Archivio degli articoli con tag: amore

scatoleAdesso mi tocca il paradosso.

Passare da casa mia vecchia alla nuova, senza aver mai transitato davvero per questa che mi accoglie ora. Che mi ripara, vorrei dire, perché dal primo giorno in cui ci ho messo piede mi ha offerto un tetto e delle pareti da opporre al vento, ma proprio mentre facevamo conoscenza mi è crollata addosso, e non per colpa sua.

È stata la testimone di una vita spezzata, forse il trauma di due, e per ironia della sorte, da qualche parte dei ricordi di qualcuno, la tomba che questa casa è diventata per me nei mesi a seguire è solo la grande premessa di un dramma tutto suo, che già non mi appartiene.

Io stessa sono diventata una premessa, una parentesi. Ho accettato di diventarlo, un po’ perché non volevo accorgermene, un po’ perché, quando lo sei, sei sempre l’ultimo a saperlo, speri sempre che accada qualcosa che ribalti tutto.

E ora gli scatoloni che ho lasciato sigillati come le mie labbra, che per due mesi non si sono nutrite di cibo e da sei non lo fanno di baci, gli stessi scatoloni nei cui bordi sfasciati a volte sbircio, per spiare una vita che non c’è più, mi serviranno per il nuovo trasloco, in una vita che non c’è ancora.

Mi vedo sulla mia terrazzina nuova a farmi un lungo pianto, lungo lungo, un peana solidale con l’attico che lasciavo per la casa tutta per me, e la casa stessa, che tutta per me non lo è stata mai, perché ai suoi fantasmi si sono aggiunti i miei.

E ora è divertente, quasi, sedere su un vecchio divano semibarocco, non ancora coperto da una federa IKEA mai comprata, e scoprire che lì, una vita fa, quando ancora stentavo ad aprire la porta a me nuova, avevo messo la bustona con la roba del bagno vecchio, quella curiosa stanzetta a forma di L che gli aveva guadagnato il nomignolo di Bagno di Barbie.

I miei occhi sono ormai smaliziati, che le tombe di mattoni servono almeno a questo, e adesso forse quel bagno lontano mi apparirebbe per ciò che era: una bugia. Un angolino strappato coi denti a una soffitta che non avrebbe mai dovuto essere abitabile, da un proprietario ingordo che voleva altri 500 euro al mese.

Ma osservando curiosa le vecchie creme, i pettini ormai impolverati e odorosi di sapone, mi ritrovo di nuovo là, nella casa vecchia, prima serena e poi disperata e poi confusa, agli albori del trasloco.

Cosa diventerà, tutto questo, nella casa nuova? Mi porterò qualcosa degli scatoloni dei libri, il dispetto sincronico di Sofi Oksanen vicino a Eduardo Mendoza, che mi aveva fatto abbandonare ogni tentativo di ordinarli?

Non lo so, restando in tema di libri ho Grandi Speranze. Che è diverso da grandi aspettative.

E qui rido pensando a dieci case fa, al primo coinquilino e gli errori di traduzione di cui oggi rideremmo con la sua compagna. “Ma se te l’ho chiesto, l’altra notte, se avessi aspettative!”. “Ma io per aspettative intendevo un’altra cosa!”. E allora lui prendeva il vocabolario d’inglese e mi faceva vedere:

Expectation: a prospect of future good or profit: to have great expectations.

I have no more expectations, dearest. La differenza è questa.

L’inaugurazione di questa casa, tra tante aspettative, non l’ho mai avuta. La nuova la voglio inaugurare con un pianto, che sia di gioia, quando tra me e il cielo su Poble-Sec, che non è più il Raval e chissà che significherà questo, quando tra me e il cielo non ci saranno più tre piani e una vicina curiosa, non ci sarà più niente. Solo le lacrime con cui commossa e un po’ stanca chiederò protezione al primo sole.

portaaperta2 Nell’ultimo articolo vaneggiavo di controllo, del fatto che fosse impossibile controllare tutto.

È una delle regole d’oro della vita che fatico ad accettare. Ma va bene anche così. Ricordo quanto mi sentivo in colpa per non corrispondere all’amore di chi se ne meritasse tanto. Ora spero che nessuno si sia mai sentito in colpa per non aver corrisposto al mio.

O penso a quanto mi sentirò in colpa se, nonostante tutti i miei sforzi, i progetti di lavoro che comincio ora non vadano a buon fine. Non importa quanto sia imprevedibile l’esito, specie in tempi di crisi economica. Preferisco pensare di non star facendo bene le cose, che ammettere che il successo o l’insuccesso non dipenderanno del tutto da me.

Tra qualche articolo rivelerò urbi et orbi che il problema è aspettare e sperare che quanto accade fuori di noi ci riempia dentro, colmi il vuoto che ci porti a cercare approvazione e amore. Lo so, la vostra vita dopo questa ovvietà non sarà più la stessa.

In tutti i modi, forse quello che ci serve è un’assoluzione. Un’auto-assoluzione, visto che ho fatto l’errore di farmene una colpa. Per il fatto di essere umana. Di non essere la superdonna che avrei voluto, di non poter piacere a tutti, di non riuscire a fare bene tutto.

Temo che ne abbiate bisogno anche voi.

Ebbene, ho scoperto una cosa. È vero che l’autoassoluzione non arriva razionalmente, non è qualcosa che possiamo “procurarci”, come ci si procura un litro di latte. Ma la gabbia in cui ci siamo messi è autoprodotta, non importa a che età ce la siamo costruita. Prima non eravamo così. E allora è da sperare che da qualche parte ci siano tracce di questo prima. Quelle del mio ci sono, le riscontro spesso e volentieri. Per fortuna c’è una… voce di minoranza, in me, che sa quando smettere il lavoro per sopraggiunto sfinimento, o quando la speranza di cercare soluzioni diventa accanimento terapeutico. E se è sopravvissuta la mia, la vostra sarà in ottima forma!

Per evocarla, mi accorgo, il metodo è farle spazio. Lasciarle aperta una porta, aprirci noi alla possibilità che rientri, in modo che le barriere che abbiamo eretto tra noi e lei non si alzino subito. Non è qualcosa che controlliamo, ma succede, come quando le nostre pupille si dilatano o si contraggono a seconda della luce. Non è un riflesso di cui ci accorgiamo, ma meno male che c’è.

E accorgersi che sia così è un gran sollievo.

Perché, se dobbiamo imparare a lasciar andare il controllo, ad ammettere che non tutte le nostre sconfitte sono opera nostra, è confortante sapere che anche le cose belle che ci capitano, possano capitare a prescindere da noi.

Quindi basta martirizzarsi, cercare il perdono da altri, da altro.

C’è una parte di noi che è più che disposta ad assolverci, a farci vedere che quello che chiamiamo colpa è solo autenticità, il nostro sfuggire ai nostri stessi schemi mentali. Ed è più che disposta a riprendersi ciò che è suo, il ruolo nella nostra vita che le spetta.

Tutto quel che dobbiamo fare, sospetto ogni giorno di più, è farle spazio.

Lasciamole la porta aperta e lei saprà come tornare.

cenerentola-in-sala_news

Ieri ho letto un articolo succinto ma interessante sulla paura d’innamorarsi. Letto? No? Ja’, cliccate sul link, è breve.

Arieccoci. Quello che mi colpiva dell’articolo era l’idea che avessimo difficoltà ad amare per quest’antica piaga che ereditiamo dall’infanzia, la paura dell’abbandono.

Credo che la mia, di paura dell’abbandono, abbia almeno qualcosa in comune con la vostra: il bisogno di avere tutto sotto controllo. E se, com’è ovvio (ma non per noi) non è possibile, allora questo controllo ce lo inventiamo, decidiamo che abbiamo già il 30 garantito all’esame perché al corso corrispondente ci accaparravamo sempre la prima fila (ricordo una di queste secchione odiose che alla fine si beccò 28), o che se il nostro amato bene è collegato a qualche social network significa che non sta con quella.

Io a un certo punto della mia vita ho deciso che l’unico criterio che dovesse governare il mondo fosse il merito. Ero proprio la portavoce ufficiale della meritocrazia! E qui mi direte, avevi tre anni, per non accorgerti che non è così? Io non dicevo che fosse proprio così, mi limitavo a osservare che dovesse essere così, quindi qualsiasi eccezione a questa mia regola universale andava scartata come una deficienza della vita.

Da adolescente, quando le amiche tessevano le lodi di un tizio un po’ tamarro che avesse, come unico apparente pregio, un bel faccino, dichiaravo superba che a me non interessava, “Non aveva fatto niente, nella sua vita, per meritarsi la bellezza”. Immaginatevi che relazioni spontanee e sentite mi costruissi con questo criterio!

Una forzatura, un’aberrazione? Vi ricordo che il più grande filosofo della storia affermava che i figli li facessero gli uomini, che le donne ne fossero solo il recipiente. E certo, Dio è Padre, Astarte è una zoccola, e le Veneri della preistoria a farsi benedire. Sì.

Quando gli esseri umani vogliono controllare qualcosa riescono ad andare contro ogni evidenza, contro i loro stessi ragionamenti, per finire come quelle formiche di cui parla Paul Watzlawick (non trovo il link in italiano). Ordinatissime, disciplinatissime, che seguono diligentemente le compagne in prima fila anche quando, per uno scherzo del percorso, si ritrovano a girare in tondo fino a morire per sfinimento.

Fatto sta che girare in tondo è comodo. L’alternativa è ammettere che in certe cose, si diceva in precedenza, il caos (o ciò che succede quando non capiamo le cose) regna sovrano.

Pensiamo all’amore non corrisposto. È un’ingiustizia madornale! Ricordo un amico spagnolo lasciato per email (storia di merda di quelle in cui neanche si ammette ufficialmente di stare insieme), da una tizia che gli faceva tutta una manfrina, molto logica, sulle sue motivazioni, che poi sarebbero state la libertà e la labilità dei sentimenti nella nostra umana esistenza. Due mesi dopo, la libera vagabonda delle emozioni conviveva con un altro.

Dico io, vi sembra giusto? L’amico mio se lo meritava, questo trattamento? E la gente odiosa che conoscete, se li merita, quegli angeli pazienti che stanno loro accanto, quelli che vi dite “Ma come fa? È un santo/una santa. Quell’insopportabile ha vinto proprio al Superenalotto”.

Ma questi “santi”, queste sante, sono davvero disinteressati?

Non mi accorgevo che “meritarsi” l’amore di qualcuno sa tanto di mercimonio. Io sono buona con te, quindi merito il tuo amore. Tu mi ami perché ho questa lista di qualità.

Quindi, entrando nel… merito della meritocrazia (no, non ci ho pensato la notte, mi è uscita così brutta estemporaneamente), chi dice che io “meriti” l’amore se mi comporto bene con qualcuno? Allora il mio comportamento è interessato. Ed ecco l’autrice dello stesso articolo sulla paura d’amare, pronta ad aprirmi gli occhi sulla Sindrome di Wendy.

La tendenza di una che non crede di meritarsi l’amore, che allora si rende indispensabile per averne. Come se l’amore si comprasse a tanto al chilo.

Intendiamoci, la mira random di Cupido avrà senso per i feticisti dell’evoluzionismo, ma continua a sembrarmi un’invenzione non proprio riuscita dei fati. Ma tra una regola a cazzo di cane dell’esistenza e una che mi sono data da sola nella preistoria della mia vita, ancora una volta, devo ammettere che la signora Natura, qualsiasi cosa intendiamo col termine, non abbia fatto le cose propro male.

Se infatti elargiamo amore come pegno per riceverne, non meritiamo piuttosto un calcio nel sedere?

Non merito neanche una risposta.

The_ShiningNon è neanche colpa nostra, questo è vero. Ma di sicuro non è colpa sua.

Del vostro ex, per il fatto di non amarvi più.

Di vostro padre, che preferisce vostro fratello a voi.

Del vostro capo, se nonostante tutti gli sforzi che facciate gli sta più simpatica la collega inetta.

Prima di tutto è importante arrivare a capire che non è colpa nostra. È un gran passo avanti, credo. Ci liberiamo del peso di dover essere perfetti, obiettivo impossibile che ci impedisce di essere noi, al meglio delle nostre capacità. Di dover piacere a tutti, o di credere che, se gli altri non ci amano come vorremmo, è perché noi siamo sbagliati.

Il passo successivo è capire che non è colpa loro.

Non sto giustificando le loro “malefatte”, sia chiaro. Hanno degli obblighi, verso di noi, quelli di tutti: il rispetto, la coerenza.

Il nostro compagno è tenuto a non prenderci per i fondelli. Nostro padre, a essere equo nella distribuzione di attenzioni e beni materiali. Il nostro capo, a riconoscere i meriti di chi lavora e le responsabilità di chi non lo fa.

Se vengono meno a questi obblighi, la nostra rabbia è sacrosanta. È rispetto per noi stessi.

Però i loro obblighi si fermano qui. Fortunatamente, perché più di questo non possono fare.

Non possono amarci o stimarci per pura forza di volontà.

E noi dobbiamo rendercene conto e anche ammettere che è la cosa che ci ferisce di più. Per superarla e andare avanti con la nostra vita.

Se siamo onesti, cos’è che ci rode di più, dei favoritismi dei nostri genitori? Vedere che abbiano portato nostra sorella al ristorante, per il suo compleanno, mentre quando è toccata a noi non hanno rimandato la visita all’avvocato? O ammettere che, per qualche inspiegabile gioco di alchimie, nonostante il bene che ci vogliano, se l’intendano di più coi nostri fratelli? Che con loro abbiano una complicità che non ci spieghiamo, che neanche loro, spesso, riescono ad ammettere a se stessi? E possiamo rimproverarli per cosa abbiano fatto, ma non per cosa provino.

E quando una relazione finisce o non decolla, cos’è che ci fa più male? Il suo essere sparito, fare il doppio gioco, tenerci nell’ombra mentre la nuova tempo una settimana è sulla bocca di tutti?
O il fatto che non ci ami? Che non sia scattata quella molla che lo rendesse partecipe della nostra vita, interessato alla nostra giornata, ammirato da qualcosa di diverso dalla sicurezza che gli davamo o da ciò che avessimo tra le gambe? Che dopo di noi verrà qualcuno a cui sì che risponderà al telefono, con cui troverà il tempo di andare a passeggio, per cui rimanderà l’impegno di lavoro per una serata tra termometri e borse dell’acqua calda?

Possiamo rimproverare loro ambiguità, impegni presi e non mantenuti, le scorrettezze assortite che tutti sappiamo. Ma non quello che sentono o non sentono.

Se noi non ci possiamo fare niente, non possono neanche loro. La trovo ancora una legge ingiusta e ancora non so come uscirne, a parte usare il famoso verbo che schifo, accaccett… Quello.

D’altronde, non so se vi capita, siamo bravissimi, ad accettare la mancanza di attenzioni di cui sopra. Lì siamo i campioni dell’accettazione. Siamo i migliori nell’accontentarci, in certe relazioni ambigue, delle briciole di tempo dell’amato bene, dei due baci in pubblico dopo aver appena passato la notte insieme. Perché lo facciamo? “Perché lo amo”, ci rispondiamo, come se questa giustificazione facesse da tana libera tutti.
Se per noi è così, però, tolte come si diceva le scorrettezze deliberate, anche l’altro, a domanda “Perché lo fai?”, dev’essere libero di rispondere: “Perché non ti amo”. Altrimenti dovremmo riconsiderare la nostra risposta.

Considerando che i genitori non si scelgono (ma sì che, nel corso della vita, ce ne siamo scelti di adottivi, vero?), che i datori di lavoro vanno tenuti buoni se il lavoro ci piace, quello che possiamo fare è imparare a vivere nonostante tutto questo. Con l’ex, aiuta capire come ci siamo messi in questa situazione, come è deteriorata se siamo mai stati insieme, come non ci siamo sottratti in tempo se non è mai decollata. Aiuta renderci conto, si diceva, se l’apprezzassimo per quello che era, o se nei suoi occhi cercassimo noi stessi (vedi Ombra).

Soprattutto per me aiuta, ormai si è capito, non sottrarsi al dolore, per non portarcelo dietro. Distrarci quando vogliamo distrarci, ma fare gli emo quando così ci gira.

Prima o poi, di questo passo, su tutto questo riusciremo anche a farci una bella risata, come questo signore qua sotto.

ombraL’idea è: non sono psicologa, non sono ancora analista junghiana (anche se mi piacerebbe), non sono neanche Maga Rowena… Cacchio scrivo a fare di queste cose?

Be’, sono un’apprendista stregona, che non ha niente da insegnare a nessuno e tutto da imparare per sé, e procede a tentoni, per prove ed errori, in quello che spera sia un cambiamento proficuo e duraturo della sua vita. Come alcuni di voi. Siamo compagni di viaggio. Diciamo allora che faccio una specie di tutorial (a farne sugli smokey eyes vi lascerei con l’effetto panda) in cui sperimento i prodotti su me stessa e voi vedete se usarli o no. E accetto volentieri suggerimenti.

Di esperimenti su me stessa, con buona pace della LAV che farebbe meglio a farmi estinguere, ne ho fatti assai.

Qualche articolo fa parlavamo di Ombra, o meglio ne affidavo la descrizione a chi ne sapesse più di me. L’idea è che l’Ombra sarebbe una parte di noi che ci teniamo nascosta, per vari motivi. Non è sempre la parte negativa, anzi.

Prima di tutto, quello che consideriamo negativo potrebbe rivelarsi molto utile: la nostra ombra è ambiziosa? Sapete quanta energia potrebbe prestarci, per raggiungere obiettivi in cui ci identifichiamo di più?

E poi ci sono molti aspetti positivi, che di solito ammiriamo in altre persone. Il mio idolo di tutti i tempi sarebbe Gandhi (Johnny Depp non conta, vero?), ma non mi sono accorta di avere almeno un centesimo della sua capacità di negoziazione e di comandare senza viuuulenza finché non ho ricoperto io qualche posto di responsabilità, nelle attività a cui mi dedicavo. Magari non sarete mai grandiosi come la vostra icona, ma, se vi piace, forse avete delle caratteristiche in comune con lei che ignorate, o non avete il coraggio di sviluppare.

Faremmo meglio ad ascoltarle, invece: l’Ombra ci condiziona anche in amore.

Vi hanno mai idealizzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. In me cercava una donna che non ero, che ha poi ritrovato in coloro che mi hanno seguita e che ha idealizzato esattamente come me, almeno quelle che come me non lo amavano altrettanto. Non cercava noi, ma una visione tutta sua, che probabilmente si portava dentro ma che non aveva il coraggio di riconoscere. Se l’avesse fatto, avrebbe corso il rischio di vederci per quello che eravamo. E amarci per quello che eravamo.

Vi hanno mai disprezzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. Ammirava le cose di me che trovava più lontane da lui, e invece le aveva tutte dentro, ma non voleva vederle. E allora le disprezzava, anche. Per il vaso di Pandora che gli aprivo nelle ore di gioco che mi concedeva. Per l’amore che non mi poteva dare. Perché in me vedeva solo quello che credeva il peggio di sé. Così, direbbe uno bello che è morto, il giorno si pentiva di avermi incontrato e la notte mi veniva a cercare. Mi avrebbe messa da parte, per inseguire una da mettere su un piedistallo.

Così il cerchio si è chiuso, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e il karma è una zoccola che prima o poi riscuote la sua tariffa.

Perché, siatene certi, questi due uomini saranno perseguitati dalla donna del piedistallo e da quella che cercano la notte, che si muoveranno nelle loro viscere finché non saranno ascoltate, accettate e, solo allora, messe da parte.

E io, non ho mai giocato questo gioco di ombre? Certo. Non ho fatto altro. Ho cercato gli Altri. Come me. Gli outsiders, quelli che come me si erano emarginati dalla loro stessa vita, e che ora emarginavano me. Il gioco al massacro è stato quasi sempre convincerli a farmi entrare, anche se non erano sicuri, anche se non gli piacevo abbastanza. Cercare nel loro sguardo quello che possiamo darci solo noi: la conferma di valere qualcosa. E quando mi aprivano la porta, mi rendevo conto che non mi bastava la loro parola a non credermi più un’estranea. E allora li vedevo per quelli che erano, e non mi servivano più, e m’inventavo una serie di nobili scuse per andarmene.

A voi, invece, com’è andata? Avete amato persone reali, o la vostra immagine riflessa nei loro occhi?

Credo di essere stata molto crudele, senza neanche saperlo, e molto ferita da gente che neanche sapeva quanto fosse crudele.

Credo anche che, semmai aveste fatto la stessa cosa e continuaste a farla, non ci resti che un’opzione: ascoltarle, queste voci di dentro. Riconoscere le parti che temiamo, quelle che idealizziamo, caricarcele addosso, indossarle tipo zaino (vedi articolo precedente).

E allora, solo allora, possiamo vedere gli altri per quello che sono. E decidere se quello che vediamo ci piace o no.

zainopesanteIn tempi molto recenti (ok, 10 minuti fa) stavo sul letto a litigare col Padreterno. Che confidenzialmente chiamo Madreterna e da agnostica inside ancora devo decidere se è il mio amico immaginario, se è un riflesso di me o se è proprio quella forza che permea di sé tutte le cose. Fatto sta che ci stavo intavolando un negoziato che manco Ban Ki Moon: “Di’ la verità, ti piace vedermi strisciare per terra a chiedere pietà? E ja’, mica sei così venale da volere davvero i fioretti, i voti? Che devo fare perché tu mi dia quello che voglio?”.

Non che ciò che volessi fosse sta gran novità, non ingannatevi, i problemi non si risolvono subito, specie se li affrontate come me. Che ovviamente mi sono esaurita, mi sono messa a piangere tipo bambino a cui hanno scassato il giocattolo preferito, e una volta rovinati trucco e fegato ho deciso: ok, allora mi carreo il problema.

Carriare è un gran verbo, affine a carry in inglese, ovviamente. Dà proprio l’idea plastica di sollevare la zavorra e mettertela addosso, tipo zaino. Tipo abbracciare la croce, ma meno splatter.

Oggi pomeriggio ho fatto la scopertona che lo zaino ce lo dobbiamo carriare, ma indossare, proprio, non una spalla sì e una no come l’Invicta alle medie.

Parafrasando Mademoiselle Chanel: trascinati dietro i problemi e allo specchio vedrai quelli. Indossali e vedrai te.

Perché ho fatto rivoltare a Coco nella tomba? Perché, giustappunto, fino a poco fa allo specchio vedevo solo il mio problema. Lo vedevo dappertutto, negli occhi infossati, nelle labbra contratte… Una volta che mi sono detta “Ok, ho questo problema, vabbuo’? E me lo porto appresso”, le cose sono cambiate. Ho rivisto me.

Funziona come il dolore dell’articolo precedente. Una volta “indossato” il problema, smetto di passare il tempo a negarlo, o a cercare invano una soluzione, e vedo che nella vita c’è altro. E magari allora, a mente libera, quella soluzione la trovo pure.

Questo farebbe di me una sfigata passiva e fatalista? Uff, ma perché non capite che l’accettazione è tutt’altro? Forse perché non lo capisco manco io, e che sta parola, accettazione, la schifo troppo. In barba a tutti i maestri spirituali di sta ceppa.

Ma so che vuol dire una cosa diversa da quella che m’immagino, dalla rassegnazione: l’idea è riconoscere di avere il problema, di non avere una soluzione e decidere di portarselo appresso come uno zaino, di essere noi + il problema prima che il problema diventi noi. E noi siamo più grandi del nostro zaino, vero? Magari aiuta anche esaminarne il contenuto, vedere se c’è un indizio per la soluzione, qualcosa che ci può servire per il futuro (a volte un cazzo, ma è difficile che qualcosa nella vita non insegni proprio un cazzo).

Sappiamo benissimo che camminare zaino in spalla è una faticaccia, ma può essere utile. Una volta apertolo, osservato il contenuto, fatto una cernita, esserci liberati di quanto non ci serve, diventa un bagaglio invisibile, di cui un giorno lontano, quando ormai ci avremo lasciato solo le cose utili, potremmo perfino essere contenti.

Continuate a leggere. Zaino in spalla, però.

finestra sole Quando ho visto la casa da cui vi scrivo, sono rimasta folgorata.

Letteralmente, perché la prima cosa che ho visto, dall’ingresso angusto su cui gli ospiti alti lasciano sempre un po’ del loro senno, è stato l’angolo di parete bianca che ho lasciato tale e quale, sguarnito ad accogliere l’abbondante sole del terrazzo. Per il resto, l’appartamento era uno sputo, il bagno sarebbe stato stretto per la mia casa di Barbie, in paese, e l’affitto, trattandosi del primo buco che fosse tutto per me, era inquietantemente alto, per una che aveva finito la borsa di dottorato da novembre e faceva un part-time in un ufficio.

Ma quando appunto, dopo la visita, mi sono recata al lavoro, ho detto subito alla mia collega che avrei smesso di cercare, habemus casam.

È stato per due sensazioni, simultanee e differenti, che forse avrò già descritto.

La prima, l’odore di pane abbrustolito. Che ovviamente non proveniva dal cucinino a due fornelli malamente collegato a una bombola arancione, ma da qualche parte della mia testa che era rimasta a Capri, alla casa che i miei zii si erano comprati in preda a un colpo di fulmine simile, tutta in salita e tutta da rifare, coi loro stipendi statali. Ma poi ci avevano costruito alcuni dei momenti più luminosi della mia prima adolescenza, accompagnati spesso da pane abbrustolito e marmellata d’arance fatta in casa.

La seconda, La Bohème. Io e Mimì non abbiamo proprio niente da spartire, in realtà, ma quando sta facendo ancora la civetta con Rodolfo, disegnando ghirigori nell’aria con la gelida manina, dice di vivere sola soletta, là in una bianca cameretta, tra i tetti e il cielo… Sì, proprio asteco e cielo, come dice mio padre sconsolato al pensiero del freddo che devo sentire in inverno. Ma poi, l’orchestra tace, e questa grisette smorfiosa diventa immensa e dichiara:

Ma quando vien lo sgelo
Il primo sole è mio
Il primo bacio dell’aprile è mio

E qui, che volete, scatta la lacrimuccia e lo spirito d’emulazione. Perché la mia dissimulata selvaticità mi porta a starmene spesso sola soletta, ma schiattate, il primo bacio dell’aprile, se permettete, lo voglio. Schiattate, o venite a farvi baciare pure voi, che dice che a non usare a lungo la Bialetti si rovina.

E adesso che cerco una casa da comprare e sono meno selvatica e la Bialetti la uso più spesso, cerco ancora il primo bacio dell’aprile. In termini più prosaici, cerco un attico.

Ma il colpo di fulmine non c’è ancora stato. C’è stata una curiosa coincidenza, la visita a un appartamento che stava proprio sopra al mio, il primo occupato nel Raval, in un palazzo a cui torno sempre per un motivo o per un altro, seguendo i fili di una lunga telenovela. A sentire chi crede in un ordine universale, se ci sono tante coincidenze un motivo ci sarà, o no?

Fatto sta che non c’è il colpo di fulmine. E mi manca, con l’irrazionalità che lo accompagna e mi fa amare ancora questa casa nonostante la mal dissimulata fatiscenza, e gli eventi spiacevoli a cui ha assistito ultimamente.

Poi, però, penso agli amori lenti. Quelli che non mi aspettavo e non ci speravo, verso cose e persone che prima mi suscitavano paura o insofferenza.

Il Raval, ad esempio. Quando dal Mercat de Sant Antoni mi sono spostata più verso l’interno, a Joaquín Costa, era uno scarto di 5 minuti, abbastanza da spaventarmi. Mi ero sempre trovata zone di confine, o addirittura un po’ anonime, per avere l’illusoria sensazione di poter provare tutti i volti di Barcellona. Il Raval aveva troppo di tutto, troppa personalità, troppa prevalenza d’immigrati, troppa sporcizia, troppi turisti. Abituata a una Barcellona insapore, ero assalita da odori forti, curry e urina, il pollo dei girarrosto, la menta che profuma tutto un tratto di strada, quando i fruttivendoli fanno provviste. Erano più rassicuranti i cinesi di Tetuan, gli anziani catalani che sindacavano su come buttassi la spazzatura, con quelli al massimo hola. Poteva mai, il Raval, diventare il mio barrio?

E tu fa’ che lo diventi, suggerì un’amica. E infatti l’amore per il Raval sopravvive a quello per questa casa, che pur mi appresto ad abbandonare. Ho provato a cercare in altre zone, ma no, al massimo la fine torno vicino al Mercat de Sant Antoni, che se attraversi sei nell’Eixample (…), ma sempre Raval è.

Se ci penso, infatti, gli amori lenti sono quelli che mi sono rimasti dentro, davvero. Credo che paragonare un uomo a una casa sia il più bel servizio che si possa fare, altro che mercificazione. D’altronde i rari casi di folgorazione che ho avuto si sono persi nel disperato tentativo di giustificarli, che le case le arredi come vuoi e crei una profezia che si autoavvera, mentre gli umani vengono già arredati di abitudini e manie. E c’è una clausola che impone di accettarle, o non ti ridanno la cauzione. Se gli amanti del colpo di fulmine avessero il tempo di provarne le effimere conseguenze, credo se ne accorgerebbero nella maggior parte dei casi.

Gli amori lenti, invece, si appiccicano addosso piano piano come l’odore di menta, come l’afa scongiurata da quest’aria di pioggia che mi fa scrutare ogni tanto l’amaca in terrazza, per vedere se si sta bagnando. Ti invadono la vita piano, per osmosi, come l’uovo al sapore di tè con cui fa colazione un’amica cinese, e quando se ne vanno è difficile farne a meno perché dovresti strapparti il guscio intero.

Il problema è che non puoi saperlo in anticipo, che lo diventeranno. Amori lenti, dico. Lo sapessi, ti prepareresti.

Da quando ho visto questa casa sopra la mia vecchia ne ho un ricordo come affettuoso, di un posto in cui sono stata, e vorrei tornare.

Quanti giorni di pioggia, scontri coi vicini, pomeriggi di sole, quante notti di lacrime o di sonno profondo, quante visite improvvise e sorprese preannunciate dovrei vivere, prima di sapere?

Magari non ci sarà neanche bisogno di aspettare tanto. Prima o poi, magari mentre starò a fare tutt’altro, saprò.

iomammapapà2 Tempo di cambiamenti che non ho scelto. Il più fesso, figurarsi gli altri, è quello della casa. È stata la mia tana per due anni e ora non la sento più sicura. Magari siamo tutti paranoici da quando è morta la gatta, ma l’altra notte ho sentito qualcuno camminarmi sul tetto. Passi precisi e regolari, con incluso trasporto di oggetto inanimato (qualcosa che rotolava). Difficile pensare a un gabbiano sovrappeso. Quando ho sentito anche una specie di tonfo, come se qualcuno si calasse su qualche balcone, sono uscita di casa (alle 3 di notte) senza saper bene cosa fare.

Poi rinunce, a cose molto belle.

Così belle che ho pensato che per provare minimamente a compensarle ci vuole qualcosa di bello assai. Così non spreco manco energie. Come ho detto a un’amica di qua: “Tanto amor sin que nadie lo aproveche…”. Mio padre mi ha insegnato a non buttare niente.

Sto consultando pagine di volontariato. E nel Raval, stereotipi a parte, ce ne sono, di cose da fare. Fortuna che la gente è solidale, tra compaesani e correligionari sono l’altruismo personificato. Però ci sono i problemi dei poveri, famiglie disagiate senza soldi per coprire la loro vergogna, bambini da tenere a bada mentre entrambi i genitori lavorano… Mal che vada organizzo un corso intensivo di napoletano, così imparano la sottile arte del chitemmuorto.

Ok, per gli altri stiamo a posto. O meglio, per me che fingo di farlo per gli altri.

E per me, proprio me stessa medesima in persona?

Pensavo a una casa. E non coi soldi dei miei, che mi rassegnavo a invocare a 32 anni suonati, quando dai 18 ho chiesto un solo intervento per bollette impreviste. Un mutuo equivalente all’affitto che sto pagando, con loro che garantiscano per me, se me lo fanno fare. Così non mi metto scuorno di chiedere troppo e non volo basso con le case. In fondo 30 anni di speranza di vita che li ho, vado pure in palestra 4 volte a settimana. A pensarci bene la crisi ne ha fatto la mia unica risorsa costante.

All’affitto ci sono sempre arrivata, non vedo perché spendere i soldi a vuoto. E se sto con l’acqua alla gola, mi rassegno a vivere con altri. A 30 anni, col residuo della borsa di dottorato e i primi soldi del lavoro d’impiegata mi regalai un appartamento senza coinquilini. Basta appartamento spagnolo, Erasmus, la Bohème. Mi sembrava un indice di maturità.

Ora ho capito che vivere al di sopra delle tue possiblità può essere piuttosto un segno d’infantilismo.

Ho capito anche un’altra cosa, forse, un’ovvietà di quelle a cui arrivo sempre tardi. La controversa questione del sorridere anche in tempi avversi. Una forzatura disumana, sottolineava un amico su facebook. Non per me, che lo facevo costantemente per due motivi altrettanto sbagliati: o perché confondevo lo “star bene” col “fare cose”, o non riuscivo mai del tutto a star male, che è grave come quelle malattie per cui perdi la sensibilità e ti pugnalano senza che te ne accorga.

Ora ho capito, forse, che la questione è star male e imparare a sorridere “nonostante”.

Ve l’avevo detto, che era una banalità.

PS: L’ho scritto qualche giorno fa. Intanto ho scoperto che l’avallo può fartelo pure Bill Gates, ma finché non porti una busta paga col tuo nome nisba (lo so, sono di un’ingenuità spaventosa, ma sono in buona compagnia). E De Gregori non aveva ancora fatto l’intervista che manco ho letto, perché di lui ormai ascolto poche canzoni, tra cui questa.

calle_Portaferrissa-320È una sensazione, le sensazioni sono difficili da descrivere.

Passavo veloce per c. Portaferrissa. È una strada che collega la Rambla alla Cattedrale di Barcellona, piena di gente e negozi di media qualità: profumerie, negozi di scarpe, qualche grande magazzino. Come sempre, a quell’ora del pomeriggio, straripava di turisti: più o meno potevo indovinarne la provenienza. I francesi, scusate la banalità, alzavano un po’ la media dell’eleganza, o almeno dell’originalità, ma il cappello di tela abbinato a occhiali e macchina fotografica regnava sovrano su shorts e sandali aperti.

Di lì a poco sarebbero cominciati i saldi.

Io ero diretta non ricordo più dove, sicuramente al Sant Pere Apòstol, per qualche evento Altraitalia, o al Rai Art, per il corso di tarantella. Posti che ti danno l’illusione di salvarti da tutto questo. Dalle fiumane di turisti che seguono ipnotizzati un ombrellino rosso che stona coi mattoni neogotici e col sole inesorabile. Dalle ragazze che indossano gli stessi sandali e gli stessi cappelli pure se vengono da continenti diversi, e ammirano le stesse vetrine.

E io a correre quasi, come se non avessi mai comprato bagnoschiuma a 5 euro dal Body Shop, ottenendo uno sconto con la tessera clienti, 100% cruelty free, come se non fossi mai entrata da System Action a toccare la seta dozzinale di gonne che avrei trovato tra un anno sulle bancarelle di un mercatino di seconda mano.

Anche Baba Ji era in postazione. La prima volta che l’avevo visto circondato da poliziotti gli avevo chiesto se gli servisse qualcosa, temendo lo rispedissero in Kashmir. Ora so che è parte del quadro, col barbone e il cappello che gli copre la scuccia. Lo multano ogni giorno, ogni giorno ritorna. Quella fiumana ha sempre fame di souvenir, i suoi posacenere fatti di vecchie lattine (mai di birra) sono più originali della bambola vestita da flamenco.

A un certo punto, una macchia nell’annuncio pubblicitario. Il seguratta di un grande magazzino se ne stava affacciato a parlare con una perroflauta buttata in un angolo. Vedevo l’omone alto con la camicia giallo stinto, che copriva a stento una pancia imponente, sorridere ricambiato alla ragazza minuta, forse ventenne, seduta distrattamente sul ciglio del negozio come se tutto questo non la riguardasse. Mi sembra di riconoscere una nota straniera nel suo accento.

Soprattutto, mi sembrava che il Matrix, in quel momento, si svelasse a tutti. Che in quel copione visto e rivisto qualcosa fosse andato storto, che le comparse si fossero ribellate un attimo, il regista perfezionista si fosse lasciato scappare un dettaglio.

E che quel dettaglio fosse l’umanità.

Il fatto che un uomo messo in divisa a sorvegliare capi confezionati a basso costo in Sri Lanka potesse essere prima di tutto un uomo. Che una ragazza che dorme per strada potesse piazzarsi proprio lì, invece che due strade più avanti tra i bar fricchettoni e gli angoli più scuri, e potesse parlare proprio con questo qui.

E se i personaggi di quest’annuncio pubblicitario laccato che è l’estate a Barcellona si ricordano di essere umani, prima di tutto, forse qualcuno prima o poi avrà la forza di gridare stop. Si taglia la scena, e si comincia a vivere.