui soldi che mi spettassero mi fruttò un’occhiata ambigua, e la sensazione di essere stata scambiata per una furbacchiona che volesse intascare di più…
E invece no! Di lì a poco la tizia, dopo avermi riconosciuta su un gruppo Facebook di italiani, mi aggiunse ai suoi contatti. Visto? Ok, magari si illudeva che come veterana a Barcellona (particolare che si evinceva dai miei post), potessi esserle utile… Oppure chissà, forse le stavo davvero simpatica!
Ebbene sì, il nostro cervello giunge a conclusioni affrettate e non sempre realistiche, in un senso o nell’altro. La soluzione sarà davvero il buddismo, come suggerisce il corso che sto seguendo? Ci ritornerò.
Intanto confesso di non esserne troppo convinta, ma mi sa che anche quello è un mio bias.
“Le emozioni giocano un ruolo importante nelle decisioni che prendiamo”.
Prima che scatti il “Grazie ar cazzo” collettivo, il messaggio era più sottile di quanto non sembrasse: provate a mettere il voto a un compito (se insegnate), a fare la spesa, o a discutere con vostro padre un giorno che avete un diavolo per capello. Fatto? Bene. Ora ripetete l’operazione un giorno in cui, invece, va tutto per il verso giusto…
Ok, confesso che ieri, a ora di pranzo, il “Grazie ar ca’” stava scappando a me, che avevo preso una decisione pessima: avevo lasciato che si facesse un’ora barbina per andare alla Fiera vegana, la prima dall’inizio della pandemia, e adesso 1) minacciava di piovere; 2) mancava un’ora alla fine dell’evento. Metteteci il particolare che stavolta, per questioni organizzative, la fiera si teneva in culo ai lupi mannari, e capirete l’umore simpatico con cui sono uscita di casa: dirò solo che mi sono portata il tupperware, con l’idea di comprare qualcosa per sostenere l’evento e filarmela a casa! Cosa mi aveva messo tanto di cattivo umore? Diciamo che qualcosina c’entrava il botellón collettivo che era scattato a mezzanotte in punto la notte prima: raga’, io capisco che state festeggiando la fine dello stato d’allarme, che siete gggiovani, che quella che per la maggior parte di voi è una malattia asintomatica (e attenzione su ‘sta cosa) vi sta costando un’altra crisi lavorativa epocale, ma… i fuochi artificiali a mezzanotte? I trenini fino all’una? E chi diavolo mi ha bussato due volte al citofono, proprio mentre andavo a letto? Lasciamo stare, va’, che se no, per onorare il corso sulla gestione delle emozioni (e le sue frasi un po’ ovvie), prendo ‘sto pc da cui sto scrivendo e lo tiro in testa al primo che si affaccia al terrazzo di sotto (sono sempre loro…).
Vi farà piacere sapere che ieri, invece, non ho ucciso nessuno per strada, al massimo ho augurato diversi eventi spiacevoli ai passanti che seguivano alla lettera “The Coccosa? way of life”: una filosofia trappana che spiego qui. Ma insomma, dopo ventimila fermate della metro sono riuscita ad arrivare in culo ai lupi mannar… ehm, a destinazione. A quel punto, sorpresa: la fiera stava andando bene! Meglio, comunque, di quanto avessi dedotto dai messaggi di un amico già sul posto, che si chiedeva che fine avessi fatto e che, peraltro, era lì con gente che non conoscevo: un particolare che aggiungeva pathos al mio umore nero, visto che unire un’agnostica a una comitiva indepe a volte va bene, e altre non tanto… Invece, l’interazione è iniziata nel migliore dei modi: mi hanno corrotto offrendomi un Ferrero Rocher vegano. Visca Catalunya!
Con animo più disteso, mi sono accorta che l’organizzatore della fiera, dopo un anno di prevedibili difficoltà economiche, era riuscito a vendere tutti i suoi prodotti: che bello! Infine, com’era prevedibile era terminato quasi tutto il cibo, data l’ora, ma restava l’immarcescibile coppia latina, che preparava tamales con la solennità riservata di solito alle ostie consacrate. Quattro euro il pezzo, e per un euro in più ti aggiungevano insalata e salsine. Ma sì, ho pensato, diamo uno schiaffo alla miseria.
È stata la prima saggia decisione della giornata, ma non l’unica. A quel punto dovevo sperimentare fino in fondo la frase sulle emozioni appresa oggi: così, invece di squagliarmela dopo aver fatto il mio dovere di sostenitrice, mi sono seduta a chiacchierare con la comitiva dell’amico, che è rimasto impressionato dalla composizione colorata del mio piatto di tamales. Piatto che ho consumato in fretta, con gusto, e con una fame da lupi (mannari).
Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).
L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.
Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!
Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.
Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.
No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:
1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;
2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?
3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.
E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).
E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.
Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).
In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.
So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.
Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.
“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.
Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.
Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.
Io che mi reco al comune di Barcellona “con tutta la mia calmezza” (cit. Mariarca ‘a pulitona)
Mi sono accorta di una cosa: io vi imito.
Lo faccio imperterrita da quando avevo dodici anni, quindi più che accorgermene ora me lo sono ricordato: ho ricordato di quando decisi che diventare suora o eremita non era più un piano così allettante, tanto valeva che mi mettessi a studiare per camuffarmi meglio tra voi umani non disagiati. Che ingenua ero!
Ancora oggi mi colpisce che abbiate bisogno di grandi livelli di alcol per fare figure di merda, cosa che a me viene naturalissima, e che non ricordiate che giacca aveva la vostra prof. di Storia e Geografia al primo anno di superiori, anche perché voi avete una vita. Forse questa è la parte che mi viene più difficile da copiare: avere una vita secondo i parametri che intendete “voi”. Anche perché voi, appunto, non esistete: non c’è un voi, chiunque stia leggendo questo testo allucinato è diverso in qualche modo dal resto dell’umanità. Ma spiegatelo alla dodicenne in me che ancora prova ad assimilare quale sia una conversazione accettabile (perché non posso dirvi tutti i fatti miei?), o a capire perché cantare a squarciagola i 24 Grana per strada non sia proprio un’ottima idea (ma la mascherina attutisce i suoni, quiiindiii…).
Avete presente, nella parte finale di Kill Bill, il pippone che spara Bill su Superman? Il fatto che Clark Kent, come travestimento, sia una sorta di critica all’umanità: il modo ridicolo in cui Superman vede gli esseri umani. (Secondo me funziona anche con i poliziotti in borghese alle manifestazioni: li riconosci dal numero di kefiah che indossano e dai baschetti di Che Guevara!) Adesso, io più che Superman sarò tipo Spongebob, ma a parte questo il paragone calza!
Purtroppo, invece, sono spesso assimilata a un altro personaggio. Un’amica psicologa mi ha fatto notare che, quando il mondo degli umani mi crea difficoltà che in qualche caso vi saranno familiari (vedi alla voce: burocrazia), mi metto in modalità Robocop. In quelle vesti mi riconoscete subito: passo marziale (e rumorosetto anziché no), testa puntata avanti tipo ariete, e la propensione a farvi volare per aria a prescindere dalla vostra età o corporatura, se vi frapponete tra me e il mio obiettivo.
Per esempio, ieri il mio obiettivo era l’ufficio del Comune di Barcellona: nonostante l’ansia derivata da sette mesi di semi-isolamento, andavo lì a dimostrare che vivevo proprio dove dichiaravo di vivere.
Sono arrivata davanti all’ufficio, nella piazza dietro il comune, con la serenità di una condannata all’autodafé. E mi sono detta: “Basta con la modalità Robocop! Sii te stessa, Maria, perché hai bisogno di fingerti qualcuno che non sei? Forza, su!”.
Ed è stato così che:
mi sono buttata tipo quarterback sul gel idroalcolico che si trovava accanto a un primo sportello, la cui occupante mi ha osservata come se fossi stata un’attentatrice;
mi sono seduta tranquilla al primo divanetto piazzato alla sinistra della portinaia dell’inferno (scusate la melodrammaticità), che a questo punto ha cacciato un accorato: “No, señora!”;
ho seguito il dito accusatore che la nostra Minossa puntava non su di me, ma alle mie spalle, e ho realizzato che avevo appena scavalcato una fila di due persone in religiosa attesa, che per giunta mantenevano la dovuta distanza di sicurezza;
scusandomi in tutte le lingue possibili (ho registrato solo allora che la tizia mi si era rivolta sicura in spagnolo, fenomeno insolito al comune), ho raggiunto la mia postazione in fondo alla fila;
nell’operazione, ho lasciato cadere tre volte la borsa, due volte la cartellina che reggevo, e altre due volte i documenti d’identità che tenevo sopra la cartellina (ho i testimoni).
Cara amica psicologa, ma se una ha un meccanismo di difesa che va avanti da venticinque anni, tu vieni a rompere le semmenzelle (scusate il catalano) proprio il giorno prima della mia visita al comune?
A mia discolpa, signore e signori della corte, dirò che avevo una mascherina ffp2, il cui uso, combinato all’allergia cronica, mi rende più scema del solito, come ho già suggerito qui. Però il mio cervello disagiato continuava a lavorare: perché le impiegate continuavano a parlare in catalano tra loro e in spagnolo a me? Perché ero circondata da persone con gli occhi a mandorla, o con l’accento brasiliano e latino? Oibò, non c’erano catalani in attesa neanche a pagarli!
Arrivato il mio turno, mi sono seduta davanti a un’impiegata gentilissima che mi ha chiesto subito “il contratto di casa e le bollette”. Che contratto? Adesso, vi prego, immaginatevi la scena insieme a me, che la ripercorro come se mi stesse succedendo tutto daccapo.
“Sono la proprietaria” confesso in tono imbarazzato.
“La… proprietaria?” ripete quella.
“Ehm, sì.”
L’impiegata si alza. Si allontana. Si risiede. Si rialza. Si riallontana. Si risiede.
“Ma sei entrata in casa con un contratto…” afferma infine.
“Sono la proprietaria” ormai sembro un disco rotto.
“Sì, ho capito, ma all’inizio avevi un contratto d’affitto, vero?”
Cummare’, no-ne, stavo per replicare con tanto di “e” aperta, tipica del mio paesone d’origine. Poi mi sono detta che sì, il catalano e il napoletano si somigliano, ma non così tanto.
A quel punto, l’impiegata mi ha dichiarato che ok, era stato un errore, mi chiudeva la pratica, quante copie volevo del nuovo documento di residenza? E io capivo. Se fossi stata una straniera che viveva in affitto, avrei dovuto provare che abitavo nello stesso posto di cinque anni fa (in una pagina di italiani a Barcellona mi hanno detto che sono blitz che fanno ogni cinque anni). Siccome sono proprietaria, per i dolci figli dell’estate che lavorano in comune dev’essere ovvio che vivo proprio a casa mia.
Vorrei raccontare loro la storia della prima tizia che voleva affittarmi casa a Barcellona: si chiamava Senena, giuro, aveva una trentina d’anni scarsa e l’appartamento era intestato a lei. Voleva ben 400 euro per una stanza in zona Badal (dunque non centralissima), nel lontano 2008. Non viveva nell’appartamento. Oppure c’è la seconda proprietaria catalana in cui io mi sia imbattuta: voleva 800 euro nel 2009, e il mio ex catalano lo trovava pure un prezzo ragionevole, per un ammezzato in mezzo alla bolgia studentesca del Raval. Questa viveva in Germania, faceva la traduttrice e la ghost writer, e arrotondava affittandosi la casa di famiglia. A proposito, ci sono pure quelle famiglie descritte in una conferenza a cui ho assistito moltissimi anni fa: figli e nipoti di gente che s’era tirata su la villetta in Costa Brava, negli anni ’70 cementificati del tardo franchismo. Pure questi vivevano perlopiù in Germania (meta gettonatissima!) o comunque in tutt’altro posto, ma si incontravano una volta all’anno per il tipico pranzo delle feste comandate. Senza parlare del mio proprietario preferito (pure un bell’uomo!): aveva ereditato il palazzetto intero da suo padre, che riceveva ancora la posta nella mia cassetta delle lettere. Ma il palazzetto era al Poble-Sec e il bel proprietario viveva a Mataró.
Ora, il mio cognome è così poco catalano che qui lo storpiano da dodici anni, ma comunque: sicure sicure, signore del comune, che io viva proprio dove dico di vivere solo perché sono proprietaria?
Stavolta gli è andata bene: sì, vivo proprio là.
E sarò pure disagiata, ma che ve lo dico a fare: il mondo là fuori non scherza affatto.