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ambrogio No, davvero, segnatevi i sogni.

Appena li fate. Quaderno e penna sul comodino, accendete un attimo il lume e scrivete. Man mano che lo fate, vi ricordate di altri dettagli. È come una mappa del tesoro, scusate l’ingenuità. Vi tornano in mente cose assurde, che avevate dimenticato da un sacco di tempo.

Io è come se vivessi qui e ora, Barcellona 2014, e in un mondo onirico senza tempo, con personaggi delle mie vacanze di bambina che parlano con altri che ancora devo conoscere.

Mi sono anche resa conto di una cosa, sognando: nella mia vita, la spontaneità non è andata lontano. Per esempio, l’ultimo slancio verso qualcuno, che non mi spiegassi, che fosse spontaneo e improvviso, l’ho avuto a… diciamo, sette anni?

No, vabbe’, non esageriamo. Ma il resto non è stato quasi mai amore. È sempre stato fame.

Avete presente quando vi siete fatti un’escursione lunghissima e non vi reggete più in piedi? Mangereste pure il braccio dei vostri compagni, senza stare tanto a guardare cosa sia.

È il contrario di “non è fame, è voglia di qualcosa di buono”. Là è proprio fame, fame nera.

Indiscriminata. Ed era quella, che avevo io. Fame di attenzione, approvazione. Fame di novità, di un motivo per alzarmi la mattina, quando le cose mi andavano troppo male.

E allora, uccisa precocemente ogni traccia di spontaneità, ho cercato di saziare quella, la fame. Mai innamorata, sempre preoccupata: perché sembrava cominciare qualcosa e poi si è allontanato? Perché pare che mi preferisca un’altra?

E chiamavo amore la fame.

Mi dicono anche che sia molto comune.

Allora, invece di essere pazzi come me, dovete smettere di badare alla fame. Cercate la voglia di qualcosa di buono, quella che ti viene ad appetito saziato (e a quello possiamo provvedere solo noi) e ti porta a scoprire la gelateria artigianale dietro l’angolo, o quella tamponata con un aperitivo che ti porta a resistere fino al ristorante in fondo alla strada, invece che entrare dal primo kebabbaro sconosciuto. O, meglio, che ti fa andare a mangiare a casa tua, invece che prendere quella pizzetta al volo, che non è neanche forno a legna (ok, ci do un taglio).

La gente affamata fa cattivi acquisti, mi hanno detto.

Voi non fate come me. Dategli retta, ai vostri sogni.

E saziatevi da soli. Solo allora gusterete il meglio.

lancia_spezzata_914144008Vittoria di Pirro. Vi ricordate, a scuola?

È quella in cui si perde più di quanto si guadagna.

Quella che riportiamo quando dimentichiamo per cosa, esattamente, lottassimo. Quando perdiamo il senso delle cose, quel famoso nesso tra gli sforzi che facciamo e i nostri obiettivi.

Ricordo all’università le colleghe di un altro dipartimento, dottorande in carriera che perdevano la loro vita al servizio di docenti despoti, salvo poi rendersi conto che, tra crisi e riforme universitarie, le magre consolazioni che ottenevano non compensavano lo sforzo fatto. Alcune si sono rassegnate a fare altro, ritrovando se stesse. Lì ti fa strano anche chiamarla “rassegnazione”, la consapevolezza che il motivo per cui continui a fare quella cosa non sussiste più. Poi ci sono quelle che lo fanno a oltranza.

In quante storie di re, di faide tra dinastie, dal Riccardo III (e Macbeth) di Shakespeare a Trono di Spade, tutto il casino che fa il sovrano di turno per prendere il potere non compensa i vantaggi che avrà una volta sul trono?

Io tutto questo lo chiamo vittoria di Pirro. Fare i debiti per comprarsi un’auto potentissima, ma anche spendere 500 euro in trucchi di marca e creme antirughe, e scoprire che l’acquisto non copre il senso d’inadeguatezza che l’ha mosso.

A me, indovinate un po’, capitava con le relazioni. Fare carte false per convincere l’indeciso di turno che l’idea di noi insieme non fosse poi così balzana, sopportare ere geologiche di ambiguità, tonnellate di dolore, e il peso terribile dell’assenza. Quando sono riuscita nell’intento ho avuto qualche mese di gloria, di bellezza, e poi secoli di incomprensioni, di nuove assenze, tutte le pause e le riprese di qualcosa che si è fatto ingranare con la forza.

Ormai un segreto ce l’ho, per riconoscere una potenziale vittoria di Pirro, me l’ha insegnato tale Kant: è quando ciò che voglio raggiungere è un mezzo e non un fine. Quando si tratta di qualcosa che mi “serva” a sentirmi meglio, invece che un obiettivo che mi faccia piacere raggiungere di per sé.

Nelle relazioni sballate, spesso l’altra persona ci serve come un mezzo per affermare le nostre capacità seduttorie, per convincerci che riusciamo a farlo, a sedurre chi non ci vuole. Se è questo, soprattutto, a spingerci, una volta raggiunto l’obiettivo non resta granché.

E, vi assicuro, come compagno di letto, Pirro è piuttosto scomodo. Ha i piedi freddi.

Ricordo l’alcolizzato di Donne che amano troppo, di Robin Norwood, che, dopo aver trovato la classica donna-santa che l’ha aiutato nella sua riabilitazione, l’ha persa quando ormai era diventato un’altra persona, sobria, attenta, presente. La santa non aveva più niente da fare, con lui, niente da dimostrarsi. La sua vittoria di Pirro era diventata una vittoria reale, e non le andava più bene.

E qui, allora, scatta la speranza. La speranza per cui, se il nostro amore è sincero, una volta sparita la causa per cui ci accanivamo, si possa trasformare, possa diventare un sentimento più sereno e sensato, facile da portarsi appresso e da godersi in due.

Ma non dobbiamo accanirci neanche in quello.

Le migliori “battaglie” si vincono deponendo le armi e scoprendo per cosa vale la pena davvero impegnarsi.

Spoiler: per questo genere di cose (amore, benessere, serenità), non si lotta affatto. Si lavora, si spera, un po’ ci si affanna. Ma, nonostante la fama che la precede, comincio a pensare che la vita, quella che davvero vale la pena attraversare, sia una grande pacifista.

banksy (1)Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.

Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.

Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.

Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.

In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.

L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.

In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.

E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?

No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.

Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.

Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:

Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.

Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).

Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.

Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.

Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.

Ne avremo il coraggio?

Avremo il coraggio di scoprirci?

Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?

goccia,-foglia-149801Saranno tutti questi hasidim, ebrei ortodossi, in giro, a condannare lo stato israeliano, ma mi sono ricordata del film Un’estranea fra noi, con Melanie Griffith poliziotta infiltrata nella comunità ebraica ortodossa di New York.

Ricordavo in particolare il dialogo tra la protagonista e Mara, una “convertita” che le spiega perché ha abbandonato la sua vita di strada per vestire i panni austeri delle ebree ortodosse: “Trattavo il mio corpo come spazzatura: dormivo con uomini che non amavo, prendevo droghe…”. Finché non incontra un ragazzo della comunità ebraica che la porta dal rebbe, l’autorità religiosa della comunità, che l’adotta.

In attesa che qualcuno venga a salvare pure me, che avranno trovato traffico sul Paralelo, rifletto su quel trattare il corpo come spazzatura.

Ci sono molti modi laici di farlo, specie se come me pensiamo che dentro di noi c’è qualcosa di sacro, in senso lato. Per il semplice fatto che eravamo una congerie di cellule nella pancia di una e siamo diventati la nostra personale declinazione del soffio vitale che qualcuno chiama “divino”.

E questo, laico o meno, a me sembra un miracolo.

E quando “difendiamo la vita”, non la congerie di cellule ma quella pulsante e vera, di esseri umani e animali, in fondo ci ribelliamo anche noi, a trattare il corpo come spazzatura. Riconosciamo la libertà di ciascuno a fare ciò che vuole, del suo corpo, ma in fondo sentiamo, a mio avviso, che lo si tratta come spazzatura ogni volta che ci accontentiamo di una vita non all’altezza del miracolo.

Ogni volta che ci accontentiamo di una relazione a metà mentre invece vogliamo amore, e cerchiamo nella passione le briciole di quello che vogliamo davvero. E ribadisco, se volessimo “solo” passione perfetto, il problema è cercare di conquistarsi a caro prezzo una cosa che possiamo avere gratis, per il solo fatto di essere vivi. Se ci credessimo.

Ogni volta che ci mettiamo in secondo piano non per generosità, che quella a volte è buona e giusta, ma per essere accettati, presi a bordo in gruppi claustrofobici che preferiamo a una dignitosa solitudine.

Ogni volta, e qua esagero volutamente, che al supermercato compriamo dei biscotti semiscaduti in offerta, pur avendo i soldi per comprare quelli al cioccolato.

Questo è trattarsi come spazzatura.

Mi sono sempre ribellata, dicevo altrove, al concetto di “perdere tempo” in qualcosa che non dà i risultati sperati: è come se il tempo fosse un bene da investire solo in quello che va come diciamo noi. Ora, però, ho capito che si perde tempo ogni volta che si accettano, per paura o pigrizia, deviazioni dalla strada che vogliamo percorrere davvero. Ogni volta che si rimanda il viaggio, per paura di non arrivarci mai.

Anche quello è trattarsi come spazzatura.

Questa Mara “convertita”, per la cronaca, non è quello che sembra, nel film, e non vado oltre per non rovinare la sorpresa a chi vuole guardarlo.

Ma mi piace concludere con una frase bellissima che chiude un po’ la pellicola: Dio conta le lacrime delle donne.

Non solo di quelle, mi permetto di aggiungere.

Basta che riposto il fazzoletto ci rimettiamo in marcia, per tornare a noi e a quello che valiamo. A quel soffio di vita che racchiudiamo e ci racchiude.

Non accontentiamoci di niente di meno.

pollonSi vede che non ho niente da fare, perché sono ancora presa dal dubbio: esiste una forza superiore o le cose succedono a cazzo di cane?

Non infierite, il mio coinquilino già mi suggerisce di farmi assumere come lavapiatti in qualche pizzeria italiana per spazzarmi questi dubbi con un colpo di Nelsen (magari, secondo me devi vedere se usano l’aceto!).

Ma no, scherzi a parte, se avessero ragione i cosiddetti pagani? Se gli dei fossero una congerie fancazzista di giganti che pensano solo ai fatti loro, e intanto si inchiappettano e mangiano e trasformano in qualsiasi cosa che manco Brooke di Beautiful riuscirebbe a escogitare passatempi così interessanti?

Già ce li vedo, con le “pratiche” della mia grazia: Afrodite che raccoglie firme perché possa coronare il mio sogno d’amore, perché Era si è messa di traverso (non che gliene freghi qualcosa di me, tanto più che do poca confidenza ai cigni e non sono fan delle piogge dorate, è che quelle due sono ancora incazzate l’una con l’altra da quella storia della mela di Paride). E allora Eros finalmente viene mandato a un corso di tiro con l’arco per migliorare quella benedetta mira, mentre io, convocata in via eccezionale a colloquio con Zeus in persona, vengo rigirata insieme alla mia pratica nel terribile ufficio del Fato, detto anche Moira per il vestiario stravagante (e per le tette spaziali che, sospetto, si staccano tipo la femmina di Mazinga).

Ora, il mio greco antico è un po’ arrugginito, ma riesco comunque a dirgli:

– E ja’, e ja’, e ja’…

Il napoletano è un linguaggio universale.

– Tesoro mio, c’è gente che si rassegna a morire ogni giorno di terribili malattie, gente che a Gaza si sveglia senza sapere se tornerà a dormire… Perché dovrei ascoltare proprio te?

Cominciamo con le domande difficili.

– Non puoi fare un’eccezione?

Risposta generica, dal dubbio significato, va sempre bene.

– Guarda, allora te lo confesso: in realtà Brad Pitt si sta per lasciare con Angelina Jolie e lo stavo riservando per te. È solo per questo che non ti ho fatto finire con quel serial-killer pustoloso e malato di scabbia di cui ti sei innamorata.

E io, imperterrita:

– Eh, lo sospettavo. Avevi pure qualche progetto per Johnny Depp, vero? Ma ti prego, niente da fare, voglio lui. Dammi lui! E ja’, e ja’, e ja’.

Poi gli chiedo, nell’ordine, se c’è: qualche montagna che devo scalare perché al ritorno lui mi ami; qualche pozzo da drenare tutto; qualche servizietto che possa fare per lui, che so, comprargli sigarette sull’Elicona, tirare la coda a Pegaso, se Apollo gli ha fatto uno sgarbo… Qualsiasi cosa.

il Fato, per gli amici Moira, guarderà il mondo dal suo oblò celeste. E sospirerà. Questi mortali. Millenni a vessarli e ancora non si abitua alla loro scempiaggine.

Quindi fisserà me, sospirerà tranquillo e spiegherà:

– Se rimaneste tu e lui su un’isola deserta, con una sola palma da cocco al centro, lo faccio innamorare della palma da cocco.

– Ma perché?

Questo è troppo. Umani, sempre le stesse domande inutili.

La catapulta cosmica mi riporta alla mia scrivania, davanti al mio Vaio scassato di cinque anni.

Devo chiuderlo, che faccio tardi dallo psicologo.

Non capisco a che mi serva, peraltro.

Farfalle in volo La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.

Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.

Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.

Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.

Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.

Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).

Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).

La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.

E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?

Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.

Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.

L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.

Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.

Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).

Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.

Perché lo vuoi rifare?

Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.

Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?

Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.

Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?

Perché mi manca.

Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?

Perché sento che va bene così.

Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?

Sì.

Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.

partoUsare bene il passato lo modifica.

Ne sono sempre più convinta.

Innanzitutto perché il passato è una storia che ci raccontiamo, e che cambia nel tempo a seconda dell’età e della prospettiva che adottiamo: al master avevo questo corso fighissimo, Gender, Time & Change, in cui facevano notare che le interviste ai veterani di guerra raccoglievano le impressioni di anziani ormai completamente cambiati, rispetto ai ragazzi che avevano combattuto.

E provate a chiedere a una coppia “come si siano conosciuti”. Vedrete quanto si siano costruiti una specie di favola romantica di qualcosa che potrebbe raccontarsi in mille modi diversi.

Oppure, avete mai discusso con un ex su come vi siate lasciati? Il “sono confuso” dell’epoca diventerà facilmente “già sapevo di voler chiudere la storia”, a seconda di come gli sia andata con quell’antra zzzoccola (cit.). O pensate al parente che ricorda lo zio anziano e coriaceo appena defunto: “Era un bravo vecchio, in fondo mi è sempre stato simpatico”. Davvero? Anche quando gli hai lanciato quel fermacarte?

Visto? Il passato è narrazione. Non possiamo cambiare gli eventi, e se ci sforziamo di essere responsabili e onesti con noi stessi ne faremo una narrazione diacronica, ricordandoci come l’abbiamo presa all’inizio, e come la nostra visione dei fatti si sia trasformata e perché.

Ma niente ci vieta di dare un senso al passato facendone buon uso. Esempio forte? I superstiti della Shoah, i vecchietti che distribuiscono fotocopie coi numeri tatuati su braccia secche, mentre parlano a studenti dell’orrore. Io non so quanto ci sia, in quell’impegno “perché non succeda mai più”, del disperato tentativo di dargli un senso. Poi Viktor Frankl m’insegnò che perfino in lager gli esseri umani hanno la famosa libertà di scegliere “come reagire”. Figurarsi fuori.

Tra le tante cose che ho pensato quando ho avuto la mia crisi, c’è stata quella che niente e nessuno mi avrebbe tolto quella sofferenza, ma a non ricavarci nulla di buono sarebbe stata pure inutile. Magari il dolore non dev’essere per forza utile, ma se avessi imparato qualcosa, se, ancora meglio, avessi usato quest’esperienza come trampolino di lancio per cambiare vita, allora, ripensandoci un giorno, l’avrei perfino benedetta.

Pensateci, a qualcosa che vi angustiasse 10 anni fa. Ricordate come vi sentivate allora? E adesso non vi resta soprattutto un’ombra di malinconia, come se a soffrire del ricordo fosse una foto in bianco e nero di voi? Probabilmente, scusate l’ovvietà, succederà anche con quello che vi affligge adesso.

Cosa resterà, invece?

Dicono che molte madri dimentichino i dolori del parto. Se così fosse, sarebbe l’esempio più concreto di quello che cerco di spiegare: 10 anni dopo è sparito il dolore e ti trovi un figlio bello che cresciuto.

L’ideale sarebbe seguire l’esempio.

Che il dolore almeno partorisca per noi una nuova vita. Preferibilmente migliore di quella di prima (perché sappiamo che c’è chi, soffrendo, diventa triste e coriaceo come lo zio del fermacarte).

Quindi, più che manipolare il passato, trasformando la nostra versione dei fatti in contentino o giustificazione, dovremmo usarlo come materiale di costruzione, come il Didò. Schiacciarlo tra le mani, per quanto possa fare male, e plasmarlo in modo da costruirci un presente, e un futuro come piace a noi.

Come farlo?

Per oggi mi fermo qui, che vi ho già fatto una testa tanta.

Continuiamo tra un paio di giorni.

mariomerolaMi è venuta un’immagine terribile: se vi lasciano per qualcun altro, andate sotto casa dell’ex tipo Mario Merola in Guapparia (un film allucinogeno che va guardato almeno una volta nella vita). Portatevi proprio ‘o cuncertino dietro, amici dotati di chitarre ecc. e cominciate a cantare tutte le nefandezze dell’amata finché non scende l’altro a sfidarvi a duello.

No, vabbe’, scherzo, ma quando cominciate ad avere ste visioni psichedeliche, con in corpo solo un sorso di tisana, significa che state guarendo.

Anche perché secondo me, per i lutti di ogni tipo, esiste davvero un tragicomico duello tra due parti di noi che non capiscono che andare a braccetto converrebbe.

Quando muore qualcuno che ci era molto caro, quando dobbiamo lasciare per forza il posto in cui vivevamo, in ogni genere, davvero, di lutto, sopravvivere sembra quasi una vergogna. O meglio, un tradimento. Verso quello che siamo costretti a lasciare e in qualche modo ci definiva, era parte delle nostre giornate e di tutto quello che eravamo.

E se muore una parte di noi, a volte viene spontaneo chiedersi perché non la seguiamo. Un momento. Ho scritto “spontaneo”?

In effetti, se il primo duellante è il nostro ego iperrazionale che finisce per cadere vittima delle sue stesse identificazioni, il secondo contendente della lotta interna ci sembra quello più rustico, diciamo, uno zoticone. Quello che vuole andare avanti a ogni costo.

Quello che, se glielo lasciamo fare, si permette perfino di farci trovare qualcun altro da amare ancora di più, o trattenerci i migliori ricordi del caro estinto e augurargli buon viaggio, o farci chiamare casa anche la nuova dimora.

D’altronde ce lo dicevano, i libri di scienza e le maestre alle elementari: siamo animali, il vizio della sopravvivenza non lo perdiamo.

A questo punto mi chiedo se non sia il caso di sopravvivere a noi stessi, a quella parte di noi che s’identificava in quella persona (come se le appartenesse), in quel lavoro interinale, in quella casa (come se prima e dopo di lei non nidificassero gli uccelli sui suoi alberi, sempre diversi, sempre uguali).

Per fortuna, mentre io mi chiedo tutte queste cose, mentre la mia mente gira a vuoto programmandosi i suoi stessi cortocircuiti, il corpo va avanti da solo, senza chiedersi né chiedermi il permesso.

E allora mi faccio un’ultima domanda, mi chiedo se l’eroe non sia proprio lui, il corpo. Il cuore che comincia a battere quando siamo ancora nel ventre delle nostre madri e continua imperterrito nonostante i colpi che ci infliggono e che gli infliggiamo, ansioso solo di riprendere il ritmo della vita.

Che a volte si fa duro e incomprensibile, ma se avessimo la pazienza di seguirlo anche noi, invece di perderci nei labrinti della mente, ci accorgeremmo che quasi sempre finisce per avere un senso, una melodia, un motivo portante, perfino per le nostre menti ultraraffinate.

Anche se non era quello che ci aspettavamo.

Soprattutto, quando non ce l’aspettavamo.

Oak Tree Path, di Jeanne Woods

Oak Tree Path, di Jeanne Woods

Le metto nello stesso post perché così vi fate sta trasfusione di zucchero e non ci pensate più. Preparatevi a cuoricini nell’aria, passerotti non andati via, buoni propositi e buoni sentimenti…

No, vabbe’, tranquilli, a tornare in contatto con noi stessi non entriamo nel magico mondo di Poochie, tutt’altro. Questa parte di noi che abbiamo messo da parte e trascurato, l’abbiamo cacciata, si diceva, per un motivo. Se la consideravamo buona ci scocciava (e spaventava) coltivarla, se “cattiva”, che ve lo dico a fare. Quindi non ve l’aspettate sulla soglia di casa con grembiulino e torta di benvenuto a dire:

“Oh, quanto tempo! Hai messo il caffè sul fuoco?”.

Al massimo sentirete:

“Oh, quanto tempo! Hai presente zio Anacleto? Lo strangoleresti con le tue mani. Ah, e quella volta che hai detto ‘non sei tu, sono io’? Era lui”.

Tanto amore, come potete notare.

E allora, che lo facciamo a fare? Potrei ricordarvi che succede se NON lo facciamo, ma non credo nella strategia del terrore. Lo facciamo per essere completi, finalmente, e per esprimerci in tutto il nostro potenziale, seguire finalmente il flusso della vita invece che lottarci contro come se fosse il nostro peggior nemico, che poi arranchiamo e basta senza neanche ottenere i vantaggi per cui lo facciamo.

Quindi, in caso possa essere utile, metto le cose che faccio personalmente per “ritrovare me stessa”, per usare una frase fatta. Dal momento che Chi l’ha visto, spiritosoni, non mi è mai piaciuto.

I sogni: appena sveglia me li segno. Se mi sveglio di soprassalto, prima di richiudere gli occhi, me li segno. Ho carta e penna vicino al comodino. La mia parte repressa, per farsi conoscere, mi manda sogni che David Lynch ci vincerebbe l’Oscar. Voi non sognate? Aspettate stanotte e poi mi dite. Se no, domani. Segnatevi tutto e vedete che succede.

Le pagine del mattino. Ideona della sceneggiatrice e scrittrice Julia Cameron, fattami conoscere dalla prof. di scrittura creativa. A lei sono andate bene, è finalista al premio Strega. Io niente di così spettacolare, ma cavolo, se non ne traggo beneficio. L’idea è: appena alzati, scrivere tutto ciò che ci viene in mente. Per tre pagine. Anche se sono considerazioni sulla durezza del materasso. No, il caffè dopo. Prima scrivete e poi vi alzate. Senza censurarvi, senza pretese di scrivere bene, non correggete manco gli errori. Non staccate la penna dal foglio per almeno tre pagine. Se lo fate bene, approfittando del rincoglionimento del vostro ego al risveglio, a scrivere per voi sarà proprio il latitante, la nostra parte dispersa. E dice cose che voi umani… A volte, mentre mi lamento di un problema, scrivo la soluzione senza rendermene conto, me ne accorgo solo rileggendo. Provate, è una figata.

Il gioco: cosa voglio fare davvero? Faccio l’esempio più stupido, applicatelo a tutto. A volte vogliamo farci una frittata, ma aprendo il frigo troviamo la pasta avanzata e diciamo vabbe’, mangio quella, se no si butta, è peccato. Finché sappiamo di volere la frittata, ma di rinunciarvi per pigrizia o per considerazioni etiche sullo spreco del cibo, non è grave. Il problema è ripeterlo così tante volte che aprendo il frigo ci scordiamo pure di volere la frittata, ci viene da scaldare la pasta in automatico, dimentichi di ciò che vogliamo davvero. E allora il gioco è: cosa voglio davvero? Fare una cosa che vogliamo davvero, la più piccola, ogni giorno (la tecnica de “la cosa più piccola” è tipica della Terapia Breve Strategica). E ja’, sbattete quelle due uova. Io, la prima volta che feci il gioco stavo uscendo con un jeans e ‘na maglietta, per pigrizia, e mezz’ora dopo aver cominciato a giocare sembravo Cleopatra. Tranquilli, poi ci fate la mano.

Ooom. Non sono una campionessa in meditazione. Un po’ mi scoccia. Non ne ricavo gli stessi benefici di un amico che la fa un’ora al giorno e ha lasciato la compagna che non amava, ha cambiato titolo della tesi di dottorato, ha traslocato e non è mai stato meglio. Magari a voi succede lo stesso. Quello che noto io è che a starmene un po’ ferma, con l’attenzione concentrata nella respirazione, spengo tutte le idee che mi vengono e scopro che esisto anche senza quelle, e dopo sono più attiva. A volte la parte latitante, per premiarmi della pazienza, mi manda delle rivelazioni notevoli su come mi senta io e sulla gente che mi circonda. No, non svelerà mai se è la vicina a metterci gomme masticate nella cassetta della posta, ma qualche indizio ce lo dà.

Luogo sacro. Non prendetemi alla lettera, l’idea è avere un posto vicino casa in cui rifugiarvi quando volete ricaricarvi. Pure un marciapiede, un semaforo. Significa che la parte di voi che conoscete meglio vi sta un po’ opprimendo, come in ogni storia d’amore, e allora idealmente andate a cercare l’altra. Che ovvio che non si trova da nessuna parte, se non dentro di noi, ma non sottovalutate queste operazioni. Perché la gente va nei santuari, di qualsiasi religione? Per trovare simboli esterni del dio che si portano dentro, come lo chiamano. Quello che è in cielo, in terra e in ogni luogo e compone tutte le cose, e che non ho problemi a chiamare energia, ciclo vitale, atomi.
Io ho il boschetto dietro la Chiesa di Sant Pau. Non il parco, proprio gli alberi dietro la chiesa. Ci arrivai un anno fa, uscendo dalla metro Paral·lel dopo una bella notte, con la sensazione che le cose si mettessero per il meglio. Sentii per la prima volta dopo tanto tempo il desiderio di ringraziare un’entità superiore, ammesso che ci fosse, ma nella chiesa c’era una bizoca che cercava di vendere cose e mi diressi al boschetto dietro, per me era lo stesso.
Poi la bella sensazione durò 10 giorni, ma questa è un’altra storia. Ci torno comunque, ogni volta che posso, il custode mi ha presa per un’aspirante santa. Ho stretto rami marci come il mio cuore mangiato dal freddo, li ho osservati rifiorire con velocità indecente ai primi caldi. Guardandovi attraverso il sole di marzo, ho capito di essere parte di tutto quello che mi circondava, particelle tra le particelle, e che però tutto quello che mi circondava si manifestava in me in forma unica e irripetibile. Ero tutto ed ero me, e non ero mai così me quando mi accorgevo di essere parte del tutto.
E non avevo manco bevuto.

A piacere vostro. Il bello di questa parte da ritrovare è che, come in una caccia al tesoro, più siamo vicini alla meta e più ha voglia di farsi scoprire, quindi continua a darci tracce utili. Vedete un po’ come comunica la vostra e, se vi va, scrivetelo nei commenti.

Fate solo le cose che vi piacciono, che vi dicono qualcosa. Inventatevene di vostre.

Come premio per tutto ciò, avrete la morte. E allo stesso tempo la rinascita, se siete fortunati tutto insieme. È come un orgasmo a prima mattina, prima di svegliarsi o guarire del tutto, dopo un sogno che vi rivela che a prescindere dalle nostre dichiarazioni d’intenti e fedeltà a vecchie storie fallite, questa parte di noi rediviva vuole andare avanti, e lo sta facendo. E non possiamo far finta di niente, possiamo fare di tutto per interpretarlo male, il sogno, ma siamo proprio destinati ad andare avanti, rischiamo addirittura di essere felici. E mentre moriamo di gioia piangiamo anche per l’infedeltà all’amore che ci ha traditi e che ora tradiamo noi per la vita.

Avrete intuito che quest’orgasmo non andrà nella top 10 dei più cliccati di youporn.

Ma è un inizio.

scream4maskknifesetChe bella figura ci facciamo, a essere vittime del destino. Vero?

La dea bendata è cieca, la sfiga ci vede benissimo, e noi vediamo a intermittenza, guarda caso quando ci conviene.

Ok, parlo per me.

Che la posizione di vittima l’ho coltivata per anni.

Quant’è nobile la figura di chi si sbatte per tutti, con gli amici, al lavoro, in coppia.

Quante perfette padrone di casa conoscete che si lamentano della scarsa collaborazione dei loro mariti? La distribuzione dei ruoli nella società è una delle tematiche che mi stanno più care, però da femminista mi chiedo: quante osano chiedere, pretendere la collaborazione maschile? Ai pranzi di Natale, dalle mie parti, ho visto spesso tutte in cucina e tutti davanti alla tele, cacciati dalla cucina se (raramente) si arrischiano a offrire aiuto. Magari con la sola padrona di casa, a meno che le ospiti non siano figlie sue, a cucinare per 20.

Ci piace, secondo me, dimostrarci di essere le sante che sopportano per tutti. Vale anche per gli uomini. E mi chiedo, se lo facciamo soprattutto per sentirci approvati, quanto ci sia di altruismo, in questo.

Ma non è l’esempio più scontato.

Quant’è bello fare la figura di chi soffre per amore, no? Di chi ha iniziato una relazione ambigua, caotica, della serie massimo risultato con minimo sforzo, ma poi si è innamorato, guarda caso non corrisposto. Ci restituisce al più classico dei copioni romantici in quella che era iniziata come la più prosaica delle scopamicizie. Che sono belle e divertenti finché tutti e due (tutti e tre, tutti e quattro…) vogliono esattamente quello. Se no, inutile domandarsi perché a un certo punto, a equivoco chiarito e non-storia dissolta, l’amato bene abbia difficoltà a rapportarsi con noi anche se cerchiamo almeno di salvare l’amicizia, o le apparenze. E ti credo, in che posizione l’abbiamo messo? Il cinico impassibile che di fronte a tanto amore, ricevuto da una personcina così speciale, proprio non risponde ai palpiti? Come se dipendesse da lui, vedi articolo corrispondente, come se non fosse cominciata in condizioni simili, come se la “voglia di sbattersi zero” (cit.) non fosse stata, inizialmente, reciproca.

E quando noi siamo dall’altra parte? Ma no, noi non siamo mai i cinici che non corrispondono. Noi siamo chiari fin dall’inizio, la dichiarazione d’intenti stile “È un momento terribile della mia vita, non posso darti certezze” è il nostro scudo per declinare ogni responsabilità. Gliel’avevamo detto. E allora perché i “te l’avevo detto” altrui non ci vanno bene?

Perché è solo paura, mi permetto d’ipotizzare ora che vengo invitata a uscire da qualcuno e mi dico “No, devo prima superare la precedente delusione”, e comunque c’è questa o quella cosa che non mi convince, nonostante sia bello, intelligente e sensibile. E mi congratulo con me stessa per “fiutare” finalmente, dall’inizio, le cose che non mi convincono, ma mi chiedo anche perché le abbia accettate, e magari le accetterei ancora, in chi invece ne aveva a josa.

E allora formulo l’ipotesi: è solo paura. Sfuggiamo alle nostre responsabilità nelle cose, al rischio di non ottenere quello che vogliamo, e allora ci chiudiamo da soli in un angolo e decidiamo di accontentarci. È un patto col diavolo per non affrontarle, le nostre paure.

Ma avete notato, come me (e Giorgio Nardone, e un’infinità di altri autori), che a evitare di affrontare le paure finiamo per incappare proprio in quello che temiamo?

Penso a una polemica a me molto vicina, tra italiani all’estero e in patria, sulla partenza dall’Italia come fuga. “Bisogna restare per cambiare le cose”. A me sembra che ci sia gente che parta per paura e gente che per paura resti. Finendo scontenta in tutti i casi. Preferisco quelli che scelgono di partire o di restare per coraggio. Il coraggio di fare ciò che vogliono. Non sto dicendo neanche di perdere i pochi soldi che avete in astrusi investimenti, magari all’estero. Solo che lasciare la via vecchia per la nuova, spesso significa passare da un fallimento che non ci siamo scelti a uno che almeno proveremo a evitare. Ed è la peggiore delle ipotesi, eh. Figuriamoci le altre!

Ho più esperienza, come si sarà notato, per dire che a evitare le delusioni d’amore si incappa proprio in quelle. Perché ci ficcano in quelle proprio le misure che prendiamo per evitarle, come fughe strategiche da relazioni “troppo dense”, o relazioni “libere” quando vogliamo un altro tipo di storia (se no oh, ribadisco, dove c’è gusto non c’è perdenza).

Quindi, mi sento di argomentare, ammantarci di vittimismo è un alibi che per il dolore che comporta ci evita anche di vederlo come tale (le scorciatoie non erano tutte comode?). Ma è un “manto” che dopo un po’ fa sentire freddo e fa anche perdere tempo.

E per tempo perso intendo tempo non impiegato a fare cose ce ci piacciano o ci “riempiano”, come si dice in spagnolo.

Allora, man mano che smetto di far cose solo per sfuggire alle mie paure o per avere l’approvazione altrui, mi sto rendendo conto che: 1) le cose che voglio, nei limiti del possibile, le ottengo; 2) divento altruista per davvero, e mai come quando divento altruista per davvero penso al mio proprio bene.

Ma di questo, se vi va, ragioneremo (magari insieme) nel prossimo articolo.