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Nipponica #272 – Lady Oscar 40 (12): episodi 25-26 Antonio Genna Blog
Cioè, questa viene cresciuta come un uomo per volere del padre, si veste da donna per piacere a uno… Oooh, usciamo dal loop!

Nelle puntate precedenti, oltre a scoprire che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence, abbiamo lasciato le ragazze dell’entroterra campano, nell’A. D. duemilaequalcosa, separate come in due blocchi: quelle che, per ottenere rispetto, accettavano più o meno consciamente di entrare nel recinto delle ragazze, e magari ricorrevano a mille strategie per scavalcarlo senza farsi troppo male; quelle che si tuffavano a sacco di patate negli spazi tradizionalmente maschili, rinunciando ai vantaggi del recinto senza acquisire del tutto quelli dell’arena.

Cos’è successo dopo, secondo voi? Beh, tanto per cominciare è successo che siamo cresciute.

E ogni tanto le riconosco, “quelle dell’arena”: le ex ragazze che sono entrate in mondi popolati soprattutto da uomini, a patto di accettarne certe regole. E ne sono orgogliose: ti credo, è una faticaccia immane! La soddisfazione? Essere l’unica. Non sarai mai al vertice di tutto, ma cristo, sei l’unica! L’unico direttore con i capelli lunghi e biondi, l’unico ingegnere che tratta a tu per tu con gli operai anche dopo aver ricevuto il titolo ufficiale di Miss Culo del cantiere (tratto da una storia vera). Ma oh, almeno ti sei scappottata l’alternativa di essere considerata un cocktail esplosivo di ormoni, o una sfornapupi a orologeria. Fino al giorno in cui ti metti di traverso, oppure un pupo lo vuoi sfornare davvero.

Ma difendere la propria postazione, e tirarsela, è una tentazione che un sacco di ex ragazze che “sono state le prime/le uniche/tra le pochissime” sentono forte, proprio perché ci hanno buttato il sangue. Si sono sentite sminuite, derise, o sottovalutate perché nella radiolina a transistor che era l’identità di genere (vedi la seconda puntata), loro viaggiavano su frequenze diverse da quelle che si aspettavano i più. Per un compagno che mi osservava alla sbarra durante l’ora di ginnastica, io avevo “un fisico di merda”, però lo stesso compagno mi considerava una minaccia (benché meno di altri) nella sua triste gara annuale a chi avesse la media più alta. Perché sì, “andavo molto bene a scuola”, anche se per fortuna solo in italiano: la letteratura era comunque roba da donne. Quelle brave in scienze erano fottute, o erano salve da certi energumeni: come l’aspirante ingegnere che mi trovava preferibile a una studentessa di biologia, perché i ruoli ci vogliono. Ai nostri eventuali figli chi spiegava la matematica, la mamma?! Allora che speranze aveva un papà di farsi rispettare, visto che già non cucinava lui e non cambiava pannolini? A. D. 2004, signore e signori.

Dunque, sì: se fossi stata brava in scienze avrei avuto un diavolo per capello, altro che il gel profumato e gli occhialoni a piattaforma di atterraggio di Quelle che… il recinto.

Per fortuna o purtroppo, la cosa più stupida è sfottere queste ultime (che spesso io stessa, ahimé, trovavo ottuse o fifone) e sentirsi speciale perché tu sei nell’arena. La questione andrebbe piuttosto spostata su una domanda fondamentale: che ci fa, qui, quel recinto? Che bisogno ne abbiamo per sentirci protette?

Già vi sento: “Vabbè, sei la solita estremista! La sorella di mio cognato è bellissima e laureata in ingegneria aerospaziale, fa politica e sta con un compagno di movimento…”. Sì, avete ragione, e meno male. Si spera che in quasi vent’anni le cose siano migliorate molto. Però io ho migliorato la mia vita solo migrando, e conosco tante, qui a Barcellona, che magari si lamentano degli autoctoni che non saprebbero corteggiare (mentre io godo), ma poi sono felici di poter andare conciate come vogliono, oppure di passeggiare con un maggiore senso di sicurezza rispetto al posto in cui, come ammetteva un mio compagno di università, “se i miei vicini sono in strada con me e passa una, a volte mi sento giudicato male se non lancio uno sguardo malato anch’io”. Solo migrando mi sono resa conto appieno che questa terra di mezzo, in cui mi ero arruolata come non-uomo, era sì una soluzione alle restrizioni ancora imposte al mio genere, ma comunque non era una scelta molto sana per me. Per esempio, pure se ho molte riserve sull’umorismo iberico, di buono c’è che qui lo sfottò è solo uno dei tanti modi di scherzare, e non valica quasi mai i limiti della stronzaggine: se fanno commenti sul tuo fisico non la devi prendere sempre bene, col ricatto che “chi si offende scemo è” o con la possibilità di ricambiare lo sfottò (come se la pressione estetica fosse la stessa su donne e uomini). Qui è scemo chi offende, di solito, e questo fa tutta la differenza.

Vedete, la cool girl (o ragazza fica) ha un problema: non vince mai. Almeno non vince quella che per me è la battaglia più importante: l’equilibrio tra essere te stessa ed essere rispettata. La cool girl guadagna terreno, conquista spazi e si prende il diritto di parola, ma in cambio è chiamata a sacrificare, che lo voglia o no, i vantaggi di chi quegli spazi non se li prende e preferisce ripiegare su quella specie di aura sacrale che vede le donne come “il diverso“. Un diverso che nelle fantasie è “intoccabile” in più di un senso, perché toccare può essere ancora sinonimo di mancare di rispetto (pensate a “non starei mai con la sorella di un amico”). Le “vere donne” sono intelligenti, certo, ma proprio perché lo sono “non si perdono in battaglie inutili” (cioè, in quelle che non convengono al fidanzato). Sono quelle che possono sottoporti a delle “prove“, per sincerarsi del tuo interesse, e magari proibirti pure di avere delle amiche (ciao, sono la tipica “amica segreta” di compagni storici e colleghi di università). Peccato che lo facciano anche perché sono quelle che sanno che prima o poi rischiano le corna, in una società monogama in cui l’amore è possesso, ma gli uomini sono visti come queste bestie indomabili e, oh, “sappiamo come sono fatti”. A volte non si tratta neanche di cornificarle, le donne, ma di “tradirle” con una serata in pizzeria insieme ai “compagni”, magari con la partecipazione straordinaria di quella che ti lascia dire pucchiacca in sua presenza.

Sono grata al mio nuovo paese per avermi dato l’opportunità di essere me stessa fino in fondo. Sì, sono sicura che avrei potuto essere così anche in Italia, solo che lì non mi è capitato. Credo che possiamo far sì che capiti più spesso, specie decostruendo certe dinamiche di sessismo benevolo, per cui le donne sono “l’alterità”: basta con gli psichiatri vecchio stampo che infestano le televisioni, e basta anche con quefta falfa divifione tra puttane e spose, come cantava un gettonatissimo guru dei miei tempi: ovvero, la distinzione corpo-mente che, invece di emancipare le donne, le frega. Si presenta con un altro ricatto da smontare: l’unica condizione per realizzarti da un punto di vista intellettuale, è far sì che gli uomini del tuo ambiente dimentichino che hai un corpo. E invece no! Loro sono autorizzati a coniugare corpo e mente, tu pure possiedi entrambi, quiiindiii…

La strada sarà lunga, ma meno di quanto immaginiamo: abbiamo visto come certe sensibilità cambiano nello spazio di pochi anni, come per ondate improvvise.

Cavalchiamo questa, di ondata: la freschezza dei cambiamenti, che pure ravviso qua e là, è l’unica cosa “cool” che voglio ancora nella mia vita.

Llega al mercado «La rosa de Versalles» el manga en el que se basaba la  famosa serie de animación «Lady Oscar» – SALA DE PELIGRO

Arieccoci! Nell’ultimo episodio abbiamo assodato che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence. Adesso, per spiegare perché la ragazza fica sia una risposta comprensibile ma sbagliata al maschilismo, vi racconto della volta che mi misi la cravatta.

Ero l’unica donna di un’associazione culturale, in un paesone vicino al mio. Ero finita lì per un motivo nobilissimo e disinteressato: mi piaceva il tizio che mi aveva inserita. Anche se sembrava poco disposto a fa’ carte. Vabbè, intanto mi ero affezionata agli altri, che però non sapevano come trattarmi: ero femminista dichiarata, cioè, non mi mettevo scuorno. E allora? Un pomeriggio che organizzavamo una pizza, uno dei membri dell’associazione mi annunciò che stavolta, in pizzeria, “mi avrebbe trattata come una donna”. Fino a quel momento mi aveva dedicato un misto di cameratismo e curiosità. Per l’occasione, mi fregai la cravatta buona di papà e la indossai su una minigonna, completando il look con degli stivali. Sì, scusate, avevo vent’anni, e poi volevo sfottere questo qui. Che appena mi vide mi scoccò due baci e cominciò a omaggiarmi di una gentilezza diversa, che includeva addirittura qualche casto complimento. Ricambiai con un baciamano. Cominciai a sospettare che la distinzione di genere fosse come una radiolina a transistor: ti sintonizzavi su “uomo”, o su “donna”, ed era sempre la solita musica. Ma era più difficile trovare la mia frequenza, che un caro amico definiva scherzosamente come: “non-uomo”.

Adesso, a me di quell’associazione non piaceva solo il tizio che non mi cacava proprio. Mi piaceva un aspetto importante: potermi rapportare con delle persone che avessero le mie stesse aspirazioni politiche, ma senza adottare fin da subito quella manfrina, semiobbligatoria per le donne, di doversi “dare un contegno”. Per la mia personalità frenetica, la forma di protezione che offriva il “contegno” mi stava così stretta, che all’inizio ne vedevo solo gli svantaggi. Anche perché i vantaggi si riducevano a uno solo, benché importante: gli uomini non ti sfracellavano troppo le gonadi. Spesso, tuttavia, il contegno in questione veniva scambiato per presunzione, o per il classico “tirarsela”: credetemi, il più delle volte è paura di sbagliare in situazioni in cui l’eventualità è altissima. Dai troppa confidenza, e quello che ti sta gentilmente riaccompagnando a casa si fa strane idee, con conseguenze imprevedibili. Ne dai poca e, appunto, te la tiri. A ogni buon conto, le fanciulle del paese dove si trovava l’associazione si mettevano ‘sti occhiali da sole che sembravano piste d’atterraggio, e con quelli riuscivano a camminare senza scomporsi tra idioti che urlavano loro la qualunque: roba che in confronto, nella mia cittadina non proprio all’avanguardia, eravamo tutti reduci da un comizio di Angela Davis. Io a volte mi fermavo a “pigliare questione”, cioè a litigare di brutto con i molestatori, ed ero più, ehm, eclettica nel look, come avrete intuito. A volte, nelle collaborazioni con altre associazioni, mi incocciavo perfino con ragazze che erano simili a me, però magari guardavano storto uno che desse loro la precedenza alla porta (io mi limitavo al balletto sulla soglia, poi, se l’altro rifiutava, passavo).

Come dicevo, questo territorio ibrido in cui mi trovavo mi dava il vantaggio di non dover stemperare una parte di me. Tuttavia, prima o poi è inevitabile scoprire che fare la ragazza fica comporta un sacco di svantaggi. Questo libro, ad esempio, ne riporta un bel po’. Nel mio caso, il problema principale era la rinuncia al diritto di veto. Che era come un diritto di voto, ma al contrario. Le ragazze che si fidanzavano con i miei compagni di associazione si presentavano due o tre volte agli incontri, annusavano la situazione, poi sparivano. Allora venivano usate come scusa da questo o quel compagno per non “fare serata” con noi: a quel punto, la loro presunta intransigenza nell’accaparrarsi tutta l’attenzione del fidanzato le trasformava in creature strane e capricciose, da “tenere a bada”. Sembrava che l’intero rapporto dei miei compagni con loro fosse basato su questo: tenerle a bada, visto che capirle era una missione impossibile. Erano esseri lontani e profumati e ineffabili, che non erano fatti per restare “nel nostro ambiente”. Mica erano come me, mi sentivo ripetere. Mi sentivo anche confessare che era stato necessario difendermi da “certi commenti” di collaboratori esterni all’associazione. Fortuna che, tra questi ultimi, uno non me la mandava a dire: “Io glielo ripeto sempre, ai ragazzi: voi una femmina tenete, là dentro, ed è così! Ehi, ma mica ti sei offesa, per caso?”. Era “un ragazzo dolcissimo”, mi assicuravano gli altri: a volte diceva cose un po’ particolari, ma poi era il primo a pentirsene. Ah, beh, allora. Allora, tutt’a un tratto, mi sembrava di capire le altre ragazze che si auto-recludevano, o almeno intuivo finalmente perché lo facessero.

Loro mi sembravano aver scelto la sponda opposta alla mia, nell’aut aut tra “femmina” e non-uomo: si chiudevano in un mondo in cui i loro passi erano letteralmente limitati (io ero l’unica che usasse l’auto anche di sera, per più di un motivo), ma in cui, “almeno”, venivano rispettate. Se ti metti da sola nel “recinto delle ragazze”, come lo chiama Vichi di Casapound, nessuno ti tocca.

Dai, mi fermo qui. In questa situazione fantastica in cui i compagnelli miei potevano spostarsi a piacimento, dire ciò che volevano e sintonizzarsi sulle donne a onde alterne, mentre le ragazze o stavano nel recinto dell’alterità o diventavano non-uomini: acquisivano cioè tutti gli oneri degli uomini, senza averne anche gli onori.

Riusciranno le nostre eroine a trovare una loro dimensione, invece di confrontarsi al di qua e al di là di una staccionata?

Lo scopriremo nell’ultima puntata!

Ma chi, io? No, non nel senso che ero bona (che pure, voglio dire… ok, la pianto), solo che da giovinetta assumevo le caratteristiche che oggi, nei paesi anglosassoni, si attribuiscono alla Cool Girl. Quella che “non è come le altre”, perché con lei un uomo si può rilassare, può dire quello che vuole, può anche “mancarle di rispetto”, tanto lei gli renderà pan per focaccia. In fondo siamo tutti uguali, no? Siamo tutti persone! Cioè, avete presente Jennifer Lawrence? Ecco, ero io! In spirito, dico. Ero J.Law senza il fisico di J.Law. Tutto chiaro, mi sembra!

Non voglio ingannarvi: prima di entrare nel merito su come fossi diventata una ragazza fica, in questo post spiegherò soprattutto quali fossero le alternative possibili, e perché le ho scartate.

Potevo, tipo, essere una ragazza “come le altre”. Ma il modello di donna che mi veniva presentato era a-tro-ce. Non per ciò che facesse: lavare, stirare, accudire i figli, e fare queste tre cose anche se lavorava fuori casa come il marito (ma le cameriere in paese costavano anche cinquemila lire l’ora, voglio dire…). Il problema era l’atteggiamento che accompagnava tutto questo. Capricciosa, debole, isterica, umorale, gentile ma con riserva, bisbetica, smorfiosa… Ma che davero? E soprattutto, care ex bambine, ci rendiamo conto che quando ci insegnano cosa pensare delle donne non siamo ancora donne? A me sembra un dettaglio da non sottovalutare, perché almeno io non riuscivo a identificarmi del tutto con la categoria che mi insegnavano a schifare almeno un pochetto… Per dire, il termine “pettegola” lo imparai a una festicciola di compleanno, perché una bambina lo gridava a un’altra: la stessa bambina, in un primo momento, era venuta da me a protestare perché “non le pareva educato che in mezzo a tanta gente me ne stessi in disparte a leggere un libro fregato alla festeggiata”. Tutta la mia vita, presentata davanti a me in due minuti.

Ma niente da fare: anche a ribellarmi, il modello mi rimbalzava contro, tipo boomerang. La gente dava per scontato che anche io fossi fatta “in un certo modo”: dunque, se sfogliavo una rivista per bambini in sagrestia con un’amichetta del catechismo, per il diacono stavamo facendo sciocchezze, e avremmo dovuto piuttosto andare a sentire la messa. A scuola i maschi erano assurdi, si lanciavano oggetti durante la lezione, spostavano banchi, bestemmiavano nella lingua proibita a noialtre, “ma non tanto a loro” (cioè, il napoletano), ma appena le ragazze si mettevano a bisbigliare tra loro… “Sembrate le oche del Campidoglio!” tuonava una prof. che fumava in classe. Quelli che prendevano voti più alti erano i ragazzi bravi in scienze: era il modello che piaceva a quasi tutte le prof., anche a quelle di materie umanistiche. Alcune, posso dirlo? Sembravano perfino un po’ intimidite dalla figura del secchione.

Per le ragazze c’era una via d’uscita: essere bone. Ma era comunque difficile, che lo si fosse o no secondo gli standard dell’epoca. Se si era bone, a volte bastava essere circondate da ragazzi, a una festa, per essere nominate ufficialmente ‘na zoccola. Se non lo si era, si diventava un premio di consolazione, un ripiego per le attenzioni altrui: perché mentre i ragazzi avevano i videogiochi o la musica nerd, calamitare la loro attenzione era presentato da pubblicità, riviste, perfino letteratura per ragazzi, come la missione di vita delle ragazze. Quanto ai requisiti per la bonazzaggine… oh, adesso magari si porterà Gigi Hadid pure alla Sanità, ma allora la famme ‘e guerra doveva ancora aleggiare, perché il modello di bellezza femminile restava questo:

Abbracci e pop corn: Signori si nasce

In caso ve lo chiedeste: sì, il modello di bellezza maschile era sempre quello a destra. Cioè, una somiglianza con Dylan di Beverly Hills era sempre auspicabile, e mai necessaria: se eri rappresentante di istituto, per esempio, te la scappottavi, e così se eri quello simpatico che era popolare tra tutti. Quanto alla brunona mediterranea: il mio bisnonno era chiamato “l’austriaco”, quindi fate voi. Ma niente paura! Cresciuta con le migliori intenzioni nella retorica del merito, pensavo di poter ottenere tutto, se mi fossi impegnata abbastanza. Dunque, se non ottenevo qualcosa, non mi ero impegnata abbastanza. Il modello di bellezza a cui mi ispiravo per l’occasione era questo:

Claudia Schiffer, 50 anni in 50 look cult della top delle top più bella del  reame

Per chi non mi conoscesse dal vivo: ci sono riuscita! Sì, a volte ancora mi confondono con Claudia, per strada. Per tutti gli altri, giuro che ho quasi finito con le sciocchezze: no perché, per la gioia del diacono di cui sopra, poi non sono più andata a messa, ma in compenso ho continuato a cazzeggiare, e pure a leggere.

Nel prossimo post vi giuro che sarò (quasi) seria: voglio solo spiegare perché il modello della compagnona simpatica è stato per tante ragazze una pezza a colori rispetto alle imposizioni di cui sopra, ma poi ci si è ritorto contro come un boomerang.

Ma a questo punto vi ho già fatto una testa tanta, quindi usiamo questa come premessa, e ci vediamo lunedì!

Circola questa voce che mi state un po’ sul culo.

Sì, insomma, che sono ipercritica e dopo un po’ mi stanco di tutto e tutti: pagine di attivismo, filosofi femministi (?)… So che dormirete sonni tranquilli adesso che smentisco, ma non ringraziatemi troppo, eh! È che ho sviluppato una profondissima filosofia di vita in seguito a questa crisi qua, originata da un uomo che mi preferiva la sua lavatrice. La mia filosofia è in realtà una domanda: “Quanto tempo devo perdere in questioni che non mi piacciono, né mi aiutano in nulla?”.

Perché, scusate, è venuto il momento di dare di nuovo un prezzo al tempo. Vedo che qua svicoliamo: il lavoro della mamma non ha prezzo, il tempo impiegato ad amare non è mai sprecato… Ma un par de ciufoli! Saranno i quaranta ormai arrivati (ricordate la scena di Nanni Moretti sugli anni che rimangono da vivere?), però sul serio: in una società che dà un prezzo a tutto, è un po’ sospetto non darlo proprio al bene più prezioso e più facile da sprecare, o da esigere da una categoria a caso. Dunque, io al tempo non solo metto il cartellino del prezzo, ma ci calcolo anche l’IVA, e già che ci sono stabilisco pure i (pochi e circoscritti) saldi.

Per questo a volte mi spiace che il femminismo italiano si ponga solo ora questioni che, qui dove vivo e anche altrove, hanno pure suscitato la formazione di progetti e comitati. Allora evito di leggere millemila commenti paternalistici di donne bianche con titoli di studio, che spiegano che “i problemi sono ben altri” (i loro). Piuttosto, mi metto a cercare un articolo che possa poi tradurre dallo spagnolo, o dal catalano, o dall’inglese, scritto da chi riflette sulla cosa da un po’ più di tempo, magari a partire da considerazioni intersezionali. Oppure, che so, avete altre idee per me? Cosa posso fare nel mio piccolo, per aiutare? Perché a questo punto scatta la selezione del tempo.

È una realtà drammatica nell’attivismo. Ho voglia a scrivere ventimila articoli accademici, spunterà sempre il pezzo di una stagista che su un giornale online si chiederà: “Dove sono le donne italiane che scrivono di Genere?”. E allora capisco che non ci legge nessuno, non arriviamo a un pubblico non specializzato. Perfetto. Allora faccio un podcast? Un post su Instagram? Metto la pulce nell’orecchio a Unaelle su qualche altra lotta che bolla in pentola in terre iberiche? Magari lei ci fa il lavoro fantastico che già sta svolgendo sulla pressione estetica… A volte ho sprecato anni interi, un’ora qui e un’ora là, a curare progetti interdipartimentali che si sono risolti in un seminario con trenta persone, e poi tutti al ristorante. Ammesso che offrisse il dipartimento (campa cavallo), vedete anche voi che le ore perse a sbattere la testa sul dibbbattito in questione non sono compensate da una paella, e dai complimenti di chi certe cose le sapeva già.

E allora che si fa? Ormai io ho trovato la mia risposta: si va per sottrazione. Quante ore ha la giornata? Ventiquattro. Che cosa potrei fare nella mezz’ora che sto per perdere in un “progetto culturale” che arricchisce solo chi mi ha convocata perché ci so fare? Quante esperienze utili mi sta precludendo la discussione con qualcuno che non crede alla dipendenza economica delle donne? In caso vogliate prendere spunto anche voi, ecco qui sotto alcuni suggerimenti per sottrarre questa mezz’ora a ciò che ve la sta rubando.

  • Ci ho messo una mezz’oretta a tradurre questa intervista sull’amore romantico, che almeno nella sua versione spagnola è circolata a lungo in ambienti anche non femministi.
  • Mi è piaciuto La città dei vivi di Nicola Lagioia: l’ostinazione dell’autore nella ricerca di un senso è speculare alla mia risoluzione di non perderci più *indovinate cosa*. Ebbene, i capitoli sono brevi: in mezz’ora ne leggo due o tre.
  • Davvero mi sono persa due stagioni di Homeland? Forse avevo deciso, dopo la quattro, che non c’era più da perderci troppo *indovinate cosa*: a volte si sbaglia pure a valutare, eh!
  • Va bene che adesso ho altre priorità, però due fettuccine a mano, ogni tanto…
  • Se acchiappo il compagno di quarantena tra una spedizione in biblioteca e un’altra, mezz’ora non basterebbe! (*Inforca occhiali da sole, mentre parte una versione di You can leave your hat on suonata con le pernacchie*)

Però, oh, sono gusti. Se volete regalare il tempo, elargitelo a piene mani! Ma i regali si fanno nelle occasioni speciali, e dice che contengono uno spirito che per gli antropologi si chiama Hau, ma in realtà si può tradurre come Pietro: quello sì che deve da ritorna’.

Che succede con chi il tempo lo regala a noi, con sospettosa solerzia e senza nessun apparente tornaconto? Ma che bello, meno male che esiste gente così! Però, attenzione a riconoscere questa gente da chi pensa che un certo tipo di tornaconto per il “tempo investito su di noi” sia un passaggio obbligato: ripassate in questo pratico dizionario il concetto di nice guy. A questo proposito, vorrei concludere con il pensiero poetico di un giornalista napoletano, incontrato per caso a un evento culturale:

“Sostengono che non si debba ispezionare la cavità orale di un equino che ci venga presentato in omaggio. Purtuttavia, io ritengo opportuna addirittura una controllatina all’orifizio anale”.

Ok, chi voglio imbrogliare? In realtà il signore l’ha detta così:

“Dice che a caval donato nun se guarda ‘a vocca. Io invece ce guardo pure ‘o fetillo.”

(Lo so, sono scontata.)

Risultato immagini per suffragette we want room
Ecco, più o meno finisce così.

Come l’italiano strafatto che scorrazza per la Ronda de Sant Antoni con addosso un paio di tette finte: pure piccole, considerando la nazionalità del popputo (appena una sesta). Come i suoi amici che esibiscono dei locks in stile giamaicano, in tempi in cui il dibattito sull’appropriazione culturale è giunto perfino in Italia. Come questi tre che fanno più casino loro di tutti i coetanei che invece sono alla manifestazione per la liberazione di Pablo Hasél, a poche decine di metri da lì.

Così mi sento io: fuori contesto. Mi ci sento quando leggo tutti quegli articoli accusatori sull’assenza di donne di sinistra (perché il PD è sinistra, capito?) in questo governo di salvezza nazionale che sta facendo rimpiangere i draghi di Daenerys.

Sì, lo so, ho già parlato dell’alienazione di una che ormai si sente più europea che altro, con tutte le controindicazioni del caso: così ho pensato a una terapia d’urto. Mi sono messa a farmi i fatti delle altre. Che succede in Europa? Cose simili all’Italia, ma in contesti più femministi.

Su Píkara Magazine ho trovato un podcast con l’intervista a Mireia Vehí, deputata della Cup: la sinistra radicale indipendentista. Ve ne parafraso qualche stralcio, ma se avete un’oretta e capite lo spagnolo, ascoltate l’originale.

Gli uomini usano la violenza per limitare l’attività politica delle donne. Senza pensare ai numerosi casi nel mondo di donne politiche assassinate, nei paesi europei ci sono forme comunque efficaci per annullarne l’autorità.

La violenza verso le donne che fanno politica si inscrive nel contesto delle violenze e discriminazioni connaturate al mondo politico, che nel caso specifico delle politiche donne assume molte forme: screditare il loro lavoro, attaccare il loro aspetto fisico, e utilizzare qualsiasi mezzo per annullare “la rivale in più” nella lotta per il potere. Ovvio che i mezzi usati contro le donne siano vincolati con la discriminazione di genere: perché l’obiettivo è puntare alla giugulare con tutti i mezzi che possano funzionare. E la discriminazione di genere, banalmente, funziona.

Gli attacchi alle donne della Cup sono simili a quelli destinati ad altre donne politiche femministe: quelle di Bildu e altri movimenti indipendentisti di estrema sinistra. Nei momenti più duri della politica catalana, la forma più efficace di opposizione alla Cup era insultarne le donne. Perché? Perché il parlamento è stato, fino a tempi recentissimi, un posto abitato da uomini e dunque “pensato” per uomini, cioè costruito intorno a forme di aggregazione e giochi di potere al servizio della mascolinità tradizionale. Per Vehí i sintomi di questo sono: l’ossessione per il leader unico, per l’uomo forte che “organizzi” tutti gli altri (finché non si arriva a potergli fare lo sgambetto, aggiungo io); discorsi molto lunghi e retorici volti a coprire il poco lavoro che in realtà si sta facendo (un lavoro mirato, aggiungerei, soprattutto a dare un contentino agli elettori); i rapporti clientelari. Su questi dico una parolina io: sono alleanze decennali, spesso ereditarie, fondate su criteri che non seguono altre logiche che quelle di potere. Dinastie familiari che si palleggiano privilegi e contatti, agganci con l’alta finanza, trasformismi assortiti quando tutto va male. Le reti che si creano in questo modo si tramandano con criteri variegati, spesso seguendo banali rapporti di parentela. Ma credete che chi ha costruito la ragnatela, o chi se le ritrova in dotazione, la condivida all’improvviso con categorie che si affacciano al potere solo adesso?

Se, come argomenta Silvia Claveria, la rappresentanza delle donne in tempi recenti è appannaggio dei partiti di sinistra (mica del PD!), anche in questi ultimi non mancano i giochi di potere di cui sopra (e scatta il grazie al ca’, da intendersi qui in senso letterale). Dunque, il trattamento che questi partiti riservano alle donne non ha niente a che vedere con le ideologie ed è tutto finalizzato a mantenere il bacino di voti o la poltrona, o comunque la pagnotta. Il messaggio alle donne diventa: “Sappi che i tempi sono cambiati e tocca farti spazio, ma questa è casa nostra“. E la prima “a”, in “cAsa nostra”, nel caso italiano la metto giusto perché sono un’inguaribile ottimista.

In conclusione: nel gioco di potere della politica, chiunque non sia di casa deve entrare in punta di piedi, e solo per leccare i piedi altrui. Se c’è un qualsiasi mezzo per escludere questa persona dal potere si userà (si pensi alla storia per cui “l’America non era pronta per un presidente nero”). Nel caso della Cup descritta da Vehí, c’è il body shaming figlio della pressione estetica: non vi mando i tremila articoli acchiappaclick sulle ascelle non depilate delle deputate di sinistra e sul loro look “antisistema”.

Come dice Vehí, c’è il colpo di scena (e questa me l’ha raccontata anche un’amica politologa): gli stessi deputati che ti chiamano letteralmente “strega” alla Camera, ti fanno gli occhi dolci o le avances in privato. Sono cresciuti così, il maschilismo non è appannaggio di un fascista navigato di cinquanta o sessant’anni. Un politico italiano “progressista”, in visita a Barcellona, parlava in mia presenza di “quel femminismo esagerato, sapete?”, e non mi credeva quando gli spiegavo che “femminismo esagerato” era un ossimoro.

Insomma: in una sacca di potere come può essere un partito politico o il parlamento, l’obiettivo di chi il potere ce l’ha è colpire sotto la cintur… ehm, dove fa più male, per assicurarsi di non dover condividere neanche un’oncia dei propri privilegi. Come si fa, se la potenziale avversaria è donna? Si usano gli stessi metodi di marginalizzazione che conosciamo in altri ambiti! Con il messaggio di sempre:

“Questo non è uno spazio per te”.

Quante volte l’abbiamo sentito o almeno percepito? E secondo me in Italia non capiamo che non serve a niente colpevolizzare le vittime. La nostra prima reazione di fronte a questa faccenda è: “Sono le donne politiche italiane a non prendersi lo spazio!”. Temo sia un modo riduttivo e poco realistico di affrontare la questione su chi arrivi a comandare nella nostra società.

Ci torneremo.

Risultato immagini per vulvia

Dopo la festa dei quarant’anni meno affollata di sempre, mi sono ricordata che devo fa’ l’operazione alle sise (cit. Vulvia).

Ormai è tempo! Vedete, molti anni fa dissi a un’amica del forum di facoltà che mi sarei siliconata a quarant’anni, per vedere che effetto faceva “avercele anche io”. L’amica mi chiese divertita: “E a quarant’anni che te le rifai a fare, scusa?”. Io dovevo avere venticinque anni, lei qualcuno di più. Risposi: “Guarda che io sarò una quarantenne di fuoco!”. E lei si mise a ridere.

Me ne ricordo adesso, non perché sia poi così determinata a mantenere la parola, ma perché di De André mi piace soprattutto quel frammento di Princesa: “… finché il mio corpo mi rassomigli”. Come vedrete tra un po’, non lo rievoco a caso.

Perché Non una di meno, questo movimento che mi dà speranza per l’Italia, ha affisso alla sua pagina milanese una bella sequenza di disegni in spagnolo, raffigurante una donna dalle forme abbondanti e intitolata “Caro corpo”. Una delle didascalie recita: “Perdonami per aver dubitato di te, per averti biasimato, per averti voluto trasformare in qualcos’altro”. Ecco, a me questo discorso non convince del tutto, per quanto possa aiutare alcune persone schiacciate dalla pressione estetica. A mio avviso, è una forma di pressione estetica anche l’idea che esista una “bellezza reale”, cioè naturale e autentica, rispetto a quella “artificiale” creata dal bisturi, dal trucco e magari dal… parrucco: proprio le parrucche sono un elemento estetico molto diffuso tra le donne nere. Commenta questo articolo a proposito delle campagne pubblicitarie stile Real Beauty: “Si tratta di regole di bellezza che impongono le immagini femminili nei media attuali, al posto di basarsi sul diritto delle donne a cercare e definire i propri standard di bellezza”.

Adesso non è il caso che, oltre alla pubblicità, ci si mettano anche le persone che hanno deciso che stanno bene così come stanno, e buon per loro. E non commento nemmeno gli insopportabili uomini che provano ancora a insegnarci che ci vogliono belle naturali (ma guai a non depilarsi). Anche quest’ondata di femminismo italiano nella sua versione mainstream (dunque non parlo strettamente di Non una di meno), invece di puntare un bisturi contro chi i privilegi ce li ha, si concentra molto su quello che fanno “le altre donne”: a quanto pare, mai abbastanza.

Scusate la digressione, ma prendiamo un momento il nuovo governo: in ambito femminista non ho letto molto sugli uomini politici italiani, che instaurano reti basate sulla corruzione, sul nepotismo, sul lecchinaggio e sullo scambio di favori. Sono state biasimate da più parti le donne del PD (note suffragette della prima ora!) perché in un sistema del genere “non riescono a farsi avanti”. Ma che davero? Insomma, un ex portaborse che è diventato qualcuno, un politico che si è fatto strada con soldi sospetti, ci farà sempre meno impressione dell'”amante del capo”. Capisco che è più comodo così, è sempre più comodo dire “io non sono così”: gli uomini ci provano tutto il tempo! Mi sa però che, per dirla col poeta, a noi “convien tenere altro viaggio“.

Tornando al problema iniziale, lasciamo da parte De André e andiamoci a leggere cosa pensano i collettivi trans e non binari: io lo trovo illuminante. Lungi da me fare appropriazione culturale, dico solo che abbiamo molto da imparare da questo punto di vista, e come lo spiegano loro non lo fa nessuno: abbiamo il diritto di alterare il nostro corpo, finché non ci sentiamo a nostro agio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "just n.b. things @nonbinarythings reminder that you have the right to alter your body until you feel at home in it! whether that's clothes, makeup, haircuts, or more perma- nent things like piercings, tattoos, hormones, and surgeries! it's your flesh vessel and you are the only one who should get to design it!"

Quindi sì, sia che siamo #TeamVulvia e ci rifacciamo le sise, sia che viviamo felici e contente (o contenti, o content*!) con le stesse tette di quando avevamo dodici anni (ehm…) facciamo che se volemo bene, e soprattutto: vediamo di assomigliare a noi stesse più che possiamo!

Il modello di bellezza a cui m’ispiro, da sempre.

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A diciannove anni avevo una fascinazione per due personaggini dalla vita facile facile: Giovanna D’Arco e Antinoo, il giovane amante dell’imperatore Adriano.

Perché? Vabbè, Giovanna D’Arco che ve lo dico a fare: “La prima femminista a bruciare il reggiseno!” (e giù matte risate). Antinoo, invece, era il primo personaggio storico di cui guardavo le statue e capivo che, al contrario degli apolli e degli efebici cupidi, era esistito davvero: ed era bono pure per una coetanea del 2000! Mi piaceva che un personaggio realmente esistito uscisse bene dalla prova statua di marmo (che, come ben sa Pompeo Magno, è molto più impietosa della prova costume). Forse cercavo io la prova che la realtà non sfigurasse poi tanto, rispetto al mio mondo ideeeaaal.

Adesso arriva il momento quiz (*inforca gli occhiali*): per un milione di pernacchie, cos’hanno in comune Giovanna D’Arco e Antinoo, che mi piacevano a diciannove anni? (… musica di suspensela musica si intensifica…) Indovinato! Sono morti entrambi a diciannove anni.

Io invece, con tutte le arie che mi davo da Rimbaud de noantri, oggi di anni ne compio quaranta.

Cosa ho fatto male? Oppure cosa ho fatto bene, a seconda di come la si guardi? Secondo me, ho la risposta a entrambe le domande: mi sono adattata. Vi suona familiare, vero? Perché è una cosa che prima o poi facciamo, come giurava un vittoriano che studiava iguane. Io sono passata dal caso umano che ero nei primi due decenni di vita (una ragazzetta scollata dal mondo che passava l’esistenza tra i libri), alla grande scrittrice e brillante socialite che conoscete e amate al giorno d’oggi! No, niente flash per favore, e per gli autografi dopo, grazie.

Scherzi a parte, volevo sottolineare che l’insegnamento principale di questi quarant’anni è stato uno solo: la conosceza è potere. È una realtà così banale che non ce ne ricordiamo mai abbastanza. Allora, per rendermi utile in questo mio giorno di festa, ve lo ricordo io. Perché, sapete, negli anni fondamentali per il mio sviluppo mi sono arrivati i seguenti messaggi, che vi ripropongo per vedere se vi ci trovate:

  • ci sono lingue di serie A e lingue di serie B: quella del verdummaro (ortolano in napoletano) è di serie B;
  • però non ci sono “razze superiori”, solo che alcuni popoli vanno aiutati a casa loro (*e scatta subito We Are The World*);
  • c’è una sola vera religione, e chi non la segue si frega;
  • infatti, la storia ha punito i “giudei” perché hanno ammazzato Cristo: pure se il compagno di quarantena, giudeo britannico pel di carota, giura e spergiura che It was an accident!;
  • donne e uomini, gli unici due generi possibili, sono opposti e complementari;
  • le donne hanno l’aspirazione a essere mamme perché è nella loro natura, e in effetti è per quello che cercano gli uomini, perché il piacere femminile è una cosa misteriosiiissiiimaaa;
  • a proposito, è naturale che i sessi si cerchino, perché tutti tuttissimi hanno bisogno di qualcuno da amare, nel senso proprio di Romeo e Giulietta: al massimo ci sono quelli chiamati da Dio, che sono suore e preti;
  • a proposito, suore e preti ti possono picchiare come se fossero i tuoi genitori, che dal canto loro sono autorizzati a tirarti qualche scapaccione, per il tuo bene: tranqui, fa più male a loro che a te;
  • se è per questo, suore e preti, e perfetti sconosciuti che stiano simpatici ai tuoi, ti possono anche abbracciare e dare i bacetti come se fossero mamma e papà: soprattutto i preti. Anzi, fatto da loro è un onore.

Per questo dico che, a parte certe vicende incresciose dell’ultimo anno, sono intrigata dall’epoca in cui vivo, anche se so quale immenso privilegio costituisca questa affermazione: vedo gli stessi problemi di merda di epoche precedenti (qualcuno in più, qualcuno in meno), ma anche tanti aspetti che mi affascinano. Dai canali YouTube che smontano miti sulla religione alle donne che ricordano al mondo che El violador eres tú, la vituperata tecnologia mi ha aiutato tantissimo, in più ambiti: che si trattasse di istruirmi senza uscire di casa, di cambiare naso per un anno senza rimetterci un rene, o di contattare in un nanosecondo, e gratis, le amicizie lontane (*Mario Merola intensifies*). E sì, ho fatto pure in tempo a scrivere lettere, quindi posso dire senza problemi che mi piace mandare WhatsApp così come mi piaceva, un quarto di secolo fa, attendere tre settimane per una risposta dal Nord Italia.

Insomma, quando sono nata l’idea era che a quarant’anni sarei stata una di queste tre cose: una moglie e madre esemplare, con un orario di lavoro che mi permettesse di rincasare in tempo per buttare la pasta; una zitella delusa dal mondo, ma per quello dovevo proprio essere brutta e intelligente; una suora.

Adesso sono una donna che ha vissuto due volte, e oggi va per la terza. Quante volte potrò dire questa frase, in vita mia?

Grazie per accompagnarmi in questa nuova avventura! Nonostante tutto, vediamocene bene.

(Scusate, ma questa canzone mi faceva arrabbiare a diciannove anni, perché Alanis non era più arrabbiata: quindi ci sta che la metta ora. Anche se io resto felicemente furiosa quando serve!)

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Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

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Sta succedendo una cosa bellissima, nelle mie letture.

Trent’anni fa, o giù di lì, ero a casa dei nonni, era mattina e doveva essere un giorno di festa, perché non era domenica ma io non ero a scuola, e mia madre non era al lavoro. Il nonno guardava un film in TV, uno di quelli che allora non mi attiravano perché non erano cartoni: però la storia mi appassionava, perché parlava di un bambino e una bambina che si incontravano in campagna. Lui se ne stava su un prato con una zuccheriera, e quello della zuccheriera tra l’erba era un particolare che mi aveva affascinato quanto i vestiti del bambino, che sembravano più da adulto. Forse ai suoi tempi i ragazzini si vestivano come adulti. Lei si chiamava Lillà, o così mi parve di sentire, ma non capivo se si scrivesse proprio come i fiori della casetta in Canadà. Comunque Lillà, o come si scriveva, aveva un abito troppo carino, corredato da un fiocco nei capelli, e pure sembrava venire da un’epoca in cui ti vestivi così ogni giorno, e non solo a Pasqua: sapete, io già allora ero una nemica giurata dei jeans.

Il ragazzino, dopo quell’incontro, rimaneva come colpito da un fulmine, e si recitava da solo poesie su quanto amava questa Lillà, quindi per lui non era poi così importante come si scrivesse il suo nome. I due s’erano dati appuntamento nello stesso posto, ma non so quanti anni dopo. Però quando si rincontravano non erano più tanto divertenti, perché erano già adulti: secondo me avevano almeno sedici o diciassette anni, erano vecchissimi! Così a quel punto avevo interrotto la visione del film ed ero andata in cucina da mamma e nonna. Al ritorno in salotto, però, qualcosa era cambiato e la ragazza era triste, perché stava succedendo una cosa terribile, forse una guerra. Lei era polacca, lo sapevo perché a un certo punto si era arrabbiata col ragazzino dicendogli: “Vuoi dire che noi polacchi…?”. Io di polacco conoscevo le signore con i capelli biondi e i denti d’oro che facevano le cameriere in paese, e certe pantofole bianche, che non mi sarei infilata neanche sotto tortura. Perciò non capivo bene il nesso tra essere polacchi ed essere tristi per la guerra.

Però la ragazza era davvero a pezzi e beveva molto, e a un certo punto dichiarava qualcosa come: “Ho deciso: farò la puttana! Sarò la più grande puttana…”. Ma il ragazzo si arrabbiava assai di questa dichiarazione di intenti. Allora io correvo di nuovo in cucina: “Mammaaaa, cos’è una puttana?”. E mamma mi mandava a prendere il vocabolario, e ci leggevo qualcosa come: “Persona che vende il proprio corpo in cambio di denaro”. Mamma mi chiedeva se avessi capito e io rispondevo di sì, ma in realtà boh. L’ultima scena che avevo visto era di questi due che si salutavano in un giardino, perché poi lei doveva partire con tutta la famiglia in una macchina che sembrava ancora più vecchia di quella di mio nonno, che già era giurassica di suo e non funzionava neanche più. Ma dove andasse tutta la famiglia anche se c’era la guerra, non lo sapevo.

Il ricordo del film mi aveva perseguitato per anni: anni in cui avevo imparato diversi modi di scrivere “Lillà”, avevo scoperto l’increscioso nesso tra i polacchi e la guerra, e avevo pure formulato due o tre idee tutte mie sui colpi di fulmine e la loro reale valenza. Però non ero mai stata in grado di determinare che razza di pellicola avessi visto quel giorno lontano, fino a… Fino alla sera in cui ho trovato questo sito, specializzato nell’individuare film di cui ricordiamo la trama e nient’altro. Allora ho raccontato qui la storia che mi ero portata dietro per anni, e che mi aveva fatto scoprire i poteri delle zuccheriere e cos’era una puttana. L’ho fatto senza troppe speranze, ma un’anima pia è rimasta affascinata da questa trama quanto me, e tanto ha scavato che ne ha trovato la fonte principale. Sono grata a quell’anima pia, e pure a tutte le cose che ci facciamo un punto d’onore di schifare: la tecnologia che “distanzia” le persone e che “disinforma”, mentre a me ha risolto un mistero trentennale, grazie a una persona che non avrei mai conosciuto altrimenti.

Adesso so che il “film” in realtà era una serie, ed era pure basata su un romanzo famoso, scritto in una lingua che, intanto che mi facevo grande e ricordavo i ragazzini e lo zucchero, ho imparato pure a leggere.

Il libro è Gli aquiloni, di Romain Gary. La serie è del 1984. E comunque si scriveva Lila.

A history of the Diet Coke break hunks | HELLO!

Sentite, io odio avere i panni addosso. Va bene?

La mia è proprio insofferenza ai tre o quattro strati di tessuto che rischio di sentirmi sulla pelle negli inverni barcellonesi. (L’idea che siano tiepidi è un’interpretazione polentona, change my mind!)

Capirete, quindi, che l’esperimento dell’altro giorno è stato per me una rivelazione, specie perché io sto alla montagna quanto Trump alla Ragion di stato: dunque non avevo mai sperimentato le meraviglie che fanno due strati soli, ben assestati, di tessuto termoisolante. Sorpresona! Mettevo piede in Plaça Catalunya vestita di una giacchetta che pareva una fioriera (i miei gusti discutibili non cambiano per così poco) e ci stavo bene anche a gennaio. Oddio, forse ci sarebbe voluto giusto un cappotto leggero per coprire meglio le braccia, o addirittura uno scialletto: una cosa stile “Lucia Mondella in escursione sul Resegone”. Ma al massimo si trattava di essere l’insopportabile Lucia, piuttosto che la triste parodia di Anna Karenina che rappresento nel mio cappotto canadese! Peraltro ho investito nei saldi di una marca costosetta ma di qualità, quindi ho trovato paradossale farmi strada, tornando verso casa, tra la solita fila che si stagliava fuori al Decathlon: sospetto che, attirate da certi prezzi stracciati, le persone lì rischiano di ritrovarsi nella stessa posizione l’anno dopo, per acquistare lo stesso prodotto.

Ma quello sui “soldi ben spesi” e gli acquisti di seconda mano è un argomento che toccherò in seguito. Adesso, lasciatemi dire, capisco benissimo se non vi ho impressionato con la mia storiella, ma questi esperimenti scemi sono la conseguenza visibile di tutta una serie di riflessioni, figlie della pandemia e della curiosa circostanza di non avere niente di concreto da fare fuori casa, tranne la spesa. A dirla tutta, c’entrerebbe qualcosa anche il fatto che compio quarant’anni tra qualche settimana, ma vabbè, la conclusione principale a cui giungo è: sono contenta del mondo in cui vivo, nonostante tutto. Bum! Intuite quanto privilegio ci voglia, a fare un’affermazione del genere?

Sì, perché bisogna ottenere il giusto mix di capitale economico e capitale culturale, oltre che una fortuita impermeabilità alla pandemia, per godersi un tempo in cui, per qualcuno, il fatto di stare meno da schifo che in altre epoche già significa che si stia bene. Ma quello che noto soprattutto nella mia esperienza, il privilegio per me più importante, è che ho avuto tutto il tempo e l’agio di vivere due vite.

La prima è durata vent’anni. È stata paesana e un po’ ribelle, ma le sue regole restavano tali anche quando si trattava di trasgredirle. La gente, alle elezioni, votava i conoscenti, non i programmi: tutt’era votare, invece, i programmi, e rassegnarsi a perdere le elezioni. La TV doveva fare irrimediabilmente schifo: tutt’era guardare Rai 3, e fingere che fosse tanto meglio. Gli uomini femministi (oggi avrei detto “alleati”) erano pochi e introvabili: tanto valeva educare quelli che passava il convento. Infine, va da sé, per il bagno a mare bisognava aspettare: un’ora sola magari (il vantaggio di avere un padre medico), ma bisognava comunque aspettare. E depilarsi col rasoio rendeva i peli più duri.

Poi boh, poi c’è stato Internet, con le tanto vituperate legioni d’imbecilli, e quelle più interessanti di gente valida, ma senza gli agganci giusti per arrivare chissà dove. Questa gente, per fortuna, ora può farsi sentire. Ovviamente sono successi altri fatti, intanto, e i prezzi dei biglietti aerei sono scesi, a volte per i motivi sbagliati. Ne ho usufruito spesso, e ho fatto scoperte curiose: in uno dei pochi viaggi fatti in compagnia, come la seconda visita a Barcellona, il mio accompagnatore dava per scontato che gli autoctoni mangiassero pasta quasi ogni giorno. Succedeva da noi, dunque succedeva dappertutto.

Adesso, il mio hobby preferito negli ultimi tempi è stato quello di vedere quante cose credevo andassero in un modo, e invece… Barcellona vive solo di turismo! (L’85% della popolazione no, secondo un documentario che sto cercando di ripescare.) Le disuguaglianze di genere si combattono con la parità dei salari! (Cerrrto, ma il lavoro di cura non è lavoro?) Chi lavora più tempo produce di più! (Ehm…) Non mi dilungo sulle conseguenze di vivere in un posto in cui i tuoi genitori possono comunque accusarti di non votare per il loro stesso partito, ma non perché lì ci sia un cugino candidato, bensì perché “non ami la tua terra” (è successo davvero a un’ex collega indipendentista, che aveva osato votare più a sinistra di Convergència).

Vi risparmio scoperte ed esperimenti su questioni considerate più frivole: vi basti dire che mi sono affidata sempre più alla tecnologia, man mano che ne avevo la possibilità. Ma non ci vuole chissà che tecnologia per scoprire i piumoni separati degli svedesi o, già che ci sono, le camere separate, se la casa lo consente. L’idea di coppia simbiotica che potevano avere i miei genitori, e i nonni prima di loro, faceva spazio al concetto di tempo di qualità: non mi sorprende trovare diverse pagine in italiano che sfottano il concetto in nome della solita rete di affetti che risulti asfissiante e, magari, disfunzionale. Tanti auguri. Tanto per me la famiglia, o l’idea che potevo averne, si è allargata in ogni senso possibile.

Per concludere: no, non ci vogliono tre ore per fare il bagno, o tre strati addosso per sconfiggere il freddo. E sì, sulle soglie dei quaranta sto vivendo un’ulteriore vita che non smentisce le precedenti, ma le adatta a me: alla “ciucciona vecchia” (cit. mia madre) che sono diventata. Consiglio l’esperienza a chiunque abbia il culo di poter fare altrettanto! È per questo che ieri pomeriggio ho adorato una passeggiata in cui non solo andavo “troppo freschettina” (come pure mi rimproverava mamma, quando scoprivo gambe e ombelico a quindici anni), ma in fin dei conti “freschettina” non ci stavo affatto.

Che ci accompagni sempre la curiosità di nuove scoperte. Sono una benedizione. Soprattutto in tempi come questi, perché sapremo farne buon uso.

(La Garota de Furcela… ehm, de Ipanema, cantata da una femminista che la odiava.)