Genio e regolatezza: le passioni matematiche di Salvador Dalí | Maddmaths!

Il mio problema con le esposizioni surrealiste come quella del CaixaForum è:

  1. Non amo musei ed esposizioni in generale, e non sono l’unica: c’è un dibattito quasi secolare su obsolescenze e arbitrarietà di questo modo di far cultura, e il tanto demonizzato selfie agli Uffizi mi sembra solo espressione di un turismo che consuma Dalí come lo farebbe con la crema catalana;
  2. a casa mia, una ruota di bicicletta fissata a uno sgabello è tutt’altro che surrealista: in effetti è la quotidianità (nel mio corridoio, ad esempio, espongo “bicicletta scozzese parcheggiata accanto a resti di sedia IKEA in finto legno”);
  3. dopo la visita all’esposizione, mentre ero seduta a una panchina, un tizio con un cartellino arancione appuntato alla maglia si è fermato accanto a me, ha posato lo zaino a terra, ha eseguito l’intera coreografia di Billie Jean (tra dominicani esultanti in monopattino), poi ha raccolto lo zaino ed è andato via.

Sull’ultimo punto il mio migliore amico, interpellato a distanza, ha trovato l’unica spiegazione possibile: il tizio in questione era parte integrante dell’esposizione, c’era rimasto male perché non l’avevo notato e mi aveva inseguito apposta per rimediare. Un servizio impeccabile, al CaixaForum!

Scherzi a parte, il termine surrealista, in spagnolo e ufficiosamente in catalano, è sinonimo di “surreale”, ed è stato un aggettivo che un’amica di Barcellona mi ha contagiato come un raffreddore. Secondo l’amica, tutto ciò che mi capitava era fortemente surrealista. Una volta, sulla Rambla del Raval che di per sé è surrealista forte, ci si accostò un tipo stranissimo che cominciò a vaneggiare in italiano. Allora l’amica dichiarò alla gente che ci accompagnava che era normale che ci stesse succedendo quella cosa: c’ero lì io, e a me succedevano sempre incidenti del genere.

Va detto che per un po’ il surrealismo mi ha divertito, ha fatto punteggio nel mio curriculum di “strana” (che, sia messo agli atti, non capisce perché lo sarebbe), e mi ha accompagnato in giornate di precariato o, al contrario, di noioso lavoro d’ufficio. Ma col tempo questo stile di vita ha cominciato a stancarmi. Lo ha fatto quando il termine “tossico“, peraltro molto in voga, ha cominciato a designare non tanto una persona dipendente dalle droghe (ed era ora che la smettessimo), ma qualsiasi fattore rovinasse la nostra aura, i nostri chakra, il nostro… [inserire fuffa orientalista a piacere]. Le persone tossiche, secondo la vulgata del momento, ce le attiravamo come calamite, e purtroppo la definizione di victim blaming non era diffusa tanto quanto quella di tossicità, quindi avete indovinato: se mi circondavo di surrealismo manco fossi un collezionista d’arte degli anni ’30 (con la differenza che però non ci guadagnavo un centesimo) era pure colpa mia!

La questione, come sappiamo oggi, è che non si tratta di “attirare” persone tossiche: quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio. C’è da chiedersi, piuttosto, perché i più si rendono subito conto del pericolo e alcuni di noi, invece, lasciano loro le porte aperte. Me lo sono chiesta in quelle due o tre occasioni in cui, a un incontro culturale nei miei giri, lo stesso tizio piuttosto brillante, ma evidentemente problematico, si accostava a parlare alla persona seduta al mio fianco: poi il tipo se ne andava, la persona al mio fianco mi osservava con un’aria tra il sorpreso e il divertito e faceva una battuta tipo “Seh, ma dove si avvia…”. Peccato che il tizio in questione fosse tipo un mio ex, “mai uscito dall’armadio” in quanto tale.

Allora ci si mettono le scuole di pensiero, anzi, le scuole di vita: le persone che vivono nel caos lo fanno perché sono state abituate a quello fin dall’infanzia. Siccome non cerchiamo ciò che ci fa bene, ma piuttosto ciò che ci è familiare… Sì, vabbè. Sarà per questo che a un certo punto, per cominciare a rendermi familiare ciò che mi faceva bene, ero diventata quello che un tempo si definiva, con una punta di snobismo, un’impiegata del catasto: convivenza tranquilla in zona tranquilla, lavoro rispettabile da cui mi riposavo con il sedere sul divano nel fine settimana… insomma, avevo l’eccesso di zelo dei neofiti privilegiati (avevo pur sempre lasciato a un inquilino la casa di proprietà per incompatibilità coi vicini, e così mi ci pagavo l’affitto) che scimmiottano “la gente comune”. E i Pulp da qualche parte sorridono.

Ma il problema degli eccessi di zelo è che quello che lasci fuori dalla porta ti entra dalla finestra: così eccomi qui, due anni dopo il mio ultimo tentativo di sfuggire al surrealismo, intenta a scrivere un articolo sul poliamore con il mio ex, che ne sa a pacchi (e che, si diceva, è tornato a stare da me per un po’) e alle prese con il ritorno del compagno di quarantena: che, dopo due mesi di vagabondaggio saccopelista in Galizia, si è presentato con una conchiglia per me, accompagnata a tre mini-liquori (che non bevo, e due liquori su tre non sono vegani), e con la dichiarazione di “avermi pensato tanto”. Seguita dall’annuncio che adesso se ne va a spaccare legna per qualche settimana in Aragona.

Allora adotto una strategia che ho perfezionato negli ultimi due anni: accetto, con riserva. Che non è l’accettazione zen, né il cristiano abbracciare la croce, ma una voglia di fluire con quello che la vita mi dà in questo momento.

Così incasso i “complimenti per l’articolo sulla monogamia” degli addetti ai lavori, più che propensi a pubblicarcelo, e mi ritaglio momenti per godermi la beata solitudine che ho ritrovato nella mia tranquilla estate di pandemia. Poi va da sé, sposto lo stenditoio piazzato giusto al centro del salotto (pieno di boxer, con un solo asciugamano mio), per fare strada al sacco a pelo in cui il compagno di quarantena ama dormire, a terra, anche in casa.

Se gli faccio una foto mentre dorme (“natura morta in salotto con stenditoio”) chissà quanti milioni tiro su.

Warrior of the Week: Baloo – LIBA Football and Leadership

Mi arrivano notizie dal paese.

“Sai, ho trovato un lavoro! Nella rivista per cui ho pubblicato gratis da studente. Ancora non possono pagarmi, ma hanno cambiato format e di sicuro i soldi arriveranno. Poi mi faccio contatti, mi hanno fatto intravedere un lavoretto…”

Intanto che leggo, il vicino del piano di sotto tiene una vera e propria conferenza sui suoi principi morali, e lo fa nel mio salotto: la sua connessione gli sta dando problemi e mi ha chiesto il favore di usare la mia per la terza parte del suo ultimo colloquio di lavoro. Per la verità non capisco bene di cosa parli agli esaminatori (tre uomini e una donna, l’assonanza col film non mi sembra un caso), ma ad aspirare a quel lavoro d’ufficio sono rimasti in quattro. Il vicino insegnava italiano fino a qualche mese fa, ora si è accorto che le scuole di lingue che non hanno chiuso per il virus non hanno certo troppe ore di italiano da offrire agli insegnanti: quando si deve tirare la cinghia, si imparano solo le lingue necessarie a produrre. Spoiler: l’italiano raramente si trova nel novero.

Il colloquio del vicino finisce in tempo per ora di pranzo, così apparecchio nella “sala colloqui”, ritornata salotto. Il vicino rifiuta l’invito a restare, non fidandosi forse della mia pasta ammescata, e mi confessa che non è soddisfatto di come lui abbia svolto la prova di lingue. Già perché, in queste selezioni che non finiscono più, è prevista pure quella, oltre a una prova di informatica. E meno male che non c’è il test psico-attitudinale, come quello che hanno dovuto sostenere svariati amici per Amazon!

Mi accorgo solo dopo mangiato di un altro messaggio, non dal paesello ma dal capoluogo: l’amica traduttrice. È su di giri: ha trovato una casa editrice che le fa addirittura il contratto! Cioè, il contratto, ho presente? Avevo ragione io, duecento euro per un part-time non si può sentire. Finora però ci si era sempre pagata l’affitto: certo, a patto di accettare tre o quattro lavori alla volta… Questo editore invece è uno onesto: addirittura si parla di seicento euro! Sempre part-time, ovvio. Certo, quando c’è qualche traduzione urgente da fare, lei non sta tanto a guardare l’ora…

Anche al vicino di giù (quello del colloquio nel mio salotto) era stata chiesta flessibilità. Su questo argomento spinoso, alcuni amici hanno avuto la bella pensata di essere onesti, col loro test psico-attitudinale di Amazon, e confessare che no, sulla flessibilità sono “poco d’accordo” (crocetta virtuale sulla casella apposita). Il vicino, invece, ha contattato tutti gli italiani che lavorano nell’azienda in cui vorrebbe entrare, ha scoperto che sono perlopiù milanesi imbruttiti stile figa-fatturato (lui è toscano, poteva andargli peggio…) e si è sentito dire: “Qui il lavoro finisce quando finisce il lavoro!”. Se insegnasse ancora italiano, assegnerebbe la frase agli alunni chiedendo di spiegargliela. Credo che la risposta non gli piacerebbe. Ma gli va bene lo stesso: lavorando da casa, si può almeno esercitare a suonare la chitarra, in previsione di quando potrà tornare a esibirsi col suo gruppo. Perché prima o poi succederà, vero?

Torniamo al paese. Mesi fa avevo applaudito la scelta di un amico, fresco di esame di abilitazione nel suo campo, di lasciare la piccola azienda a conduzione familiare in cui si faceva sfruttare con un patto non scritto: al momento mi sobbarco, per uno stipendio medio-basso, turni che vanno ben al di là delle otto ore. Poi, una volta abilitato, non rompete e mi date quello che mi spetta. A me sembrava un pozzo senza fondo. Anni di ore regalate, e stress, per un salto nel vuoto che, a dirla tutta, si fonda su un assioma interessante: puntare le speranze di fare carriera su datori di lavoro che, finora, ti hanno schiavizzato. Il problema, come sapete, è che da noi è la prassi.

Ultimo viaggio nel magico mondo del lavoro a Barcellona: ricordate il mio compagno di quarantena? Era a vagabondare per la Galizia, è tornato ieri. Comunque, prima del lockdown, al ritorno dal colloquio per il call center di Disney+, era tutto rammaricato perché non aveva saputo imitare Baloo. Sì, proprio quello del Libro della giungla. Ve lo giuro. Lì i colloqui d’ingresso erano più “dinamici” e “proattivi”, come amavano ripetere gli esaminatori, e tra le prove c’era “Imita il tuo personaggio Disney preferito”.

Lui era convinto di non essere passato. Quando gli è arrivata la telefonata, io c’ero. O meglio, ero in un’altra stanza. Gli sentivo balbettare, ancora assonnato, che “dell’azienda gli erano piaciuti i valori, lo spirito…”. Imparavo così la versione inglese della fuffa che si racconta a chi decide se assumerti, per non dire: “Mi è piaciuto l’ammontare dello stipendio”. Tanto, il suo piano diabolico era portarsi il taccuino al lavoro, e scrivere i suoi appunti per il blog personale, mentre rispondeva a genitori disperati perché non sapevano come proiettare i contenuti dell’app sulla smart TV (e la parola app gli era sconosciuta quasi quanto smart TV).

Insomma, da questo magico excursus nei “mondi del lavoro” (quelli delle mie due terre) potremmo ricavare due questioni e una premessa. La premessa: si parla di gente laureata tra i trenta e i quarant’anni, che viene da un contesto familiare più o meno simile. Non oso neanche immaginare cosa succeda a chi debba fare la fila per gli alimenti fuori alla parrocchia di Santa Ana: anche se le Sindy rebels, le lavoratrici sessuali e Top Manta mi tengono aggiornata.

Il problema che vedo di più in questa mia capitale del Mediterraneo settentrionale (come la chiamano dei conoscenti marocchini) è: la fuffa, a Barcellona, regna sovrana. Avete presente la casa sulla sabbia di biblica memoria? Ecco, chiamerei così un posto che fonda la propria economia sulla fama che ha tra i turisti e sulle multinazionali che vengono a risparmiare in forza lavoro, con stipendi un po’ al di sopra dei mille euro: stipendi niente male a queste latitudini, che una persona straniera si può aggiudicare per il solo fatto di parlare la lingua che parla, e di mettere piede nell’ufficio al momento giusto. Ho già parlato dei risultati della gentrificazione, qui mi limito a ricordare: Barcellona dà, Barcellona toglie.

Un mese e vivi in un appartamentino piccolo ma grazioso in zona “centrale ma non troppo”, mentre lavori in un call center con un contratto a servizio (o anche a tempo indeterminato, per quello che vale qui), e il mese dopo perdi il lavoro, o la padrona di casa ti spiega che le serve urgentemente l’appartamento per la figlia (scorciatoia per rompere contratti d’affitto molto vincolanti). Allora viene da chiedersi se la figlia della signora non sia in realtà una turista svedese che le pagherà in una settimana quello che le dai tu in un mese: tanto gli altri del condominio sono immigrati o a loro volta turisti di passaggio, che non si mettono a chiamare la polizia, e la Marieta del primo andava a scuola con la madre della padrona di casa! Quindi c’è l’illusione di stabilità: che “è già qualcosa” (ci torneremo tra poco), ma diventa pericolosa quando smetti di avere un’età appetibile per le aziende che cercano, e gli agenti immobiliari a cui ti rivolgi per un appartamento cominciano a dirti che il proprietario vorrebbe solo spagnoli, e a giudicare dal tuo cognome non sembra essere il caso…

Veniamo alla mia terra d’origine: qui il problema principale, oltre alla cronica mancanza di lavoro, sembra essere una questione di percezione, proprio. L’idea che lo sfruttamento è un male necessario, ed “è già tanto” che si lavora. La mia amica traduttrice è una bomba, risolve problemi semantici che io non vedo nemmeno. Per lei, una volta accantonato il progetto di trasferirsi all’estero era scontato che il mondo del lavoro fosse questa merda, e si credeva pragmatica nel dirmi: “L’importante è che io riesca a pagarmi l’affitto”. Finché il padrone di casa ha fatto la stessa pensata della “collega” catalana che aveva bisogno dell’appartamento per la figlia: dunque, nel caos totale che al momento governa AirBnb in Italia, ha cacciato studenti e lavoratori precari per mettersi in casa i turisti.

Adesso si pongono domande interessanti: il lavoro a distanza aiuterà a colmare questo gap, una volta epurato dei suoi incredibili problemi? C’è gente che ha risolto con la workation (oh yeah!), cioè la “vacanza di lavoro”: guadagni 900 euro al mese con le piattaforme interinali, ma per camparci ti trasferisci tipo in Thailandia. Pratico, no?

Intanto io, che ho avuto il privilegio di potermi dedicare a quello che voglio nonostante lo sfruttamento del settore, continuo a pensare la stessa cosa di sempre: facciamo ponti.

Sì, noi che viviamo tra mondi diversi. Mettiamo in contatto persone con problemi simili, raccontiamo esperienze di questa terra e di quell’altra, e soprattutto facciamo il nostro, che sia prestare il salotto a un vicino con la connessione che non va, o ricordare a un’amica precaria quanto valga il suo lavoro, visto che chi dovrebbe pagarglielo “si dimentica”, o caccia solo spiccioli.

E sì, sto per concludere come faccio da un po’ a questa parte: ne usciremo fuori soltanto insieme. All’inizio non sembra, ma è così. I diritti altrui non tolgono nulla ai nostri, e migliorano il quadro della situazione.

E un posto al sole non scalda poi tanto, se tutt’intorno si gela.

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Ok, questi sarebbero totopos, ma nel negozio del post compro anche quelli, eh, non discrimino!

Purtroppo sono una frana con gli accenti latini.

Non saprei mai dire, dunque, se il tipo dell’altra sera al supermercato afrolatino (sic) su Laietana fosse un compaesano delle due commesse, che come lui avevano la pelle ambrata, gli occhi un po’ all’insù e una parlata piuttosto dolce.

Quello che so dire, però, è che il tizio mi faceva rabbia: andava avanti e indietro gridando come un pazzo, aveva addosso un casco da moto e non portava la mascherina, che a Barcellona, nei luoghi pubblici, è obbligatoria in qualsiasi momento. Fortuna che lui e io eravamo gli unici clienti rimasti nel locale, prossimo all’ora di chiusura. Il tizio aveva pure una tenuta un po’ fighetta, da centauro chic: ma insomma, che mi infastidisca questo è un problema mio, chi si sogna di imporre in giro il proprio senso del decoro? No, wait.

Fatto sta che questo qui trasudava arroganza, e una disinvoltura che in quel contesto, con i contagi che aumentano a dismisura, sembrava irritante perfino a me che, pur adeguandomi, non sono proprio convintissima dell’uso della mascherina ogni benedetto secondo. Certo, in un supermercato non mi sarei mai sognata di non portarla e di saltare pure avanti e indietro, come ‘sto tipo che monopolizzava la cassa con prodotti sempre nuovi da comprare. Anche il suo modo di chiamare le commesse, stile richiamo della foresta, mi irritava.

La reazione delle commesse? Ridevano. Ci scherzavano su, dicevano: “Eres un peligro!”, sei un pericolo pubblico. Forse il tizio, quando a un certo punto era sembrato almeno cosciente della situazione anomala, ha raccontato una storia tipo che il virus se l’era già beccato tempo fa, o così mi è sembrato di capire: magari, allora, mi mancavano delle informazioni. Forse le ragazze lo conoscevano, o così suggeriva la familiarità con cui interagivano con lui. Dalle mie parti tendiamo ad avere una simile affabilità, ma raramente avviene tra persone di genere diverso.

Sulle latine, generalizzando molto, c’è il cliché che siano molto “solari”, e sempre disposte a ridere e scherzare. Pure con un tizio come questo qui. Io, invece, mi chiedevo se in quel momento tra la pelle color mozzarella e l’indifferenza che ostentavo non passassi per un’autoctona: piazzata in fila a debita distanza, guardavo tutto tranne il tizio, che sembrava desideroso di ampliare il suo pubblico, e non nascondevo la mia impazienza in quell’interminabile attesa.

Quando è stato il mio turno, le ragazze sono state super affabili anche con me. Allora ho ricordato l’amica un po’ gelosa che, a una cena con il gruppo di canto, s’era risentita di una cameriera latina che conosceva bene il suo ragazzo, dunque lo abbracciava con spensierato cameratismo e lo chiamava mi amor. Va detto che la povera cameriera ignorava che la fidanzata del suo amor fosse seduta a poca distanza da lui, e fosse pure italiana!

Sono stili di vita: verso i venti, ventidue anni, ero così spontanea anch’io. Ero molto affabile, scherzavo con tutti, e confondevo gli uomini. Nelle mie fantastiche avventure di ventunenne all’ostello di Catania (una saga che infliggo tuttora anche alle amicizie recenti) mi era capitato qualche volta di sorprendere un po’ le ospiti nordiche, che però si adeguavano alla mia allegria come se fosse un’attrazione in più dello “strano paese” in cui villeggiavano. Non vi dico i problemini che, come ho già accennato, ebbi con gli uomini, per questa mia pretesa di trattarli uguale: non mancavano occasioni in cui dovevo fare il cobra (espressione spagnola tutta da scoprire), oppure ero accusata di fare la profumiera… Il tutto perché avevo la pretesa di andare in spiaggia da sola con Adrian così come il giorno prima c’ero andata con Vedita, e addirittura di farmi un giretto notturno con Ibrahim, che a un certo punto, dopo ore passate a sorbirsi la mia notoria parlantina, mi aveva chiesto un po’ stranito “perché avessi voluto fare quella passeggiata insieme”. Poi s’era reso conto che era davvero per passeggiare (assurdo!), e aveva detto ok, bene. Detto tra noi m’era andata quasi sempre meglio, con i senegalesi che bazzicavano intorno all’ostello: ci provavano, si beccavano il no, e amici come prima. I maschi alfa locali, non di rado, insultavano. Era la mia prima estate da sola.

Poi ero andata a vivere per un po’ Inghilterra, ed era cambiato tutto.

All’arrivo all’aeroporto di Manchester, il conducente libanese del pulmino universitario mi diceva che ero un sacco amichevole (“Cosa rara, da queste parti”); al ritorno in Italia, in compenso, mi faceva strano anche solo che un compaesano mi toccasse la spalla, per indicarmi la strada da prendere quando chiedevo un’informazione. So che ad altre persone avrebbe dato fastidio a prescindere dall’origine geografica, e c’entra tantissimo la personalità individuale.

Tuttavia l’altra sera, durante quei pochi minuti nel supermercato in cui le commesse latine si mostravano affabili verso un pallone gonfiato, avevo pensato due cose.

Una è stata: “Come so’ invecchiata!”.

L’altra ha un po’ a che vedere con quello che scrivo qui in conclusione, perché è parte del discorso sull’egemonia culturale: chi detta la linea su questioni come gentilezza, autenticità, gusto e, già che ci siamo, sull’iperinflazionato concetto di decoro? La risposta è ovvia: lo fa chi ha il potere di farlo! E non sempre è un potere che passa per quantità enormi di denaro (vero, Bourdieu?), ma è comunque un’egemonia culturale. Come dicevo nel primo link del paragrafo precedente, ma ci avrete sicuramente cliccato, ho la sensazione che sì, le femministe anglosassoni fanno dei discorsi molto sensati sul consenso: ricordo un tweet che sosteneva che anche i bambini dovessero in qualche modo darci un'”autorizzazione alle coccole”, che diamo spesso per scontata. Mi sembra uno spunto di riflessione interessante, e siamo d’accordo che se vediamo una bimba chiudersi a paguro mentre la stai spupazzando, forse non è il caso di continuare.

Ecco qui il “ma”: forse abbiamo la stessa idea di consenso (anzi, lo spero!), ma abbiamo anche la stessa di coccole? O in generale di affetto, e manifestazioni dello stesso. Esiste un gesto napoletano che è più facile da ripetere che da descrivere: accarezzi il mento o le guance di una criatura sotto i cinque anni, poi ti porti la mano alla bocca come se volessi mordertela. Come dire: ti mangerei di baci. Adesso, a me è sempre sembrato un gesto un po’ plateale (gli strati che compongono la mia cultura sono più numerosi di quelli della lasagna di Carnevale!), così come ho sempre trovato strani i baci sulla bocca tra madri e figli piccoli, ma è vero che ad altre latitudini trovo manifestazioni d’affetto molto diverse, che alla me ventunenne sarebbero sembrate, ebbene sì, un po’ fredde. “Discrete”, mi corresse una volta un’anglo-napoletana. Adesso so che aveva ragione.

Il problema è quando, al momento di decidere cosa sia affettuoso e cosa esagerato, o cosa sia decoroso e cosa riprovevole, dettano sempre legge le persone che possono.

Parlando di un ambito che non mi compete, assisto dalle retrovie alleate al dibattito, in seno a parte della comunità nera italiana, sull’influenza degli Stati Uniti nella lotta antirazzista: c’è chi respinge la nozione di afroitaliana, considerandolo un brutto calco di “African American” (peraltro, a quanto pare, ormai scalzato da black), e chi al contrario prova a imporre anche in un contesto europeo il concetto di razza, che in virtù della nostra storia e di qualche solida tesi scientifica avevamo, a mio parere felicemente, messo da parte.

Come ben sappiamo, la stessa comunità afroamericana ha, diciamo, qualche problemino con i movimenti a prevalenza bianca che pretendono di essere “per tutti”. Vi ho già parlato di questa ricercatrice e reverenda di origini giamaicane che non si sentiva inclusa nella Women’s March, perché le organizzatrici a suo dire si curavano di più di avere un token nelle loro file, che di ascoltare davvero le esigenze delle donne nere: specie quando, magari, si facevano foto entusiaste e affettuose con gli agenti che seguivano la manifestazione, loro che potevano…

Spesso è proprio così: nessuno cerca d’imporre nulla. La gente conduce la sua vita e le sue lotte, poi prova a coinvolgere persone di un diverso contesto socio-economico e scopre che non sempre valgono le stesse cose per tutta la popolazione. Allora che si fa?

Si ascolta. Si analizza, si prova a capire. L’alta sera, al supermercato, le commesse magari erano solo obbligate a essere gentili, mentre io che ero una cliente europea potevo ignorare l’energumeno o addirittura trattarlo dall’alto in basso (a livello di insulti razzisti, italianini o espaguetis suona quasi affettuoso, rispetto a sudaca).

Oppure avete ragione voi, se in questo momento pensate che mi sto facendo un sacco di pippe mentali, e per soli cinque minuti di attesa alla cassa di un supermercato!

Fatto sta che il problema rimane: chi decide, in generale, cosa sia giusto e cosa no? Non si capisce bene, a parte che per le norme igienico-sanitarie minime per tirare avanti di questi tempi: e pure quelle si contraddicono.

Nel dubbio io continuo a portare la mascherina, a farmi domande e ad andare in quel supermercato apposta per i totopos rotondi.

Costano un po’ più che altrove, ma vuoi mettere.

(Consideriamo ‘sto video un incrocio di culture, va’ :p .)

Nessuna descrizione disponibile.

Se lavori di meno, lavori di più.

Questo ho scoperto da quando ho smesso di ostinarmi a scrivere a partire dal mio risveglio (che, grazie a Megafona, avviene anche prima delle sette) fino a quando mangio (le due passate, come da consuetudine iberica). Ha ragione chi predica che la produttività non è legata alle otto ore giornaliere: se non mi impongo orari d’ufficio, corredati di abbondanti pause caffè e momenti di minor concentrazione, scrivo di più e meglio. Magari scrivo anche per lo stesso numero di ore, solo con più gioia.

Prendete ieri. Ho attaccato alle 7.30 e per le 12.30 avevo già riscritto cinque capitoli (sono brevi) del manoscritto iniziato durante la quarantena. Va da sé che ero fritta, quindi sono uscita “a prendere un po’ d’aria”.

Seh, aria. Tempo cinque minuti ed ero già nel Corte Inglés, ad arrendermi. Sì, perhé le terroriste della protezione solare (un paio di esperte di epidermide su YouTube) mi hanno convinto con la storia di mettersi la crema protezione 50 tutto l’anno, e pure in casa. Con buona pace del Body Shop, che fa pagare la sua trentacinque euro, mi è bastata una rapida spedizione al Corte Inglés per individuare un esemplare vegano: uno della marca fin troppo economica che però, durante la quarantena, mi ha salvato le gambe da un’apocalittica siccità. Quelle creme un po’ unte erano l’unico prodotto papabile nel minimarket che razziavo quando ancora potevamo uscire solo a fare la spesa.

Come? Costava nove e cinquanta? “Ma è una truffa!” volevo gridare alla cassiera: se ‘sta marca a stento sfiorava i quattro euro a prodotto! Vabbè, ho pensato, è la famosa tassa rosa dei prodotti destinati alle donne… Che a ben vedere è un po’ una truffa pure quella. O magari significava che questa crema era più buona rispetto alle altre della linea: anzi, uscendo dal Corte Inglés ho pensato bene di applicarne un po’ sotto la mascherina. Giusto sulla curva del naso, senza scendere trop… Oddio, ma perché quella consistenza pastosa? Mi sono guardata il palmo della mano: all’improvviso era abbronzato. Merda.

Ho ripescato la confezione dalla borsa: un rettangolino rosso conteneva, ripetuta, la seconda lettera dell’alfabeto: maro’, avevo comprato una BB cream. Che a me, a dirla tutta, sembra la sorella scema del fondotinta. Avevo ragione, era una truffa! Ok, non lo era, ma adesso non cominciate a chiedermi perché non abbia guardato meglio la confezione: a parte che sono cecata, le probabilità di trovare un prodotto per il trucco tra deodoranti e creme corpo sono pari a trovare una confezione di spaghetti che non scuociano tra gli scaffali della pasta Gallo. (Non conoscete la Gallo? Vi invidio!) Miii, adesso si spiegava la rapina di quasi dieci euro alla cassa: mi ero appena spalmata in faccia una roba color “rosa mosqueta” (che ovviamente, letto sul momento, avevo scambiato per un olio essenziale, magari presente nella confezione in dosi omeopatiche).

Ed eccoci al momento indovinello.

Secondo voi che maschera avevo addosso? Ovviamente, la ffp2! Quella che costa mezzo rene, ma, una volta che l’hai provata, indietro non si torna, non se hai il naso otturato tutto l’anno. Oddio oddio oddio. Mi sono isolata un momento per dare un’occhiata: ebbene sì, avevo truccato la mascherina! E sì, il colore pareva davvero quello di una rosa appassita. Mannaggialasbomballatasverenatasbullonata (cit.).

Tra i metri di Walhalla che facevo piovere giù un po’ a caso, mi sono chiesta in napoletano: chi m’ha cecato? A parte le cinque-sei ore quotidiane davanti al pc, dico. Cosa mi aveva fatto entrare nel Corte Inglés nel corso di un’uscita “per prendere una boccata d’aria”?

A spingermi sono state due motivazioni che ci riguardano in paranza, credo.

Una è che “uscire” e “fare spese” rischiano di diventare un tutt’uno, ora che non è normalissimo uscire ed è normale, invece, fare spese. Per tutte le tasche, eh, non importa la crisi: ci sono accessori per il cellulare a cinquanta centesimi l’uno. Ho poi apprezzato la strategia del prodotto più kitsch e inutile, dunque bellissimo, che mi abbia presentato Internet di recente: una serie di vestaglioni rétro di tulle e pizzo, dai colori più assurdi. Lo slogan era perfetto perché giocava a negare l’evidenza: “Ho la sensazione che tu abbia bisogno di questo nella tua vita”. Non è affatto vero, e proprio per questo ora li voglio tutti. Regalatemeli!

A questo punto mi direte: sì, ma tu non hai sedici anni. Dovresti conoscere ormai la differenza tra ciò che vuoi e ciò che ti serve. Beh, diciamo che avete ragione almeno sulla questione di non avere sedici anni…

Però c’è anche un’altra questione che noi residenti a Barcellona fatichiamo a spiegare a chi rimane in Italia: quando gli spazi pubblici diventano a pagamento, l’unico modo di restarsene in tranquillità fuori casa diventa pagare.

Che, a pensarci bene, è una piccola truffa in sé: perpetrata se non altro dalle istituzioni che non riescono a garantirci spazi gratuiti.

Pensate che mi sono resa conto solo con la quarantena che il Portal de l’Àngel avesse dei cubi di marmo su cui sedersi. Prima i miei occhi li registravano appena, affollatissimi com’erano. A meno che non riuscivi ad aggiudicarti quelli, le opzioni per “una boccata d’aria” erano:

1. farsi strada a stento tra turisti e gente in monopattino votata a ucciderti;

2. entrare da Fnac, tanto la fila per i libri si fa solo a Sant Jordi;

3. sedersi a un tavolino nei dintorni e pagare tre euro per un caffè;

4. ricordarsi di qualcosa di urgentissimo da comprare, e fare almeno quello.

E l’abitudine è una brutta bestia anche adesso che mi si sono liberati i cubi-panchina.

Ma è quando resto a casa che corro il rischio di finire vittima delle truffe vere, che neanche Totò con la fontana di Trevi: lunedì mi è arrivato un messaggio al mio numero privato, da parte di un'”azienda di trasporti” che aveva il nome più generico mai letto. Una cosa tipo “Trasporti express”. Per consegnarmi “il pacco” volevano un euro e ottantacinque di spese, a patto ovviamente che inserissi tutti i miei dati sulla loro strana pagina, che sembrava un videogioco. Intanto, però, un pacco lo aspettavo davvero, ed era intercontinentale: per cui l’impresa di spedizioni mi mandava una sfilza di email in cui mi chiedeva di stampare e scannerizzare documenti di cui, a dirla tutta, non ci si capiva quasi niente. Dovevo pagare dei dazi sulla merce, dicevano. A un certo punto mi hanno chiamata e mi hanno chiesto se accettavo la sovrattassa: l’avrei pagata all’arrivo del corriere. Ma quest’ultimo, una volta arrivato con lo scatolone per me, ha dichiarato che era tutto già pagato. Io devo ancora capire chi volesse consegnarmi un pacco e chi volesse solo, ehm, farmi il pacco.

Tutto questo è spia di qualcosa: il ritorno al consumismo di massa (se mai era stato abbandonato) avviene in maniera disordinata, con un’abbondanza di gente disperata che prende a fare truffe sempre più complicate. Fortuna che finisci per sgamarle quasi subito, proprio perché sono complicate.

Insomma, aridatece Totò: siccome un suo ritorno non avrebbe prezzo, mi limito a scambiarlo con un pacco da un euro e ottantacinque, da pagare alla consegna.

Contiene una BB cream, e una maschera ffp2 color rosa mosqueta.

Spot- DENIM Musk - 1985 "PER L'UOMO CHE NON DEVE CHIEDERE MAI" (HQ) -  YouTube

Entrano tutti e otto.

Prima abbiamo visto dalla vetrata le camionette, due, parcheggiate fuori al bar: in effetti, lì in Plaça Urquinaona, ci sono sempre disordini durante le ricorrenze politiche.

“Si preparano” ha sdrammatizzato l’amica che sta pranzando con me nel bar.

Poi gli agenti si sono soffermati a lungo fuori al locale, e adesso entrano tutti e otto: sette uomini nerboruti e marziali, e una donna che s’impone in un modo diverso, senza il bisogno di sembrare un carro armato.

Noi che eravamo già dentro il locale pensiamo subito che vogliano invitarci a uscire, per qualche motivo di sicurezza: anzi, la nostra è un’ipotesi di lusso, data la ricorrenza. Poi il più anziano degli agenti rompe il silenzio:

“Si può avere un caffè?”

Leggo l’evidente sollievo delle bariste, e percepisco pure il mio.

No, perché vi giuro che è stata un’entrata che Rambo scansati, e proprio adesso che l’amica e io stiamo parlando di un personaggio mitologico, metà steroide e metà messaggio WhatsApp visualizzato senza rispondere. Ebbene sì, mi riferisco al duro che piace, all’uomo che non deve chiedere mai. (“Il bello e dannato” sarebbe una definizione troppo hipster, specie se consideriamo il contenuto dell’omonimo film; ma possiamo immaginarcelo comunque in una versione più bellicosa, con meno capelli e più addominali.)

Prima che entrassero gli agenti, l’amica e io discutevamo della propensione che avevamo in passato a sceglierci tipi molto “convinti”, o almeno storie che promettessero montagne russe. Le due cose, che ve lo dico a fare, vanno insieme. Tant’è vero che, quando ti ritrovi accanto un tizio gentile e premuroso, a volte non senti di provare “i sentimenti giusti”: quelli che secondo l’amore romantico sarebbero gli unici possibili.

Niente di nuovo sotto il sole: avete letto Donne che amano troppo, di Robin Norwood? Uno dei sintomi che l’autrice indica per definire una donna che ama troppo (cioè, che ama a detrimento di sé stessa) è la tendenza a trovare noiosi gli uomini che si interessano a lei, che promettono affetto e un certo impegno nella relazione. Alcune, per traumi regressi e mancanza di autostima, funzionerebbero solo con le montagne russe.

E questo è quello che ho creduto finora. Aggiungo come postilla che a me è capitato di trovare uomini persi in amori impossibili, dunque incapaci a loro dire di cominciare una storia tranquilla con me: e se uno considera ME una tizia sana di mente che prometta una storia tranquilla, immaginatevi come sta messo nella sua vita.

Adesso, però, con la mia faccia sotto i piedi di Robin Norwood, permettetemi di dissentire su una sua teoria: quella per cui le alternative al tipo tossico (come il nice guy, o tipo gentile) avrebbero l’unico problema di risultare noiose. E invece no, c’è dell’altro.

Sul bello e dannato ho scritto molti post, di cui non sempre vado fiera: resta il fatto che per me è un mediocre che non ce l’ha fatta. Cioè, sta talmente a problemi che non riesce neanche a comportarsi come l’uomo medio che è. Incarta la sua mediocrità in pose da uomo “che non deve chiedere mai”, come in una pubblicità degli anni ’80, ma, scava scava, quello trovi.

Sì, ma dall’altra parte cosa c’è? Cara Norwood, lo hai visto il tipo gentile? Quello affettuoso, che promette impegno… La questione è: l’impegno di chi? Perché la gentilezza e disponibilità del tipo cambia spesso con il tempo, e fin qui…, ma quell’ombra di protettività che all’inizio è tanto caruccia può diventare possessività. La sollecitudine con cui lei si alza a sparecchiare dopo che lui ha cucinato il risottino pentastellato (peccato sia più difficile vederlo preparare una frittatina per pranzo) può diventare la regola fissa di distribuzione delle faccende in casa: tu fai il Cannavacciuolo della situazione una o due volte al mese, e io sparecchio sempre.

In questo quadro, il duro che piace non è poi tanto peggio, anzi è una piccola boccata d’aria: porta sempre con sé le stesse stronzate, ma per un po’ è divertente. Per un po’ c’è la sfida, la seduzione, l’altalena emotiva… No, non sono impazzita: proprio perché credo che queste cose siano benefiche come una peperonata alle due di notte, trovo sia importante individuarne il fascino, per decostruirlo. Poi arriva la parte orrenda in cui ci devono raccogliere col cucchiaino, ma a quella ho dedicato vari post a cui vi rimando.

Insomma, la mia nuova teoria è: se a certe donne “piace macho” (come cantano le due divine che posto qui sotto) è perché l’alternativa non è poi tanto meglio. Spesso dall’altra parte trovano il tipo che si crede in diritto di avanzare pretese “perché è gentile”. Oppure è premuroso i primi tempi e poi si lascia accudire. Oppure è proprio perfetto, eh, il compagno ideale, ma a quel punto ci penserà il mondo del lavoro coi suoi soffitti di cristallo, i pavimenti appiccicosi, il lavoro di cura non retribuito, a schiacciare l’assennata di turno che “si è scelta bene il partner”. Già, perché sapete qual è il colmo del tipo gentile, del “nice guy” che si lamenta di non essere preso in considerazione?

Che prima di tutto se le inventa lui, queste donne che non fanno altro che mettersi con gente sbagliata (spoiler: quello giusto è lui). Perché non sono affatto la maggioranza, quello è un mito che il tipo di turno usa per giustificare la propria insicurezza nel vedersi respinto: lo dice una che per un po’, in circostanze affini anche se non analoghe, si è detta che gli uomini preferivano donne più rassicuranti di lei, e la verità è che non possiamo piacere a tutti.

Poi i tipi gentili si inventano un altro mito: sono loro a finire dietro a donne disturbate! Donne che, per capirci, hanno qualche problema che le spinge ad “attrarre” persone sbagliate. Il tipo gentile, ovviamente, può guarirle. Anche qui, però, si sbaglia: le persone distruttive provano ad attaccarsi un po’ a chiunque, non è questione di attirarsele. Semmai ci si può chiedere perché certa gente le rispedisce al mittente e altra no. A quel punto sì che ci sarebbe da fare un lavoro: ma con qualche terapeuta, semmai, non con uno che sembra taaanto interessato a guarirti a modo suo.

Infine, il tipo gentile può essere un campione in trasformismo: a volte si cala la maschera e… tataaan, ecco il duro che ci va giù di gelatina. Il trasformismo dipende dalla tizia. Ho conosciuto un tipo che era molto interessato a salvare delle bellezze molto nordiche dalle loro insicurezze, e mi diceva in faccia che, purtroppo, nella vita reale doveva accontentarsi di… quelle come me. Almeno aveva smesso di provare attrazione solo per quelle fighe. D’altronde, un altro tizio che per fortuna ho solo visto cinque minuti in vita mia mi ha insegnato che “con le donne è bello solo quando è una sfida”. Dunque sì, c’è il caso Dr. Jekyll e Mr Hyde: il tizio che fa il duro con alcune e l’agnellino con altre, a seconda del capitale erotico delle fortunelle.

E allora scusate, ma se queste sono le alternative non mi sembra che ci sia una scelta tanto più saggia dell’altra. Ovvio poi che il duro vada mandato affanculo per principio, e tra mille pernacchie. Poi, se proprio ci teniamo, ci prepariamo a taaanto dialogo con uno disponibile, sulle nostre reali aspettative e necessità: sperando che la disponibilità sia genuina e non interessata, e limitata ai primi tempi della relazione.

Oppure ho un’idea ancora migliore: che si smetta di insegnare fin dall’infanzia che accompagnarsi a qualcuno sia l’unico modo di vivere, o il migliore per l’umanità. Così stare insieme diventa un obbligo e non una scelta.

Ma su questo torneremo presto.

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Non sarà l’attesa di Megafona essa stessa, Megafona?

Me lo chiedevo stamattina alle sei e un quarto, mentre aspettavo che le signore delle pulizie vicino casa cominciassero il loro concerto mattutino in mondovisione: come sempre, su tutte spiccava la soprano del “Me he cortao!”, e “Mi abuela era así!”. Con affetto la chiamo, appunto, Megafona.

Il concerto iniziava alle sette meno un quarto (ed è subito Quelo…) così, nell’inutilità di riaddormentarmi, mi sono messa a fare una serie di ricerche inutili su Google, tra cui qualcosa tipo: “Da quando in qua lo yoga è la panacea di tutti i mali?”. Sì, ho il dente avvelenato: ho provato varie tipologie, dall’Hatha all’Ashtanga, e l’unica posizione che mi sia mai piaciuta è stata quella del cadavere, che sì, è proprio quella che state immaginando adesso. Mi sono imbattuta in articoli interessanti: una statunitense di origine indiana lamentava la trasformazione dello yoga in un’aerobica con la musichetta più spirituale, e la considerava una mancanza di rispetto della sua cultura originaria. Massimo rispetto per lei, allora, ma la comica indo-canadese Lilly Singh mi aveva invece raccontato una storia diversa: gli indiani non fanno yoga, non è così diffuso nella cultura mainstream. Qui ho intuito il conflitto politico (c’è addirittura un ministero dello yoga in India) e le questioni economiche non tanto sottili: come le pratiche pseudo-orientali usate per manipolare i dipendenti d’azienda, e il simulacro di yoga “occidentale” che offrono ai turisti a Goa. Insomma, basta pagare.

Sapete a cosa mi ha fatto pensare tutto questo? Alla pizza all’ananas. E dai, siate indulgenti, erano le sette del mattino e avevo lo stomaco rivoltato!

Lo so, la questione dello yoga e dell’appropriazione culturale sono eterne e di difficile risoluzione (di solito si abbraccia la conclusione, economicamente vantaggiosa, che un tipo di yoga non esclude l’altro), ma a ben vedere la questione autenticità mi prende molto da vicino: sono stata accusata di “ananassofobia” da un portoghese gay che sosteneva che la pizza fosse come il matrimonio omosessuale: la gentaglia come me sosteneva che, rispetto a quella “autentica”, non era una vera pizz… ehm, un vero matrimonio. Ok, a parte che per me tutti i matrimoni sono una pizza (ah ah ah), scusate se mi rode un po’ vedere una cultura egemonica in Italia che decide che la pizza debba croccare, e una tendenza tutta internazionale a decidere che solo per la pizza “more is less”: inso’, più ingredienti ci metti e meglio è. Al che io, quando una catalana mi ha rivelato che quello della pizza è lo stesso principio del pa amb tomàquet (che io adoro, eh, ma resta il fratello scemo della bruschetta), le ho risposto: “Ma ti capisco benissimo, in fondo tu una pizza non l’hai mai provata in vita tua!”.

Sono fiera di me? No. Vaffanculo lo stesso? Sì. Con tanti cuoricini.

Perché ho già capito dai tempi in cui dovevo studiare Baudrillard, che di questa storia dell’autenticità non ne verremo mai a capo. E a questo punto, confesso, neanche me ne curo troppo. Magnateve un po’ quello che volete, fate yoga con i Metallica in sottofondo… Che me ne frega a me.

Però… Un giorno spiegherò meglio il mio però, quando la battaglia culturale smetterà di essere, appunto, una battaglia. Per il momento basti dire che mi sembra sia avvenuto un grande passaggio, nel discorso sull’autenticità di un fenomeno: non la stabilisce più chi lo ha inventato, ma chi ha più soldi per imporre la sua versione.

Ci torneremo.

Il mio nuovo smalto: in foto compare anche la crema di nocciole, perché almeno una cosa bella ci doveva stare!

Ci risiamo: la crisi è cominciata quando, rovistando senza guardare in un cassetto, mi è sembrato di pescarci un reggiseno, e invece era una mascherina sagomata per gli occhi.

Ok, la taglia sarebbe più o meno la stessa del reggiseno, se ne possedessi ancora uno, ma questo vi dà l’idea di un fenomeno che mi capita a fine estate: prima mi rincoglionisco, poi mi ammalo. Non necessariamente in quest’ordine, che il primo processo è in fase avanzata da tempo.

Ma sul serio, io saluto l’estate con una bella botta di paracetamolo, e un ameno confinamiento nel letto di casa. Sarà la misteriosa erbaccia che mi rende allergica tutto l’anno, e fiorisce nei mesi più strani. Sarà la mia sensibilità agli sbalzi di temperatura… Solo che, vi rendete conto di cosa significhi ammalarmi ora? Ritrovarmi con difficoltà a respirare e pizzicorini alla gola, e qualche decimo in più di temperatura… Vi ricorda qualcosa? Il mio coinquilino mi ha già preannunciato che mi farò il tampone, e non è un consiglio ma un ordine. Per l’occasione, anzi, se lo farà anche lui.

La serenità, gente, la serenità da ritorno dalle vacanze. Specie adesso che il Portal de l’Àngel è tornato alla sua versione affollata anziché no, con una variante: al posto delle orde barbariche estive c’è la folla contenuta che ci si potrebbe trovare, diciamo, un sabato di novembre. Perlopiù autoctona.

La differenza è che, invece di turisti che vagano pieni di buste di Zara o in preda a una sbronza epocale, a intralciarti il cammino sono ragazzette che ci hanno messo trent’anni a comprarsi quell’unico costumino in saldi, che trasportano in una borsetta lillipuziana (la crisi picchia duro, così come la pressione estetica). Oppure ti ritrovi una ventenne che sosta cinque minuti di orologio davanti ai rossetti a tre euro l’uno di Hema, e gliene vorresti regalare un paio tu, purché si schiodi da lì. Ma non ci sono tester, ovviamente, la Nostra deve andare a fiducia. Il fatto è che, fatemi passare almeno questa boutade, al momento di spendere in amenità molti autoctoni fanno sempre come se ci fosse appena stata la crisi del ’29: e ti credo, con la discrepanza che c’è tra gli affitti e gli stipendi dei gggiovani locali. I poveracci sono pure tagliati fuori dai lavori sopra i mille euro delle multinazionali, che cercano perlopiù gente che parli alla perfezione una o due lingue non autoctone. In tempi non sospetti, anche un amico della Fiera vegana scherzava sull’esigenza di cercarsi acquirenti diversi dalla cosplay che indugiava mezz’ora davanti a delle pizzette sotto i due euro, e poi neanche le comprava.

Adesso c’è da vedere come e quando si rifarà una fiera vegana a Barcellona.

A proposito, comunque: da Hema alla fine ho preso l’unico smalto che fosse certificato come vegano nel raggio di un chilometro. Coi colori avevo proprio l’imbarazzo della scelta: rosa coi glitter, marrone metallizzato e fucsia “tramonto sotto acidi”. Ho preso il rosa. Avevo ancora dei lividi sull’alluce destro, per la prima passeggiata di un’ora che ho fatto quando si è allentata un po’ la quarantena: i miei piedi sono come la mia memoria, non perdonano.

Lo so, non si applica così: ma l’ultima volta che l’ho fatto avevo una salopette di vellutino, e alle mie spalle la Kelly Taylor di Frattamaggiore sussurrava a Donna che avevo uno smalto terribile. Non sapeva che avessi un udito bionico, e comunque era scema.

Dunque, ho buone notizie. Potrete ammirare il mio smalto inguardabile finché non troveremo una risposta alla domanda generale: torneremo in casa? I casi aumentano, così come lo fa la gente in strada, di ritorno dalle vacanze. Passerò altre giornate a passeggiare al massimo sui pedali del mio step? O mi distruggerò di nuovo i piedi ultrasensibili nell’unica ora d’aria della giornata?

Ho amiche terrorizzate al solo pensiero, ma io in realtà non me ne preoccupo più di tanto: so è un privilegio anche questo, poter lavorare da casa. Così sono concessa tutte le tentazioni del caso: lo smalto inguardabile; gli unici sandali vegani decenti in saldi; una crema alle nocciole che Nutella scansati, comprata a dieci unità alla volta sul sito che ti fa risparmiare due euro a barattolo, rispetto al nefasto Veritas.

Ero una drogata di Nutella, ma questa la batte su tutta la linea.

Se ci rinchiudono ancora in casa, vorrà dire che tutti i miei epic fail, per utilizzare un linguaggio giovanilistico, avverranno senza pubblico, oppure che mi farò cadere in diretta i capelli nel maldestro tentativo di ossigenarli, e mi segnaleranno per questo a Brad Mondo. Oppure l’evento della settimana, nell’appartamento, sarà di nuovo la consegna dei pacchetti all’inquilino scozzese, che la sera si ubriaca. Allora scatterà l’indovinello: cosa avrà ordinato stavolta il tapino su Amazon, alle tre di notte, per poi scordarsene cinque minuti dopo?

Questi non valgono, vero, come riflessi rosa?

Ma come vi dicevo, per la vostra gioia potrete ammirare ancora per un po’ i miei riflessi rosa sbiadito, e le mie unghie glitterate, con lo smalto che per qualche motivo misterioso mi è finito pure sul palmo della mano. È che la consistenza è cambiata tantissimo, dall’ultima volta che ne ho usato uno! Vabbè che forse erano gli anni ’90.

Qualsiasi cosa succeda, ribadisco: la quarantena mi ha insegnato tante cose, ma quella fondamentale è che, in caso di bisogno, i meccanismi di sempre si squadernano, perché è ciò che deve succedere in quel momento. E il bello è che riusciamo a farlo. Riusciamo a creare reti per trovare casa e lavoro a chi ne viene privato proprio adesso, o a convivere di nuovo con un ex sfrattato dall’esigenza di avere almeno una finestra in camera (complicato a Barcellona), e dalle scuole di lingue che chiudono senza preavviso. Oppure salutiamo per due mesi il fidanzato con PTSD che ha bisogno di fare il vagabondo ogni tanto (e ci scriviamo pure un romanzo, anche se difficilmente verrà pubblicato da qualche parte…).

Scusate se lo ripeto fino alla noia, ma da questa situazione ne usciremo soltanto insieme.

Non c’è molto altro da aggiungere. A parte la domanda: come diavolo mi è finito lo smalto anche sulle caviglie?

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Ieri sono andata in questo posto a venti minuti circa da Barcellona, che si chiama La Floresta. Ci sono andata in perlustrazione, per vedere se posso mai tornare, in vita mia, a vivere in provincia.

Mi si dice infatti che alcuni paesi della mia regione d’origine sono come Maple Town, ma con la senape e l’aneto che crescono spontanei in mezzo alla via. Wow. Da me spuntavano al massimo soffitte senza licenza! Settant’anni fa avevamo i tram, e cento anni fa contavamo già tre o quattro industrie di media grandezza: tutti gli svantaggi della grande città, senza i vantaggi! Per questo, da quando me ne sono andata, ho sempre vissuto in città più o meno grandi, ma non enormi. Le adoro: mi piace la possibilità di avere un bagno di folla (in tempi normali, dico) ma solo se mi gira. Il casino c’è ed è innegabile, ma non ti segue dappertutto.

Però la quarantena, tra le altre cose, mi ha insegnato che amo la quiete. Molto più di quanto non lo facessi da gggiovane. Magari, con questa scoperta, viene meno anche il motivo principale per cui mi autoconfinavo in case minuscole, in contatto costante con vicini scassaminchia o anche pericolosi?

Così speravo, scesa dal treno comodissimo che passa ogni cinque, dieci minuti. Bel posto, mi dicevo poi salendo le scale della stazione: vecchie case alternate a palazzi più recenti, con piscine sparse qua e là. I ricconi barcellonesi di cento anni fa passavano lì le vacanze, prima di farsi sedurre da altri posti e lasciarsi dietro le ville costruite in uno stile a caso, che non indovinerete mai! (Sì, modernismo, o la sua brutta copia.)

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Poi sono venuti gli spodestati dalla città, a occupare le abitazioni vuote. Ci si sono trasferiti infine i fricchettoni di altre latitudini che si possono permettere gli affitti di una casa intera: se ci si “accontenta”, però, ci sono appartamenti che costano quanto quelli dei quartieri centrali di Barcellona, ma col doppio dei metri quadri.

Tutto bellissimo, no? Però, quando mi sono allontanata dal baretto di fronte alla stazione che mi sembrava fare da dopolavoro ferroviario, mi sono persa tra le case. Scendevo e risalivo strade che s’inerpicavano tra villette sorvegliate da cani, che mi contemplavano diffidenti: sarà che ero quasi l’unica anima viva in giro, e l’unica con la mascherina addosso. Me la sono tolta solo quando sono arrivata proprio a una strada sterrata: e che diamine, venissero a multarmi là in mezzo!

Dio, l’aria. Chi si ricordava che respirare potesse essere non solo un’operazione normale, ma anche piacevole? (A parte le mie spedizioni al mare, dico: ma lì si intromette l’olio delle fritture, e della paella appena scongelata a beneficio dei pochi turisti.)

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Percepivo il mirto, il rosmarino… E che volete, io ogni volta che sento odori così ripenso a Capri, la palestra mediterranea più importante che abbia mai avuto il mio naso.

Sì, ma… cavoli, avrò incontrato cinque persone in un’ora. Un giorno dirò “Alleluia!” anche di questo, ma ora non sono pronta: la scelta, sapete? Questa storia di rendermi la vita qualcosa che somigli sempre più a una scelta. Tipo avere più punti di ritrovo a disposizione in zona, rispetto all’unico parchetto, o all’unico bar (anzi, forno culturale!) in cui si radunano i fricchettoni del posto di tutte le età, magari con la prole al seguito e una chitarra da strimpellare.

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Invece, ho pensato tornando alla stazione, ‘sta storia delle scelte l’abbiamo appresa tutta sbagliata: crediamo che sia una scelta quello che non lo è, e non vediamo la scelta dove ce l’abbiamo. Sospetto che succeda anche perché siamo una specie animale un po’ paracula.

Prendiamo la meritocrazia. Ai tempi funesti in cui andavo a scuola dalle suore (non fate questo ai vostri bambini) quando mi chiamavano a casa certe compagnelle mi veniva chiesto: “Chi era al telefono?”. Dall’espressione delusa di nonna, che aveva risposto, capivo cosa fosse successo: l’accento. L’accento era sbagliato. In una generazione di donne che ci mettevano un minuto d’orologio ad apporre una firma alla posta, mia nonna era maestra: aveva imparato nelle scuole fascistissime che debellare il dialetto era la sua missione di vita. Vi posso assicurare che un datore di lavoro che non fosse proprio il titolare di una fabbrica a nero (ammesso che queste mie lontane amiche siano mai passate per un lavoro, prima di sposarsi) avrebbe fatto la stessa faccia di nonna davanti alla pronuncia dialettale delle ragazze. Io, invece, avevo per nonna lei, avevo la pronuncia “giusta” senza averlo scelto. Ma la meritocrazia, gente.

Oppure pensiamo alla scelta tra carriera e figli, tra le molestie sul lavoro e la disoccupazione… E non sto negando la possibilità di imboccare una strada al posto di un’altra, ma ci rendiamo conto che non si tratta di vere scelte? Dall’alto di quale privilegio vogliamo irridere chi non “sceglie” quello che avremmo scelto noi? O meglio, quello che ci piace pensare che avremmo scelto noi.

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Invece, guarda un po’, quando vogliamo dirci di non avere scelta scomodiamo la scienza. Con la religione non attacca o più, non come prima, e allora eccoci a dire che le donne e gli uomini hanno diversi caratteri definiti dai cromosomi, oppure che una è donna solo quando ha una vagina.

Prendiamo Aristotele, tanto per tornare alle origini: l’uomo è un animale sociale. Sì? Se vuol dire che abbiamo bisogno di fare quadrato per far funzionare una società posso anche essere d’accordo, a parte l’ovvia constatazione che poi siamo degli assi nell’autodistruzione a fuoco lento.

Altrimenti devo appartenere a un’altra specie, tipo i minolli. Perché da sola sto una bellezza. Anche quando per “sola” intendiamo single: liberiamoci dall’idea che una relazione sia meglio della vituperata solitudine. Specie per le donne autosufficienti, non si mostra sempre valida.

Sto dicendo che sia sempre meglio essere single a vita, anzi, o trasferirci proprio in un eremo?

No. Sto dicendo: se smettiamo di pensare che da sole, da soli è impossibile, sceglieremo meglio a chi accompagnarci. Se proprio insistiamo per accompagnarci a qualcuno!

Io scelgo ancora di avere una fervente vita sociale a pochi metri di distanza da casa mia, a costo di sorbirmi pure i vicini scassaminchia (e denunciare quelli pericolosi).

Poi, quando vorrò respirare aria profumata, tornerò a vagare tra i rosmarini della Floresta.

Male Maleficent costume L’altra sera ho visto in strada un tipo alto e grosso, vestito di pelle lucida, con in testa due corna nere e lunghissime, tipo Malefica della Disney.

Il bello è che l’ho capito solo da come il tipo mi guardava, che si aspettasse il mio stupore. No, non mi stava seducendo: voleva proprio che spalancassi la bocca in un’evidente espressione WTF, fosse anche per andare dritto per la sua strada, incurante di “cosa pensasse la gente” (cioè, io).

Invece, a stento m’ero resa conto che fosse diverso da altri passanti, che il suo modo di vestire non fosse “la normalità”.

Allora ho ripensato a varie cose. Alla constatazione, letta chissà dove, che al circo i bambini molto piccoli non si divertono granché: per loro vedere un essere umano fare un triplo salto mortale è plausibile quanto nutrirsi da un piatto, invece da una tetta o da un biberon. Gli adulti lo fanno. La cosa ha grandi vantaggi, come ho constatato grazie ad alcuni genitori americani che raccontano sui social di come i figli abbiano scoperto l’omosessualità. “Papà, perché zio Todd e il suo amico si baciavano?”, “Perché si vogliono bene come me e la mamma, Jimmy”, “Ah. Posso avere un biscotto?”.

Insomma, la normalità è un animale curioso.

Ho ripensato anche ai miei amici in visita a Barcellona tanti anni fa, prima che i pantaloncini ultracorti andassero di moda anche dalle nostre parti: io camminavo indifferente tra ragazze bionde e altissime e disinvolte, e i miei ospiti erano sempre sul punto di farsi venire un infarto. Ok, capisco che lì sia un po’ diversa la questione, ma gli amici di altre nazionalità o dissimulavano la sorpresa o si godevano lo spettacolo senza drammi. Non vi dico cosa diventava la mediterranea baldanza in spiaggia, quando eravamo circondati da donne in topless! “Ehi, ma non dovevi ‘rimorchiarle tutte’?”, “Ehm, vado a fare il bagno”.

Ma tergiverso. Tempo fa ho annunciato ai social che era arrivato il tempo di tingermi i capelli di viola, adesso che è diventato facile e reversibile. Pensate che più di un contatto non ha accolto la notizia con un comprensibile “esticazzi”, ma mi ha fatto notare che “è una cosa da ragazzine”. Adoro l’odore dell’ageism la mattina. È lo stesso odore di sconfitta che aspiravo quando un’amica che ama i cappelli vintage mi raccontava come la sfottessero per strada, nel centro storico di Napoli. D’altronde la stessa, a Torino, era stata presa per gitana (e non aveva questo onore) in virtù dei suoi indumenti color corallo e turchese, che giù da noi sono parte del paesaggio e possono risultare eleganti ed estrosi insieme.

Potrei continuare all’infinito per chiedere: cosa ci sorprende e cosa no? Cosa dovrebbe sorprenderci? Sono cresciuta in un posto né troppo piccolo né troppo grande, con una sua idea di normalità che a un certo punto mi è andata stretta. Mi sono trasferita in un posto che, nella sua versione internazionale, vede donne passeggiare con la pettinatura di Amy Winehouse e uomini girare in gonna, e se ne impipa altamente. Si potrebbe dire che, dove tutto vale e tutto è uguale, si perde la bellezza della meraviglia, sia nelle manifestazioni esteriori che, particolare ancora più importante, in quelle strutturali.

Sto scrivendo un articolo sul poliamore: qui dove vivo ora non è necessario far parte del collettivo LGBTQIA+ per sentir parlare di metavincolo. Che in termini monogami vorrebbe dire più o meno: un compagno di una mia compagna (e già così sto facendo una serie di errori semantici). L’argomento, come le fanciulle scosciate di cui sopra, sorprende soprattutto gli amici in visita, mentre al massimo le mie conoscenze locali (stessa estrazione letterina-liberal) possono scherzare sul fatto che “ormai è una moda” (in realtà no).

Tutto questo dovrebbe suscitare qualcosa in più del doveroso esticazzi cui accennavo? Beh, esiste anche la sorpresa in positivo, e perdersela potrebbe significare perdersi un’occasione.

Magari, non meravigliandomi di uno che s’è vestito da Malefica versione bondage, mi sto perdendo un’occasione per dirmi “bella rivisitazione!”, e fare il sorriso complice che l’altro forse si aspettava, nella migliore delle ipotesi.

Oppure l’occasione è proprio quella di farmi i capelli rosa quando voglio, senza che nessuno se ne accorga. È un’occasione, per me, e una che sono felice di essermi procurata, quella di essere circondata da persone che diano per scontato che mi vestirò come voglio, amerò come voglio e, per qualche fan del benaltrismo in ascolto, lavorerò come più mi conviene: esiste anche l’originalità di non voler pagare la nuova crisi che si profila, e addirittura di rivendicare un compenso anche per il lavoro che dovremmo fare gratis.

Questa di non sorprendersi davanti ai diritti, e alla loro rivendicazione, è la fortuna che vi auguro di più.

 

Darn it Amazon! - Meme by EmbraceTheChaos :) Memedroid Ho una nuova versione del meme “quando ordino qualcosa online vs quando arriva”.

Purtroppo sono solo due foto della mia faccia. Prima e dopo.

Nella prima foto, sto inviando un messaggio sulla pagina di una “clinica italiana a Barcellona” (sic), in cui richiedo una visita completa e, magari, qualche info sul metodo per togliersi le occhiaie, che sponsorizzano tra i servizi offerti.

Nella seconda foto, sono al telefono con una segretaria romana che non sa niente della storia delle analisi, ma ha ricevuto il mio numero perché “volevo una blefaroplastica“. E non ho problemi con lei, simpatica, precisa nei particolari, in difficoltà con l’italiano per il fatto di aver sempre dovuto spiegare la pappardella in spagnolo: il chirurgo per cui lavora (che ha due cognomi spagnolissimi), opera in un noto ospedale di qua, che non ha niente a che vedere con la clinica italiana di cui sopra. Insomma, d’italiano in tutta quella storia c’è solo lei, la segretaria! Comunque sono quattromila euro, più o meno. Per la storia della visita, che a ben vedere era quello che mi premeva, “è sicura che mi chiameranno”.

Ok. Intuirete che, se qui a Barcellona la pandemia ha preso certe pieghe e giriamo sempre in mascherina, è anche perché la sanità se la sono mangiata a furia di tagli: ci metterei mesi a ottenere la stessa visita con la sanità pubblica. Quando vivevo nel Raval avevano un solo ginecologo per tutto il Raval Nord, mi fecero aspettare un mese per una visita e, il fatidico giorno, il verdetto della dottoressa fu: “Ti chiamiamo solo se qualcosa non va nelle analisi”. Un’angoscia che non vi dico: se non hanno registrato bene il mio numero? Se non rispondo la prima volta e si dimenticano di riprovare?

Poi vabbè, accanto a un personale medico-infermieristico squisito c’è un piccolo esercito di infermiere sottopagate che sono, diciamo, diffidenti nei confronti della comunità straniera. A parte la simpaticona che faceva l’indifferente con un anziano rumeno ubriaco (“Que haga lo que quiera!”), ho sentito di cosette simpatiche come: “Ma voi italiani siete venuti tutti da queste parti?”. Oppure, a una conferenza sulla gentrificazione nel Gotico: “Molti residenti stranieri si comportano come eterni Erasmus, e poi il papillomavirus dilaga” (peccato che ci siano più probabilità che ce l’abbia tua nipote e se lo sia preso da un conterraneo, bonita). Oppure, detto a me alla reception dell’ospedale dopo la scenata di una francese esasperata (e io che c’entravo?): “Guardi, non sarei neanche tenuta a spiegarle questo che mi chiede, comunque…”. Meno male che, ogni volta che è successo, mi hanno presa in fase zen.

Un amico sindacalista commenta la corsa alle mutue private, tipica delle famiglie locali, obiettando che non possiamo condannare CatSalut basandoci solo sulla lentezza nel dare appuntamenti: sì, capisco, caro amico, ma tu non avrai mai due settimane di ritardo col ciclo e l’urgenza di vedere qualcuno! Io, quando ebbi anche questo problema (sempre nel Raval), imparando dai miei errori me ne andai in un centro medico in cui chiunque, dalle segretarie alle dottoresse, si meravigliava perché non fossi lì con qualche mutua privata. Non capivo tanto stupore finché non passai alla cassa: visita con ecografia inclusa, centodieci euro, gracias. Per fortuna era tutto a posto, era solo stress acuto perché stavo comprando casa: una ginecologa argentina cinquantenne mi prescrisse del magnesio per la mia dismenorrea (ahahah). Mi invitò pure a non lamentarmi delle bombe ormonali che m’erano state prescritte in Italia: avrei dovuto vedere le pillole dei tempi suoi! Ecco, la ginecologa della sanità pubblica mi aveva presa sul serio sulla questione ormoni, e mi aveva prescritto nuovi prodotti meno nefasti. Se solo fossi riuscita a rivederla prima del Natale successivo…

Non so, tutto questo per dire che è un peccato aspettare le pandemie per rendersi conto che la sanità pubblica vada coccolata come tuo figlio accarezza il suo peluche preferito. Specie con le rosee previsioni che abbiamo sull’autunno.

La prossima volta rischio di scrivere a un’altra clinica per delle analisi del sangue, e delle info sul “nuovo metodo per occupare meno spazio in casa”: allora, convinta di dovermi iscrivere a qualche corsetto alla moda sul decluttering, mi sentirò proporre una bella liposuzione.

 

 

 

 

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