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Le mie recenti incursioni italiane (o nella comunità italiana) mi hanno fatto conoscere due archetipi maschili interessanti.

Uno ha un’età compresa tra i trenta e i cinquanta, lavora da un pezzo, si era iscritto all’università ma ha mollato. Quindi sono esclusi i miei amici di lettere o storia (quelli etero, almeno) che di solito finivano al banco vicino al mio perché avevano già provato a ingegneria o medicina. Questo qui, l’archetipo, ha mollato studi che neanche voleva intraprendere, ma la famiglia insisteva, e adesso guadagna pure bene. Ma cova rancore verso chi – un assistente, una professoressa senza qualifiche, gli avrebbe impedito di realizzare questa tappa obbligata della mascolinità borghese. Conoscendo i miei polli, avrà pure ragione. Ma ne fa un cruccio di vita: pure se non l’hai mai visto prima, deve dimostrarti che lui quella laurea se la meritava. E si meritava più fortuna. Non che gli manchino le doti, anzi.

E tu che di questo tipo non sapevi neanche il nome, figurarsi i titoli di studio, ti chiedi come la conversazione abbia preso questa piega qui.

Il peggio avviene quando dipendi dal tipo per qualcosa, che sia una gita al mare o una fattura per la riparazione dell’auto. A volte l’efficienza è solo apparente, o è accompagnata da momenti in cui il Nostro deve esibirti qualità non richieste. Guardami, lo so fare. So fare anche di meglio. Guardami, per favore.

Va da sé che il tipo, sotto sotto, ti disprezza, per tutto questo bisogno che ha di te.

A proposito di bisogno: l’altro archetipo è una figura ancora più cupa. Di solito viaggia sulla sessantina, e non lo sai, ma hai bisogno di lui. Specie se ha matrimoni alle spalle o ha viaggiato tanto e ora è solo. Perché a lui la solitudine pesa, e ha un modo tutto suo di uscirne: rendersi necessario. Spesso infatti possiede, o si è procurato apposta, qualcosa che ti può servire, che è molto utile nel posto in cui vi trovate. Una camera libera in una città sovraffollata. Le conoscenze giuste nell’ambiente in cui vorresti entrare. Il fondo cassa di un’associazione. O anche delle capacità che tu non hai: manine d’oro per i lavori di casa, competenze informatiche… Quasi sempre i suoi amici sono più giovani e bisognosi di una mano. Le sue donne sono dolci e dipendenti, tranne quando, per qualche motivo a lui ignoto, diventano “isteriche” dopo la fine della storia. Chissà perché. Lui è così buono, aiuta tutti. Pure le ex e quelle che “non gliela danno”. E aprirsi un po’, mostrarsi vulnerabile, o anche solo procurarsi una personalità, sono lavoracci non da poco. Meglio prenderti per il collo e costringerti a tornare. Almeno è sicuro che resterai.

Sono archetipi, eh. Forse me li sono sognati. Gente che di fronte a ruoli ingiusti ha avuto reazioni fin troppo umane.

Una funzione necessaria ce l’hanno: ricordarci che i ruoli fissi non fanno bene a nessuno.

Anima and Animus | Anima, animus, Animus jung, Carl jung

Animus e Anima. Quando nonno Jung si dava all’arte!

Lo premetto io stessa, guardate: sto ancora a rosica’ perché sono stata esclusa dall’accademia junghiana spagnola.

Però devo anche chiedermi: che ci azzeccavo, io, nella stessa cricca che produce esternazioni come quelle di Raffaele Morelli? Perché voi, giustamente, leggevate nelle sue dichiarazioni il maschilismo di un settantenne italiano, ma io ci vedevo anche la punta dell’iceberg: del patriarcato, ovvio, ma anche di tutti i libri che ho letto sul metodo junghiano. Certo, non erano quasi mai testi dell’originale, cioè di quella creatura di un’altra dimensione che è stata Carl Gustav Jung (un particolare che, comprensibilmente, mi ha tolto cento punti con la commissione dell’accademia junghiana). Confesso tuttavia che mi interessava di più scoprire come le peculiarissime (diciamo così) teorie del maestro fossero state riprese dai suoi allievi. Dalle allieve, soprattutto.

Perché neanche nel momento più nero della crisi nerissima che mi ha fatto approdare a Jung ho preso sul serio l’universalità degli archetipi, che sarebbero inquilini innati di un presunto inconscio collettivo. Semmai ci ho scritto sopra un saggio di master, per la gioia di un professore di mitologia molto critico con l’intera questione: a lui ho indicato gli archetipi come risposte statisticamente rilevanti a problemi comuni all’umanità. Mi  spiego meglio. Secondo me non è che un paziente schizofrenico, quando afferma di vedere il pene del sole, stia richiamando in qualche modo un antico rituale persiano a lui sconosciuto: è che noi esseri umani conosciamo il sole, e nasciamo nella metà dei casi con un pene. Curiosamente, nella storia abbiamo associato spesso le due cose.

Perché, avete indovinato: il maschile sarebbe energia, e il femminile ricettività. Le donne hanno una componente maschile che si chiama Animus: nella sua forma negativa, quest’archetipo le allontanerebbe dalla gentilezza e dall’empatia, mentre in quella positiva costituirebbe, indovinate un po’, l’autorità e la ragionevolezza. In bocca al lupo con la scoperta di cosa sia l’Anima negli uomini! Jung, va da sé, la associa alla vita stessa, e per lui l’unico modo per non essere schiavi delle donne (e fa l’esempio più o meno scherzoso di un anziano che abbandona la famiglia per un’adolescente!) è sviluppare in autonomia il proprio “lato femminile”. Ma cos’è, invece, il femminile per le donne? Facciamocelo spiegare da Morelli in persona:

Tu puoi fare l’avvocato, il magistrato, avere tutti i soldi che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui si siede tutto il processo. Prima di tutto sei femminile e il femminile è il luogo che suscita desiderio. Le donne lo sanno bene perché tutte le volte che escono di casa e hanno indosso un vestito con cui non si sentono a loro agio, tornano indietro a cambiarsi. Gli uomini non lo fanno, perché noi uomini non diamo così importanza alla forma. La donna è la regina della forma. La donna quando mette un vestito chiama il desiderio, guai se non fosse così.

Forse qualche altro terapeuta avrebbe specificato che il femminile è anche il luogo che suscita desiderio, ma è molte altre cose che, a quel punto, a me non interessa più scoprire. In ogni caso, lo psichiatra italiano non fa che ripetere, temo, i fondamenti della sua disciplina.

Niente paura, però! Già vedevo segni di ribellione a quest’andazzo ai tempi della mia infatuazione junghiana. Nel suo classicone che è diventato un’icona femminista (!), Clarissa Pinkola Estés scrive:

By classical Jungian definition, animus is the soul-force in women, and is considered masculine. However, many women psychoanalysts, including myself, have, through personal observation, come to refute the classical view and to assert instead that the revivifying source in women is not masculine and alien to her, but feminine and familiar.

Se proseguite con la lettura in questo link, vi accorgete che la stessa Pinkola Estés finisce per dare un valore importante alla rappresentazione dell’Animus come di una componente al maschile, ma la premessa che ho citato mi convinceva a suo tempo a dirmi: ok, si tratta solo di eliminare questo preconcetto per cui, nelle dicotomie dentro/fuori, dare/avere, la prima parte tocchi al femminile e la seconda al maschile. Anche la mia analista junghiana, che con me faceva quello che poteva, ammetteva che l’importante era distinguere questi fattori dell’animo umano: poi, che ciascuno traesse le conclusioni del caso sul “genere” dell’energia.

Se visitate le pagine junghiane su Facebook vedete però che è radicatissima l’idea della diversificazione per genere, che d’altronde era uno dei pilastri del maestro svizzero. Che rispetto a Freud, con cui com’è noto era uscito a pesci fetenti, non è stato edipicamente ammazzato a dovere dai suoi seguaci, anche perché, come padre, era per sua stessa ammissione piuttosto spurio: di solito si ammazza il patriarca, mica il figlio ribelle!

Pazienza se il ribelle aveva relazioni con le ex pazienti a transfert non proprio risoltissimo (ma lui non è che credesse tanto nel concetto…) e ha sfornato una delle scuse più belle mai lette in vita mia (purtroppo non trovo più la fonte) per avere un’amante fissa in una società monogama: Toni Wolff per lui era la donna-Anima, a non frequentarla le figlie gli sarebbero venute fuori con problemi mentali, per via del suo “maschile” represso. Viva il poliamore! Pacifico? Be’, non perdetevi le esternazioni della signora Jung (Emma) sulla figura dell’etera, peraltro teorizzata dalla stessa Toni come archetipo femminile: l’etera soffrirebbe per il fatto di non avere figli (Emma Jung, invece, ne aveva in abbondanza), ma ristora l’uomo in un modo che la madre non può uguagliare. Che paraculo ‘sto maschile, oh! Si organizza sempre tutto, “per natura”, in funzione sua.

Vabbe’, di stranezze rispetto ai miei anni junghiani ve ne posso raccontare a decine: la stessa analista junghiana di cui sopra si chiedeva cosa avessi fatto per attrarre ben quattro inseguimenti (tutti “al maschile”) durante il mio soggiorno a Parigi. Morelli sarebbe stato fiero del mio femminile! D’altronde, ricordo anche un autore di self-help che interpretava gli annunci pubblicitari zeppi di seni e fianchi di donne come un omaggio all’Eterno femminino. Vabbe’, nell’ambito del self-help s’è fatta strage di teorie junghiane, mescolate a caso con le filosofie orientali.

Per tutto questo, mentre leggevo del trattamento subito da Michela Murgia, nello psichiatra italiano vedevo soprattutto una sorta di predicatore di una chiesa molto speciale, in cui avevo tentato di entrare anch’io. È un mondo a parte, che mentre prova a reinventarsi continua anche a dare per scontate e universali le norme che lo governano. Solo che, per una volta, un esponente di quel mondo si è sentito dire: “Ma de che?”.

Ecco, magari diciamolo più spesso.