Quest’anno, vorrei augurarvi un buon primo maggio con le riflessioni di Unaelle, pubblicate su Facebook e Instagram. Salviamoci insieme, o non ci salveremo.
Terri said the man she lived with before she lived with Mel loved her so much he tried to kill her. […]
“My God, don’t be silly. That’s not love, and you know it,” Mel said. “I don’t know what you’d call it, but I sure know you wouldn’t call it love”.
“Say what you want to, but I know it was” Terri said.
Raymond Carver, What we talk about when we talk about love
In tutto questo mi sono tolta la macchinetta, e ora affondo i miei denti addomesticati in molti articoli e post sull’amore ai tempi del corona, come ormai è un cliché definire i salti mortali che fanno le coppie per conservarlo nonostante la quarantena, e le persone libere (“sole”, purtroppo, è ancora un insulto) perché “non mettano in quarantena anche la loro vita amorosa”, come martellano le pubblicità invadenti delle app d’incontri. Fatto sta che c’è chi, invece di conoscere qualcuno dall’altra parte di uno schermo, ha lanciato un’occhiatina al balcone del vicino: o magari della vicina.
Ne ho parlato con un’amica che sta approfittando dell’astinenza da “dating” – è anglosassone – per chiedersi con che tipo di uomini esca. Secondo lei, il suo prototipo è il tizio che è rimasto fermo mentalmente all’età dello sviluppo: nel pantheon maschile della comunità straniera di Barcellona, potenzialmente chiunque. I maschi del posto disponibili su Tinder (che a qualcuna ha regalato un compagno di vita, ma che io ho trovato così atroce che non ho mai contattato nessuno, né risposto in chat) storcevano un po’ il naso davanti al suo lavoro, diciamo così, poco consueto (fa la guaritrice). In ogni caso, un tizio le aveva proposto, dopo un solo appuntamento, di passare la quarantena insieme. Ora, non so se era uno di quelli che vivono a “soli” 400 euro in un ripostiglio 2×3, con finestra sul bagno del vicino. Però non mi sorprende che lei abbia deciso che a tutto c’è un limite.
Allora, le ho detto, invece dell’online dating perché non prova il mio metodo? Che poi non è niente di complicato: si tratta di conoscere gente mentre fai quello che ti piace di più.
Premessa: ci ho messo tempo ad accettare che, nella mia vita, bye bye famiglia del Mulino Bianco, unica prospettiva che m’invogliasse a barattare l’adorata solitudine con uno a cui, magari, c’era ancora bisogno di spiegare il concetto di carico mentale. Prima di gettare la spugna, m’ero messa a frequentare circoli strani in cui scoprivo che l’unico tizio che mi piacesse (bel sorriso, un libro all’attivo, una predilezione per i balli di coppia) era pronto a citarmi Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere (che, scusatemi, non vi linko nemmeno) dopo aver scoperto che ero una feminazi. Ma anche arrivederci e a mai più.
A quel punto ho ricordato quello che dicevo a un amico single in tempi insospettabili: io preferirei non cercarmi qualcuno apposta, con quel proposito, visto che, in un appuntamento al buio tra etero, non sarei esattamente la categoria meno discriminata. Più che altro mi dedicherei ad attività che mi piacciono, per esempio scrivere, e conoscerei altre persone nel processo, per amicizia o chissà cos’altro.
Purtroppo, le cose che non dipendono del tutto da noi, e che lo stesso facciamo di tutto per ottenere, sono come le sabbie mobili per l’esploratore delle vignette: quello vuole arrivare al pezzo di foresta equatoriale mostrato dalla cartina, ma, una volta che gli cede letteralmente il terreno sotto i piedi, più si agita nel fango e meno raggiungerà la meta.
Metafore sceme a parte, se c’è un’app che mi ha “aiutato” a trovare qualcuno – cioè, se un’app ha fatto ‘sto guaio – si è trattato di MeetUp: sì, quella che da noi usano quasi solo i grillini. Ed è stato totalmente fortuito che si trattasse di un’app. Certo, è più facile incontrarsi in un gruppo ristretto che, per esempio, perdersi in una marmaglia di gente intervenuta a uno scambio linguistico (come questo che, ironia della sorte, pure ha un gruppo su MeetUp). Ma, come scriveva in un vecchio post l’amico formatore spirituale, facendo quello che ti piace trovi anche le persone a cui accompagnarti. E piano coi “grazie al ca’”, che magari ce ne ricordassimo sempre! Infatti, tornando alla guaritrice delusa da Tinder, le chiedevo: non è meglio partecipare alla diretta di un corso di cucina organizzato da rifugiati, oppure a un dibattito di filosofia, o anche a un’energica lezione di ballo? Così vedi come si comporta la gente in una situazione relativamente più rilassata, rispetto a un tête-à-tête virtuale in cui siete troppo impegnati a fare di tutto per piacervi, per mostrarvi così come siete di solito.
Poi, se ti va, lo contatti in privato per continuare la discussione che avete intrapreso nel dibattito, o anche per commentare un passo di danza difficile! Essere onesti è la chiave, per me, lo sapete: ma, per amiche che cercano una relazione stabile, questa discreta operazione di spionaggio mi sembra diversa dall’esporsi alle brame di sconosciuti educati a credersi “l’uomo che non deve chiedere mai”.
Intendiamoci, sono d’accordo con Rosella Postorino sulla difficoltà d’innamorarsi di qualcuno di cui non si conosca l’odore:
Incrocio le storie di quelli che si sono innamorati dai balconi in quarantena, e penso: ma se manco sanno che odore hanno. Così capisco che in me ogni residuo di romanticismo è stato prosciugato dal locquekdown.
Tuttavia, da feminazi patentata, voglio ben sperare che, come teme anche l’autrice di quest’articolo, il romanticismo sia morto, visto che di solito è lui che ammazza.
Ma di cosa parliamo, quando parliamo d’amore? Con licenza di Carver, a questa domanda sto lavorando con due studiose mica male. L’anima non tanto gemella che MeetUp ha messo sul mio cammino (e che frequentava il gruppo di scrittura di tanto in tanto, anni prima che impazzassero le app) era abituata a lunghi, lunghissimi viaggi a piedi, perlopiù spirituali, in contatto con la natura e con “persone meravigliose” che lo accompagnavano per qualche ora di cammino. Secondo lui questi compagni di viaggio, e queste compagne ovviamente, li aveva conosciuti meglio di chiunque, in quelle poche ore.
Capisco perché lo dica: anche io, nel meraviglioso ostello in cui ho scoperto la multuculturalità, avevo spesso quest’impressione, che fossero potenziali amori o fulminee amicizie. Ricordo una svedese di passaggio, o una modella americana in pensione a trentacinque anni: ustionate dalla Sicilia e stordite dallo scirocco, ci confidavamo cose che almeno le mie interlocutrici ci avrebbero pensato due volte a condividere (io ho la tragica fama di non tenermi un cece in bocca). Però, se si trattenevano più giorni del previsto, scoprivo che tutto quest’affetto istantaneo come il Nescafè non era mica così duraturo: l’incauta mossa di svegliare la svedese per un messaggio che credevo importante mi costava una giusta partaccia, e una forse meno giusta partenza senza neanche dirmi ciao. Oppure notavo – scusate, ero una pivella – che è facilissimo fare bei proclami su come stareste bene insieme, con qualcuno che sai che non rivedrai mai più.
Quel tipo di amore “che ti capisce in un istante” lo conoscevo bene. Quello che mi restava da scoprire, e forse ho scoperto tardi per certi progetti che volevo costruirci su, ha la sfortuna e il vantaggio di essere lento ma costante: “ci si mastica a poco a poco”, come dice il video qui sotto. E allora non c’è più il monaco buddista che sul camino de Santiago ti spiega che forse il tuo destino è quello di girare sempre per il mondo, o la francese che pensava di diventare suora, ma che con te, come l’avrebbe messa Sant’Agostino, ha “aspettato un attimo”: nessuno dei due ha mai dovuto interromperti la sigaretta del mattino (attentato!) per farti sommessamente notare che il wok sul fornello rientrava nei piatti da lavare, anche se nessuno te l’aveva lasciato nel lavandino. Eh, sì: l’amore da “Hai comprato la carta igienica?” (per restare sul pezzo) è scoppiettante in tutt’altro senso. Sospetto che le sue scintille scaldino meno, ma in modo più costante.
Perché, l’avrete capito: il suo segreto è la costanza. Con quello, le persone s’imparano con l’esercizio quotidiano, come i mestieri e le attività preferite. Si può creare virtualmente, quest’esercizio? Forse no, ma in mancanza d’altro è un inizio, un primo contatto: a meno che non ci vada bene un amore virtuale e, oh, tanto meglio per noi! Però, attenzione a non abbracciare la formula che insegnano nelle scuole di scrittura: l’idea per cui, per conoscere davvero qualcuno, devi vedere come si comporta in circostanze eccezionali (una lettura che trovo pessimista e che un giorno analizzerò). Forse per l’amore funziona il contrario: bisogna vedere come una persona agisce nella sua realtà di ogni giorno. E la realtà virtuale, ormai parte della nostra esistenza, mi sembra un gran metatesto in cui riscriviamo a ogni occasione la nostra biografia: lì, forse, il miglior modo di conoscere qualcuno, nelle circostanze di per sé straordinarie in cui ci tocca farlo, è prenderlo alla sprovvista, magari intento ad ascoltare in pigiama un intervento sull’ “importanza della sottomissione all’autorità, per il bene comune”.
E se in merito non ha neanche una piccola obiezione da fare, è già allarme rosso.

Da Automatizzato comunismo memetico: seguite la pagina!
Ormai sapete come funziona.
“Esco, ti serve qualcosa?”, e faccio la lista.
La pasta mi serve sempre, ovvio, ma quale? Scrivo un nome, mostro una foto. La Garofalo nei formati lunghi è rara da trovare sotto casa, e io non amo la pasta corta, ma meglio che niente. “Quello che vuoi tu, ma che sia Garofalo”.
Il risultato lo scopro un’oretta dopo, in cucina. Appoggiato al microonde c’è un pacco che ha tutta la familiarità dei colori giusti: il rosso e nero della confezione, e il colore dorato di queste micropenne… Un momento, che formato è? Allora leggo meglio. Non è Garofalo, c’è scritto Gallo. “Maccheroni al huevo” (sic). Esasperata, apro il frigo. Ah, meno male, ha preso il latte di soia. Sì, aromatizzato alla vaniglia. Addio besciamella, maionese, pasta al forno. Ma tanto, con le micropenne della Gallo, cosa vuoi cucinare?
Tempo dopo vedo un meme che vuol essere divertente: una “lista della spesa per uomini”. Niente parole, solo fotografie del prodotto con la marca bene in vista. Beh, a casa mia s’è visto che magari neanche con quelle.
Ieri ho cominciato il discorso sul carico mentale delle donne, che è una cosa a cui in realtà non avevo mai pensato, per tre motivi: adoro vivere da sola; ho smesso di farlo da meno di tre mesi, e la casa appartiene a me; mi piace essere un po’ l’organizzatrice della situazione. Ma sì, è stressante a un certo punto essere tu quella che decide quando è indispensabile fare una lavatrice, col cielo che minaccia pioggia e un salotto dov’è complicato mettere uno stenditoio; o quella che riconosce che una parte dell’odiato compito di lavare i piatti consiste nel mettere a posto le stoviglie già asciutte, e non limitarsi a pulire solo quello che entrava nel lavandino. E non voglio neanche immaginare cosa diventi quando ci sono maggiori ristrettezze economiche, o bambini di mezzo.
Le donne della generazione di mia madre hanno sempre obiettato: “Che fa? Ti rovini la pace familiare per due scemenze che da sola spicci in quattro e quattr’otto?”. Quando non erano casalinghe, guadagnavano qualcosa come la metà del marito (e se succede il contrario, ho sperimentato sulla mia pelle, apriti cielo). Il marito non alzava un dito in casa, e le rare volte che lo faceva veniva o lodato come un bambino perché s’era riuscito a condire l’insalata, o trattato come un incapace, e tenuto lontano dai fornelli o dagli elettrodomestici (mantenendolo così, sospetto, in uno stato di necessità che compensasse almeno in parte la totale dipendenza economica di lei).
Se risaliamo addirittura alla generazione della mia prozia, recuperiamo l’eterno stupore di quest’ultima: “Mari’, ma i maschi che stanno allo studentato con te, come fanno? Cucinano le coinquiline? Ah, no? Mi stai dicendo che fanno tutto loro?”. E rideva.
Mica aveva torto. A volte, quando ho avuto ospiti italiani in solitaria, ho provato la stessa sensazione, declinata in modi diversi, di avere minori a carico. Per le donne, magari, si trattava di accompagnarle dappertutto, perché un’improvvisa libertà negli spostamenti era vissuta con sconcerto. D’altronde mi è sempre sembrato un po’ ricattatorio, il famoso: “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”. E se non vogliono rischiare la pelle ad attraversarle, è colpa loro che siano insicure?
Con gli ospiti uomini, che avevano meno problemi di spostamento, devo dire che il più delle volte sono stata confortata: squisiti e invisibili, o magari visibili solo quando faceva piacere a me e a loro. Ogni tanto, però, anche con i coetanei mi sembrava di avere a che fare con un bambino incapace di qualsiasi attività domestica. Che non si rifacessero il letto erano fatti loro, magari non volevano e basta; ma cominciavo a sospettare qualcosa a tavola, quando, invece di fare le porzioni, una coinquilina si azzardava a mettere la pentola “palla al centro”, e che ognuno si servisse da sé. Allora vedevo il panico, e le strategie più strampalate: uno pretendeva di far scivolare le tagliatelle a cascata dalla pentola al piatto, invece di sollevarle con forchetta e cucchiaio!
Altri due, sono quasi sicura, non sapevano farsi il caffè: non saprò mai se fosse per il fornello a induzione, che avevano paura di usare, oppure proprio perché non avevano idea di come caricarsi la macchinetta. Altri si sorprendevano perché non facessi la spesa ogni mattina, o stendessi un bucato al giorno: sì, vivevano ancora a casa di mammà, poi per un matrimonio o un lavoro all’estero se ne sarebbero andati, ma intanto…
Per fortuna sta cambiando anche questo, ma adesso vi confesso una cosa che magari già sapete: anche io ero così, viziata dai salari bassissimi delle colf negli anni ’80 e ’90 – almeno in paese – e da una mamma che non voleva per i figli lo stesso lavoraccio in casa toccato a lei, nei ’60. Anch’io devo aver fatto i primi caffè dopo i venti, con risultati alterni, e non ero sola: ricordo un’amica che verso i trenta chiedeva su Facebook, dalla casa in cui villeggiava, “come scegliere il programma di lavaggio”. Lei adesso sarà cambiata, io non tanto: mi hanno garantito che con la quarantena perfino io avrei fatto le pulizie generali, e sto ancora aspettando che mi venga la voglia. Intanto, passo dai miei manoscritti alle letture, e faccio solo l’indispensabile, concetto di cui ho una definizione molto al disotto degli standard di chiunque: mia madre e mio fratello, quando venivano a farmi visita, si mandavano bollettini quotidiani su “cosa fossero riusciti a sistemarmi in casa” (e grazie mille ma bontà loro: erano problemi di cui neanche mi accorgevo!).
La condizione di ex impedita cronica nelle faccende domestiche e questioni pratiche, che ho superato per mera sopravvivenza e non certo per volontà, mi fa essere piuttosto empatica nei confronti dei miei compagni di specie: il che non vuol dire che siamo sullo stesso piano. “Sei piuttosto disordinata, per essere donna” mi sono sentita dire sia da parenti anziani che da un conterraneo del compagno di quarantena: uno che si vantava pure di essere moderno, “mica come gli italiani”. Avrei dovuto rispondergli: “Grazie!”.
“Sciattona” è stato uno degli insulti più bonari mai ricevuti, insieme a “intellettuuuale” (scusate il termine) da pronunciare con tre u. Certo è che, come Marta Rojals, ho scoperto solo andandomene di casa a ventidue anni – presto per un’italiana di classe media, tardissimo per le mie prime coinquiline inglesi, a volte minorenni – che non erano le fatine a farmi il letto e la colazione, che tutto quello che avevo dato per scontato era lavoro. E, soprattutto, lavoro tutt’altro che intuitivo: il caffè, i piatti, la lavatrice, sono come l’uovo di Colombo. “Facile, quando sai come si fa” dicono in inglese. Chi sostiene che non ci vuole l’arca di scienza è liberissimo, ma spero che prima di affermarlo ci abbia almeno provato. Nel mio primo incarico d’insegnamento mi accorsi di prendere cinquanta centesimi l’ora in meno della domestica a ore che mi aveva aiutato col trasloco, e vi giuro che la cosa mi sembrò avere molto senso: so insegnare l’italiano, ma sono incapace di pulire un pavimento senza lasciare strisce.
La differenza coi compagni di specie, appunto, è che nel loro caso lo stato di ignoranza, se per “ignorare” intendiamo anche “fingere che non stia succedendo”, può protrarsi vita natural durante. Cioè, per fortuna non fanno tutti così (e mi sembra anche di trattarli come dei cretini a doverlo ribadire, ma a quanto pare alcuni ne hanno bisogno): ma in linea di massima possono farlo, il che fa tutta la differenza. Su di loro gravano altre aspettative ingiuste e pesanti, ma il carico mentale non è tra queste. Un amico napoletano affermava tra il serio e il faceto che contava di passare la vita intera senza stirarsi una camicia, e si premurava di accompagnarsi a ragazze insicure e servizievoli che avverassero questa profezia.
Io il ferro da stiro non ce l’ho, lo trovo inutile se non fai certi lavori. Ho la consapevolezza che il lavoro di casa o viene svalutato, o viene relegato a donne con un potere d’acquisto minore rispetto a chi le impiega: a volte, almeno per i giornalisti di Repubblica, come soluzione politica alla disparità di genere (…).
E invece, purtroppo, s’ha da fare. Il minimo indispensabile, almeno. E la risposta alla domanda “Perché vuoi rovinare la ‘pace familiare’?” è: in realtà è una guerra, di nervi. Magari ad alcune non costa davvero niente, ma ho visto cosa faccia a tante donne mandare avanti la casa quasi da sole, come le corroda a poco a poco e le renda propense a discutere con i compagni per mille futili motivi, invece di affrontare quei due o tre che contano, tra cui il logorio costante di doversi sempre incaricare di tutto.
È un equilibrio dettato spesso da condizionamenti economici, e psicologici, che nessuno dovrebbe accettare a cuor leggero: ne va più di una pasta al forno scotta con micropenne della Gallo.
Che comunque è una bella metafora del rischio che corriamo, a far finta di niente.

Sarò breve perché ieri il compagno di quarantena si è deciso a voler guardare
Ogni volta che discutiamo di privilegio, prima o poi affiora il concetto di colpa: tante persone non sanno pensare all’uno senza l’altra. 
Capirete che il momento più mondano della mia nuova vita è la