E veniamo alle cose serie: da buona “litofaga” ( = mangio anche i sassi) per sentirmi a casa devo mangiare tanto, spesso e bene. Barcellona ha 2 vantaggi: menù completi a 10 euro e ristoranti etnici “veri”. Ha anche 2 svantaggi: è turistica e la pasta si mangia scotta. La cucina catalana è buona e semplice, ma gli italiani tendono a chiedersi “tutto qua?”. Qualcuno apprezza gli chef più all’avanguardia; io sono per il bo i barat, buono ed economico. All’abbondante ho rinunciato, questi stanno KO alla quinta forchettata.
Ecco la mia Barcellona gastronomica.
10) Les quinze nits: lo metto per affetto e per il “Catulayan”, sgrammaticato omaggio alla Catalogna nella carta dei dolci. È il primo a cui approdi da turista, si fa prima a impararne il nome che a superare la fila, che in agosto invade mezza Plaça Reial. I suoi vantaggi ce li ha: fate bella figura a prezzi non esagerati (20 euro se vi contenete col vino).Non chiedete l’insalata con rucola a meno che non vogliate brucarla dal piatto.
09) Pollo Rico: adoro. Tamarro come pochi. Sotto è un girarrosto, ma sopra trovate un burbero cameriere catalano e un simpatico pakistano non proprio gay-friendly (ma si limita a borbottare tra sé). Ovvio che il pollo è buono. Anche le tortillas. La mia sfida personale è farmi portare pa amb tomàquet (il fratello scemo della bruschetta) e maionese: 9 su 10 devo chiederli 3 volte.
08) City Gate: cucina indo-pakistana tra Rambla e mare. Raccomandato dal mio assaggiatore pakistano, con tanto di complimenti allo chef (in urdu). “Lo vuoi piccante, il tuo piatto?”, chiedono. Rispondete di sì solo se sapete il fatto vostro. Se poi andate a fuoco buttatevi sul riso pilaf: semplice e geniale.
07) Ca la Nuri: alto livello. Ristorante di pesce a Vila Olímpica, sulla spiaggia. Grande arròs negre (una paella al nero di seppia) ma anche la fideuà (paella di capellini spezzati) è notevole. Si spende abbastanza, sui 30 se va bene, ma le razioni meritano.
06) La Xaica: a 2 minuti dal Triangle. Ci porto sempre gli ospiti: né sozzo né chic, col giusto mix di clienti catalani e turisti. Potete anche sfiziarvi con la paella, anche se la fideuà per gli italiani è a rischio. C’è un menù più economico sui 10 euro e un altro sui 15, fate vobis. Anche il menù di tapas non è male.
05) Teranga: ristorante senegalese nel Born. Molto figo, sempre affollato. Cuoche senegalesi, formula semplice: scegli un piatto, una guarnizione (cous cous o riso) e una salsa. Adoro la yassa di pollo, ma c’è anche l’opzione vegetariana, yuca e spinaci. I succhi di zenzero e ibiscus sono carucci (4 euro cc.) ma buoni, il primo è pure un po’ piccante.
04) Romesco: capitano, mio capitano. Vicino alla Rambla, traversa di c. Sant Pau. Spartano è un eufemismo. Gli olandesi amano il tonno alla piastra, io ordino sempre melanzane alla romana (‘ndurate e fritte). La combinazione con frijoles, piatto pseudocubano che include anche una banana, causa allucinazioni, visioni mistiche e acquisto di test di gravidanza. Ma non è partenogenesi, è ‘o stommaco.
03) Ristorante cinese in c. Nàpols: ad Arc de Triomf le faide cinesi si giocano anche sulla cucina di 2-3 ristoranti, che generano dispute e rompono amicizie (“Se i miei amici sapesseLo che sono qui…”, confessava un’informatrice). Io ho già preso posizione, mi trovate in questa sala da film splatter con bacchette a profusione e due grandi certezze: noodles con verdure e pasta di riso. Il resto è leggenda. Anche se i ravioli alla piastra…
02) Lixus: non c’è storia. Sulla c. Hospital, 20 cm da Rambla Raval, sarebbe un normale bar marocchino se il venerdì non ci fosse il cous cous. Spettacolo. Per 6 euro scegliete tra pollo e carne, e verdure o ceci e cipolle caramellate. Una dritta: chiedete anche il leban, che potete usare come salsina o sorseggiare come uno yogurt. Se vi resta un po’ di spazio buttatevi sul succo fresco di mela e banana a meno di 2 euro.
01) Sports Bar: non servono parole. Andate a vederci la partita del Napoli (meglio se in netto anticipo) e sentitevi a casa tra pizze originali (pure fritte), parigine, gattò travestito da tarta de queso e saltimbocca. O scegliete primo e secondo, buoni e italianissimi. Tra le urla in napoletano dei camerieri godetevi anche la situazione guareschiana dello Spritz Bar di fronte. Se battiamo la Juve 3 a 0, “ce mannammo 3 sfugliate”.

NB: Il mio terrazzo è fuori classifica, perché non sum digna. Ma almeno è gratis!

Silvia Pérez Cruz – Vestida de nit (una canzone d’ammore, filiale però)

Leggere attentamente le avvertenze

Tanto per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, ecco i 10 locali che preferisco a Barcellona. Per ascoltare musica, chiacchierare e ubriacarsi. Oddio, io mi ubriaco con una clara, che non è una birra chiara, ma un misto di birra e Fanta al limone, detta anche Xampú. Capirete, quindi, quanto sia attendibile in merito. La mia Barcellona da bere l’ho inaugurata in ritardo e chiusa alle prime avvisaglie di squallore. Diciamo allora che questa è la classifica dei posti in cui mi piace perdere il tempo, sapendo che mi verrà restituito in qualche modo.

NB: Cliccate sui nomi dei locali.

10) La Fianna: vicino Santa Maria del Mar. Bei cocktail, un sacco di gente di tutto il mondo, e se vi accaparrate i “posti a stendere” avete risolto la serata. Per me va bene i primi mesi, per la fase “la gente está muy loca”. Sappiate solo che dopo una serata lì potreste arrivare a dire cose come: “Mi fai un favore? Vorrei baciarti ma sono troppo bassa. Lo fai tu?”. Basato su una storia vera.

09) Robadors 23: ve lo segnalo a malincuore, per due motivi. Ci dovete andare un’ora prima per sperare di sedervi, ed è troooppo fricchettone. Il fior fiore del radical-chic internazionale si riunisce lì ad applaudire, a seconda della serata, un flamenco, del cabaret o una buona jam di jazz (sui 3 euro, in genere). La “grotta” in cui si suona è caratteristica, la zona bar invece è carina e accogliente. Occhio alla strada, considerata la più malfamata in centro. Non che vi succeda niente, eh, è solo piena di spacciatori e puttane. Quella vestita da Cleopatra platinata è una personalità indiscussa: le hanno dedicato anche questo documentario.

08) Sugar Bar: il percorso più semplice, per me che mi perdo subito, è Rambla – c. Ferran – c. Raurich. Baretto rosso, vicino a Plaça Reial, con tanto di musica britannica e barman (bellissimo) di Liverpool. Se siete di Manchester, o ci avete vissuto, evitate di dirglielo, buttatevi sulla birra economica e i chupitos (gratis coi flyer omaggio), e parlate col vicino, tanto per poter bere gli avrete senz’altro assestato una gomitata nei reni. Attenzione, però: la gente che si conosce qui a volte si sposa. Io vi ho avvertito.

07) Rai Art: avete presente il covo di fricchettoni che evitate come la peste se siete snob, e frequentate ogni sera se avete solide idee di sinistra? Trasferitelo nel Born a 5 minuti dalla metro Jaume I. Metteteci cineforum e attività mensili che comprendano anche la danza del ventre… E ancora non avete capito cos’è il Rai. Tanto per intenderci: per meno di 20 euro potete affittare la cucina e organizzarvi il vostro evento. Altraitalia ci festeggia il primo maggio, ad esempio, con cori partigiani al terzo bicchiere di vino. E le rassegne cinematografiche con film di Monicelli, o documentari attuali come Cento passi per la libertà… Interessante.

06) Casa Almirall: ha 2 vantaggi. Sta su Joaquim Costa, strategico tra Macba e Rambla Raval, e fa una gran figura nelle foto. Bar modernista che ha mantenuto più o meno lo stile (e il vermut) dell’epoca. Perfetto per approdarci con una moleskine e l’aria sofferta di chi ha visto cose che noi umani… Oppure buttate la moleskine e buttatevi sulle birre. Già che ci siete squillatemi, sto a 2 minuti.

05) Sala Monasterio: qui ci vado solo qualche mercoledì a ballare il forrò, danza brasiliana che troverei pallosissima, almeno nella versione proposta, se non fosse condita da una chiacchierata col compagno di ballo. Peccato che la comunità brasiliana, maschi e femmine, tenda un po’ a isolarsi, tranne qualche provolone. Voi aggrappatevi saldamente a chi ne capisca qualcosa, ma anche no. Tanto la musica è un’occasione per chiacchierare. Anche se qualcuno ne approfitta per collezionare numeri di telefono.

04) Sala dos Rosas: il Cafè da Madeira, al piano di sopra, sembra un ristorantino come tanti, ma la Barcellona più fricchettona si dà appuntamento al piano di sotto per ascoltare musica “afromandinga” (?), jam multietniche e gruppi di ogni provenienza. C’è una canzone splendida, senegalese credo, che cerco da secoli tra youtube e siti nerd, ma l’ho sentita solo là. E la conoscevano tutti.

03) Manchester Bar: ce ne sono due: uno sotto casa mia, in una traversa di Joaquim Costa, e un altro nel Gotico. Ovviamente mi piace quello del Gotico. Atmosfera carina, specie se ti accaparri la saletta, cocktail un po’ più cari della media e musica britannica di tutti i tipi, da David Bowie in giù. Una volta misero una canzone dei Cure e ci lambiccammo il cervello in 5 per ricordarne il titolo. Era questa.

02) Pastis: vicino Santa Monica. Bar marsigliese con proprietario finto-marsigliese, il pot-pourri di cianfrusaglie messe ad arredare mi ricorda un po’ Il Magnifico (gli aversani sapranno). Lo spazio è infinitesimale, ma in caso di concertino vi stupirete della capienza. E anche del concertino. Gare di slam, cantautori di tutto il mondo e perfino musica popolare del Sud Italia, con occasionali giri di pizzica. E poi c’è il pastis. Che è buono assai, ma non lo dite al burbero barman a meno che non vogliate ubriacarvi: a me, almeno, ne offrì un altro.

01) Big Bang: qui se ci lasciate l’anima non la trovate più. Ve l’avranno calpestata le decine di giovani e nongiovani che si accalcano per ascoltare le jam. Ben nascoste, peraltro: il bar da fuori sembra un magazzino, all’ingresso è un misto tra Twin Peaks e Paese delle Meraviglie (con dj set rétro) e in fondo vi ricorderà la saletta prove dell’adolescenza. Solo più grande e affollata. Le jam di jazz sono belle assai, quella di rock e blues la domenica è più fracassona e partecipata. Io poi voto il personaggione della serata… Anche se è una bella gara.

Cover catalana dei Pulp, cantata alla Boqueria

Non c’è niente da fare, il privato è pubblico. Quando succedono “i fatti”, leggi sciopero generale o manifestazione viuuulenta, a me succede sempre qualche altra cosa. Mentre Barcellona si mobilitava per la vaga general, io ero alle prese con un cuore spezzato (il mio) fresco di giornata, anzi, di nottata in bianco.

Fortuna che gli amici compaiono sempre nel momento del bisogno: mentre mi trascinavo sul balcone alle 9 del mattino, con occhiaie delle dimensioni di un condor, ecco il rombo familiare dell’elicottero della polizia. Quello che salutavamo da Via Laietana nelle manifestazioni di massa del 15-M, quello che ci assordò tutto il giorno quando sgombrarono plaça Catalunya “per ripulirla”, in vista dello scontro al vertice tra indignados e tifosi del Barça (che ovviamente non ci fu).

In questo tripudio di occhiaie e timpani rotti, ecco arrivare anche lui, l’altoparlante dei centri sociali. Ora, non saprò mai la provenienza dei manifestanti che alle 10.30 percorrevano Joaquim Costa, sotto casa mia, incitando i negozianti paki ad abbassare le saracinesche (cosa che i pochi aperti facevano prontamente, per evitare danni). Ma dalla qualità dell’audio e dalla scarsa folla sospetto venissero da qualche casa Okupa, magari quella che aveva respinto un’italiana invalida “perché non la conoscevano”, facendomi rimpiangere i 510 euro d’affitto per ospitare solo gente che conosco.

E non è che l’inizio.

Alla manifestazione arrivo dunque assonnata, “somatizzante” e in ritardo. Per fortuna Xisca e Marie, le mie compagne di sventura, mi aspettano con calma fuori da Louis Vuitton (!), sul Passeig de Gràcia, e con me seguono l’imprevedibile rotta dei gruppetti Altraitalia, associazione italiana di sinistra. Dopo vari cambi di direzione e diverse foto alla fiumana di “scioperati” (che tra Manu Chao e Inti Illimani rock si divertono non poco), riusciamo ad accodarci ai nostri prodi, armati di due striscioni e di Santa Pazienza: da lontano, all’altezza di Plaça Urquinaona e poi di Plaça Universitat, arrivano “segnali di fumo” non proprio amichevoli. E dire che è una bella mani, come la chiamano qua, l’unica che finisca con un inno nazionale, quello catalano, cantato a squarciagola (incerta sulle parole mi limito a sussurrarlo, mentre un ambulante mi dichiara troppo snob per partecipare allo sciopero…).

Ma niente, i bollettini degli italiani che arrivano alla spicciolata sono da guerriglia urbana. Alessandra se la squaglia: “essendo io più coraggiosa”, scherza, mi chiamerà più tardi per ascoltare il seguito.

Ancora lo deve fare, ma le dirò che porta sfiga. Ingannata dalla calma apparente mi allontano verso Plaça Universitat, per ritrovarmi tra due fuochi: cassonetti bruciati e camionette della polizia a profusione. Una fricchettona spalmata contro il muro sorride e spiega: “Siamo circondati, verranno da qua e da là, tanto vale aspettare”.

I pochi che cercano di mantenere la calma fanno gruppo contro stipiti e cancelli. La maggioranza scappa a ogni scoppio. Petardi o…?, mi chiedo allarmata, mentre con due del gruppo di prima entro in simbiosi col muro di cinta dell’università. Mi risponde un tonfo vicinissimo, orrendo. Io non lo riconosco, Paolo sì: la “pelota”. Il proiettile ad aria compressa. Sparato ad altezza d’uomo. Me la indica pure, perché è rimbalzata in strada. Mi sembra di vedere una pallina nera, ma non capisco più nulla, sono stanca e non so nemmeno se riuscirò a tornare a casa senza buchi “supplementari”.

Ah, capisco un’altra cosa: dopo un tentativo fallito di circumnavigare i cassonetti in fiamme, e l’attraversamento finale della Gran Via, mi rendo conto che il corazón espinado che mi aveva causato tante noie, di fronte a un proiettile tace. Grazie al cazzo, lo so. Ma in questi momenti la vita sembra curiosa assai.

La pucundria diventa sfinimento quando ormai raggiungo casa, e mi dico che da lì non esco fino all’ora di andare al lavoro. Sperando che un lavoro ancora ce l’abbia.

Ora, “quoro” permettendo, io una cosina la mangerei.

Io dell’Italia avevo una certa idea. Non era colpa sua che fosse sbagliata. Manco mia, forse, o non del tutto… Ma ho cominciato male, si era detto “post serio”, non triste.

Le voglio pure bene, eh, se si può volerne a una penisola a forma di stivale che abbiamo caricato di significati. Solo che mi trovo meglio fuori. Mi piace tornarci, mangiare bene, dormire su un cuscino buono, che qua a Barcellona non ne trovo, e… mangiare bene già l’ho scritto? Ah, salutare i miei. Ma quelli me li godo anche qua, quando mi vengono a trovare.

No. In Italia al momento ci torno per ricordarmi come la volevo. La “mia” Italia. Avevo pensato a tutto, eh, dove vivere, cosa fare, chi sposare, come chiamare mia figlia (sì, perché immaginavo una femmina). Poi ho perso il sogno e l’Italia e buonanotte. Li ho persi così, come una volta si perdeva la casa giocando a carte. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia terra è buttarmi via con grazia, come niente fosse.

Però sono stata fortunata. Dice che gli dei quando ti tolgono qualcosa ti rimborsano. Se gli cedi la vista ti danno la divinazione in omaggio. Ricordate Tiresia, l’indovino greco diversamente abile? Gli occhi in cambio del futuro.

Ecco, con me gli dei, o chi per loro, hanno fatto il contrario. Mi hanno tolto il futuro e mi hanno dato gli occhi. E devo dire che sono abbastanza grandi da contenerne, di cose. Mi sono costati l’Italia che volevo, l’amore che volevo, i miei sogni.

Ma me li tengo volentieri.

(Poi, se mi girano, scendo a riprendermi anche quelli. I sogni, dico.)

Da quando vivo a Barcellona incontro sempre un venditore di rose.

Pakistano, immagino, anche se non lo so, non mi parla mai. Viene, mi stringe la mano come se volesse giocare a braccio di ferro, e nel caos generale del localino di turno mi offre una rosa. “Gratis”, dice. Ed è vero. “No, grazie mille, davvero” rispondo, e poi dico “buona fortuna, qué vaya bien”. Lui insiste un po’, poi se ne va.

Da tre anni. Mi riconosce sempre nonostante i cambiamenti, le reclusioni in casa seguite all’ebbrezza del primo anno, nonostante i vestiti prima scuri e ora colorati, o i disperati tentativi delle parrucchiere, sempre diverse, di rendermi irriconoscibile.

No, lui mi riconosce tra mille, come farà con mille altre. E mi offre la rosa. Due volte mi ha trovato con un ragazzo, e mi ha chiesto se fosse il mio fidanzato. Una volta gli ho risposto di sì. Vorrei anche fermarlo e farci due chiacchiere, scoprire che fa e perché vende rose, che strana storia ha da offrirmi insieme al suo spagnolo stentato, come se fosse la più normale delle storie, quello che capita a tutti. Vendere rose a svariati giorni d’aereo da casa. Sembra quasi romantico. Ma non posso neanche offrirgli una birra, la rifiuterebbe. E raccontare la tua vita davanti a un succo di frutta sarebbe un’impresa ardua anche per me.

Io pensavo che sarebbe stato lo sciopero. Scherzavo, ma fino a un certo punto. In azienda avevano il licenziamento facile, e comunque non c’era bisogno di una Content Writer italiana, gli italiani erano pessimi clienti. E poi mentre ero allo sciopero generale c’era stato un lavoro urgente per me. L’avevano passato a Lucilla, del Servizio Clienti.

Sì, se dovevano licenziarmi, l’avrebbero fatto per quello.

E invece no.

Il lavoro mi piaceva. Scrivevo, finalmente, anche se descrizioni di appartamenti e traduzioni dall’inglese. L’ufficio sembrava la succursale dell’ONU. Una volta ho sentito due colleghi, un olandese e un francese, parlarsi in portoghese perfetto. Doppia nazionalità. Era quasi la norma, lì.

Ma ultimamente mi pesava un po’. Il passaggio al part-time e al nuovo dipartimento, la gente licenziata su due piedi (ti chiama il manager, torni, baci tutti e via), ordini e contrordini su cosa scrivere e come.

E poi… Ma non posso raccontare tutto, qui, venite a prendervi un caffè e vi spiego perché quel giorno ero andata al lavoro con l’idea che sarebbe cominciato un periodo difficile. E la certezza che l’avrei superato.

Se guardo fisso davanti a me rivivo tutto. Eccomi al lavoro, quasi puntuale. Apro l’Excel, scorro gli appartamenti a cui dare un nome. Sono aumentati, mentre scioperavo. Quelli di Berlino sono sempre i più difficili, tocca consultare Petra. Xisca ha un bel vestito. Marie litiga al telefono col maestro del figlio. Alan racconta un aneddoto su quando era maestro. Andy arriva alle 11, nascondendomi un po’ Alan. Bianca non c’è. Perché? Boh, ieri non stava bene, rispondono.

Sarà per questo.

E poi viene il manager “creativo”, quello delle riunioni sui social media.

Venite su per una riunione?, chiede. Solo noi di Content.

Prendo l’agenda, la penna e il bicchierone d’acqua, dal distributore all’ingresso. Quella del piano di sopra sa di fango.

Ma la riunione è al terzo, e non ho la giacca. Lì farà fresco anche in un giorno così. È sempre vuoto…

No. Stavolta no.

C’è il manager biondo. Quello che assume. E licenzia.

Ci fa sedere nella stanza spoglia, intorno alla tavola rotonda. Ci guarda poco.

– Ragazzi, vi devo dire una cosa…

Ce ne dice tante. Bancarotta. Dimezzare il personale per sopravvivere. Ristrutturazione.

– … e quindi, per salvare l’azienda, dobbiamo fare a meno di voi.

Tutti?

Tutti.

E subito. La giornata è pagata. Massima liquidazione. Giorni di ferie compresi. Sta a noi decidere se andarcene a fine turno o all’istante. Nessuno ci biasimerà.

Guardo tutti. Guardo davanti a me.

Quindi non esistiamo più. Come gruppo, dico. Abbiamo lavorato insieme quasi un anno. E da oggi non esistiamo più.

Ma non ascolto, davvero.

Guardo davanti a me. E penso soprattutto a una cosa, e mi sento un po’ in colpa per pensarla.

Sollievo.

Questo penso, guardando davanti a me.

Niente nuova fase difficile, niente appartamenti da battezzare e descrivere. Peccato. Nostalgia. Ma anche sollievo.

Poi il manager biondo passa alla stanza accanto, e comincia la processione. Ci chiama uno a uno, per firmare i documenti. Spiega tutto per bene, è gentile. E allenato. Questa è la tua copia, firma ogni foglio, se vuoi puoi scrivere che ti riservi di parlare col tuo avvocato.

Sono la prima e chiedo di Bianca, pur sapendo. No, lei resta. Meno male.

I documenti sono in spagnolo. Senza accorgercene abbandoniamo anche noi l’inglese aziendale.

E nel suo spagnolo aspro il biondo mi dice che per me ha un affetto speciale. Che suo padre era prof. all’università e ammira quel mondo, e che dopo avermi assunta era salito entusiasta a parlare di me. Me l’hanno raccontato, rispondo. Non so che dire. Sembra sincero. Forse un giorno manderanno via anche lui.

Esco. L’altro manager è ancora là. Cerca di confortarci, forse ci controlla. Sembra una seduta di alcolisti anonimi. Molto silenzio e qualche parola su come ci sentiamo. Già, come.

Marie e Alan sono calmi.

Petra quasi piange.

Xisca sorride, come sempre.

Andy, davanti a me, si offre di scrivere un report sull’azienda. Ci ha lavorato più di tutti.

Io voglio solo andarmene.

Scendiamo a raccogliere le nostre cose.

Bianca c’è, stavolta. E piange.

I biscotti li lascio lì, sono secchi. Spengo il PC. Il documento delle descrizioni, quasi 200 pagine, non si chiude subito.

Salva modifiche?

No.

Vado anch’io ad abbracciare Bianca. La capisco. Quando toccò a me restare piansi un po’ in bagno. Ora so che stai meglio quando te ne vai.

I “superstiti”, infatti, ci guardano timidi. Andrea mi bacia prima la guancia destra, come se fossimo in Italia.

Marcos mi abbraccia.

Dennis è più rapido di quanto vorrebbe, non dobbiamo dare nell’occhio, gli altri sono nervosi, sanno che tocca a loro: alla fine un’e-mail è circolata. Non saprò mai se l’ho ignorata o la posta non funziona, come sostiene Marie.

Niente nomi, comunque. Solo il numero dei licenziati.

19.

Ovviamente mangiamo insieme.

Lontano, nel Born. Nel posto dei calçots. In realtà non li abbiamo mai mangiati, lì, i calçots, perché quand’eravamo passati a prenotare, prima Andy e poi io, era chiuso. Ora no.

Aggiungiamo sedie. Petra non viene, ha “del lavoro da fare”. Bianca adesso sorride un po’. Ordiniamo.

Poi fondiamo una nuova compagnia, che affonderà “quella di Bianca”.

Poi critichiamo le politiche aziendali e le razioni scarse.

Alan mi spreme la maionese dal tubo semivuoto. Gli diciamo del biglietto di addio, comprato quando l’avevano licenziato e poi ci avevano ripensato. Ride. Li invito tutti sul mio balcone, dopo Pasqua, per la consegna.

Dopo Pasqua.

Marie se ne va per prima, per prendere il figlio a scuola.

Io li lascio sotto l’ufficio, non voglio risalire.

Li abbraccio tutti. È un addio affollato, ci sono anche quelli scesi per la pausa pranzo, che non hanno fame.

Chiedo ad Alan se mi restituisce il libro. Mi dice di sì.

Andy si meraviglia della stretta, la Champions non è finita. Dice see you soon, come a scuola.

Sorrido e vado via.

Poi torno indietro perché ho dimenticato Xisca.

Come se non ci vedessimo più, scherza lei.

Sorrido di nuovo, e vado davvero.