È guardando i miei vicini del Raval, che ho capito due o tre cose sull’amore.
Vengono da paesi che ancora segregano abbastanza i giovani per sesso. Qualcuno dice che facciano lo stesso che noi in Italia fino a qualche anno fa, ma non è esatto: quando la segregazione è feroce, dovreste vedere che iniziativa prendono le ragazze!
Una volta ho dovuto aggiungere a facebook una di Karachi su preghiera di un amico pakistano, che voleva per forza trovarle un lavoro a Barcellona. Con ogni probabilità non l’aveva mai vista. Infatti lei oh, si è fotografata un po’ gli occhi, ha mostrato una mano carnosa piena di tatuaggi all’hénné, molto più belli di quelli che mi aveva fatto il mio ex del Kashmir, e ha fatto innamorare mezzo facebook delle parti sue. Poi ha annunciato il suo matrimonio (magari con un altro utente conquistato col kajal 2.0).
Un’altra, invece, dovevate vedere come tampinava l’ex del Kashmir di cui sopra! Telefonicamente, ovvio. Da noi una che scrive articoli sull’ammore (che non taggo per pudore) può ancora permettersi di buttare lì frasi tipo “Perché ci devi provare tu? Perché sei maschio”, senza essere eccessivamente spernacchiata.
E noi? Diciamo che paradossalmente critichiamo queste culture e magari rimpiangiamo gli amori dei nostri nonni e bisnonni, che duravano per sempre anche perché non c’era il divorzio (e tante nonne, ad andarsene di casa, non mangiavano).
Cioè, vogliamo proprio lo chaperon, le mani strette di nascosto, Michael Corleone e la sua Apollonia che passeggiano seguiti da uno stuolo di anziane vigili.
O magari vogliamo quello e anche il weekend targato Groupon, coi genitori che a trent’anni ormai ci dicono vai, vai, nella speranza che prima o poi ci sposiamo.
Fatto sta che questi amori “vecchio stile” ci sembrano più romantici di quello che abbiamo adesso, del frequentarsi senza impegno o andare a vivere insieme e vedere che succede…
Sì, ma avete notato una cosa? Erano tutte situazioni in cui gli innamorati si vedevano poco tempo.
E più stavano lontani e più si desideravano.
La norma era incontrarsi tra mille occhi attenti, conoscersi quel giusto che servisse a idealizzare l’altra persona senza farci un’idea troppo edulcorata dei suoi difetti, e concludere in fretta sto matrimonio, in modo che con un bimbo a cui badare non si avesse più tempo per starsi sul culo (caso mai ci fosse il pericolo).
Adesso che tutto ciò è stato sconvolto, ci si separa come se non ci fosse un domani.
Si stava meglio prima? L’amore, per funzionare, dev’essere un’illusione?
No. Ma forse l’amore come lo immaginiano noi lo è.
È un po’ l’aperitivo dell’amore come lo conoscono i giorni, la quotidianità spesa insieme sul serio. Quando finisce l’idealizzazione e comincia la conoscenza vera.
Se siamo fortunati scopriamo che più conosciamo l’altro e più non lo conosceremo mai davvero. E, invece di angosciarci, questa scoperta ci piacerà.
In caso contrario, tendiamo a scappare a gambe levate quando perdiamo ogni appiglio per le nostre illusioni.
In cerca di qualcuno che ce ne dia altre, e così via.
No, io un po’ li invidio, questi amori fatti di incontri segreti sulle scale e di sogni di fiori d’arancio. Dovevano essere molto eccitanti. Ma non li rimpiango.
Guardo gli amici che s’innamorano di una voce, di un paio di occhi bistrati e ora di una chat e mi chiedo quanto di quel feticcio se lo fabbrichino loro, e quanto lo possano spedire al mittente, una volta indossati i loro fastosi abiti nuziali.
E allora mi tengo la lenta traversata dei giorni, da vivere insieme sapendo che in qualche momento potrà finire. E godendomeli ancora di più, per questo.
A 15 anni, in uno di quegli atroci villaggi vacanze con chitarrata pomeridiana e spettacolino dello junior club, mi accingevo appunto a partecipare a un balletto, con due povere animatrici-coreografe che per quattro soldi dovevano insegnarci ad andare a tempo.
A un certo punto, il tono della lezione passa da monotono a animato, una delle due annuncia: “Ragazzi, col prossimo passo che v’insegno, veramente ci divertiamo!”. La collega conferma con tanto di pollici alzati. Noi ci prepariamo ad assistere a tanto divertimento e… le due si cimentano in una complicata capriola di coppia che promette svariati colpi della strega.
Il nostro “Nooo” si eleva fino al cielo. Le due, sconfitte, non insistono e ripiegano su un passo alternativo che dovevano aver già concordato.
Ho ripensato stamattina a queste due eroine del gioco-aperitivo perché riflettevo sulle cose poco appetibili che cercano di farci passare per fantastiche (anche perché spesso è l’unico modo di farcele accettare). Le ragazze dovevano aver sperimentato con altri adolescenti svogliati l’ostilità verso quella capriola e avevano intuito che a presentarcela come bellissima ci avrebbero ammansiti un po’.
Nel loro caso, magari, non funzionava perché avevano poco tempo per addomesticarci. Ma, passando a questioni molto meno giocose, provate a leggere la descrizione di un’infibulazione da parte di chi l’ha vissuta: spesso scoprirete che la vittima attendeva con ansia questo grande momento di consacrazione della propria femminilità, questo rito di passaggio che l’avrebbe resa donna e, qui viene il bello, ufficialmente accettata nella comunità. Lo so, lo so, anche io ho reagito così. Chiunque si permetta di sottolineare questa parte di attesa della bambina viene sommerso da critiche benintenzionate ma fuori luogo.
Perché se un qualsiasi individuo viene chiamato a dare un passo importante, ma gravoso e irreversibile, la cosa più semplice è che gli dicano che è bellissimo.
Figuratevi che succede quando questo passo lo è davvero, bellissimo: mi riferisco all’atto di mettere al mondo un figlio.
Leggo vari articoli di donne che giustamente denunciano la pressione sociale che le invita a sentirsi orologi ambulanti che stanno perdendo l’occasione della loro vita. Le loro proteste sono spesso accompagnate dalla magnificazione di una vita senza pargoli, dedicata gioiosamente a realizzarsi come persone. Capisco che sia una reazione comprensibile alla pressione sociale, ma non tanto mi convince la loro assertività, tipica di chi cerca di persuadere prima se stesso che stia facendo la cosa giusta, poi d’imporla agli altri. Se fossero davvero convinte, a mio parere, starebbero serene con la loro decisione e non la sdoganerebbero come la migliore possibile, come d’altronde fanno con loro le supermamme.
Dall’altro lato, invece, ci sono articoli simpatici e graziosi come questo, un dialogo tra Dio e una mamma assonnata, spompata, esasperata da una neonata troppo esigente per la quale non ha il libretto d’istruzioni (“Le hai, si chiamano istinti”, risponde`più o meno Dio in uno dei passaggi più significativi). La bimba non la fa dormire né occuparsi di nient’altro. “Ma sei MADRE!”, le ricorda Dio, “Cosa può esserci di più importante?”.
Tralasciando la tentazione di rispondere alla domanda retorica, è curioso che Dio venga invocato in questioni di maternità e presentato goliardicamente come il responsabile di un’azienda che fabbrichi bambini: a fare la profexxorona ci vedrei un brillante nesso tra divinità, concepimento e capitalismo, ma vi risparmio la pippa mentale. Quello che m’interessa è la maniera sottile e simpatica, come per le mie due animatrici, in cui venga fatta passare una cosa che, ahimè, anche le tipe “antimaternità” danno per scontata: un bambino lo cresce solo la madre e richiede il sacrificio della sua vita.
È l’ineluttabilità di questo presunto assioma a spingere tante persone a schierarsi manicheamente rispetto al tema, quasi a dirsi di aver fatto la scelta giusta, qualunque essa sia.
Ed è questo che mi spiace tanto: mi sembra che una donna sia liberissima di dedicarsi completamente alla maternità, ma voglio che sia, appunto, una scelta. Che non le facciano credere che sia l’unica opzione, che tra lavoro e famiglia deve per forza scegliere e che deve fare tutto lei perché ha “l’istinto materno”: curioso che questa caratteristica così presuntamente innata cambi tanto nella storia, o non si spiegherebbero né le madri settecentesche che senza necessità mandavano il figlio a balia, con ottime probabilità di ritirarlo cadavere, né quelle madri “spartane” (e saranno in minoranza ma non sono poche, ve lo assicuro) che in ogni guerra invitano i figli a morire per la patria.
Comunque ad assecondare il ricatto morale anch’io sceglierei la famiglia, mica m’identifico col lavoro o i lavori che faccio. E mi premuro di accompagnarmi a uomini che su questo la pensino come me. Purtroppo i padri, sempre in nome degli istinti, vanno tenuti ai margini anche quando vogliono fare i genitori sul serio, non le figure di contorno. “Tanto che ne capiscono, loro”. Quanto è bello sentirsi indispensabili, specie quando, nel proprio contesto sociale, si hanno poche altre soddisfazioni.
Volete questo modello? Fantastico. Ma che non sia un’imposizione né l’unico modo di vivere la maternità. Qualcuna può affermare che sia una necessità, perché guarda caso suo marito guadagna più di lei e chi dei due ha dovuto rinunciare al lavoro? Sono sicura che in tanti casi sia ancora così (senza che giustifichi lo schiavismo materno, eh!). Ma per favore, siamo una generazione di padri ingegneri e mamme maestre? La crisi dà un contributo molto triste alle pari opportunità: non dà lavori sicuri alle mamme, li toglie ai papà. Così stiamo tutti con le pezze al culo. Io a Barcellona, che non è l’Eldorado, i genitori li vedo lavorare in call center di merda a pari salario, o insegnare entrambi, o fare lavori d’ufficio retribuiti uguale. A Barcellona vedo un sacco di papà con tracolla e passeggino che si accollano la metà dell’allevamento del figlio, non tengono la bambina un pomeriggio mentre vai ad aiutare una zia malata e per questo diventano il papà dell’anno.
Insomma, mettere al mondo dei figli mi sembra meraviglioso, è una cosa che mi piacerebbe tanto fare. Ma proprio tanto.
Viverlo come un lavoro a tempo pieno che mi accolli tutto io perché “ho l’istinto” e che non mi lasci il tempo per respirare, e per giunta mi piaccia pure, è un’idea che lascio a chi non sappia uscire dal dilemma di quella corrispondente indiana dell’Huffington Post che, con ingenuità illuminante, smascherava l’idea corrente di emancipazione chiamandola “essere allevate come uomini”. Perché se cresci “come un uomo” pensi al lavoro, se cresci “come una donna” diventi il piedistallo su cui metti i tuoi figli.
Scelgo la busta 3, per favore. Sono una donna che vuole che i suoi figli, se avrà la possibilità di averne, abbiano una madre forte e contenta, con tante di quelle energie che le avanzano per tutto il mondo, specie per loro.
E non ditemi “quando sarai madre capirai”, che vi faccio fare la capriola spezzaschiena di cui sopra. Senza colpo della strega, mica lo potete capire, che è pericolosa.
(PS: Subito dopo aver scritto il post, sono andata a vedere gli ultimi commenti al mio intervento sul dialogo “divino”. Mi veniva detto: “Ne riparliamo quando sarai madre”. Ho smesso di leggere.)
C’era questo signore cinese che occupava una stanza d’albergo attigua alla mia, a Milano, secoli fa. Passava le giornate a cantare una nenia stonata che voleva essere lirica (talmente cattiva che non si capiva se fosse opera cinese o italiana). Quando chiedemmo spiegazioni in reception, un portiere spiegò appunto che il Farinelli di Macao si preparava per uno spettacolo (il cui pubblico, ovviamente, raccomandammo a Nostra Signora di Sheshan).
Insomma, amanti non corrisposti, immaginiamoci come questo qui, chiuso in camera tutto il tempo a provare eternamente questa melodia stonata in vista di non so che rappresentazione. Solo che la nostra, la resa dei conti con l’amato bene, potrebbe non venire mai.
Il fatto è che la tristezza da rottura o da due di picche, se coltivata, diventa sul serio una stanza a parte in cui ci rifugiamo ogni giorno. Lì ci creiamo un nostro mondo di sconfitta e sollievo di cui anche la persona amata diventa un abitante, un fantasma che aleggia solo lì, ma con la sua presenza rende inquietante la casa intera.
La stanza dell’amore/dolore ci serve quasi a proteggerci dal vuoto che ci siamo creati, visitarla ogni giorno diventa un rituale come andare a parlare con una lapide al cimitero. Una piccola morte che invece di essere salutata e lasciata andare diventa una parte della vita e la manda in cancrena.
Nella stanza, l’oggetto del nostro amore non ha più niente a che vedere neanche con l’originale: se lo dovessimo incontrare (e su questo non avete mezze misure, o evitate drammaticamente i posti che frequenta o ci andate sempre a finire) magari ci sorprenderemmo di trovarlo lì e non nella nostra stanza del pianto, mentre lui si sorprenderebbe del nostro sguardo da stoccafissi.
È vero, la “fase stanza” è un’anticamera che ci serve, a volte, per passare oltre, varcare quel corridoio che sembra così grande e passare ad altro, accenderci il fornello e farci la cena, o sederci in soggiorno a guardare il tramonto tra le antenne.
Il problema è quando la nostra vita ormai si consuma solo là.
Perché quando l’amore non è corrisposto, o non sappiamo pensare ad altro o ci avvelena tutto quello che facciamo.
Quando è corrisposto, invece, succede il contrario: non ci concentriamo più su quello e possiamo pensare a tutto il resto.
L’amore corrisposto non è una stanza, è come aria che rinfresca tutta la casa.
Ma quando riusciamo a uscire di lì, quando abbiamo il coraggio di premere la maniglia e affacciarci a vedere il casino che è diventato intanto il resto della casa, succede tutto il resto.
Allora lo sentiremo come un tradimento, quasi, verso il fantasma. Scusa perché non abito più il nostro amore che tu hai già lasciato da tempo. State certi che saremmo scusati, se gliene fregasse qualcosa. Ma deve fregare a noi l’ottimo proposito di tradirlo per smettere di tradire noi stessi.
E allora su, su, cominciate a dare un’occhiatina, a ricordarvi com’era fuori, prima che vi muraste vivi.
Se lo fate bene, verrà il momento in cui l’amore sarà solo profumo, un mazzo di fiori depositato all’ingresso, e prenderà dolcemente tutto lo spazio che vuole.
Veniamo alle dolenti note, che sono dolenti soprattutto per un’italiana all’estero alle prese con le connazionali inviperite perché gli uomini del loro nuovo paese “non se le filano”.
E che magari ha adorato il nuovo paese anche per questo.
Perché, vediamo un po’, cosa significa che non se le filino? Qua scoppiano proprio guerre particolarmente combattute da quelle che vogliono essere corteggiate e scambiano sta cosa per il pssst in mezzo alla strada, o giù di lì.
Allora, chiamata in causa in discussioni a cui non vorrei neanche partecipare, dal vivo o sui social, spiego che per me il pssst sulla strada non è affatto corteggiare. E personalmente, passando a metodi meno cafoni, non amo manco chi si senta obbligato a dirmi tutto il tempo che begli occhi che ho, che bella che sono, come se fosse un copione che dovesse recitare, anche perché, come dice un comico, il sottotesto quando si va a copione e non a soggetto è spesso dammeladammeladammeladammela.
Prova ne sia che quando degli amici timidi o con poco successo con le ragazze (ma è una gara?) mi hanno parlato di questa o di quella che apprezzassero, aggiungevano subito “Ma non so corteggiare”.
Allora corteggiare mi sembra sempre più sinonimo di impastoiare con una serie di complimenti che farebbero uguali a quella che dovesse venire dopo di te o mostrarsi più disposta a passare al sottotesto (che poi sta cosa di darla, mai capita, dal mio punto di vista ne prendo).
Ma la cosa che mi piace di meno dell’idea di corteggiare è questa creazione di ruoli che tiene come implicita. È un gioco, diceva un amico particolarmente affezionato a questo tipo di sceneggiata, salvo dichiarare che “Quelle che te la danno al primo appuntamento so come usarle, per quelle che m’interessano aspetto”. Sottolineo queste frasi perché me le hanno sempre sciorinate grandi corteggiatori, a confermarmi che questo gioco di ruoli non è esattamente una cosa che vorrei vivere.
Un gioco, dunque. Fantastico. Buon divertimento. Ma, appunto, bisogna divertirsi. Per divertirsi in un gioco bisogna non averne bisogno, scusate il bisticcio, se no diventa una necessità e non uno svago.
Una tizia che viveva in Germania, in una lettera a un giornale del 2007, diceva che gli uomini tedeschi erano deludenti, meno male che c’erano i turchi che ogni tanto la trattassero come un oggetto sessuale. Ripensai alla prima, meravigliosa sensazione di camminare in minigonna in mezzo a una comitiva di inglesi a Manchester che non si sentissero tenuti a fare commenti per dimostrare la propria eterosessualità. Come mi vengono in mente certe cose? Be’, compagno d’università, a Napoli, che ammette: “A volte quando sei circondato da altri ragazzi, specie tamarri, ti senti quasi in dovere di guardare una che passa facendo lo sguardo malato, ma io cerco di trattenermi”.
In dovere! Ma non era un gioco? E un gioco che si confonde pericolosamente con l’insulto per strada?
In effetti, diceva la sua anche una bella quasi-cinquantenne conosciuta qua a Barcellona: “Che simpatici, gli italiani! Erano incredibili, Ciao bella, detto a me, poi passava un’altra dietro di me e lo dicevano anche a lei”.
A proposito, battuta spagnola sugli italiani: “È così brutta che neanche un italiano se la scoperebbe”.
Battuta americana: “Qual è l’unica donna che un italiano non si scoperebbe? Una bruttiiissima bambina di 5 anni”.
Ok, questo non è un gioco, è una presa per il culo, al paese mio (e a quanto pare in quelli altrui). È un non fregarsene niente di come tu sia fatta o chi tu sia, è un vedere se ci stai, se no avanti la prossima, “bellissima” proprio come lo eri tu un secondo fa.
La questione è: perché abbiamo bisogno di questa cosa?
Perché lo so, che quelle che vogliono essere corteggiate e si difendono per questo come se fosse un tribunale, la vedono in modo diverso. Vogliono un uomo con tutti i crismi (?) che le faccia sentire desiderate, belle, capaci di sedurre col solo essere.
Fantastico. Liberissime. La questione è: lo vogliono o ne hanno bisogno?
Perché credo che ci sia un equivoco di fondo, ed è la stessa linea sottile che passa tra guardare con discrezione una donna o un uomo che passa (a me sgamano in trenta secondi nonostante faccia la vaga), e ritenersi autorizzati a fissare con insistenza e un sorriso volgare o a rivolgere la parola con eccessiva familiarità, quando ad esempio non si permetterebbero di dare del tu a una donna più grande o sfiorare volutamente un pendolare che aspetta la metro.
Quando succede questo, per me è molestia, è prendersi libertà che con persone che non ci interessano non ci prenderemmo mai e poi mai.
Le sfumature che avvengono tra questo e il non “filartisi proprio” sono infinite e di diverso gradimento, a seconda della persona.
Io ho la fortuna di avere un ragazzo che mi dice ogni giorno quanto mi trovi bella. L’ho avvertito, che dovrebbe cambiare la gradazione degli occhiali, ma non vuole saperne. Anzi, le sue appassionate dichiarazioni: “Sei bella anche in pigiama, con le pantofole pelusciose e i capelli sconvolti” mi sanno effettivamente di presa per il culo.
Ma non c’è mai stato, nel nostro rapporto, un corteggiamento.
“Come hai potuto fraintendere le mie intenzioni” mi disse un ex di quando ero appena tornata dall’Inghilterra “non c’è stato corteggiamento!”.
Allora, se vuoi starci insieme la veneri, per il resto c’è Durex.
Con quest’ex vidi la differenza tra la situazione corteggiamento e quella “irregolare”. Quando passammo da scopamici a coppia a tutti gli effetti (sì, a volte succede). Prima potevo pure morire, andare in vacanza da sola, uscire con altri uomini. Dopo, auguri di Natale non richiesti ai miei, presentazione alla famiglia, e davvero uscivo con la minigonna anche senza di lui?
No, col mio ragazzo di adesso il gioco di ruoli non l’abbiamo fatto. Non mi chiama bella perché mi stia corteggiando, non assume la funzione di quello che sa proteggere e riparare elettrodomestici mentre io perdo mezz’ora a prepararmi (“ma ne vale la pena”) e mi aspetto un regalo favoloso all’anniversario.
No, il mio ragazzo non mi ha mai corteggiata, spontaneamente mi dice quanto mi trovi bella e lo pensa. E non mi sono mai sentita così amata.
Allora, se volete l’uomo all’antica che porta rose e fa complimenti, fantastico. Quello che m’interessa è che non ne abbiate bisogno.
Che sia piacevole, ma non una necessità. Se la tipa della lettera al giornale voleva qualcuno che le facesse i complimenti la capisco, i complimenti sono carini, energia pura, un cioccolatino inaspettato a metà mattina. Se in Italia è arrivata a pensare di aver bisogno, di uno che glieli facesse, ci vedo un problema.
Perché il messaggio che passa, da quando tua madre ti spiega che riceverai attenzioni per strada, è ambiguo: non rispondere mai, ma è una cosa buona, significa che sei bella.
Allora, viene fatto di pensare, se non mi tampinano per strada non sono bella. E siccome essere bella è ancora sinonimo di esistere, in certi contesti, l’idea è “se non mi corteggiano non esisto”.
No, no. Grazie, ma passo.
L’ultima che mi ha fatto una filippica sul corteggiamento, vantandosi di aver trovato uno (italiano) che glielo offrisse, mi ha fatto un po’ pena. Ci sono uscita, col suo portentoso cavaliere, perché avevamo un’amica in comune ed entrambi eravamo appena arrivati a Barcellona. Lui aveva liquidato immediatamente la mia delusione con un coinquilino sentenziando “il problema è che ti sei concessa” (che non si sentiva dal delirio di Ophelia in Shakespeare). Poi mi aveva improvvisamente afferrato le braccia in un bar dicendomi che gli serviva calore umano (un gesto interpretabile in vari modi, ma comunque spiazzante per uno che conosci da mezz’ora). Qualche giorno dopo, suggeriva su facebook che stesse azzuppando il biscotto con una nuova (non ero io, per fortuna di entrambi).
Eliminato dai contatti, vai con Dio.
Dunque, se il corteggiamento lo vivete come un gioco, non vi partecipo ma lo rispetto. Se diventa un bisogno, specie per chi riceve le attenzioni, per me di base c’è un problema di autostima. E non sempre vengo rispettata io, quando lo dico.
Mi consolo tenendomi i miei complimenti quotidiani, sinceri.
Il pako del Parlament, oltre a essere il mio idolo assoluto di italiana a Barcellona, mi ha regalato un pacchetto di patatine.
Innanzitutto, lode a lui e a quei compaesani suoi che mi fanno sentire come a Napoli, perennemente convinti che sia troppo magra e dunque debba mangiare.
Poi, questa confezione ridotta fatta apposta per ingraziarsi clienti sparite da un po’, mi ha insegnato un… pacco di cose (no, continuate a leggere, non faccio più battutacce!).
Per esempio, mi ha insegnato che il mio altruismo segue strane simmetrie: uh, un pacchetto monodose omaggio. So già a chi darlo. Se mi avessero elargito, che so, un pacco di pasta, avrei saputo chi invitare a pranzo (non necessariamente la stessa persona del mese prossimo, dipende dallo stato d’animo dell’amico prescelto).
In secondo luogo, mi ha fatto realizzare che in quest’operazione tanto caruccia mi sfugge sempre un particolare: cosa voglia fare io. Il giorno dopo, fresca di scazzo col destinatario delle patatine rimaste intatte, mi sono infatti scoperta ad avere fame dopo una cena eccessivamente parca.
Che fai, mi chiede il buco nel pancino, ti pappi due patatine?
Macché, mi rispondo, quelle sono destinate a qualcun altro.
Ok, insiste il mio stomaco, ma chi l’ha deciso?
Io, devo ammettere.
Potrai ben cambiare una regola che hai stabilito tu, vero?, conclude il buco nero, speranzoso.
Sgranocchiando metà confezione, mi sono resa conto infine che sono di quelle che, quando subiscono un torto, si ritrovano a consolare la persona che gliel’ha fatto. Sono di quegli individui che hanno abituato gli altri a trovarli sempre disponibili e ragionevoli, pronti ad aprire il pacchetto di patatine a chi ha appena regalato loro una bella delusione.
E non lo dico per incensarmi, anzi, è questo il punto. Il punto è ammettere una volta per tutte che l’altruismo a oltranza NON è una cosa bella, una cosa che ci faccia onore. Che, se ci annulliamo sistematicamente o recitiamo il copione di quelli che non hanno bisogno di regali, attenzioni, sostegno, allora non c’è nessuno a condividerci, a dividere la gioia con noi. Perché sarà contento il destinatario delle nostre attenzioni, ma manchiamo noi, che ci trattiamo come se non fossimo nessuno.
Ok, adesso vi presentate sotto casa mia con una confezione famiglia di San Carlo.
Sarà contento il pako del Parlament, specie se l’avete comprata da lui.
Quelli delle canzoni non siamo mai noi. Avete quest’impressione, qualche volta? Parlo delle oldies, le canzoni d’amore alla Elvis, smielate al punto giusto e piene di promesse un po’ campate in aria.
Oh, in quelle non ci identifichiamo mai.
I nostri amori non sono mai nati, in realtà, così non c’è neanche qualcosa da rimpiangere, quando sono finiti. Anzi, siamo proprio abituati a essere marginali, periferici, nella vita di chi ci riserva un WhatsApp quando gli ormoni chiamano e poi lunghi periodi di silenzio. Finché non veniamo mollati per qualcuno che per quei tre mesi di amore eterno gli sappia riservare lo stesso trattamento destinato a noi.
No, i nostri amori non sono mai quelli da ballo del mattone. Specie in un’epoca in cui è facile appagare il sesso e difficile mantenersi insieme a lungo. Ascoltando quelle canzoni nostalgiche e un po’ ipocrite degli anni ’60 ci chiediamo come potessero quelle ragazze con la cofana ispirare tanto struggimento e ignoriamo il fatto che potremmo fare altrettanto, con un po’ di culo, se solo smettessimo di cercarci gente che questo non ce lo possa dare.
Siamo arrivati, finalmente, a questa consapevolezza?
E allora che ci facciamo, girando per il mondo a mendicare briciole di attenzione?
Il guaio è credere che “queste cose a noi non succedono” (quelle belle, dico), e accontentarsi di una relazione clandestina che è fantastica finché stiamo bene così, ma diventa squallida, e tanto, se quello che vogliamo è tutt’altro.
Chissà, magari ci boicottiamo pensando che le mani da stringere e tutte quelle smancerie portino a mutui da pagare e bimbi da cullare, e allora diciamo alle canzoni, vabbe’, non fa niente, almeno sono libera.
Libera di fare cosa, di chiedermi come sarebbe se qualcuno finalmente mi guardasse con gli occhi giusti, e non solo quand’è arrapato?
È quello, che dobbiamo capire: noi possiamo. Il più melenso dei romanticismi è più spontaneo, forse, della manfrina artificiale di ti-chiamo-non-ti-chiamo che sempre più diventa la nostra normalità. Amare è una cosa difficile ma sorge spontanea, se ce lo siamo dimenticato è perché abbiamo troppa paura e, spesso e volentieri, non crediamo di meritarcelo.
Specialmente quando ci dobbiamo ripetere costantemente quanto siamo validi noi, e quanto vigliacchi gli altri. Specie in quei casi abbiamo il sospetto che agli altri dedichino canzoni smielate perché sono molto meglio di noi.
E, guarda un po’, ci circondiamo di gente che confermi queste nostre convinzioni. Perché preferiamo avere delle brutte certezze che delle novità incerte.
Pensiamo a tutti gli amori che abbiamo perduto a non credercene degni.
Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.
Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.
Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.
E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.
Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.
Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.
Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).
Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.
E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.
Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.
Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.
Il momento dopo aver fatto una cazzata è in fondo simile a quello dopo una bella notizia, o dopo che il cameriere ha portato il tuo piatto dopo mezz’ora d’attesa.
In effetti è un momento di vuoto perfetto, il vuoto prima di realizzare che ti aspetta un pranzo luculliano, o una notte insonne, per un buon motivo o per uno molto cattivo.
Attenzione, perché è anche un momento rivelatore. Quando ho avuto la certezza di aver perso l’amore, un amore che forse non avevo mai avuto, la prima cosa che ho avvertito nelle viscere man mano che perdevo il respiro è stata sollievo. Ok, allora era questo. Ok, adesso si risolve, in un modo o nell’altro si risolve. Poi ci sarebbe stato il dolore, la discesa agli inferi da cui sei torni hai quasi il dovere di salvare chi parte. Ma meglio quello, mi dissi in quel primo, lungo istante di rivelazione, che un lungo limbo senza neanche incamminarsi per vedere la luce.
Ci sono momenti più sfumati: quello dopo un bacio non dato, che ti resta in punta di labbra a dirti che volevi scoccarlo, lanciarlo come una sfida nel tuo nuovo mondo, ma non ne volevi le conseguenze, non ora, non subito. E allora resta lì, acquattato, sicuro che prima o poi verrà il suo momento.
Che porterà con sé il suo momento dopo.
Se ci riuscite, ascoltateli, sul serio, questi istanti.
Non c’è nulla di più sincero, in quel vuoto perfetto tra pensiero e azione, tra quello che avremmo voluto, e quello che d’ora in poi, chissà per quanto tempo, avremo.
C’è questo equivoco, spesso, tra accettare le persone così come sono e tollerare che ci trattino male.
La riflessione mi è sorta tardivamente, dopo aver letto qualche libro in cui un marito infedele dice alla moglie “accettami così come sono” (tradotto: “o tolleri le corna, o non mi ami”).
Ricordo invece un conoscente che insisteva con la ragazza perché non dormisse in camera col suo migliore amico, che era in visita da lei: avendo un migliore amico con cui nel corso del tempo ho sviluppato un rapporto fraterno, è un argomento che mi trova molto sensibile. Lui era convintissimo di aver diritto d’inficiare nell’amicizia, perché la gelosia verso questo ragazzo “era un suo limite che la fidanzata dovesse accettare e rispettare”. È un ragionamento che trovo umanamente comprensibile (specie nella cultura malata in cui siamo cresciuti) e allo stesso tempo soffocante.
C’è gente che liquida i suoi problemi e difetti con “l’accettarsi così com’è”, e pretende che gli altri facciano lo stesso erculeo sforzo nei suoi confronti.
Ma “accettare le persone così come sono” può diventare davvero un ricatto. È follia “cercare di cambiare” qualcuno che non lo voglia, ma pretendere che questa persona ci rispetti anche quando va contro i suoi interessi personali (se no, quella è la porta) mi sembra il minimo sindacale.
Io posso accettare che tu sia burbero, che sia paranoico, che tu fraintenda le mie intenzioni nei tuoi confronti. Ma se con me prendi un impegno, pretendo che lo porti avanti o te ne liberi, me ne liberi.
Se mi dici “per natura non posso trattarti bene”, sei un paraculo. Trattarmi male non rientra in nessuno dei tuoi principi, per quanto anticonformisti possano essere.
Se poi ti nascondi dietro l’indecisione cronica per tenermi sulle spine finché non decidi che posto darmi nella tua vita, sei un doppio paraculo.
Qua ricordo sempre la tizia che scaricò un mio amico con una mail ultrapoetica sulla labilità dei suoi sentimenti, sulla coppia fissa come istituzione imposta dalla società… Qualche mese dopo, viveva con un altro.
Inutile sventolare l’insostenibile leggerezza dell’essere come una scusa per fare i tuoi porci comodi.
Si è detto più volte, meno responsabilità riusciamo a prenderci, meglio crediamo di sentirci.
Allora, lasciamo perdere la responsabilità di aiutare chi non vuole essere aiutato, e pretendiamo invece che ci rispetti, così com’è, così come siamo. L’esigenza di essere rispettati è parte della nostra personalità. Non vorrà forse cambiarci, in questo?
In tal caso, così com’è, con tutto il rispetto e l’affetto che sentiamo, se ne può anche andare affanculo, alla ricerca di qualcun altro che viva le sue paure col fegato degli altri.
Allora dimenticheremo un attimo lo zen, compreremo un sacchetto di popcorn e ci siederemo a guardare.
Forse l’ho già detto, ma è utile, vivere lontano da casa. Da dove si è nati, comunque.
Impari un sacco di cose sulla gente che frequenti.
Fate un rapido confronto tra gli amici d’infanzia e quelli conosciuti fuori, o in epoche successive. A volte si frequenta la gente che trovi, che hai incontrato per lavoro o come primi coinquilini nella nuova città, ma le amicizie vere seguono un filo misterioso che non si discosta tanto, spesso, da quello che ci ha portato a dividere la merendina proprio con la bambina della terza fila, e non con la nostra compagna di banco.
Lo dico perché immagino che anche voi, come me, qualche volta vi siate sentiti “sfortunati”, nelle relazioni. Non solo di coppia, anche con gli amici. Chi non ha in comitiva la persona manipolatrice, che si accaparra l’attenzione generale a botta di ricatti morali, e che dimostra sempre una strana disinvoltura coi soldi (altrui)?
E spero che non vi siate mai sentiti messi da parte in malomodo da qualcuno, amico o amore, che fino a pochi minuti prima vi giurava che se non ci foste stati voi… Ah, no, vi è capitato?
Peccato.
E, appunto, credete sia sfortuna? Lo chiedo perché questa cosa a me è successa per molto tempo. Me lo dicevano pure gli amici, sei sfortunata con la gente che incontri, salvo farmi loro qualche torto e poi sparire nel nulla, per anni.
Allora, cos’è la sfortuna? Ha risposto per me il caso, o forse una coincidenza che Jung risorgerebbe solo per stringermi la mano, per poi tornarsene al tauto.
Niente di speciale, eh, due messaggi arrivatimi in contemporanea. Uno, di una persona che improvvisamente voleva riallacciare i rapporti dopo tre anni, e pensava che fosse possibile con un “salve”. L’altro, di qualcuno che invece inseguivo io, e che a prescindere da tutti i suoi torti presentava una motivazione inoppugnabile per non tornare a sentirmi: non voleva.
Bella coppia, no, i miei due interlocutori? Eppure, si diceva, i loro messaggi mi giungono in contemporanea. Uno che supplica l’impossibile, cancellare tre anni di vita per fare come se non fosse successo niente, e l’altro che si “difende” da colpe mai imputategli, forse perché non si accorge che non volermi più vedere non è una colpa.
E qual è, vi chiedo, il comune denominatore tra due persone così diverse? Sono io.
Qual è il comune denominatore tra amici e compagni che avete conosciuto in epoche diverse, e che “sfortunatamente” si sono rivelati profittatori o immaturi, o non disposti a prendersi le proprie responsabilità prima di tutto verso se stessi, e poi verso di voi?
Vi do un indizio: siete voi.
E possiamo chiamarla sfortuna quanto vogliamo, o anche solleticarci l’ego all’idea che “il nostro problema è che siamo troppo buoni”.
Attenzione: il singolo episodio, il truffatore di turno o il seduttore seriale, può succedere a chiunque.
Ma, che le coincidenze esistano o meno, questa che SEMPRE A VOI capitino tutte ste cose, con persone diverse nello spazio e nel tempo, è un’evenienza che perfino il più rigoroso degli scienziati tradizionali considererebbe curiosa.
Che fare? Quello che sto facendo io non è tanto capire perché lo faccia, che continuo a sospettare che non mi serva a molto, ma osservare. Osservare come mi scelgo le amicizie.
Ognuno, qui, ha la sua storia. La mia, si è già detto, era credere di non essere abbastanza interessante, quindi cercarmi gente che non si prendesse responsabilità con se stessa e prendermele io per loro, “così mi avrebbero amata”. Ora capisco la differenza tra essere amata ed essere utile: nel secondo caso, guarda un po’, quando si esaurisce tale condizione l’ “amico” scompare. E con tutta una serie di alibi plausibili, alcuni perfino condivisibili.
In fondo, la mia amicizia era genuina? E la vostra? Sì, avete “dato tutto”. Ma ve l’avevano chiesto? Esplicitamente, non sempre, anche se persone così non chiedono mai esplicitamente e a volte non si rendono neanche conto di chiedere.
Fatto sta che avevamo paura di un’amicizia, un amore, in cui si desse e ricevesse, in cui si fosse ugualmente esposti e forti allo stesso modo: temevamo che sarebbe finito, che non fossimo all’altezza, che altri ci soppiantassero, e allora eccoci a fare gli splendidi nel più usurante dei giochi: dare senza ricevere.
E una volta esaurite tutte le nostre forze, una volta che ci hanno soppiantati con persone che amino senza aver bisogno di loro, allora potremo accorgerci che in fondo la nonna aveva ragione: l’amore, l’affetto, sono cose che o si danno gratis o non si danno. È vero, sono anche lavoro, quotidianità, pazienza. Ma le basi, l’affinità iniziale, sono un piccolo miracolo che succede o non succede.
Ed è gratis. Ma proprio gratis gratis gratis.
Quando smetteremo di pretendere di comprarcelo, scommetto che verrà più facile.