affittare per un mese una casa in Costa Brava, meglio se con piscina (“solo” 12.000 euro!);
affittare un villino a La Floresta, magari da gente che partisse in ferie ad agosto;
piazzare a tradimento il compagno di quarantena da un amico in partenza, che mi aveva chiesto di fargli da cat sitter.
Sono tutte le soluzioni che ho vagliato quando mi sono accorta che i miei erano lì lì per venire, come previsto, e il compagno di quarantena stava rimandando all’infinito la sua solita partenza per il Cammino di Santiago. Adesso, quattro persone in una cinquantina scarsa di metri quadrati non sono l’ideale. Specie ad agosto, specie se una delle due stanze da letto è una singola senza luce. Così, eccomi a cercare le soluzioni più strampalate!
Poi, però, è successo qualcosa: all’improvviso, uno dei due appartamentini che affitto in casa mia (che, ricordiamo, è divisa in tre casette indipendenti) è stato sgomberato nel giro di cinque giorni. La persona che lo occupava mi ha comunicato che, per una serie di ragioni, sarebbe stata meglio altrove. Meglio così, allora, e meglio fare buon viso a cattivo gioco: i miei hanno trovato ad accoglierli una camera da letto vera, invece del mio loculo con il materasso addossato alla parete! Nell’appartamentino vuoto è come se fossero in un residence: una camera con salottino e bagno, con la possibilità di entrare nella mia parte di casa quando vogliono. In questo modo, hanno anche a disposizione due cucine, e di converso le ho a disposizione anche io: troppa grazia, Sant Antoni!
Ok, i miei d’estate usano poco la cucina, perché preferiscono andare di insalate e frutta fresca, ma se seguite questo blog da tempo (la Madonna ve lo rende!) saprete pure che l’ho sempre detto, anche per questioni più importanti: inutile preoccuparsi per situazioni che sfuggono al nostro controllo. Se è vero che controlliamo solo il 40% di ciò che succede, vuol dire che non abbiamo mai tutti i dati per risolvere il problema. Che fare, allora? Beh, ci arrangiamo con quello che possiamo gestire, e ci prepariamo (con fiducia) a ogni evenienza.
È il caso di dire che si cucina con quello che si ha.
Quest’anno mi toccano ben due angoli cottura! Mi sa che scelgo comunque il mio, che c’è un po’ più di luce.
Se WordPress la elimina, sappiate che la foto qui sopra raffigurava gli alberi del carrer de Trafalgar, che nei pomeriggi di agosto sono una manna dal cielo.
Infatti li ho scelti per quantificare una volta per tutte il tempo che risparmiamo, quando facciamo spazio ad attività che ci ritemprino. Non sto parlando di ere geologiche, eh. È il tempo di un tè ghiacciato, che io, ad esempio, ho sorseggiato in un bar di questa strada: una catena, purtroppo, perché in questa zona tra via Laietana e Arc de Triomf, che precede la Chinatown vera e propria, trovi o la bettola post-franchista con le macchinette per ludopati, o il lounge fighetto per turisti. Ma tant’è: avevo il pc dietro, seguivo i miei corsi pazzi e, appunto, bevevo il mio tè ghiacciato.
Nelle ore precedenti, tra me e quel tè si erano frapposti diversi ostacoli: l’amico dottorando in fisica che sui social provava a spiegarmi come si faccia ricerca storica, lamentandosi perché nelle mie repliche “non scrivevo frasi di senso compiuto”; la filologa gourmet che, sempre sui social, mi spiegava perché una varietà di minestra che prepariamo dalle mie parti non segue la ricetta originale del 1297, dunque l’intera area sarebbe da bruciare una volta per tutte. Altro che terra dei fuochi!
Sapete qual è la soluzione? Disattiva le notifiche. Quell’opzione sta diventando la mia migliore amica. Perché capisco che l’amico dottorando deve avere un problema serio di autostima, per cui guai a chi lo contraddice (specie se è una donna). Pure la filologa gourmet avrà qualche ragione tutta sua per ossessionarsi su ricette che sono cangianti, figlie della disponibilità di ingredienti di ogni singola epoca. Sul serio, il famoso corso buddista mi ha convinta a non prenderla sul personale, e a empatizzare con i miei scocciatori, a cui auguro di trovare una qualche forma di serenità.
Però lo facessero lontano dal mio tempo, dal mio pomeriggio, dal mio tè.
Quali sono, invece, i vostri alberi? Sono sicura che avrete anche voi un’immagine che vi ricordi ciò che vi state perdendo, se decidete (in tutta legittimità) che il minchiaritore di turno merita una lezione, o che la filologa gourmet deve imparare, mo’ ci vuole, a farsi i cavoli suoi. È vero che i guru contemporanei ci dicono di concentrarci sul “qui e ora”, sul presente, ma attenzione a non dimenticare tutti i presenti possibili.
Quindi, visualizzate i vostri “alberi”: il libro che avete lasciato in sospeso per sorbirvi le chiacchiere di un vicinosborone, o la deliziosa cena che vi si raffredda perché non siete in grado di interrompere una telefonata inutile…
Visualizzate il tempo che state regalando a qualcuno che non sa che farsene, a parte usarlo per alimentare le proprie idiosincrasie. Quando lo avrete fatto, vi aspetterò al bar con un bicchierone di tè ghiacciato.
Dai, che vi tengo il posto.
(L’uomo che mi ha fatto scoprire il tè ghiacciato).
Immaginate Raffaella Carrà, sparata a palla alle 5 del mattino.
È vero che ogni momento è buono per ricordare Raffa, ma gli hipster del primo piano sono stati fortunati, perché l’hanno omaggiata proprio ora che sto seguendo un corso online di Buddismo e psicologia evoluzionistica, come già accennavo qui.
In un altro momento, i miei cari vicini sarebbero morti male, se non altro perché l’uocchie so’ peggio d’ ‘e scuppettate (ovvero, gli strali che lanci col solo mirare sono più perniciosi di un’arma da fuoco).
Adesso, invece, sto mettendo alla prova quanto apprendo al corso di cui sopra. Chiariamoci: continuo a sottoscrivere la massima di Gianfranco Marziano, per cui “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano a piglia’ ‘o cafè”. Scherzi a parte, non ho niente da dire contro Siddhartone e le sue vivide descrizioni di cadaveri nei fossi… Diciamo, però, che per i miei gusti il buddismo ha lo stesso difetto di altre filosofie e religioni nate in tempi di indicibili sofferenze, e di piaghe inconcepibili anche per noi che abbiamo Enrique Iglesias. Quale sarebbe il difetto? Beh, sostenere che la vita è dolore, che dobbiamo condurre un’esistenza distaccata, e rimandare la gioia alla prossima reincarnazione (o all’aldilà). Intuirete che le autorità al potere si fregano le mani: “Ecco, bravi, statevene lì a meditare/aspettare il paradisoe non rompete troppo“.
Lo so, lo so, Buddha non diceva questo, anzi: solo che mi pare lo affermi spesso il suo fan club, a parte quell’esperto di Ashtanga Yoga che mi ha confessato che si vedeva sempre circondato da esauriti. “D’altronde” ha aggiunto con una punta di autoironia, “chi pensi che venga a fare meditazione? I tranquilloni?”. Uhm, no.
Però, grazie al corso di cui sopra, ho scoperto un aspetto interessante che accomuna buddismo e psicologia evoluzionistica: le emozioni sono “ingannevoli”, cioè influenzano pesantemente la nostra percezione delle cose (e dunque, i nostri pensieri); tuttavia, se impariamo a osservarle da fuori, saremo noi a dominare loro, e non viceversa.
Sì, sotto sotto c’è sempre questa demonizzazione della rabbia che puzza di privilegio da qui al Tibet: difficile trovare una religione antica e ancora in auge che non dia a Cesare quel che è di Cesare, pure quando Cesare è ‘nu scurnacchiato. Però l’idea di vivere in armonia con le emozioni non è affatto male! E avrebbe pure qualche fondamento scientifico. Da un punto di vista evoluzionistico, abbiamo un cervello supereroe che ci ha fatto sopravvivere all’era glaciale, ma a che prezzo? Quello del mainagioia! I nostri neuroni seguirebbero regole del gioco vecchie di ventimila anni, per cui:
perseguiamo piaceri che ci creano dipendenza (senza sesso e zuccheri, col cavolo che assicuravamo la conservazione della specie!);
vediamo minacce anche dove non ci sono, con l’eccezione di Enrique Iglesias che è una minaccia oggettiva;
In un quadretto così allettante, il buddismo sfiderebbe le regole della nostra mente: cominciamo a osservare da fuori le nostre emozioni, e decideremo noi quali lasciar entrare e quali no. Continuo a vederci la paranoia per cui “il desiderio è sofferenza” (letto davvero in un articolo sulla meditazione), ma oh, mi piace un sacco il principio di gestire le nostre emozioni, primache loro gestiscano noi.
Vorrà dire che, la prossima volta che i vicini hipster omaggeranno Raffa in terrazzo, farò cinque minuti di meditazione, poi prenderò un secchio d’acqua e glielo getterò addosso.
Una versione quasi “pastello” dell’abito di cui parlo nel post: l’originale vi avrebbe creato problemi alla vista.
“Allora ricordo bene, che sei italiana!” mi fa il cameriere.
Il Buenas Migas è una catena che vuol essere un connubio tra gastronomia italiana e inglese (sì, avete letto bene). Ci vado ogni tanto col compagno di quarantena, perché ci sembra il modo migliore per punirci a vicenda. Per esempio, io ordino un tè Earl Grey ghiacciato con pezzi di mela, e al compagno di quarantena dichiaro: “Questa è la vendetta per il frappuccino!”. Lui risponde ordinando un caffè con otto litri di latte dentro.
Adesso il cameriere mi ha riconosciuta dopo avermi vista solo un’altra volta, nonostante la nutrita clientela del locale. La mia prima reazione è stata lisciarmi i capelli con fare suadente e dirmi: “Eh, il mio fascino senza tempo mi rende indimenticabile!”.
Poi mi sono resa conto che, sia stavolta che nella mia visita precedente al locale, indossavo un vestito di colore viola, arancione, rosa shocking, fucsia e giallo. Con mascherina rosa shocking abbinata. Diciamo che almeno su un particolare avevo ragione: ero impossibile da dimenticare.
La parte ironica è stata che al tavolo, insieme al compagno di quarantena, mi aspettava il portatile aperto su una lezione del corso di Buddismo e Psicologia evoluzionistica dell’Università di Princeton: la nostra mente, per interpretare ciò che ci capita, tende sempre a trovare la spiegazione più lusinghiera per noi. Insomma, ci abbiamo i bias (una parola che va di moda), e a volte abbiamo pure i bias sui bias.
Devo dire, però, che in un’occasione mi andò anche peggio (oppure meglio?) con una collega di questo cameriere “abbagliato” dalla mia persona. Con la ragazza, pure italiana, al momento di pagare ci fu un malinteso sulla consegna del resto: la mia genuina confusione sui soldi che mi spettassero mi fruttò un’occhiata ambigua, e la sensazione di essere stata scambiata per una furbacchiona che volesse intascare di più…
E invece no! Di lì a poco la tizia, dopo avermi riconosciuta su un gruppo Facebook di italiani, mi aggiunse ai suoi contatti. Visto? Ok, magari si illudeva che come veterana a Barcellona (particolare che si evinceva dai miei post), potessi esserle utile… Oppure chissà, forse le stavo davvero simpatica!
Ebbene sì, il nostro cervello giunge a conclusioni affrettate e non sempre realistiche, in un senso o nell’altro. La soluzione sarà davvero il buddismo, come suggerisce il corso che sto seguendo? Ci ritornerò.
Intanto confesso di non esserne troppo convinta, ma mi sa che anche quello è un mio bias.
Se sono andata con un pizzico di timore all’appuntamento col signor Janssen (per gli amici, Johnson & Johnson), è stato per tutte le secce che mi avete tirato! (Per chi ci seguisse da fuori Napoli: “per tutta la sfiga che mi avete portato”).
Perché, oh, nel momento in cui ho comunicato in famiglia il vaccino che mi toccava, apriti cielo. Mio padre, che a suo tempo mi aveva rilasciato questa intervista sui vaccini, era passato da: “Otto casi avversi su sette milioni dimostrano che ne vale la pena!”, al dubbio: “E se tra quegli otto casi ci fosse proprio mia figlia?”. Che è un po’ il punto debole di certi… burionici idoli delle masse. In realtà, papà mi ricordava solo che Astra Zeneca e Johnson erano sconsigliati alle donne sotto i 60, quindi perché non rimandavo la vaccinazione? Peccato che, per spuntare anche un solo appuntamento a Barcellona, avevo dovuto tentare alle due di notte, ubriaca di tè alla menta e mezza stordita dalla shisha!
Quando poi ho spiegato le perplessità di mio padre su una pagina di italiani, il commento più incoraggiante che ho letto è stato: “Sei coraggiosa ad andare lo stesso”.
E vabbè, come direbbe Einstein: “Aglie e fravaglie, e fattura ca nun quaglia”, che è una formula matematica in tedesco. Con quella come amuleto, sono approdata alla Fira de Barcelona cinque minuti prima, come raccomandavano nella prenotazione, per poi scoprire che mi dovevo fare mezzo chilometro a piedi, perché si entrava dal retro. Dopo che la guardia mi credeva l’accompagnatrice di una signora anziana (e io lì a pensare che fosse perché non dimostravo quarant’anni…) mi sono resa pure conto che dovevo mostrare il mio codice di prenotazione. Meno male che avevo fatto uno screenshot: scaltra come una faina!
Che esperienza incredibile, starcene in fila in centinaia in un cortile, lungo una serpentina di transenne. Lo so, ci vaccinano perché non collassi il paese, ma mi si inumidivano gli occhi (o forse era il sudore?) a vedere gente di ogni origine e nazionalità, di ogni età e costituzione fisica, in fila gratis per salvare la pelle. Ovvio che dovrebbe essere sempre così: altrimenti scatta un’altra pandemia e poi ci tocca “fare ‘uh’ e ‘ah'”, che è l’espressione magnifica che mia madre usa al posto di “piangere sul latte versato”.
Confesso che è stato poco incoraggiante, vedere la scritta “Ricoveri urgenti” proprio sotto il padiglione che mi era stato assegnato! Ma la puntura in sé è durata un secondo: l’infermiera è stata gentilissima e mi ha applicato il famoso cerotto, che mi pare di capire vada di moda. Io me lo sono stretta al braccio per il quarto d’ora di prammatica, seduta sulla seggiola di una nuova anticamera: tutt’intorno, gente che avevo già visto in fila attendeva con me, facendo scongiuri, eventuali reazioni negative. Nessun incidente, per fortuna! Adesso la vera domanda era: come avrei trascorso quello che per tanti secciatori (vedi sopra) era l’ultimo giorno della mia vita?
Innanzitutto, bando alla metro! Dietro alla Fira c’era il Poble-Sec, il quartiere che amo! Mi sono goduta le sue strade scoscese e assolate, senza capire subito perché mi sembrassero così diverse… Ah, già: stavolta ero senza mascherina! Godevo perfino a respirare le stesse piante profumate che, quando vivevo lì, mi ammazzavano di allergia.
E poi il carrer del Parlament, le ombre lunghe degli alberi tra il mio bar preferito e il mitico supermercato di prodotti italiani: ho ricordato Mubarak, alla cassa, che per miracolo mi faceva uno sconto di venti centesimi. Un mio collega siciliano, in fila per pagare, s’era messo a protestare: “E che, bisogna essere di Napoli per avere uno sconto qua dentro?” (sorrisetto insinuante). Ehm, frate’, io eviterei certi scherzi, visto che sei di Palermo…
Aveva un suo perché addirittura la piattaforma dell’ex mercato in Ronda de Sant Antoni, tra i monopattini dei bambini e il mercatino delle pulci più pezzente di sempre: era una scarpa sola, quella che un ambulante stava esponendo sulla sua tovaglia? Prima di scoprirlo sono tornata al Gotico, il mio nuovo quartiere. Lo detestavo soprattutto all’inizio, ma in quel momento ho apprezzato la promessa infinita delle sue strade, il loro essere tutto e niente: falso Medioevo e passerella per turisti, con accanto almeno tre linee della metro per andare subito altrove.
Quella possibilità, al momento, non m’interessava. L’ultimo giorno della mia vita me lo sono vissuto nel “qui e ora”, come predicano certi guru della spiritualità.
All’improvviso, mentre sto facendo colazione nella veranda del Buenas Migas, le casse del locale anglo-italiano passano una canzone che conosco bene, per usare un eufemismo.
Era un mio tormentone. Era il tormentone. Lo era diventato anche per i miei amici, che un po’ mi schifavano per questo. Prendete il commento tipico del mio migliore amico: “‘A gente fa primma a se scurda’ ‘e muorte!“. Per chi ci legge da fuori Napoli, “Le persone tardano meno a obliare i cari estinti”.
Perché la canzone parlava di un amore che sconfiggeva pioggia e sole, e che sopravviveva a tutto, specie al tempo. Credevo (più che altro, temevo) che sarebbe successo a me con un tizio che, inso’, forse un pochetto mi piaceva. Ma giusto un po’.
Oggi ho preso la canzone come un regalo inaspettato, e mentre la canticchiavo per la gioia dell’unico spettatore (un catalano filiforme che sorbiva un frappuccino con la cannuccia), mi sono divertita a vedere come i rumori di Barcellona partecipassero a modo loro al mio “momento nostalgia”:
Pioggia e sole abbaiano e mordono (wrooom!)
ma lasciano (din don) lasciano il tempo che trovano (din don, ripetuto altre otto volte)
E il vero amore può (“Bueno, acompánala en este proceso desde el amor.”) nascondersi, confondersi (“Nadie es eterno.”)
ma non può perdersi mai… (“Ahora te dejo que tengo que desayunar”)…
Nonostante le campane e i clacson, mi sono resa conto di una cosa: la canzone aveva ragione. Quando la ascoltavo spesso, ero troppo giovane e scema per capire che l’amore si trasforma, cambia qualità e funzione, e pure intensità. Forse l’unico modo che ha di sconfiggere il tempo è trasformarsi.
Con la persona che associavo alla canzone ci sentiamo anche a distanza, e ci sosteniamo ancora nei momenti più epici, nel bene e nel male. Altrimenti, il mio mondo sarebbe stato orfano di un pezzo importante del suo passato, e del presente.
Se questa pandemia mi ha insegnato qualcosa, è che le distanze non cancellano tutto, e che a volte non vedersi non cambia niente. Ci si ritrova sempre lì. Sempre e per… tutto quello che si vuole ancora condividere, con gioia rinnovata e con una sola certezza.
Eppure, durante la mia spedizione serale al supermercato, incrocio gente vestita stile bondage, o con t-shirt colorate che esibiscono simboli femministi… L’amico esperto in manifestazioni, che faccio per contattare subito, mi ha appena battuto sul tempo per raccontarmi con quali mirabolanti composizioni poliamorose sia riuscito ad approdare al Pride. Sta’ a vedere che solo io non ne sapevo niente!
Vabbè, sono su via Laietana: il comune, da sempre capolina del Pride, è a due passi. Il tempo di fare questa spesa velocissima, e… Ma chi trovo a monopolizzare l’unica cassa ancora aperta? La coppia di mezza età con la sporta della spesa! Che, a caccia costante di offerte speciali, occupa un girone a parte nel mio personale inferno barcellonese, specie se abbinata alla cassiera che si fa un punto d’onore di smentire i cliché sulla scarsa loquacitàlocale: una causa, peraltro, piuttosto comune alla sua categoria. La fila si è ormai triplicata quando la fanciulla smette il catalano, con cui scherzava senza fretta insieme alla coppia, e passa allo spagnolo, gentile ma spiccio, che riserva a noi hipster in fila con tre articoli a testa. All’uscita, la coppia è ancora intenta a studiarsi il chilometrico scontrino: avranno ricevuto lo sconto di quindici centesimi sulla botifarra d’ou? Eh? Eh? Ok, respiriamo: in fondo, il Veritas è l’unico supermercato in cui la confusione sugli articoli in offerta (spesso passati a prezzo pieno in cassa) assurge ai livelli di strategia di marketing.
Meno male che fuori al comune c’è ancora quello che rimane del corteo dell’Orgull, oppure Orgullo, come si chiama qui il Pride. Una ragazza è salita sulle spalle dell’amica per portare in trionfo la bandiera lesbica. Ci sono gruppetti che bivaccano a terra, e una musica unz-tunz assorda tutti nell’angolo tra la piazza e i lampioni storici del carrer Ferran. Fa strano vedere i volti delle persone, nel primo giorno senza mascherine obbligatorie (anche se qualcuno, nella calca, pensa bene di coprirsi la bocca). Così come mi sorprende sempre la pressione estetica a cui sembrano esposte le trans locali, spesso magre e piuttosto in tiro rispetto alle (di solito rilassate) concittadine cis. Sarà che per l’occasione esibisco io una trendiiissima gonnellona a fiori, e l’ematoma dell’ultimo trattamento alle occhiaie…
Ma sono soddisfatta. Sto imparando a non sentirmi una fallita solo perché mi perdo qualche data importante (di solito, sono compleanni…), o un evento a cui volevo partecipare. A conti fatti, sono più contenta di essere arrivata in extremis, e con l’ostacolo aggiunto della coppia di mezza età con la sporta della spesa, di quanto non lo sarei stata a presentarmi precisa e puntuale al corteo, finendo subito nel tratto di manifestazione non misto (che è una mia specialità).
Diamoci una tregua, ogni tanto. Ok?
Mi dispiace solo di non aver incrociato la bandiera aroace (aromantica-asessuale) che invece avrebbe avvistato l’amico poliamoroso: mi sarebbe piaciuto tanto interagire con gente che, al contrario di me, fosse sicura di trovarsi nello spettro aromantico. Ma anche lì, sono percorsi che si fanno piano, un passo alla volta.
Intediamoci: penso sempre che sono tutti lenti, col tempo degli altri (specie le coppie al supermercato…). Ma col nostro, di tempo, prendiamoci tutte le libertà possibili.
Video del Pride. Al minuto 8:45, uno striscione pretende una cosa che in Italia non tanto si osa chiedere: tutto.
Ah, no. Cioè, sì: Tetuan è la mia fermata della metro, ma è quella di tredici anni fa. Ci sono cascata l’altra sera lungo il tragitto verso la Sagrada Familia, dove mi aspettava un amico.
Ci sono cascata per due motivi: il romanzo che sto risistemando ora è ambientato proprio in Plaça Tetuan, al numero 10; al numero 10 di Plaça Tetuan, non vi stupirà scoprirlo, ci abitavo anche io. Con la protagonista del romanzo ho poco da spartire, perché Veronica è timida e indecisa, riccia e tettona. Però ho vissuto nel suo stesso appartamento, in cui ai tempi si verificava lo stesso fenomeno che succede a lei: chiamavano al telefono fisso per ordinare da mangiare! C’era stato un refuso nel numero di un ristorante famoso, stampato su una guida turistica. Io rispondevo educatamente che non eravamo un ristorante, mentre Veronica, data la gggrossa crisi di quell’anno (il 2008), a un certo punto comincia sul serio a prendere le ordinazioni!
Insomma, Tetuan non è più la mia fermata, e il riflesso condizionato di scendere ve la dice lunga su quanto mi stia rincoglionendo con questo manoscritto. Però, quando la metro ha ripreso a muoversi, è sparita la scritta della fermata e sono apparsa io, nel vetro reso opaco dalla galleria in cui entravamo. Ci credereste che non mi riconoscevo? Cioè, un istante prima pensavo a Veronica, e anche alla me ventisettenne che viveva a Tetuan, e all’improvviso eccomi davanti quest’altra tizia, più vecchia, con una mascherina nera che le copre mezza faccia e delle occhiaie che suggeriscono che non si è truccata. Possibile? Cos’hanno fatto gli ultomi tredici anni alla vita di questa sfigata?
Mi sono risposta da sola ieri, su una bella pagina di Italiani all’estero che vi consiglio (e credetemi, è un miracolo che ve ne riesca a consigliare una). In realtà rispondevo alle domande di una tizia che viveva a Parigi, e spiegava di avere problemi con una vicina. Ben presto, però, le sue lamentazioni si estendevano all’intera popolazione “imbruttita” di quella città, e lei aveva paura di star diventando come loro. Allora ho commentato così:
Ciao! Al momento di trasferirmi a Barcellona sono stata colpita da quanto la gente provasse ad approfittarsi di me o mi ignorasse semplicemente, anche se si trattava di rispondere a una mail. Non ti dico i tentativi di truffa… Allora ho deciso che NON sarei diventata come loro, anche se era difficile, e ho preso a modello quelli che invece mi hanno aiutato. È un esercizio quotidiano, specie in grandi città caotiche e dispersive, dove la gente è incattivita da prezzi e lavori orrendi. Penso che si tratti di fare una cosa piccola ogni giorno: salutare una vicina, aiutare un turista che sembra essersi perso… Non ci avranno mai!
Ok, ve la dico tutta: il turista non lo aiuto. Semmai lo sorpasso a sinistra, e bestemmio tra me e me contro i turisti che avanzano a passo di lumaca. Dopo tredici anni, sono un po’ incattivita anche io. Ma a quanto pare non sta succedendo agli altri utenti della pagina: è da ieri che continuano a mettere “mi piace” al mio commento, con cuoricini assortiti. Una ragazza che vive a Londra ha risposto che proverà a fare lo stesso, e trattandosi di Londra le ho augurato in bocca al lupo di cuore.
Ehi, non vale solo per l’estero. E sì, basta una piccola azione al giorno, parola di scout. No, non ho mai fatto la scout.
Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).
L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.
Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!
Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.
Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.
No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:
1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;
2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?
3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.
E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).
E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.
Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).
In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.
So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.
Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.
“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.
Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.
Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.
La città era deserta. Mentre correvo, i grandi palazzi di via Laietana quasi mi rovinavano addosso, svuotati dal confinamiento di marzo. Senza gli uffici aperti, le loro merlature moderniste già dovevano sembrare assurde di giorno, come i fronzoli antiquati di un vecchio salotto. Ma la sera che mi illusi di trovare ancora aperto questo ristorante (che pure effettuava consegne a domicilio), ero indecisa su cosa stessi guardando: un De Chirico in notturna? La scena di un film apocalittico? Magari quello era lo sfondo di un videogioco, visto che le uniche luci che si muovevano nel buio erano quelle della Guardia Urbana, che pattugliava le strade: a quel punto io, che non avevo nessun ramen da asporto da offrire alla vista degli agenti, rischiavo come minimo una reprimenda.
Era l’oscurità a colpirmi: le luci erano smorzate sul serio, o mi stavo impressionando per niente? Il compagno di quarantena aveva odiato quelle luci, quando gli avevano fatto da soffitto, ma nel buio il palazzo della mia banca, che durante le manifestazioni era circondato da centinaia di persone urlanti, mi aveva dato proprio l’idea di una carcassa inutile, senza più altra funzione che ingombrare un angolo di strada.
Un anno dopo, devo dire che va meglio. Le luci sono di nuovo lì, con buona pace del compagno di quarantena, e raramente mi ritrovo a contemplarle cinque minuti prima che scatti il coprifuoco, alle dieci di sera. Se succede, come lunedì scorso, è perché torno da una cena gradita, non da una spedizione frustrata in cerca di qualche locale aperto. A dire il vero, di solito è l’ex inquilino a venire a cena da me, magari portando il cibo da fuori, come in un film di Totò: in quel caso è lui a trattenersi meno di due ore, dalle otto alle dieci meno venti, e filar via giusto in tempo per tornarsene di corsa nella sua nuova casa. Il coprifuoco è riuscito a farmi cenare presto, roba che a suo tempo neanche l’Inghilterra, con tutti i suoi riti quotidiani spostati in avanti.
Quando invece tocca a me percorrere le strade che restano deserte, o vengono attraversate giusto da runner che sfrecciano, non ho più la sensazione che il mondo stia crollando, anzi, più che altro indovino quell’altro mondo, quello che poteva esistere sulle stesse strade, sotto quelle stesse luci, se avessimo fatto le cose in modo diverso. Se la gente che adesso si mette in fila in mascherina per entrare da Zara o H&M, di nuovo aperti, avesse capito che un anno più tardi avrebbe rifatto le stesse file, per comprare capi quasi uguali, che pure si sarebbero logorati presto. Se non ci fosse voluta una pandemia, per regolare al ribasso i prezzi delle case, così che amici che guadagnassero sui 1000 euro potessero uscire dai loro ripostigli con accesso alla cucina (ma non al freezer, riservato a chi pagava di più) o dai monolocali “interiores” che ti facevano venir voglia di scappare appena rientravi a casa. E sto parlando, ovviamente, di quelli fortunati che non si sono ritrovati in strada, al contrario di altri.
Così mi attraversa quest’altro mondo, mentre io attraverso lui. E mi viene voglia di conoscerlo, schifarlo un po’ se necessario, pur di scoprirlo possibile.
Un anno fa dicevamo che ne saremmo usciti soltanto insieme. So che ora è più difficile crederci, ma cerchiamo di non smettere.