La mia lunga storia d’amore col collocamento spagnolo comincia con me che aspetto fuori alla metro. E piove.

Prima però adocchio le paste de La Mie Caline, già assaggiate il giorno prima, quando all’Oficina de Treball c’era troppa fila.

Stavolta infatti, mentre aspetto Andy fuori alla metro Sant Antoni, uscita Villaroel, il suo ritardo annunciato mi preoccupa.
Fortuna che all’arrivo mi offre una delle paste in promozione (è scozzese).
– Meno male che andiamo insieme – spiega mentre imbocchiamo la c. Sepúlveda – non volevo star lì da solo a sorbirmi parole lunghe e senza senso – .
Cerco di coprirlo con l’ombrello. Ci sono i colleghi di lavoro, come noi prima, gli amici e i trombamici, che qui si chiamano amigos con derecho. Noi invece siamo amigos con derecho al trabajo.
Solo che a giudicare dalla fila di oggi sto trabajo è lontanuccio. E poi non so manco se me lo daranno, il sussidio, mentre a lui tocca di sicuro.
In un altro ufficio, però: ha sbagliato indirizzo.
Consumiamo in silenzio i saccottini freddi e resto sola col mio destino – e il tagliandino della fila. A024. Sportello 31, annuncia lo schermo dopo un po’.

Che fortuna, mi è capitata una signora gentile. Le posso confidare che non trovo più il NIE, il documento per residenti stranieri in Spagna.
– Sei nel sistema, faremo un’eccezione.
La vita è bella. Una volta inseriti i miei titoli di studio mi chiede se voglia aggiungere qualcos’altro. No, rispondo, al momento è tutto.
– Mi pare abbastanza – sorride solidale.

Poi però annuncia che per la seconda parte devo cambiare sportello. Che seconda parte, chiedo. Quella in cui ti diamo i soldi.
Mi rimetto in fila.

Stavolta mi tocca un pazzo col nome catalanissimo, Xavi o Jordi. Se la collega mi ha accettato senza NIE se ne lava le mani, ma il documento dell’azienda non è in regola.
– Mi dici che hai lavorato 5 mesi e qua ne risultano 3. Il tuo racconto non fila per niente.
E fa il sorriso di una mia vecchia prof. quando dice minchiate.

Esco furiosa e chiamo Bianca, l’unica rimasta a lavorare. Dopo qualche ora di giaculatorie in sanscrito mi arriva il documento corretto. Su facebook. Ma sono esausta e il giorno dopo torno a Napoli per Pasqua, ho giusto il tempo di una birra con un Andy felice perché per lui è tutto risolto. Invidia.

Una settimana e svariati kg di casatiello più tardi, quando ormai ho cercato il NIE pure ‘n culo ‘e mucelle (cit.), ci riprovo. Anche a La Mie Câline. Stavolta chiedo una pasta alla fragola e mi danno una graffa.

Mentre rimuovo lo zucchero a velo dalle guance, l’impiegato di turno mi dà la buona notizia: il nuovo documento è incompleto, mancano firma e timbro.
– Se mi dai il NIE vediamo che si può fare.

Esco bestemmiando in turcomanno e torno a casa per l’ultimo sopralluogo. Trovo solo un invito a presentarmi alle poste per una lettera di Hacienda, l’agenzia delle imposte. Il postino è riuscito a passare nei 40 minuti persi all’Oficina.

Decido di essere ottimista: nella lettera ci sarà il mio NIE, che avrò scordato lì l’ultima volta che ci sono stata.
E poi devo scendere comunque, mi aspettano nell’ex azienda per le lettere di presentazione. Dice che col curriculum fanno bella figura.
Il portiere mi guarda con commiserazione, gli ex colleghi sembrano leggermi in volto una scritta da camposanto: “Noi siamo quello che voi sarete”.

Intanto il manager biondo non è più nel suo ufficio. L’azienda ha ceduto i piani superiori, e lui ha ceduto la poltrona al capo. Dalla nuova, modesta postazione m’informa che sono nata lo stesso anno di sua sorella e mi spiega cosa succederà dopodomani, quando mi presenterò in un altro ufficio per la liquidazione.
L’altro capo sta seduto vicino a Bianca come un impiegato qualunque. Lei sta meglio. Dopo i primi giorni surreali tra le scrivanie vuote l’hanno trasferita in zona marketing, o quello che ne rimane.

Alla posta (20 minuti a piedi) mi dicono che è presto per la consegna, posso passare domani. Torno sui miei passi per pranzare dal “mio” cinese.
È un po’ che non vieni, rimprovera la signoLa. Non rispondo, tanto lei non mi fa manco ordinare: pasta de aLLoz sin caLne.
L’amica che mangia con me torna in Italia a lavorare. È nervosa, ma contenta.

Io mi preparo psicologicamente all’avventura alle poste. Il giorno dopo la lettera c’è, ma non annuncia nessun ritrovamento. Anzi, sono loro a volere qualcosa da me: ho evaso le tasse.
Ci metto un po’ a riprendermi, ma rifletto. E se fosse un errore dell’azienda? Tanto per pagare devo avere il NIE.

Quello che mi chiede 24 ore dopo l’impiegato incaricato della liquidazione. Poi si accontenta del passaporto. Spiega tutto come se fossi una cretina, ricordandomi un dibattito con un ex collega su come trattare la gente. In effetti è fastidioso, ma utile. Sarà che sono proprio cretina io.
L’avvocato dell’azienda mi elenca quelli che mi seguiranno, storpiando cognomi e pronunciando per intero i nomi di battesimo. C’è anche “Andrew”. Ingrid è l’unica che contesta la liquidazione, verrà con un avvocato. L’hanno assunta per prima e potrebbe essere mia madre, calcolo.

Che peccato, mi dice Marie, che mi ha aspettato per un caffè. Rapido, perché ho l’incontro al vertice con la Policía Nacional. Ma il rinnovo del NIE (che da foglio A4 è diventato microscopico) si rivela rapido e indolore, il tempo di una visitina in banca per un’imposta di 10 euro.

Lo sventolo trionfante all’impiegata dell’Oficina de Treball, in quella che credo essere la mia ultima spedizione.
No, non lo è, manca il libretto bancario. Corro a casa, battendo il record dei 5 piani in salita.
– Cómo vienes – ride lei rivedendomi sudata e fradicia (“Piove di nuovo?”, “Indovina…”).
Esco contenta. L’Odissea è finita. Avrò un piccolo sussidio per 6 mesi.

Resta il problema tasse. Faccio una foto alla lettera di Hacienda e la mando al manager, sperando che sia un errore loro. Un’italiana che non paga le tasse fa più cliché di pizza e mandolino.
Ancora non mi ha risposto.
Come scriverebbe lui:
To be continued.

Io col week-end barcellonese ho un problema: mi fa schifo. È un trauma antico, alla fiesta ho rinunciato notando che gli “amici” mi chiamavano solo il venerdì sera, e che il francesino ventenne con cui brindavo ogni tanto andava da un’altra per il bicchiere della staffa. Era il momento di prendersi una luuunga pausa, che in effetti dura ancora oggi.
Questo sabato pomeriggio infatti si annunciava scoppiettante come sempre, ma mentre già sto scaricando il film ecco che mi viene voglia di vita sociale. Pomeridiana, ovviamente, come le nonnine che sempre popolano i bar che piacciono a me. Me lo fa notare Vanessa, varcando la soglia dell’orxateria valenciana.
Parliamo del licenziamento: lei aveva lasciato prima, rifiutando il part-time per trovarsi un’azienda meno glamour e più solida. Quindi mi chiede un po’ di pettegolezzi postumi. Era vero che Tizio usciva con Caia? Meno male, allora un po’ di movida c’era, in quel mortorio…
Ma che gossip volevi, butto lì, io ero l’unica libera, in ufficio… Lei sembra fare un rapido calcolo e conclude: hai ragione, eri l’unica. Pure l’unica a non saperlo, sospiro nella cannuccia, soffiando una bollicina nella leche merengada. Squisita. L’orchata di Vanessa invece sa di orchata, ovvero di niente. Avrei dovuto dirglielo.
Sicura che non vuoi venire con noi?, la saluto sotto la metro prima di andare con Xavi, catalano vissuto in Toscana (“He hazzo dici?”), che per l’occasione è venuto con un catalano “di Saragozza”. Catalani e basta è difficile trovarne.
Dopo un poetico giro per una mostra al CCCB, e uno più prosaico per locali sozzosi, approdiamo causa affollamento al mio asso nella manica: casa Almirall. Classe 1860, il miglior vermut della città, garantiscono.
Infatti il dramma comincia con me che decido di provare il vermut.
Il primo brindisi lo facciamo in catalano. Al terzo stiamo parlando napoletano, aragonese ed esperanto, mentre i camerieri scommettono su che lingua sia. Specie il cassiere, che mi osserva gesticolare attonito.
Il vicino romano incontrato all’uscita mi annuncia che sto ‘mbriaca (ma va’) e che me so’ perza ‘a riunione Altraitalia.
Vero, cacchio, impreco entrando da Shalimar, bocciato una volta dagli amici paki e promosso ora a pieni voti da un Xavi sudato e felice (per le spezie), che al secondo bicchiere di vino fa un uso improprio del tovagliolo.
Risultato: il giorno dopo mi sveglio con una sbronza colossale, e in ritardissimo per ripulire i detriti delle pulizie di primavera. E ho un pranzo tra tre ore.
Ma c’è un bel sole e chiamo Fahim, sempre gentile e carino, e sempre coinquilino del mio ex, che è sempre 20 cm più alto di lui (e 40 più di me).
– Vieni a prendere un caffè nel pomeriggio? Ho delle cose per il tuo magazzino.
– Ok.
– Porteresti anche il trapano? Mi aiuti a montare l’amaca.
A fare la spesa non lo mando, porello, un pako che mi compra la pancetta è troppo anche per me.
Fortuna che ho invitato dei ritardatari cronici, che però riescono a sorprendermi: una arriva mezz’ora dopo con un amico, un altro mi messaggia a quota 10 minuti di ritardo per annunciarmi che si è appena svegliato.
Siccome lei non ha ricevuto il messaggio di scuse anticipate, il mio salotto le si presenta in tutto il suo splendore come sorpresa del giorno.
Meno male che il pranzo è fuori al balcone, ma… Che fine ha fatto il sole?
– Mi sa che scoppia un temporale – annuncia lei.
– Ma va’ là, ma va’ là.
Alla prima forchettata, come in un film, comincia a piovere qualsiasi cosa. Anche bestemmie, mentre rovescio in un sacco della spazzatura tutto il letame sul tavolo in salotto. Quando riusciamo ad addentarlo, lo spaghetto è ormai tiepido. Solo la menesta nera si conserva a tremila gradi Fahrenheit, il che non impedisce all’altro ritardatario d’ingollare 5 piatti e tutta la baguette.
Fahim invece non prende manco il caffè: arriva con soli 40 minuti di ritardo e senza trapano, per dirmi che ripasserà. Non saprò mai se andava davvero di corsa o l’abbiamo spaventato.
In fondo guardiamo solo il Mago Otelma in un reality spagnolo.
È ormai tempo di uscire un po’. I miei ospiti si accapigliano sulle responsabilità della Grecia nel Medina Azahara e fanno pace nell’Ambar.
Io invece vado a far pace col pigiama: mi ero vestita sotto il sole traditore, e ora ho freddo.
E poi niente partita, oggi.
Marianna mi ha chiamata per avvertirmi della morte di Morosini. Ma questo con tutte ste stronzate non c’entra.

Uno slogan anni ’70 diceva: “Più polvere in casa, meno polvere nel cervello”. Per questo mi so’ fatta femminista, perché con la polvere in casa getto letteralmente la spugna. Specie se la casa è mia e contraddice il principio della fisica per cui non si può generare materia dal nulla: ma se quando faccio le pulizie di primavera mi ritrovo “nippoli” in posti impensabili! Oddio, lì avrebbero senso, o ne avrebbero di più che nell’acqua appena versata nel bicchiere pulito.
Ma il bello della disoccupazione è “dedicare più tempo alla casa”, e non me lo voglio perdere. D’altronde, se voglio tirar tutto a lucido è unicamente per sani principi igienici: se non trovo il documento d’identità spagnolo mi sogno il sussidio di disoccupazione, di per sé già improbabile.
Fortuna che intanto ho trovato la soluzione alla crisi: sotto al mio letto è accumulato in centesimi l’equivalente del debito pubblico nazionale. Cerco di ricordarmi quando mi sia esploso il portafogli (è sempre così pieno…) quando riesco a schivare per la prima volta lo spigolo della finestra. Di solito il legno marcio mi si conficca sempre nella schiena, ma non oggi.
Allora c’è speranza! Posso perfino trovare una destinazione ai panni più imbarazzanti nel pericolante guardaroba IKEA: i casi disperati li uso per la polvere, per gli altri confido nell’eventuale contagiosità del daltonismo. No, eh?
I gioielli, almeno. Quelli che tengo perché sono regali, senza confessarmi che non si possono vedere. Li metto in una borsa tarlata, tutti tranne la parure indiana originale del mio ex, tre strati di brillanti e laccio d’oro, che destino all’uscita in pizzeria di domani: ci guarderò il Napoli tra eleganti caballeros in tuta azzurra (“’o Cava’, ma ‘o rigore era troppo facile, int’ ‘a scassata ‘e nonneta?”).
Il documento non salta fuori. Contemplo le foreste amazzoniche reincarnate sotto forma di kleenex nel comodino di Mary Poppins, e scopro cucchiaini (sempre IKEA) ancora attaccati alla bustina del tè.
Come ho fatto ad accumulare tanto schifo in soli 5 mesi di lavoro? Mah. In compenso ho ritrovato tutte le penne della mia vita. Per festeggiare batto la testa contro il legno marcio di cui sopra.
Ma il colpo di grazia me lo dà la porta sul balcone, mentre scopro che gli gnocchi “catalani” che ho versato per premiarmi sono in realtà Garofalo e cuociono in 2 minuti. Mentre mi precipito a racimolare un po’ di rosmarino per fingere di avere una salsa, zac!, la maniglia mi stampa sul fianco il solito livido viola, che in spiaggia fa sembrare la mia vita mooolto più interessante di quanto non sia.
Già è tanto che mangio, oggi: nella confusione ho menato l’accendigas nel lavandino, e non c’è verso di farlo resuscitare. Lo butto tra i cumuli d’immondizia recuperati stamattina. Ma come si ricicla, un vecchio accendigas viola? Lo metterò tra i panni per daltonici, la ruggine fa pendant con la camicia arancione fluo.

 

Non mi linciate, ma a me Guardia del corpo piacque. Avevo 12 anni, chiesi ai miei amici che significava che il maniaco si fosse masturbato sul letto di Whitney, e mi arrivò una gomitata nei reni da uno che, a giudicare dalla potenza dell’avambraccio, lo sapeva bene. A parte l’incidente, il film mi piacque.

Spesso i brutti film m’insegnano molto più degli altri, perché nella loro mancanza di fantasia citano quelli belli, o i classici della letteratura. E poi i fatti sempre quelli sono, come nel riassunto de I promessi sposi del mio prof. d’italiano: “Isso vuleva a essa, essa vuleva a isso, e alla fine si ebbero”.

Guardia del corpo ti piazza due frasi capolavoro, e la più bella la dice proprio la buonanima di Whitney. Parafrasando: hai mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, da nessuna parte, tranne che dentro di te, nel tuo stomaco magari?

Hai voglia, le rispondo troppo tardi. Io che nella mia follia ho una logica ferrea che non ho mai infranto (per questo sarò folle).

Ma capita spesso, di fare cose senza senso.

Lavorare gratis a qualcosa che ti piace. Lo fate in tanti, ultimamente, in Italia.

Sopportare coinquilini che ti sfascino la casa.

Sciropparti una serata che puoi evitare con un sms.

E poi scappare anche quando non c’è pericolo. Anche dalla realtà.

Tempo dopo ci chiediamo che diavolo pensavamo di fare. Ma allora non ricordiamo come ci sentivamo. Il nostro stomaco avrà digerito il segreto che lo teneva sull’orlo dell’ulcera, e se lo porterà nella tomba. Per cui non ci tieniamo proprio a conoscerlo a breve termine.

Ma abbiamo perso qualcosa. So che è controindicato citare più di un classico alla volta, ma ricordate la Fata Turchina, quando Pinocchio diventa un bambino vero? “Era proprio un bel burattino”. Sì, ma adesso è una palla, e secondo qualche barzelletta sporca anche la fata sarebbe d’accordo.

Ora sto facendo una cosa senza senso. Non importa quale, pensate alle vostre.

So che gli stomaci non reggono a lungo alla mancanza di senso, e prima o poi la ragione o una bella mazzata mi riporteranno alla realtà. Ma intanto…

Il bello è quando interviene la Provvidenza, per tornare ai Promessi Sposi, che invece di farsi i fatti suoi ti risolve il problema. Mettete che l’azienda per cui lavorate gratis riceve una visita della Finanza. Troppa grazia, Sant’Antonio. Ma farcene una quando gliela chiediamo, no?

No. Dobbiamo proprio accorgerci che non sono le circostanze, siamo noi. Immobili come stoccafissi, senza il coraggio di licenziarci, di finire una storia, di traslocare, insomma, di risolvere la questione. Senza il coraggio di provare a star bene.

 Purtroppo, senza senso un po’ si sta bene. È come quando capiamo di non dormire più ma non siamo ancora del tutto svegli, e vogliamo goderci ancora un po’ i sogni, il tepore, ancora un po’, per favore …

Ecco, io sono proprio lì. So che sarà meglio uscirne, ma quando l’avrò fatto un po’ mi mancherà, a me e al mio stomaco.

Mi mancherà la terra tra il sonno e la veglia. E no, stavolta non ho citato Peter Pan, ma Hook – Capitan Uncino. Quello non mi è piaciuto granché.       

Il basilico si è salvato. Una settimana senza innaffiarlo ed è esattamente come prima che partissi: giallo e malaticcio.
La menta, invece, l’ho trovata rovesciata, le foglie avvizzite e il piattino trascinato via dalla pioggia che mi ha accolto a Barcellona, ieri pomeriggio. Ma è una pianta ‘nzista, un po’ d’acqua ed è tornata come nuova.
Perfetta per il mojito, dice Mila.
È una parola, con questa bufera. Se il balcone è inagibile lo è anche casa mia, 35 m² con 2 camere da letto (oddio, una è il ripostiglio). Non ci stanno, in salotto, tutti quelli che vorrei invitare.
Ma ho caffè e cibarie per un reggimento e mi serviranno alleati.
A due ore dal volo mia madre ancora spariva dalla stanza, per tornare poco dopo con qualcosa da mangiare.
Pure la menesta nera, le foglie scelte da lei, da nonna e dalla badante di nonna, che intanto chiedeva perché andassi a Barcellona se la sua gente veniva in Italia a lavorare. In effetti me lo chiedono anche i barcellonesi emigrati in America, ma, parafrasando Bellavista, si è sempre immigrati di qualcuno che non capisce che ci fai al paese suo.
In questo momento è una bella domanda anche per me. Il documento spagnolo non lo trovo. Non so se al collocamento mi accetteranno senza. E se l’articolo sugli anarcoitalianos sia arrivato all’ufficio in cui dovrei rinnovarlo.
Non è arrivato all’anziano che mi ha sfiorata in Plaça Universitat, salutandomi col borsellino sospeso a mezz’aria. Non capirò mai se non mi aveva notata o cercava di abbordarmi per due spiccioli. In entrambi i casi, non ci vede bene.
D’altronde c’è grossa crisi: un’altra anziana sbirciava con noncuranza il cestino fuori alla metro, ma ci avrebbe tuffato volentieri il braccio per raccogliere gli avanzi dei turisti. Che si fanno un giro sulla Rambla e pensano che Barcellona sia quella. Chissà se tra loro c’è già la signora che, mentre l’aereo atterrava, diceva: “Tutta palude, qua! Che ci saranno, le risaie?”.
Be’, la risaia sarebbe una soluzione per i gggiovani imbarcatisi con me, rigorosamente divisi in Erasmus, cervelli in fuga e turisti del dopo Pasqua. Un abbraccio in sosta vietata ai parenti, fuori Capodichino, e via a Barcellona, con valigie cariche quanto la mia.
Mio fratello su facebook mi segnala che, secondo la Cancellieri, i giovani italiani vogliono il posto fisso vicino a mamma e papà. Io lo vorrei vicino al fruttivendolo di Forcella.
Non quello al centro, con la frutta affumicata dai motorini controsenso. Quello poco dopo la pizzeria da Michele. Il giorno prima di partire mi sporgevo preoccupata, non lo vedevo. E invece è sempre lì.
In questi 4 anni, mentre io perdevo aerei, affittavo case, cambiavo valigie e amici, lui si alzava ogni giorno alle 6 e “metteva mano”, coi suoi splendidi pomodorini Pachino.
Qua i pomodori sono un po’ arancioni, col pecorino meglio buttarla a carbonara. Ma non so se agli ospiti reggerà lo stomaco. E non so manco se con certi ospiti reggerà il mio.
Ma se perfino il basilico, giallognolo e buono, resiste al vento catalano, vuoi vedere che io.

E va bene, ho paura.
Domani torno a Barcellona, e Barcellona non è più lei. Quando cambia lo fa all’improvviso, e completamente. In 3 giorni ti toglie amore, lavoro e rispetto. E te li ridà quando le pare.
Ora mi aspettano il collocamento e un documento da rifare. Qualche manifestazione per gli italiani feriti allo sciopero generale, già additati come anarchici sovversivi. E curriculum da inviare. E qualche cena sul balcone.
Queste vacanze sono state una parentesi tra due punti interrogativi, la Barcellona che era e la Napoli che non sarà mai.
Però Napoli sì che è sempre lei.
Me la sono girata un po’, oggi, approfittando della mia nuova puntualità e del ritardo altrui. I venditori della Maddalena stanno migliorando, sono passati da “Pssst” a “Scarpe, bella?”. Marocchini e napoletani se la giocano, con l’italiano. E io ho imparato a restituire gli sguardi.
Forcella è sempre unica. Sulle scale del quartiere mi scopro a cantare la hit di una vita, “nun ce credo, ca ce sta, doppo ‘e te che fa ‘nnammura’”, ma decido di aver fede grazie al Padre Pio fuori al “mio” portone. Sgarrupato come sempre (il portone).
In Vico della Pace c’è una graziosa.
La scritta “Annalisa Durante” mi ricorda la madre del suo assassino, intravista proprio intorno alla scuola. O quando incendiarono i computer e l’odore mi arrivò fino al balcone.
Quasi su via Duomo la sorpresa: una mostra in bianco e nero sui quartieri di Napoli. È l’America’s Cup, spiega Vincenzo, incontrato per caso fuori alla cartoleria di fiducia.
Annuisco mangiando la sfogliata di Scaturchio. Alla cassiera sono riuscita a non dire hola, solo “una frolla”. E a lasciare i soldi nel piattino. Altrove li dai in mano a chi ti serve.
Altrove.
Quando il treno mi riporta in paese intravedo anche la mia, di scuola. Cerco l’insegna e trovo me, seduta al banco, a inseguire treni invece di scrivere. Allora mi assegno una frase in inglese, una che per gli inglesi è proprio difficile da pronunciare:
I have a girlfriend.
Poi cancello e scrivo:
It’s a sunny day.
E giro pagina.

Ora lo so: Barcellona mi ha insegnato a dormire. Mi ha insegnato anche il catalano, il gazpacho (anche se è andaluso) e l’indipendenza. Ma soprattutto a dormire.
Ieri me l’ha detto anche papà, che per festeggiare il mio ritorno pasquale si è preso un giorno di ferie: “Adesso non ti alzi la notte e non resti con la luce accesa per ore”. (Ha aggiunto pure “sarà la vecchiaia”, ma lasciamo perdere.)
Oddio, la luce è meglio spenta, che la mia “cameretta” è diventata un museo. Un ripostiglio, anche: se tornassi senza preavviso dovrei farmi strada con le ruspe. Ma ci trovo anche 30 anni di storia, compresi i capitoli che strapperei dal parato ingiallito, dai libri tradotti che non guardo più.
È un confronto con la bimba leziosa che ha scelto i fiorellini alle pareti e collezionato le bomboniere più atroci. Mi domando come sia arrivata a 31 anni senza che la prendessero a badilate. Ma del seNo di poi son piene le fosse, e solo quelle: il cassetto coi residuati bellici della Wonderbra non finisce mai di stupirmi.
Comunque la nuova protagonista è lei, la poltrona. Di un moderno ammiccante al rétro, struttura in legno e rivestimento rubino. Regalo di un paziente di papà, che quest’anno ha portato pure il poggiapiedi. Me l’hanno piazzata tra letto e terrazzo, come sfida costante alla mia pigrizia. Prima leggevo distesa sul balcone, tra le foglie del nespolo che non c’è più e le urla dei vicini, aumentate dalla nuova prole.
Ora mi schiaffo lì, e avvicino pure il tavolino IKEA, risarcimento del lettino pieghevole sequestrato ormai da anni. Ci metto su i miei libri schizofrenici, tra Brontë junior e Roberto Bolaño.
E tra le cime tempestose e i detective selvaggi mi addormento. Come ieri.
Mi sveglia un vortice d’immagini e voci, un album di figurine che non so riordinare. Rivedo i nuovi acquisti della famiglia, che a 6 o 10 anni parlano tanto inglese ibrido e pochissimo napoletano, e taggano e cliccano ma friarielli si dice “friggiarelli”. Rileggo gli auguri di non so che vescovo, nell’italiano pomposo di chi non lo conosce.
Parliamo sempre la lingua dell’ultimo conquistatore, ricordo stiracchiandomi, e mi rendo conto che non so più se sto a Barcellona a sognare di Napoli, o il contrario.
Decido che sto nella Terra di Nessuno, in cui ho 5 anni e il parato a fiorellini, 15 e un Wonderbra soffocante, 31 e l’assegno di disoccupazione (forse).
E che a volte si devono fare i chilometri per tornare a una poltrona che manco esisteva ed essere proprio io, ancora una volta.
La prima volta.
– Maria, vuoi il caffè?
– Arrivo!
Manco mi piace, il caffè.

E veniamo alle cose serie: da buona “litofaga” ( = mangio anche i sassi) per sentirmi a casa devo mangiare tanto, spesso e bene. Barcellona ha 2 vantaggi: menù completi a 10 euro e ristoranti etnici “veri”. Ha anche 2 svantaggi: è turistica e la pasta si mangia scotta. La cucina catalana è buona e semplice, ma gli italiani tendono a chiedersi “tutto qua?”. Qualcuno apprezza gli chef più all’avanguardia; io sono per il bo i barat, buono ed economico. All’abbondante ho rinunciato, questi stanno KO alla quinta forchettata.
Ecco la mia Barcellona gastronomica.
10) Les quinze nits: lo metto per affetto e per il “Catulayan”, sgrammaticato omaggio alla Catalogna nella carta dei dolci. È il primo a cui approdi da turista, si fa prima a impararne il nome che a superare la fila, che in agosto invade mezza Plaça Reial. I suoi vantaggi ce li ha: fate bella figura a prezzi non esagerati (20 euro se vi contenete col vino).Non chiedete l’insalata con rucola a meno che non vogliate brucarla dal piatto.
09) Pollo Rico: adoro. Tamarro come pochi. Sotto è un girarrosto, ma sopra trovate un burbero cameriere catalano e un simpatico pakistano non proprio gay-friendly (ma si limita a borbottare tra sé). Ovvio che il pollo è buono. Anche le tortillas. La mia sfida personale è farmi portare pa amb tomàquet (il fratello scemo della bruschetta) e maionese: 9 su 10 devo chiederli 3 volte.
08) City Gate: cucina indo-pakistana tra Rambla e mare. Raccomandato dal mio assaggiatore pakistano, con tanto di complimenti allo chef (in urdu). “Lo vuoi piccante, il tuo piatto?”, chiedono. Rispondete di sì solo se sapete il fatto vostro. Se poi andate a fuoco buttatevi sul riso pilaf: semplice e geniale.
07) Ca la Nuri: alto livello. Ristorante di pesce a Vila Olímpica, sulla spiaggia. Grande arròs negre (una paella al nero di seppia) ma anche la fideuà (paella di capellini spezzati) è notevole. Si spende abbastanza, sui 30 se va bene, ma le razioni meritano.
06) La Xaica: a 2 minuti dal Triangle. Ci porto sempre gli ospiti: né sozzo né chic, col giusto mix di clienti catalani e turisti. Potete anche sfiziarvi con la paella, anche se la fideuà per gli italiani è a rischio. C’è un menù più economico sui 10 euro e un altro sui 15, fate vobis. Anche il menù di tapas non è male.
05) Teranga: ristorante senegalese nel Born. Molto figo, sempre affollato. Cuoche senegalesi, formula semplice: scegli un piatto, una guarnizione (cous cous o riso) e una salsa. Adoro la yassa di pollo, ma c’è anche l’opzione vegetariana, yuca e spinaci. I succhi di zenzero e ibiscus sono carucci (4 euro cc.) ma buoni, il primo è pure un po’ piccante.
04) Romesco: capitano, mio capitano. Vicino alla Rambla, traversa di c. Sant Pau. Spartano è un eufemismo. Gli olandesi amano il tonno alla piastra, io ordino sempre melanzane alla romana (‘ndurate e fritte). La combinazione con frijoles, piatto pseudocubano che include anche una banana, causa allucinazioni, visioni mistiche e acquisto di test di gravidanza. Ma non è partenogenesi, è ‘o stommaco.
03) Ristorante cinese in c. Nàpols: ad Arc de Triomf le faide cinesi si giocano anche sulla cucina di 2-3 ristoranti, che generano dispute e rompono amicizie (“Se i miei amici sapesseLo che sono qui…”, confessava un’informatrice). Io ho già preso posizione, mi trovate in questa sala da film splatter con bacchette a profusione e due grandi certezze: noodles con verdure e pasta di riso. Il resto è leggenda. Anche se i ravioli alla piastra…
02) Lixus: non c’è storia. Sulla c. Hospital, 20 cm da Rambla Raval, sarebbe un normale bar marocchino se il venerdì non ci fosse il cous cous. Spettacolo. Per 6 euro scegliete tra pollo e carne, e verdure o ceci e cipolle caramellate. Una dritta: chiedete anche il leban, che potete usare come salsina o sorseggiare come uno yogurt. Se vi resta un po’ di spazio buttatevi sul succo fresco di mela e banana a meno di 2 euro.
01) Sports Bar: non servono parole. Andate a vederci la partita del Napoli (meglio se in netto anticipo) e sentitevi a casa tra pizze originali (pure fritte), parigine, gattò travestito da tarta de queso e saltimbocca. O scegliete primo e secondo, buoni e italianissimi. Tra le urla in napoletano dei camerieri godetevi anche la situazione guareschiana dello Spritz Bar di fronte. Se battiamo la Juve 3 a 0, “ce mannammo 3 sfugliate”.

NB: Il mio terrazzo è fuori classifica, perché non sum digna. Ma almeno è gratis!

Silvia Pérez Cruz – Vestida de nit (una canzone d’ammore, filiale però)

Leggere attentamente le avvertenze

Tanto per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, ecco i 10 locali che preferisco a Barcellona. Per ascoltare musica, chiacchierare e ubriacarsi. Oddio, io mi ubriaco con una clara, che non è una birra chiara, ma un misto di birra e Fanta al limone, detta anche Xampú. Capirete, quindi, quanto sia attendibile in merito. La mia Barcellona da bere l’ho inaugurata in ritardo e chiusa alle prime avvisaglie di squallore. Diciamo allora che questa è la classifica dei posti in cui mi piace perdere il tempo, sapendo che mi verrà restituito in qualche modo.

NB: Cliccate sui nomi dei locali.

10) La Fianna: vicino Santa Maria del Mar. Bei cocktail, un sacco di gente di tutto il mondo, e se vi accaparrate i “posti a stendere” avete risolto la serata. Per me va bene i primi mesi, per la fase “la gente está muy loca”. Sappiate solo che dopo una serata lì potreste arrivare a dire cose come: “Mi fai un favore? Vorrei baciarti ma sono troppo bassa. Lo fai tu?”. Basato su una storia vera.

09) Robadors 23: ve lo segnalo a malincuore, per due motivi. Ci dovete andare un’ora prima per sperare di sedervi, ed è troooppo fricchettone. Il fior fiore del radical-chic internazionale si riunisce lì ad applaudire, a seconda della serata, un flamenco, del cabaret o una buona jam di jazz (sui 3 euro, in genere). La “grotta” in cui si suona è caratteristica, la zona bar invece è carina e accogliente. Occhio alla strada, considerata la più malfamata in centro. Non che vi succeda niente, eh, è solo piena di spacciatori e puttane. Quella vestita da Cleopatra platinata è una personalità indiscussa: le hanno dedicato anche questo documentario.

08) Sugar Bar: il percorso più semplice, per me che mi perdo subito, è Rambla – c. Ferran – c. Raurich. Baretto rosso, vicino a Plaça Reial, con tanto di musica britannica e barman (bellissimo) di Liverpool. Se siete di Manchester, o ci avete vissuto, evitate di dirglielo, buttatevi sulla birra economica e i chupitos (gratis coi flyer omaggio), e parlate col vicino, tanto per poter bere gli avrete senz’altro assestato una gomitata nei reni. Attenzione, però: la gente che si conosce qui a volte si sposa. Io vi ho avvertito.

07) Rai Art: avete presente il covo di fricchettoni che evitate come la peste se siete snob, e frequentate ogni sera se avete solide idee di sinistra? Trasferitelo nel Born a 5 minuti dalla metro Jaume I. Metteteci cineforum e attività mensili che comprendano anche la danza del ventre… E ancora non avete capito cos’è il Rai. Tanto per intenderci: per meno di 20 euro potete affittare la cucina e organizzarvi il vostro evento. Altraitalia ci festeggia il primo maggio, ad esempio, con cori partigiani al terzo bicchiere di vino. E le rassegne cinematografiche con film di Monicelli, o documentari attuali come Cento passi per la libertà… Interessante.

06) Casa Almirall: ha 2 vantaggi. Sta su Joaquim Costa, strategico tra Macba e Rambla Raval, e fa una gran figura nelle foto. Bar modernista che ha mantenuto più o meno lo stile (e il vermut) dell’epoca. Perfetto per approdarci con una moleskine e l’aria sofferta di chi ha visto cose che noi umani… Oppure buttate la moleskine e buttatevi sulle birre. Già che ci siete squillatemi, sto a 2 minuti.

05) Sala Monasterio: qui ci vado solo qualche mercoledì a ballare il forrò, danza brasiliana che troverei pallosissima, almeno nella versione proposta, se non fosse condita da una chiacchierata col compagno di ballo. Peccato che la comunità brasiliana, maschi e femmine, tenda un po’ a isolarsi, tranne qualche provolone. Voi aggrappatevi saldamente a chi ne capisca qualcosa, ma anche no. Tanto la musica è un’occasione per chiacchierare. Anche se qualcuno ne approfitta per collezionare numeri di telefono.

04) Sala dos Rosas: il Cafè da Madeira, al piano di sopra, sembra un ristorantino come tanti, ma la Barcellona più fricchettona si dà appuntamento al piano di sotto per ascoltare musica “afromandinga” (?), jam multietniche e gruppi di ogni provenienza. C’è una canzone splendida, senegalese credo, che cerco da secoli tra youtube e siti nerd, ma l’ho sentita solo là. E la conoscevano tutti.

03) Manchester Bar: ce ne sono due: uno sotto casa mia, in una traversa di Joaquim Costa, e un altro nel Gotico. Ovviamente mi piace quello del Gotico. Atmosfera carina, specie se ti accaparri la saletta, cocktail un po’ più cari della media e musica britannica di tutti i tipi, da David Bowie in giù. Una volta misero una canzone dei Cure e ci lambiccammo il cervello in 5 per ricordarne il titolo. Era questa.

02) Pastis: vicino Santa Monica. Bar marsigliese con proprietario finto-marsigliese, il pot-pourri di cianfrusaglie messe ad arredare mi ricorda un po’ Il Magnifico (gli aversani sapranno). Lo spazio è infinitesimale, ma in caso di concertino vi stupirete della capienza. E anche del concertino. Gare di slam, cantautori di tutto il mondo e perfino musica popolare del Sud Italia, con occasionali giri di pizzica. E poi c’è il pastis. Che è buono assai, ma non lo dite al burbero barman a meno che non vogliate ubriacarvi: a me, almeno, ne offrì un altro.

01) Big Bang: qui se ci lasciate l’anima non la trovate più. Ve l’avranno calpestata le decine di giovani e nongiovani che si accalcano per ascoltare le jam. Ben nascoste, peraltro: il bar da fuori sembra un magazzino, all’ingresso è un misto tra Twin Peaks e Paese delle Meraviglie (con dj set rétro) e in fondo vi ricorderà la saletta prove dell’adolescenza. Solo più grande e affollata. Le jam di jazz sono belle assai, quella di rock e blues la domenica è più fracassona e partecipata. Io poi voto il personaggione della serata… Anche se è una bella gara.