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Mescladis - Picture of Espai Mescladis, Barcelona - Tripadvisor

Scorcio del Mescladís

Che fossero chiusi i locali, l’ho saputo solo una volta sul tetto.

O meglio, sul terrazzo condominiale: ci sono finita sabato scorso, in una bella serata con la brezza giusta, e con la gradita presenza dell’ex compagno di quarantena. “Hai visto?” mi ha fatto “i bar de copas e le discoteche resteranno chiusi per quindici giorni“.

Male, ma pensavamo peggio: non era la paventata quarantena bis che ci doveva tenere di nuovo reclusi come a marzo, ma col caldo di agosto. Non lo era ancora, almeno.

Così era meglio restarcene lì sul terrazzo: vinello lui, bibita gassata io, tanto per accompagnare. Rimpiangevo il tè all’ibiscus (o carcadè), con retrogusto menta, che avevo scoperto due ore prima al Mescladís: un bar gestito, tra gli altri, da giovanissimi migranti marocchini. Non sarebbe stato l’unico rimpianto della serata: non avrei dovuto accogliere l’invito del mio accompagnatore a utilizzare le sedie spaiate dimenticate lì in terrazzo. Avrei dovuto fidarmi del principio insegnatomi da mammà: “Quello che non è tuo, non si tocca” (… a meno che non ti sia precluso per i motivi sbagliati, aggiungo adesso come postilla).

Insomma, neanche il tempo di dire “Come si sta bene”, che la poltroncina di tela su cui sedevo è crollata sotto il mio culo post-quarantena, che a sua volta è piombato a terra, trasformandomi in una specie di lumaca rovesciata. Per completare lo sketch, nell’operazione mi è pure crollata addosso l’acqua piovana accumulata tra sedile e schienale: seduta com’ero sul bordo, non l’avevo notata nell’oscurità, e checché ne diciate scommetto che ha contribuito un po’ al collasso. Va da sé che quello è stato lo spettacolo principale della serata, anche se la voce che intonava canzoni di Manu Chao (che cliché!) da un balcone vicino pure aveva il suo perché, con tanto di chitarrina di accompagnamento.

Si sa, con i bar chiusi bisogna arrangiarsi, intanto che Sánchez tratta con l’Inghilterra per scongiurare la quarantena da ritorno all’esercito di ubriaconi che gentrifica Ibiza e distrugge Benidorm. Perché non mi sono accorta di niente, io? Perché non ho notato che le strade erano più cupe e meno incasinate, a parte qualche botellón?

Semplice: perché io, il sabato sera, non esco. Non capisco bene che sfizio ci sia a sopportare la folla, i cocktail annacquati, le pizze fatte presto e male. Anche quando ho avuto un lavoro d’ufficio, oppure ho insegnato italiano in quattro posti diversi, ho preferito sempre uscire a metà settimana e tornare a casa presto. Sarà la mia tolleranza all’alcol degna di una bambina alle elementari, ma ho già spiegato altrove quanto abbia trovato squallide, dopo un po’, le serate di bisboccia barcellonese, con “amici” che si facevano vivi solo al momento di bere e studentelli che avevano una ragazza diversa per ogni locale, quindi ti offrivano al compagno di bevute dopo una breve trattativa nel cesso del bar (campa cavallo).

Adesso, so che una cosa è accodarsi all’esercito degli ubriaconi del Gótico, e un’altra è la scena mezza hipster mezza impegnata del Makinavaja: ma sul serio, gente, mai come in questi giorni ho avuto due conferme.

Una è che gli allarmismi stile “O tempora! O mores!” (ma va bene pure “Mala tempora currunt”) lasciano il tempo che trovano, perché sul serio non capisco neanche coi disegnini come la “seratina Netflix” sia peggio di vomitare in Plaça Reial, o rischiare di andarci vicino. Già che ci siamo, confesso che trovo un po’ triste il commento “Sei economica!”, che mi fanno in diverse lingue quando spiego che mi ubriaco subito. Se vi piace bere, perfetto, ma davvero la gente ha bisogno di birre su birre per sfrenarsi un po’? Sono sicura di no.

L’altra conferma che ho avuto è: la nostalgia di casa che sperimenta chi vive “fuori contesto” è un po’ esagerata. Ok, parlo per me, e sì, magari a forzare la mano avrei potuto ottenere una libertà simile anche nel mio luogo di nascita. Ma sarebbe stato più complicato sfidare dinamiche familiari e sociali consolidate da decenni di esistenza. Mi riferisco alla suprema libertà di crearsi un proprio stile di vita, abitudini proprie, un uso meno condizionato del proprio tempo, senza rischiare per forza di passare per “l’amica asociale”, oppure quella eccentrica, oppure la pecora nera che non chiama zio Guidobaldo per il graffietto da potatura e zia Marozia per l’onomastico (e, in tal caso, avrebbe un alibi di ferro!). Che le si accetti o meno, si tratta di fare i conti con le regole non scritte che sembrano sempre “cosa ‘e niente“, ma quando si accumulano tutte insieme rompono assai: i tacchi ai matrimoni, le tinture pastello “permesse” soltanto sotto i trenta, il cappuccino solo a colazione, la TV che “comunque ci vuole”, e l’eterno “mi devo comprare qualcosa da mettere” che ricorre più o meno ogni estate.

Le piccole cose sono quelle che più fanno la differenza, perché sono il migliore indicatore dell’aria che tira.

Quindi, che dirvi? Voglio tutto! Quest’estate la quarantena mi tiene lontana dalla mia famiglia “per la prima volta in dodici anni”, come si lamenta mio padre al telefono. Ma passerà anche questo, e prenderò ancora un aereo (anche per presentare il libro!). Allora mi godrò il lungomare, gli aperitivi, le passeggiate per una Napoli che cambia a vista d’occhio. Mi godrò la certezza di trovare sempre qualcosa che mi piaccia in un bar, invece del tristo cola fanta tónica zumo de naranja piña melocotón che tocca da queste parti a chi non tanto apprezza il concetto di Estrella Damm. Allora finisco a lottare con le neo-coppiette Tinder in fila al Mescladis per sedermi a prendere un succo d’ibiscus. Anche dopo tutti questi anni a Barcellona, quello marocchino resta un Mediterraneo che riconosco, specie nella versione trapiantata: fatto di sorrisi fin troppo rapidi e favori reciproci, e donne disposte come la zia Marozia di cui sopra a sbuffare per ore davanti ai vapori di una pentola, alle feste comandate (ma sta cambiando e cambierà ancora, e sì, per me è meglio così). Certo, quello che sorseggio al Mescladís rimane un Mediterraneo senza troppo basilico, ma perlomeno fa un uso smodato di menta!

E quella, assaporata (mettiamo) un sabato sera, mentre avvisti tra le antenne l’occasionale cometa, vale tutte le sedie sfondate del mondo.

 

 

 

Amazon.com: L'hora violeta (Catalan Edition) eBook: Roig ...

Prima ho visto il pane. Giallorosso, basso e schiacciato: una coca. La coca de Sant Jordi, esposta nella vetrina di un brutto panificio: di quelli che non si concedono variazioni sul tema di ciò che potrebbe vendere di più, in un determinato giorno.

Poi ho intravisto le bancarelle fuori alla cartoleria fighetta.

Dio, ieri era Sant Jordi e sono uscita di casa in allegria.

Ovvio che non era davvero Sant Jordi, che San Giorgio si festeggia ancora in aprile: ma, per ovvi motivi, avevano posticipato la festa di tre mesi. In ogni caso lo so, l’ansia da bancarelle affollate e ambulanti di rose non me la prescrive il dottore. Sarà che il mio primo Sant Jordi lo passai immersa in un elaborato trasloco che prevedeva un paio di attraversamenti della Rambla… Avevo poi imparato ad amare la festa del libro, il San Valentino di qua: a bancarelle smontate, ridevo perfino un po’ delle famiglie catalane che attraversavano terrorizzate la Rambla del Raval, tra hippie di ritorno e passanti in kaffetano, alla ricerca della maledetta metro Paral·lel!

Ieri invece toccava fare il mio dovere: sono andata alla vicina libreria delle donne, specializzata in autrici. È un posto bellissimo, con una caratteristica che non cambia mai: la cassiera di turno è troppo occupata a sconfiggere il patriarcato per ricordarsi anche di farti pagare i tuoi libri. In fondo, le donne hanno meno accesso al capitale economico, no? Cioè, la commessa può anche cercarti il prezzo su quella specie di Atari vintage, mentre chiacchiera con una cliente che ha già pagato, ma ci metterà comunque quel paio di minuti a dirti quanto le devi: a rivelartelo, più che altro, perché ‘sta cosa di mettere il cartellino del prezzo ai libri è sopravvalutata.

Risultato: pago venti euro per Montserrat Roig. L’hora violeta: l’ora “viola” in cui le sue protagoniste trasformano i loro fallimenti con gli uomini in un momento di risveglio, di libertà. Bene così, le librerie hanno bisogno di sostegno e la copertina è stupenda, come lo è Montse Roig. Non capisco perché non approdi in Italia, terra che, quando si ricorda di leggere, apprezza le autrici francesi tutte introspezione e niente trama: al massimo qualche rimembranza di glorie passate e traumi giovanili, perché “la vita è una trama sufficiente”.

Eppure stavolta ha vinto lei, Montse: questo Sant Jordi è coinciso davvero con Il tempo delle ciliegie. Un suo… discendente (ma è morta prestissimo) mi mandava cartoline scritte con una grafia un po’ infantile, in frasi disposte a forma di chiocciola: “Se ti va, quando torno…”. Aveva una casa, a Barcellona: una villa proprio, come il ragazzetto che per un po’ mi aveva fatto da amigo con derechos aveva, grazie al padre facoltoso, non so più quante opere di Dalí. È una borghesia catalana che ho sempre, solo sfiorato (a parte l’amigo con derechos!), in un periodo della mia vita in cui finivo per uscire con vicini immigrati e musicisti terroni (o figli di).

Ma Montse Roig valeva tanto oro quanto pesava. Le devo tanto: la mia Pepita di Una via dritta si è ritrovata nella stessa carica sulla Rambla di sua maestà Natàlia Miralpeix: la protagonista di varie opere di Roig, nonché uno dei personaggi dal cognome più sconcertante per una lettrice napoletana (provate a dividerlo un po’). È stato bello scoprire poi che il romanzo appena acquistato si apriva proprio con una lettera di Natàlia all’autrice, quando ho aperto il libro al Parc de la Ciutadella: sullo sfondo, la lite tra un immigrato strafatto e un quarantenne locale in tenuta da jogging (“Sono quelli come te, che…”). E i compagni di entrambi a separare, parlare fitto e bassa voce, cercare di “far ragionare” l’amico: un rito internazionale, perlopiù maschile, che ci dovrebbe rendere meno razzisti e più consapevoli dell’umana idiozia.

Per contrasto ho ripensato ancora alla fila di donne alla cassa della libreria, ai loro capelli bianchi o al caschetto di prammatica che subentra con la mezza età: si conoscevano per nome, forse frequentavano gli stessi collettivi femministi. Avevano le stesse pretese di eleganza un po’ ironica che ho provato a convogliare nelle mise di Mariona (la figlia della Pepita di cui sopra). Confesso che in loro presenza provavo una soggezione di straniera che non è mai entrata “nei giri” (ma quando mai l’ho fatto, e dove?). Allora, mettendomi sulla difensiva, ho finito per pensare: “Maro’, saranno tutte terf!”.

Pregiudizi a parte (ma gli ambienti quelli sono) va bene anche così: il “dovete essere compatte” mi fa tanto raccomandazione dei professori al liceo. Perché mai avremmo dovuto unirci tra studenti, se c’era chi passava il compito e chi faceva assenze strategiche inguaiando gli altri? Non si tratta neanche dell’ognun per sé, ma quest’idea di unirsi a tutti i costi, anche a costo di diventare stronzi uguale, stronze uguale, mi sembra una sciocchezza volta a un fine sbagliato: quello di prevalere, invece di far prevalere la causa in cui si crede.

Ma ho riflettuto abbastanza, per questo Sant Jordi estivo. Speriamo che il prossimo tocchi festeggiarlo prima della raccolta delle ciliegie: tanto, ansia a parte, è già di per sé una delizia.

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Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci

Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.

Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.

Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.

Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.

Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.

Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo). 

Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.

Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!

Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.

Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.

L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.

 

(Dell’amore non si butta niente.)

 

 

 

Per spiegarvi il nuovo romanzo, ve ne racconto uno che ancora devo scrivere.

Parla di una tizia che si è fatta un punto d’onore di trasformare tutte le sue sfighe in capolavori. È un po’ ossessionata con quella storia, sapete? La questione dei cocci giapponesi che si rimettono insieme con l’oro fuso. Un metodo di riparazione senz’altro spettacolare, che però, come suggeriscono in BoJack Horseman, non sembrerebbe particolarmente efficace. Ma la nostra eroina che non c’è (o non c’è ancora) è proprio ossessionata: non riesce ad accettare che, oh, le cose a volte vanno storte e basta. Accettarlo e passare oltre è la migliore delle riparazioni possibili.

Eppure. Questo libro mi prova che la mia protagonista inesistente un po’ ha ragione: quasi tre anni dopo aver scritto la prima bozza, mi rendo conto che da tutta quella faccenda complicata e a tratti angosciante ho ricavato “almeno” Una via dritta, che da ieri potete prenotare o, addirittura, trovare in libreria.

E la storia, mi sa, la conoscete: anzi, grazie ancora a chi mi contattava sui social per assicurarsi che fossi tutta intera! Il romanzo inizia quando Mariano Rajoy prende bene i preparativi per il nuovo referendum indipendentista (il terzo da quando sono a Barcellona, e all’inizio, mi dicevano, neanche il più votato al successo). Ai tempi nel porto barcellonese, decorata da una surreale effigie di Titti, era arrivata una nave carica carica di… polizia!

Sarebbero scesi, gli agenti? Avrebbero risposto con le manganellate a quell’insolita occupazione fuori stagione? Ero rimasta col dubbio fino al 30 settembre 2017, mentre osservavo le famiglie che riempivano di cartelli e tapitas da spizzicare le scuole e i centri culturali al cui interno, intanto, si preparavano le urne. Adesso, dalle parti della mia nuova casa fin troppo centrale, c’è un negozio che pretende di vendere ai turisti alcune di quelle scatole di plastica bianca, con sopra una bandiera catalana stilizzata: mi dicono che le originali, però, sono patrimonio dei centri che le hanno custodite, nascoste e, all’occorrenza, difese con la propria pelle.

Perché di questo si trattava: della pelle. Quel primo ottobre in cui io cominciavo la carriera di spettatrice perplessa di fatti che mi avrebbero sempre vista un po’ in disparte, gli agenti avevano abbandonato fin dalle prime ore notturne la “nave di Titti”. Anche a casa mia, qualcuno sarebbe sgusciato fuori qualche ora prima che uscisse il sole, con indosso il gilet fosforescente degli osservatori dei diritti umani.

L’unica scena che non inserisco nel libro, perché è solo mia, è proprio quella dell’abbraccio tra me e il… gilet di cui sopra, avvenuto a mezzogiorno fuori all’associazione in cui quel piccolo esercito pacifico e un po’ fluo faceva un rapporto pieno di speranza, ma anche di brutte notizie: un manifestante aveva perso un occhio (ancora proiettili ad aria compressa!). Inoltre, tra le immagini di feriti che circolavano in quelle ore c’era una signora anziana con la testa spaccata, parente lontana della Pepita del libro. E intanto, alcune testate internazionali più realiste del re provavano a dimostrare che quelle dei pestaggi erano immagini di repertorio, che meno persone di quelle dichiarate s’erano presentate in ospedale… Una blogger italiana, che aveva vissuto a Barcellona decenni fa, formulava giudizi molto seguiti su una città un po’ da cartolina, in cui non riconoscevo quella che abitavo io nel presente. A me tutto questo sembrava confuso e alienante.

Ma nei giorni successivi avevo assecondato un mio antico difetto: sorridevo a tutti, provavo a mediare. All’improvviso tanta gente, presa dall‘incertezza politica, dal clima di violenza e dall’esodo delle banche verso altri lidi, sembrava avere una gran voglia di litigare.

Quando m’ero ricordata che non si può sempre sorridere, avevo mandato un po’ tutti aff…, m’ero messa al computer e avevo inventato Irene, Marco e Tati. O meglio, li avevo assemblati come una sorta di Dottor Frankenstein interrotto a ogni piè sospinto da una telefonata in lacrime (“Esco dal gruppo!”, manco parlassero di una rock band), o da una rabbiosa incursione dal vivo (“Di’ ai tuoi amici italiani che sparano cazzate su Facebook…”).

Insomma, come già col primo romanzo, avevo preso delle angosce vere e le avevo fuse come oro “riparatore” per affidarle a tre corpi inventati, ma in movimento: quelli di Irene, Marco e Tati. Dove vanno i nostri eroi, il giorno del referendum? A salvare una vecchietta, solo che non lo sanno. In un romanzo più serio si direbbe che vanno incontro al loro destino. E in questo incrocio di destini, nella conciliazione impossibile e imperfetta che provoca, si è giocato quello che restava della mia sanità mentale. Troppo drammatico? Ok, facciamo “della mia lucidità“, allora. O anche solo “della voglia di fare”.

Per credere che ci potesse essere una pace non apparente, tra me e una Barcellona gentrificata e contraddittoria, ho dovuto cercare questa tregua tra le righe, tra le parole che il buon Andrea mi ha estorto di revisione in revisione, quando il papocchio iniziale era diventato una cosa seria, e toccava dare movimento a prime bozze troppo statiche, o drammatizzare situazioni di coppia che, chissà perché, non volevo esplorare fino in fondo.

Era paura, la mia? Forse. La paura del cambiamento, che tanto avviene lo stesso e, che ci piaccia o no, si lascia dietro un sacco di cocci rotti. Possiamo “ripararli” con tutto l’oro fuso del mondo, ma non funziona tutte le volte.

Raccogliere i cocci, però, è un buon esercizio.

Sono contenta che questo romanzo, che ora affido a voi in tutte le sue crepe nude, mi abbia aiutato nell’operazione.

Continua.

 

(Una canzone che all’epoca mi agghiacciava.)

Bell’ e buono aggio visto ‘nu rummore, e se n’è caruto ‘o Palau…

Ok, ricomincio.

Alla fine de L’Amante di Marguerite Duras, “l’esplosione di un valzer di Chopin” fa capire alla protagonista che in fondo lei un po’ lo amava, quel signore cinese che si era appena lasciata dietro per partire.

Circa novanta anni dopo, l’esplosione di una rumba di Peret mi fa capire che ‘sta quarantena non mi ha tolto l’amore per la musica, le sorprese e le figure di…

No, scherzi a parte: tornavo a casa dopo la passeggiata serale 1×1 (un chilometro per un’ora massimo) e, all’incrocio tra via Laietana e una stradina afferente al Palau de la Música, noi passanti ci fermavamo di botto, ci facevamo due domande, non credevamo alle nostre orecchie. La qualità del suono che ci giungeva dal vicolo del teatro poteva essere quella arrangiata di un palco da festa di quartiere, oppure la registrazione era perfetta al punto di riprodurre la sensazione della folla che canta in coro El muerto vivo. Quasi quasi c’era da accontentarsi di questa eco e non andare a controllare: era inconcepibile, l’idea di uno scenario montato davanti al Palau, con il pubblico intento a cantare con la mascherina e ballare mantenendo la distanza di sicurezza!

Infatti, con la cocciutaggine che a volte farei bene a lasciare a casa, mi sono avventurata nel vicoletto con altri curiosi, e salió la verdad: il bar del Palau aveva ripreso le sue attività. Al piano terra dell’edificio c’era una sorta di fascia elastica a fare da barriera tra i clienti e il cortile in cui, fino a tre mesi prima, si affollava la gente in tenuta da sera, con un bicchiere di cava in mano. Adesso, invece, un tavolino che sembrava un banco di scuola tagliato a metà era sormontato dal sifone del vermut, e affiancato da un trespolo che reggeva il menù della serata. Sotto i due fogli zeppi di bibite, e tapas da portar via o consumare in piedi, campeggiava l’offerta mangia & bevi a quindici euro. Perfetto, ma… la musica di prima? Mi sono sporta un po’: in effetti, sul palchetto montato in un angolo di cortile alla mia sinistra, c’erano due musicisti con strumenti tipici da rumba: chitarra e cajón. Avevano però finito di suonare, e delle casse riproducevano in stereofonia un effetto simile a quello che avevo sentito poco prima: una folla intenta a godersi un’altra canzone mitica del genere rumbero. Insomma, non capivo se i due musicisti erano in pausa da tempo, e io avevo ascoltato una registrazione fin dall’inizio, oppure il casino arrivato fin sulla strada principale era stato opera della potenziale clientela che passava in mascherina, e che adesso, a ogni buon conto, chiedeva: “Ma poi tornate a suonare, sì?”. Gli interpellati sono scesi dal palco con lo sguardo rivolto a noi che eravamo dall’altra parte del trespolo col menù: sì, sì, hanno assicurato.

Allora mi sono tornate alla mente due immagini uguali e contrarie, di normalità che sfida la crisi.

Un articoletto di Zucconi, quasi vent’anni fa, descriveva un angolino centralissimo di New York, paralizzato per una mezz’ora da un allarme bomba. Credo fossimo al massimo nel 2002, e capirete, ogni zaino incustodito per strada scatenava una puntata dal vivo di Ris. Ma ormai la paura era diventata ordinaria amministrazione, e la piccola folla bloccata in attesa dei controlli sorbiva caffè lungo, chiacchierava… Certi ragazzi che tornavano dal lavoro scambiavano qualche parola con le infermiere di un vicino ospedale: qui non m’era piaciuto il “Forse si rimedia” buttato lì dall’autore dell’articolo, che s’immedesimava in quel rimorchio estemporaneo, ma ne avevo colto la connotazione di vita che prosegue al di là dell’orrore, eccetera.

Quanto alla seconda immagine che mi è balenata in mente, spero la conosciate: è quella dei ciclamini! Quasi sessant’anni fa, un certo filobus numero 75, guidato dalla penna di Gianni Rodari, aveva deciso di uscire dai binari e andarsene a zonzo nelle campagne romane, insieme al suo affollato carico di pendolari ansiosi di arrivare in tempo al lavoro. Si erano ritrovati invece ai margini di un boschetto, e avevano cominciato a litigare tra loro senza neanche scendere da quel mezzo di locomozione così indisciplinato. Era finita però che una signora, osservando bene il prato fiorito che per un giorno sostituiva cattedre, banconi e aule di tribunale, aveva adocchiato dei ciclamini, fiori che adorava e che non coglieva da tempo. Così avevano finito per scendere tutti, e allora c’era chi “adottava” una fragola, chi giocava a pallone accartocciando dei giornali, chi condivideva un panino con la frittata… finché il filobus non si era messo in testa di ripartire, e i passeggeri erano saltati su di nuovo col timore di aver fatto ormai tardissimo. E invece le lancette non s’erano spostate di un millimetro: era il 21 marzo, primo giorno di primavera, e si sa che il 21 marzo tutto è possibile.

Rodari non poteva sapere che il 21 marzo del 2020, a Barcellona, sarebbe stato impossibile godersi, mettiamo, il ramen del Grasshopper (“Il… che?”) senza dover sfruttare gli schiavi di Uber Eats, e allora noi che avevamo ancora il lusso di fare la spesa dovevamo arrangiarci con quel poco di pasta scadente che non era stato saccheggiato nei supermercati insieme alla carta igienica.

È a questo che servono la rumba e i ciclamini, e le altre esplosioni improvvise di eccezionale normalità (lo zaino di New York, va da sé, è una fortuna che non sia esploso!). Servono a ricordarci che sì, anche quando ci sembra quasi un affronto voler andare avanti, può scoppiare nell’aria un motivo che una volta ci era parso pure scontato, e che adesso, invece, salutiamo come ‘o rummore che forse (grattatevi) non avremmo più “visto”.

E allora, che volete farci? Allora tocca proprio ballare.

 

 

Peret

 

 

 

 

 

Ovviamente, ho visto cose che voi umani.

Vestiti al 50% con mascherina abbinata; cappuccini all’aperto pagati quanto il PIL di un paese in via di sviluppo; gente che dopo aver bevuto si cerca in borsa la mascherina che aveva solo abbassato all’altezza del mento (ok, parlo di me).

E sto imparando a farmi bastare la passeggiata di un’ora, un solo chilometro per volta. Sto perfino meditando di infrangere la regola andandomene in spiaggia (a due chilometri da casa mia), ma alle sei del mattino: a Barcellona non si riempiono i tavolini di un bar prima di mezzogiorno, figurarsi quanta gente ci trovo là a quell’ora…

Ok, ok, non vado. Ma questa ripresa gradualissima della quotidianità (nella capitale catalana siamo appena in fase 1) è strana: noi che possiamo permettercelo, ci godiamo quel momento di sollievo tra la reclusione globbale totale e lo tsunami economico, che aspettiamo con la trepidazione riservata alla hit dell’estate di Enrique Iglesias (speriamo che almeno quella, quest’anno, ci venga risparmiata). Per dire, il mio bar fighetto preferito non ha ancora riaperto, nonostante due o tre tavolini, fuori, li mettesse sempre: sarà che non ne vale la pena, per loro, visto che secondo le nuove regole si può occupare solo il 50% dei posti all’aperto permessi in condizioni normali. Già immagino un’orda di hipster intenti a menarsi a colpi di monopattino per aggiudicarsi un latte caramel all’unico tavolino disponibile! (A parte quello piccolo con l’immancabile disinfettante per le mani.)

Inoltre, sempre più articoli sottolineano le difficoltà del lavoro di cura con i bimbi reclusi in casa: una questione che grava soprattutto sulle madri, e non solo “da Trieste in giù”, ma anche dagli USA alla Spagna, senza scordarsi il resto del mondo. Così i miei recenti tentativi di soffermarmi sugli aspetti positivi del non figliare stanno diventando sempre meno all’insegna de “la volpe e l’uva”, e sempre più un lungo “fiuuu”. Non fraintendetemi, non credo abbiate più dubbi sulla mia voglia frustrata di avere bambini, ma riconosco che diventa complicatissimo in una società che non dà il giusto valore al lavoro di cura: spero che l’attenzione maggiore al problema porti anche a delle soluzioni giuste (tipo, non chiamiamo mammo il papà che addirittura va a comprare gli omogeneizzati!).

Intanto mi formo sempre di più, come fanno altri che provano ad approfittare dei corsi online per specializzarsi o aggiornarsi nel loro campo: la speranza è non rimpiangere questi soldi sottratti all’affitto o addirittura a un difficile rimpatrio (si parla di voli di stato e navi che riprendono a funzionare). Però vi confesso la mia insofferenza per certe formazioni “letterarie” intraprese prima della quarantena (che fossero un seminario o l’incarico di un lavoro di editing), e abbandonate quando tutto mi sembrava troppo tecnico e preconfezionato. Specie se considerate che intanto mi sto sparando i filmoni d’autore che avevo ancora in sospeso: immaginatemi mentre, dopo l’ennesima lezione sulle unità aristoteliche, mi somministro insieme alla cena le due ore abbondanti de L’Avventura di Antonioni. Già mi vedo a fare una seduta spiritica e chiedere: scusi, signor Michelangelo (non il pittore, il regista!), qual è il vero tema del suo film? Mi saprebbe dire a che punto ha messo il climax? Ora, non mi meraviglierei se il fantasma, per tutta risposta, facesse sparire anche me come la sua Anna: magari sulle scogliere artificiali che volevo raggiungere aumm’ aumm’ alle sei del mattino!

Ma, ribadisco, a me va di lusso. Il compagno di quarantena, invece, è andato a fare la quarantena altrove. Ha cominciato prima a restarsene zitto per giorni, poi si è messo a sostenere con insistenza che in autunno “saremmo tornati tutti dentro”. Infine, quando gli ho proposto di trasferirci in una zona migliore, con più verde e possibilità di passeggiare, ha balbettato che aveva tanta paura del futuro che non riusciva neanche a prendere una decisione del genere. Risultato? Si è preso una stanza da solo nella stessa zona che avevo proposto io! E quanto mi piacerebbe considerarlo solo un altro stronzo che non vuole impegnarsi sul serio in una relazione! Quelli, dopo una certa età e una ricca… formazione in fatto di casi umani, impari a lasciarli senza troppi rimorsi. Invece, a parte i rischi di intrecciare relazioni con un genere più privilegiato del tuo, so che il contraccolpo psicologico della quarantena dovrebbe sensibilizzarci di più e portarci alla domanda: è proprio sicuro che un problema mentale sia tanto meno grave e debilitante di un problema fisico? Siamo abituati a considerare la psicologia un lusso, e io per prima, dopo tanto praticare, ho qualche riserva sulla disciplina (o meglio, su qualche esponente della stessa). Però cacchio, se il problema c’è, bisogna dare la possibilità di porvi rimedio!

Insomma, prendiamo nota e agiamo di conseguenza: ci sono tante di quelle ragioni per sentire che non possiamo respirare (e, come insegnano i recenti fatti americani, rispetto ad altre categorie abbiamo i polmoni in piena funzione!).

Come diceva uno: forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

E non mi riferisco certo al paventato singolo di Enrique Iglesias.

 

(Un esempio di ciò che rischiamo, che trovate anche qui in una decostruzione esilarante!)

Ok, succede anche a me.

La mia versione preferita del nuovo scherzo che circola è questa del Falzo Vegano:

L'immagine può contenere: cibo

Ma ne ho viste di simpaticissime, tipo il meme con un Jack Nicholson prima neoassunto come guardiano di un certo hotel (my plans), e poi letteralmente congelato (2020). Oppure quello con una Margaery Tyrrell prima radiosa e poi, mettiamola così, esplosiva… Insomma, si scherza sul fatto che quest’anno dalla numerazione curiosa (i due venti accostati) sia stato dapprima celebrato dai media e da Paolo Fox, e poi sia andato appena appena un po’ in malora: chi per fortuna sta scampando alla pandemia si ritrova già fino al collo in una crisi economica che, come da sottotitoli di Netflix, può solo intensificarsi.

E sì, a volte lo sconforto prende perfino me che ho la fortuna di non dover fare la fila fuori alla chiesa di Sant’Anna, per mettere il piatto a tavola: dunque, è con lo stomaco fin troppo pieno che in questi due mesi ho finito di leggere dodici romanzi, e ne ho iniziato a scrivere uno. Però ho anch’io la mia bella serie di progetti a cui ho dovuto dire, una volta per tutte, arrivederci a mai più. D’altronde, in tempi non sospetti (e con buona pace di Fox) avevo appurato che questo era l’anno d’ ‘a merma, come la definiva la mia versione spagnola dell’I Ching. E se non masticate lo spagnolo aulico o il mandarino antico, cambiate una sola consonante a “merma” e vi farete un’idea.

Però, sapete che c’è? L’altro ieri stavo passeggiando per strada nell’orario serale consentito, e mi sono resa conto di una cosa, che farà anche un po’ uovo di Colombo, ma appunto, a volte si fatica ad arrivarci: non ci posso fare proprio niente, tanto vale pensare ad altro. Cioè, sul serio: posso mai mendicare un volo di stato tramite il Consolato, per tornare a Napoli e presentare il nuovo romanzo a un massimo di quindici persone per volta, tutte in mascherina? E magari restare bloccata in paese per chissà quanto. Posso mai tornare indietro nel tempo e acquisire per miracolo le informazioni che ho adesso su un paio di progetti che avevo cominciato, a scatola chiusa, alla fine dell’anno scorso? In questo momento mi è perfino difficile arrivare a vedere il mare, visto che la Barceloneta è a due chilometri da casa (uno in più di quelli percorribili in fase 1). Inoltre, a giudicare dai viandanti, il quartiere marittimo sembra avere in questi giorni la stessa densità di New York, quindi finisce che arriva Sánchez e dice: “Tutti a casa!”. Ma in un senso meno speranzoso rispetto al titolo di Comencini (perché sto pure recuperando i film italiani storici che mi mancavano).

Però ci posso fare qualcosa? No. Voi ci potete fare qualcosa? No. E allora di che ci preoccupiamo? Pensiamo piuttosto a come evitare che questa impasse diventi ancora peggio.

Il primo passo è: smettere di preoccuparsi di quello che non possiamo cambiare. Tipo: il modo in cui le persone a noi vicine reagiscono alla quarantena; la “data da destinarsi” del concorso pubblico in cui speravamo; le restrizioni alla circolazione. Una volta ingoiato questo boccone amaro, arriva una specie di sollievo, ed è lì che succede un miracolo, sempre che non ci aspettiamo proprio… il miracolo! (Chi trovasse oscura la mia frase, chiedesse a Lello Arena.) Succede che mettiamo fine al logorio mentale che causano certi tarli senza rimedio, e a quel punto facciamo spazio a soluzioni inedite. Che nove su dieci non sono quelle che volevamo, ma spesso la volontà è abitudine, e quando cambiano le abitudini cambiano anche certe volontà.

Quanti di quei progetti che abbiamo perso erano davvero desiderati? Io ne conto un paio, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi mi ci ero trovata in mezzo per forza di cose o spirito di adattamento, più che volerli con tutte le mie forze. A voi non succede lo stesso?

Vediamo allora, in questo cambiamento sventurato di circostanze, quali nuovi progetti potremo inseguire e quali, in fin dei conti, erano il nostro modo di accontentarci delle circostanze in cui versavamo.

È difficile, lo so, parlare adesso di sogni e speranze.

Ma vi assicuro che sono lì e, se glielo permettete, venderanno cara la pelle.

(Una serie che ho finito ieri, e mi mancherà.)

Non avevo mai visto la porta del ristorante libanese.

Non chiusa, ecco.

Ha gli intarsi che formano una spirale un po’ appuntita, a spigoli diciamo: un motivo che t’immagineresti di trovare in Libano, specie se non ci sei mai andata. Da qualche parte Edward Said ha sorriso al posto mio: io avevo la mascherina.

Ho fatto da poco la prima uscita in trentadue giorni: li ho contati sotto la doccia, prima di andare dal dentista. Doveva “scannerizzarmi” i denti per la parte finale del trattamento, o avrei tenuto in bocca fino a fine quarantena questa plastica ad alto rischio carie, resa opaca dai cinnamon latte che mi prepara al mattino il compagno di quarantena (anche se poi la cannella me la devo mettere io).

In giro c’era più gente di quanta credessi, già esperta di cose che io conoscevo solo in teoria: come mantenersi a distanza, come parlare sotto il tessuto poroso che mi stava facendo sudare sotto un ostinato – e raro – sole d’aprile. Allora benedicevo gli stivali comodi ripescati da sotto il letto, che volavano sicuri sul marciapiede costeggiato da occasionali volanti, e maledicevo la borsa che avevo dovuto scovare su una mensola, per fortuna corredata di chiavi e carta d’identità. Perché mai portiamo le borse? Premono sulla spalla! Anche uscire in giacchetta e giubbino non era stata una buona idea, che il mondo da marzo era pur sempre andato avanti: le stagioni, almeno, se ne fregano delle pandemie.

Pensando a tutto questo, costeggiavo bar dove avevo visto gente e fatto cose, e perfino un hotel fighetto in cui avevo provato a imbucarmi in un’intera estate di aperitivi annoiati. Fuori a un negozio campeggiava un cartello colorato, con sopra la domanda: “Ora che sapete che siamo tutti interconnessi, come vi sentite? Lasciate un commento qui sotto”. E giù pagine di quaderno con frasi fitte fitte, appese a un filo lasciato lì apposta dalle commesse che, adesso, chissà come faranno.

Io sentivo quello che sempre si prova – e Said, forse, sorriderebbe anche qui – quando una categoria qualsiasi sente il bisogno di imporsi con la forza, e magari ripetersi che fa la cosa giusta perché lo dice anche una divinità a caso: l’impressione di essere in minoranza.

La gente c’era, ma i gabbiani erano di più: tra gli alberi di città più frondosi di sempre, i palazzi erano troppi e troppo massicci, o almeno questo avrebbe pensato un extraterreste dall’alto, nello scorgere una città con così pochi abitanti.

Guarda, avrebbe notato ET, c’è anche una scema che si ferma ai semafori, proprio a tutti: ma dove vive di solito, su un balcone?

Al ritorno ho scoperto che accanto alla cassetta delle lettere – finalmente aperta per scoprire che c’era posta per gli inquilini – era affisso un foglio con su scritto: “Se puoi aiutare o hai bisogno d’aiuto, scrivi qua il tuo nome e il tuo numero”. Era diviso in due colonne di colore diverso: credo rossa per chi potesse aiutare e blu per chi avesse bisogno, ma non fatemi scendere di nuovo a controllare. Comunque il foglio era vuoto, e allora ho riempito io lo spazio in alto a sinistra. Quell’unico scarabocchio a penna tra caratteri bicolore mi ha trasmesso un’idea di solitudine.

Quando l’ho riferito al compagno di quarantena, lui era sceso dal tetto del palazzo per farmi gli scones, e io avevo già messo in dispensa il risultato della capatina veloce al Coaliment, prima di rientrare: penne rigate, fusilli e rigatoni Garofalo, alla faccia delle schifopaste con gli stessi colori sulla confezione che da un po’ mi portava lui. Era stato complicato raccogliere il resto con i guanti.

“Non ho mai visto il foglio di cui parli!” mi ha garantito il pasticciere per un giorno, che come gli inquilini dall’altra parte del corridoio aveva cercato invano iniziative del genere. In effetti all’inizio di tutto avevo proposto di mettere un cartello noi, all’entrata.

Ho grattato via un po’ di glitter, planato sulla guancia dello chef a ricordarmi che mi ero truccata.

“Il cartello era in catalano” gli ho sorriso, dispettosa. “Vedete che succede, a non impararlo?”.

Ho ricordato un altro manifesto sulla via del ritorno, fuori a una banca: con la “sola” busta paga si poteva ottenere un qualche servizio che, prima di tutto questo, era importante. Qualcuno ci aveva scarabocchiato sotto con un pennarello nero, che faceva a pugni con lo sfondo azzurro scelto per infondere serenità: “EN ESPAÑOL”, ordinava il vandalo – anzi, data la circostanza, il visigoto.

Allora mi sono ricordata perché in questi trentadue giorni non ho rimpianto troppo la vita fuori.

Invece, quando avevo cominciato ad avanzare nel sole, sentendomi aprile addosso nella sua volubile primavera, mi ero ricordata perché poi, in circostanze normali, uscivo sempre: alla fine ne vale la pena, anche così. Accetterei pure un altro scambio d’insulti in extremis, napoletano-spagnolo, con l’ubriacone che sorprendendomi con la busta del Coaliment ci teneva a spiegarmi quanto io fossi “mmm”, nei pantacollant neri che ormai stringevano un po’. Andrebbe bene pure resistere ancora alla tentazione di togliere una piuma dai capelli del ragazzo al semaforo, visto che dovevo mantenermici a un metro di distanza.

In casa sto bene, leggo e scrivo, e quando il pasticciere per un giorno mi ha confessato di non aver mai avuto una sua nonna Lina, che sferruzzasse per lui, ho riesumato i ferri da qualche parte e fatto una sciarpa di mezzi tempi: vedi foto.

Intanto, quando potevo, uscivo sempre.

Però sento ancora odore di scones.

Sarò breve perché ieri il compagno di quarantena si è deciso a voler guardare Casa Howard dopo il telelavoro: ma lui finiva alle undici di sera, e il film durava due ore e venti.

Prima, però, avevo rovesciato il .

E meglio così! Con le mie pantofole di pelo rosa (eh, lo so) avevo assestato un calcio felpato alla tazza che, per forza di cose, avevo poggiato sul parquet davanti a quello che è diventato il mio studio privato: il mini-balconcino per stendere i panni, su cui getto un pareo da mare e due cuscini e mi metto a leggere Elizabeth Strout. Ero stata così assorta nella lettura di Olive, again che s’erano fatte le otto passate, e già mentre scorrevo le pagine sul Kobo avevo osservato il livello ancora inquietante di quel tè non Brit-approved, perché era con cannella e anice e soprattutto tanto zucchero (l’Impero colpisce ancora!). Sarei riuscita a dormire, io che vado in tilt con un Pocket Coffee? È che la giornata s’era svolta in ritardo, come ogni Pasqua che si rispetti, anche se nelle circostanze che sappiamo. In effetti, lo svolgimento faceva invidia a qualsiasi Filini tour:

  • 10.15: esercizio in guruvisione, con Zoom che s’era accaparrato il microfono anche dopo la videoconferenza;
  • 11.15 preparazione pranzo pasquale (spavette cu’ ‘e pellecchie) + manfrina WhatsApp “io-vi-sento-voi-mi-sentite” con genitori e fratello (ma il microfono, dicevamo, era ancora in ostaggio di Zoom);
  • 11.30 diretta Skype col gruppo di scrittura della libreria italiana, che non si arrende (e per poter parlare, con la sobrietà e il senso della misura che mi contraddistingue, ho disinstallato la chiavica di Zoom e riavviato il cellulare).

Quest’ultima attività è stata un trip esagerato, in senso letterale perché eravamo in tenuta da “vacanza alle Canarie“, votate come meta virtuale per l’ultima lezione: come se non bastasse, eravamo muniti di regali da condividere, nel mio caso un cestino da picnic con crema solare e dell’apprezzatissimo rum, lasciato in casa, credo, da mio padre. Abbiamo finito tardissimo, alle 15, quando il compagno di quarantena aveva già digerito del riso duro come una pietra che s’era preparato da solo, e dunque, mezz’ora dopo, osservava con diffidenza i miei spaghetti al pomodorino (ricetta che ai non italiani, di solito, sembra “troppo semplice” rispetto a quella ventina d’ingredienti che schiaffano loro nella pasta).

Insomma, ‘sta tazza di tè me l’ero riuscita a preparare verso le sette di sera!

Quando ho rovesciato la metà che pure ne rimaneva, dunque, non ho bestemmiato in mondovisione proprio la domenica di Pasqua: ho pensato sul serio “meno male”. E mi sono tornati in mente quei proverbi della nonna, che aveva passato la sua ultima Pasqua in diretta con me su Skype, facendomi pentire, poi, di non essere partita a salutarla. Adesso che per cause di forza maggiore m’ero risparmiata l’atrocità dell’agnello e il casino delle visite, mi dicevo al posto di nonna che “Non tutto il male viene per nuocere”, e “Se chiude ‘na porta, s’arape ‘nu purtone”.

A volte ce la raccontiamo per consolarci, che sia per una banale tazza di tè rovesciato o per cose serie come un lavoro perso, una storia finita: non ci rendiamo conto che, più spesso di quanto non crediamo, è davvero meglio così! Che quel lavoro l’avevamo accettato per inerzia, e per inerzia andava avanti la relazione, e comunque la voglia di tè alle sette di sera anche no, se come me non dormite bene dal 1986. E sì, avremmo dovuto trovare la forza o la lungimiranza di non metterci noi in quella situazione, o di sottrarcene prima possibile: ma oh, per una volta che ci viene la manna dal cielo sotto forma di inconveniente inaspettato, cavoli, ma ben venga!

La solita raccomandazione di ricavare il buono da tutte le situazioni è meno scontata quando c’è davvero qualcosa da ricavare.

Per esempio, vedete quanto è imprevedibile, questa nostra esistenza? Ho passato una delle Pasque più strane della mia vita (manco la più strana, che credete?) a fare considerazioni filosofiche su una tazza di tè.

E non l’avevo neanche corretto con il rum che avevo portato quel pomeriggio stesso, in spiaggia, alle Canarie.

(La colonna sonora del picnic in spiaggia.)

E una vera caccia era quella che avveniva durante il carnevale per le sfarzose vie della cristianissima Roma del Seicento: il malcapitato ebreo che per una qualsiasi ragione si aggirava in quei giorni per le strade, veniva preso, inseguito, massacrato a colpi di pietra o di bastone.

Dall’alto dello step, su cui ciondolo leggendo Maria Attanasio, osservo l’ebreo di casa (per origine e non per credo) che si stacca dal computer aziendale su cui fa il telelavoro, e siede col tablet sul divano.

Gli sorrido, si chiede che mi prenda.

Mi prende che, se fossimo nati nella Roma del Seicento, rispetto a lui avrei avuto un privilegio: quello di essere battezzata. Donna, ma battezzata. Come ce la giochiamo ai punti, donna battezzata contro uomo ebreo? Boh, magari dipende dal mestiere di papà. Si chiama intersezionalità.

Certo non mi sarei sentita in colpa per un vantaggio conferito da un fonte battesimale, in cui mi fossi imbattuta quando neanche parlavo. Così non mi aspetterei che si sentisse in colpa lui per una circostanza che nel suo caso, per forza di cose, avrebbe preceduto la circoncisione: possedere, appunto, un pene da circoncidere! Ma questo, lo so per esperienza, non ci trova d’accordo.

Lui crede nel “siamo tutti persone”, e nella bella storia di Varoufakis presidente (in realtà, portavoce) dell’associazione di studenti neri alla London School of Echonomics. Pure se era bianco come il mio ipotetico culetto, sospeso su un fonte battesimale romano del ‘600. (E pure se, come specifica Varoufakis stesso nel link che avrete certo visitato, la definizione di “black” in quel contesto era più complessa di quello che crediamo.)

You Can Check Your Privilege At The Door - Funny Journal: Amazon ... Ogni volta che discutiamo di privilegio, prima o poi affiora il concetto di colpa: tante persone non sanno pensare all’uno senza l’altra. Questa giornalista, ad esempio, sembra convinta che Michela Murgia, nel dire che gli uomini hanno un privilegio per il solo fatto di nascere tali, li stia accusando di avercelo, come se lo esercitassero tutti. Mi dispiace e mi mortifica scoprire che in Italia, nel recente 2018, il dibattito fosse ancora fermo al “Not all men“.

Io mi sento forse in colpa, di essere bianca? No, ci sono nata, non ho scelto io la quantità di melanina che mi avrebbe peraltro impedito per sempre di abbronzarmi, ma mi avrebbe regalato una vivace tonalità lampone alla prima spedizione sotto il sole di giugno.

Il mio privilegio lo spiegava una sindacalista latina che, nel corso della proiezione di questo documentario, precisava quante più probabilità di lei avesse una donna europea bianca, di classe media, di trovare un lavoro, o almeno di non essere trattata con ostilità o condiscendenza. Il fatto che le cose non siano facili neanche per noialtre color latticino – motivazione addotta, mutatis mutandis, anche da certi uomini precari e in crisi del nostro tempo – non toglie che sia ancora più difficile per altre categorie: a meno che proprio ci rassegniamo a non guardare al di là del nostro naso. Ecco, questa sì che sarebbe una colpa: esercitare coscientemente il nostro privilegio. Che va usato piuttosto, come suggeriva sempre la sindacalista, per impegnarci in una causa comune (quella di una società più giusta per tutti i suoi membri) in cui non tutte le persone coinvolte hanno la stessa visibilità.

Attenzione: questo non significa diventare una versione moderna del nostro ministro greco preferito, e farsi portavoce, in un contesto del tutto mutato, di persone che quel determinato privilegio non ce l’hanno. Mettermi nei loro panni è un buon esercizio empatico, ma la libertà (dai pregiudizi, dalle discriminazioni…) non si è mai ottenuta a botta di concessioni da parte di chi già ne ha un pezzetto. Non sono neanche sicura di condividere l’ottimismo di Toni Morrison, quando invitava i suoi studenti a dare potere ad altra gente (il famoso, ambiguo “empowerment”), e ho da sempre delle riserve anche sull’ammirevole operazione di autrici come Assia Djebar e la stessa Maria Attanasio della citazione iniziale, convinte di poter “dar voce” pure a donne del passato.

Ma di una cosa sono certa: questa storia della colpa ci confonde e ci separa, perché, scusate, è indice d’insicurezza. Mi sembrano insicuri gli uomini che, dopo la confusione iniziale di apprendere quanti vantaggi, anche nella miseria, possa conferire un pene rispetto al non avercelo, fanno la voce grossa contro la messaggera di turno in insulti assortiti.

Vabbe’, ragazzi, anche io trovavo insopportabile la prima puntata di Dear White People: guardavo la protagonista Sam, che mi sta ancora profondamente sul culo (#teamCoco), mentre mi spiegava come il blackface ancora tollerato dalla Rai non fosse accettabile, e pensavo “Ma va’”. Poi ho finalmente capito che ehi, megalomania canaglia, non ce l’aveva proprio con me! Di certo, non ce l’aveva con la parte di me che ha scelto il femminismo e l’intersezionalità e sa che con quello ha fatto solo la metà del suo dovere.

Non è difficile.

Privilegio: ce l’abbiamo per ciò che siamo (genere, origine, classe sociale).

Colpa: ce l’abbiamo per ciò che facciamo.

Il primo va messo da parte; la seconda, se la sentiamo per qualcosa che siamo, e non qualcosa che abbiamo fatto, buone notizie: non ha fondamento. Non posso sentirmi in colpa per essere bianca, ma dovrei se facessi un’osservazione razzista.

Buona autocoscienza a tutt*, a tuttu, a tu… Insomma, stateve buon’!