Una settimana fa, in questo seminario, una brava professoressa di Politica Comparata a Reading ci ha dimostrato che è l’economia, e non il razzismo, la reale partita su cui si gioca il consenso dei populismi in Europa. Un prof. in pensione nel pubblico voleva accaparrarsi le sue conclusioni, a cui lui sarebbe giunto in una ricerca sull’America Latina del 1989. È stato messo a posto in due parole: stiamo parlando di qui e ora, ha precisato la Nostra, e il qui e ora hanno una loro interconnessa, globalizzata peculiarità.
E no, il mal comune non è sempre mezzo gaudio.
Da Apostrofare Catilina in Senato facendogli sapere che ha rotto il cazzo
Come dicevo nell’ultimo post: ad affondare nei barconi non sono gli elettori, quindi non è un problema loro. O meglio: i più non lo sentono tale. Vogliono lavoro e sicurezza, qualunque cosa significhi, e sebbene la Lega non gli ha dato niente del genere in un anno, non tornavano a chiederle al PD del Jobs Act e degli accordi con la Libia, di cui Calenda in non so che trasmissione (quando torno in Italia mi becco sempre il peggio) aveva anche il coraggio di vantarsi.
Oggi mi ripeto molto, ma questo romanzo sulla Brexit mi ha spiegato un po’ di cose, anche se difende il muscoloso maschio 100% della working class, e ci va pesante sulla documentarista “radical chic”, qualunque cosa significhi. Da collega rc – e buonista, pure! – devo dire che ci sono volute molte circostanze favorevoli perché io accumulassi titoli universitari inutili, mentre certe mie coetanee lavoravano a due euro l’ora nella vicina fabbrica clandestina di vestiti (prima di sposarsi con un uomo che guadagnasse anche per loro). Nel mio caso: vogliamo chiamarli priv… privil… Quello, insomma? Non mi sembra una parolaccia: come diceva questa grande ce li abbiamo un po’ tutti in qualcosa, chi più chi meno.
Ribadisco: secondo me la sfida si gioca su quelli.
Io che trovo una soluzione “pratica” al disordine in casa
Il fatto che scriva alle sette meno un quarto (e no, la bambina non ha vomitato) è indicativo del periodo che sto vivendo. Un’insonnia di qua, una citofonata imprevista di là, e va a finire che uno zombie riposa più di me.
I motivi? Tempo fa avrei cercato una spiegazione molto filosofica in questo mio ritorno a una vita da sola, o in una casa che tengo più o meno come Approdo del Re dopo la penultima puntata di Trono di Spade, dove passo le mie giornate a scrivere come se non ci fosse un domani. Tanto domani si ripete la stessa cosa, sempre che l’inquilino francese non mi ponga davanti all’importante busillis di voler cambiare il materasso, e di non sapere che farsene del vecchio.
Ma no, io non dormo così per i materassi dell’inquilino. Dopo un po’ che mi lambiccavo il cervello, mi sono messa a vedere a che ora sorge il sole: più o meno, appunto, alle sette meno un quarto. A che ora sorgeva il mese scorso? Alle otto meno un quarto. Fantastico, perché ho la persiana che lascerebbe filtrare il barlume di una lucciola che si fa i fatti suoi a Cadaquès, e sono molto, mooolto fotosensibile. Mistero risolto.
Non scarto le ipotesi precedenti sul mio stato d’animo: i cambiamenti sono quelli che sono. Però, tra tanto dibattere sulle questioni più disparate, mi sembra che a volte dimentichiamo quella componente “materiale”, pratica, dei perché. E non dico che spiega tutto, ma a non sottovalutarla capiamo molto meglio.
Volete vedere? Altri esempi che mi vengono in mente:
Anno Domini 2004, esame di Storia della Lingua: preparata ma non al meglio di me (vivo in due nazioni diverse), affermo che alla fine si è conservato “ficatum” rispetto a “hepar”, o “bonellus” (bello) rispetto a “pulcher” perché, riassumendo, restano più impressi del latino letterario (sic). Il professore, magnanimo, mi concede pure l’ipotesi, ma poi mi fa notare: “Se erano chiuse le scuole che insegnavano ‘hepar’ e ‘pulcher’, ovvio che nessuno le usava più”. Risultato: 28, e mi ha trattata.
Quattordici anni e cinque titoli inutili dopo: devo metter su un volume accademico su amore romantico e relativa decostruzione. Posso infilarci in ordine sparso Disney, Judith Butler e le canzoni di Nek, ma la collega cilena mi annuncia che, quanto a lei, scriverà un articolo sul welfare. Sul welfare?! Certo, conferma: se il lavoro di cura è relegato del tutto alle donne, risparmiando bei soldi alle istituzioni, ovvio che conviene “vendere” l’amore come un sinonimo di abnegazione ed esclusività – da una parte sola almeno. In effetti, qualche mese prima avevo scoperto che, a Napoli, il lavoro a tempo pieno di una commessa di Calzedonia sarebbe pagato sui 4-500 al mese. Il che trasforma più che mai gli uomini in breadwinner e, senza nulla togliere alle questioni psicologiche legate alla coppia, mi spiega un pochetto anche le rime baciate di Alessio.
Già che siamo in argomento ammore, sono anni che leggo disquisizioni sulla disparità degli orgasmi tra uomini e donne, e spopola l’idea che queste ultime hanno bisogno di una connessione emotiva se no ti saluto, e comunque “l’organo più erotico è il cervello”. Ok, ma a ben vedere gli uomini traggono il massimo piacere da quello che in Arancia Meccanica viene chiamato “su e giù”, e le donne da una stimolazione che va sopratutto di sfregamenti, con mezzi assortiti. Indovinate intorno a quale tipo di piacere è costruito il rapporto sessuale etero! Almeno così com’è concepito oggi: cinque minuti di “preliminari” (?), cinque di su e giù (e vi ho trattati), sigarettina. Ce ne siamo convinti grazie ai porno o a Top Girl (scusate la ridondanza): se lei non viene, o è lui che non ci sa fare, o è un peccato, ma è nell’ordine naturale delle cose. Magari cambiare “l’ordine”, e non solo delle cose? Un articolo riassunto qui della American Association of University Women ha una soluzione praticissima: bisogna dare lo stesso valore a penetrazione e stimolazione clitoridea. Apriti cielo! “Eh, ma la biologia, i bambini si concepiscono con…”. Sì, vabbe’: piuttosto che procreare, la stragrande maggioranza degli uomini che conosco si metterebbe in modalità Theon Greyjoy con le sue stesse mani, e la biologia me la tirano fuori proprio adesso? Ma andate a fare in… Ah, no.
Già che sto citando molto Trono di Spade (no, non mi rassegno!): quante informazioni mi mancano per sapere cosa sia successo con quel pastrocchio di stagione finale? Magari trovo in quelle, se non una scusa, almeno una spiegazione, e qui adotto a fiducia quella di mio cugino ingegnere: “Alla fine è il problema di tutte le serie drammatiche ad alto budget, il cui numero di stagioni non è prefissato dall’inizio. Appena gli ascolti calano o gli stipendi degli attori non rendono più conveniente l’investimento, in automatico fanno un’ultima stagione arrabattata con un numero minore di puntate giusto per chiudere trame e sottotrame”. Come si vede che non l’ho pensato io, eh? Ha quasi senso!
L’ultimo esempio è triste: alla gggente non gliene frega niente delle morti in mare, o delle torture libiche. E non mi lambiccherei il cervello a cercare il perché: non succede a loro, quindi sticazzi. A cosa pensa gggente così? A trovare un lavoro per sé o per la prole, e ad avere il culo coperto (pensioni, sanità, ecc.). Io credo che le nullità che ci governano cadranno sull’incapacità di procurare questo, e su questo mi giocherei la battaglia. Tanto s’è capito che no, non restano umani.
Per il resto, sto cercando una spiegazione filosofica alla mia capacità di devastare un appartamento, che in confronto Drogon è una lucertola scazzata. Devo concludere che: non me ne tiene. O pago qualcuno per rigovernare al posto mio, o mi prendo un’infezione.
Forse la cosa più pratica è prendere mocho e secchio. Forse.
O non la sapete ancora, o non ve ne frega niente e va bene così. Non so quando guarderò l’ultima puntata di Game of Thrones, oggi: non fingerò che questo finale non conti nulla, ma per me questo è il giorno in cui si rompe l’obbligo di George R. R. Martin di aspettare le sorti televisive dei suoi personaggi per pubblicare gli ultimi volumi di A Song of Ice and Fire (doveva aspettare che si concludesse la serie). Adesso potrò seguire la parte della storia a cui più tengo, quella che davvero mi ha fatto compagnia.
Ero talmente scollata da tutto, ai tempi della lettura, che all’inizio non sapevo neanche che ci fosse una serie in giro, con tanto di parrucche che riproponessero le chiome improbabili descritte nei libri (oddio, quella di Daario Naharis, 1 e 2, era mooolto più sobria del viola shocking originale). Vivevo con 900 euro al mese, di cui 470 se ne andavano in affitto, bollette escluse. Riuscivo sempre ad avere gli stessi soldi in banca senza privarmi di nulla: a parte che sono nata novantenne, si diceva che in quel periodo complicato me ne restavo perlopiù in casa a leggere distopie per adolescenti o fantasy, le uniche cose che fossi in grado di sfogliare. La realtà mi aveva deluso, e per giunta mi tendeva agguati, perché, come suggerisce Tyrion o tale Peter Dinklage, la storia del Trono di Spade è delle più realistiche, con in più dei draghi.
A un certo punto, Jon Snow m’ispirò una idea geniale: avete presente quando accoglie al di là della Barriera quelli che chiamate i Bruti? In ogni caso, questo si ritrova la responsabilità di nutrire un bel numero di persone, in previsione dell’inverno che, come ormai sappiamo tutti, sta arrivando. Allora deve razionare scorte come se non ci fosse un domani, dunque conta di continuo i sacchi di pesce sotto sale (e quanto devono puzzare?) che restano in dispensa. A quel punto a me che leggevo, per la gioia di Greta Thunberg, era venuto il sogno “ecologico” di comprare un enorme sacco di fagioli, uno di lenticchie, e uno di ceci, e passarci l’inverno. Neri, immaginavo i fagioli, in omaggio alla tenuta del “muso” ispiratore.
Sì, sognavo l’autosufficienza. Potermi bastare, starmene sempre su un letto a leggere di draghi e inverni decennali, con tre sacchi in dispensa che mi bastassero per tutto.
Poi decisi di avere altre priorità. Mi piace l’idea che dovremmo evitare i “non posso”, a meno che non siamo proprio con l’acqua alla gola e le tasche vuote: il più delle volte, abbiamo altre priorità. Le mie erano scrivere e metter su famiglia. La prima dipendeva solo da me.
Così anche in cucina, adesso che vivo sola, preparo cose veloci: a volte l’Instant Pot le prepara per me, e spesso, se mi anticipo un po’, sono proprio fagioli, che non ho più bisogno di lasciare in ammollo. Mi va bene così, perché “i miei draghi” sono i personaggi, che bistratto per le prime dieci revisioni, finché non trovo la maniera – o così spero – di farli incocciare con la realtà senza che questa li annienti troppo, come stava facendo con la scema che li ha creati.
Lascio l’assenza di speranze a scrittori migliori di me, e resto affezionata a quell’ingenua idea di autarchia presa in prestito a uno dei finti bastardi più sfigati, e meglio riusciti, che abbia letto finora. Che mi sputerebbe in faccia perché per lui era davvero questione di sopravvivenza.
Io invece non ho bisogno d’ingombrare la nuova cucina, vetusta e inguardabile ma solo mia, di un enorme sacco di fagioli neri. A pensarci bene, che sogno bizzarro mi era venuto.
Il ragazzo ghanese prende il microfono e dichiara in italiano che “la sorella” ha già detto tutto su razzismo e persone nere, ma già che c’è le chiede se conosce un suo compaesano che si è ribellato a tutto questo: Kunta Kinte, ha presente?
L’attivista di Black Lives Matter, che ha chiamato il figlio Lion e ha legittimato il giamaicano come lingua accademica, sorride prima alla traduttrice e poi al ragazzo: sì, qualche volta l’ha sentito nominare…
E niente, a Torino non mi ero neanche portata il caricatore del computer, per farvi capire come va in questi giorni.
Da qui la settimana di pausa del blog, che siccome avete una vita non avrete neanche notato. Di buono c’è che ho avuto qualche giorno in più per digerire questa nuova toccata e fuga in una città che mi piace sempre di più ogni volta che ci vado.
Stavolta mi ha regalato il brivido molto “fisico” della cioccolata di Grezzo, non più solo romana, quello meno eccitante di scoprire le tracce della gentrificazione (sì, c’entra un po’ anche Grezzo), e la curiosità di decifrare la lingua franca dei conterrOnei più anziani, quando ridono in siciliano-pugliese-torinese dalle parti di Porta Palazzo.
Lì vicino c’è anche una realtà fantastica come lo Spazio Popolare Neruda, dove ho avuto il piacere di conoscere Non una di meno (mi commuovete, ragazze) e questa reverenda statunitense di origine giamaicana che ha spiegato che, se non vengono tenuti in conto i loro immaginari, i loro problemi, i loro figli che non sopravvivono a povertà&polizia, non è un femminismo per nere. E infatti alcune di loro, seguaci di Alice Walker, parlano di Womanism. Ok, ci sono le figure a cui mi aggrappavo in quell’oceano d’informazioni nuove, volti familiari del mio antico master come bell hooks o Angela Davis: Black Feminists, fiere di esserlo. Ma Ms Griffith ha specificato che “for us to own it”, perché lo facciamo davvero nostro, il movimento dev’essere inclusivo e rispettoso delle differenze, non bastano due attiviste nere messe lì per contentino, mentre le bianche della Women’s March si fanno i selfie con gli stessi agenti che minacciano vite afroamericane.
Insomma, dopo l’incontro sono andata a cena già sazia: di parole più salutari rispetto al cinismo che mi stava prendendo in questi ultimi tempi, e che benedico nei suoi risvolti più pratici, come quello di trovare soluzioni rapide ai problemi. Però so che non può nutrirmi per sempre.
Mi resta l’idea di “own it”, farlo nostro, che mi consola anche degli arrivederci del caso.
Quelli a Torino, agli amici emigrati là, al solito concorso a cui partecipo invano tutti gli anni, e al vincitore dell’anno scorso, che invece di farsi offrire il caffè ha offerto a me acqua e suggerimenti preziosi, come il suo libro di memorie familiari.
Ho salutato anche gli scorci, l’aria rarefatta che a volte brucia sulla pelle e altre fa rabbrividire dal freddo, e perfino qualche bellezza in bicicletta, o a piedi, che mi sarebbe piaciuto avere più tempo di ammirare.
Ma appunto, per “fare mio” tutto questo ho deciso di non cascarci: non è Torino o non solo, non è quella conferenza, quel morso di farinata, quel ciuffo di ricci che mi sarebbe piaciuto sfiorare, per saggiarne la consistenza. È la sensazione che devo portarmi sempre dietro: un misto di curiosità, fiducia, e perché no, di gioia, che imparo o riscopro ogni volta che questa città mi lascia con la voglia di riappropriarmi di tutto.
È tutta colpa del compagno che all’interrogazione rispondeva: “Uno!”.
Il prof. di biologia insisteva: “Quanti gameti ci vogliono per formare uno zigote?”. E quell’altro, sempre: “Uno!”. Al che il prof., per fargli intuire di cosa si parlasse, chiosava: “Caro mio, ‘o fattaccio si fa sempre in due!”.
È con questo motto che, nella speranza che prima o poi ci riproduciamo tutti per mitosi, ho scaricato di nuovo quelle app d’incontri che sul mio cellulare erano durate una settimana. Ma solo per lasciare un messaggio tipo: “Ciao, dalla vita ho avuto tutto quello che volevo tranne una famiglia. Se ti capita lo stesso sentiamoci”. Intuirete che la mia attività online sia l’equivalente della balla di fieno che rotola via nel deserto – a parte i messaggi di quelli che non sanno leggere, tantini comunque.
Ieri però mi è capitata quest’app che mi ha annunciato: “Da noi le ragazze fanno la prima mossa!”. Insomma, se mi piace uno (evenienza più unica che rara, figuratevi dall’altra parte!), ho 24 ore di tempo per contattarlo, o la balla di fieno fa gli straordinari. Capirete che non sia l’ideale, per una che voleva solo lanciare il messaggio-bomba di cui sopra: specie se consideriamo che, sulla questione bambini, i meglio femministi possono diventare maschi alfa che minacciano di prendere il primo volo per Timbuctù (reazione equivalente solo alla scoperta che guadagniate più di loro: lì al confronto Khal Drogo diventa una suffragetta).
In ogni caso, mentre già fumavo dalle narici per la rabbia, ho fatto una breve ricerca su Google e ho scoperto che le ‘mericane sarebbero così entusiaste di questa roba, soempowering, oh my God, che alcune famose ci hanno pure investito.
Basta con il corteggiamento classico, che comunque schifavo da tempi non sospetti: che siano le donne a prendere l’iniziativa! Fantastico. Ma solo loro. Rovesciamo semplicemente le cose e andrà tutto benissimo.
Cosa c’è che non va? Be’, immaginiamoci un’app che connetta donne afroitaliane o afrospagnole con connazionali “bianche”: io non mi offenderei troppo se le prime fossero un po’ sul chivalà. Saprebbero benissimo che non sono tutte le bianche, ma in fondo si sono sentite dire tante volte: “Di dove sei? Sì, vabbe’, ma dove sei nata? Come parli bene la nostra lingua!”. Oppure hanno scoperto che, per le loro amiche bianche, le aree meno sicure della città sono quelle in cui tendono a vivere loro e la loro famiglia, fossero anche zone magari non fighette, ma comunque tranquille. Oppure si sono sentite chiedere se “nel loro paese” sono molto oppresse, da una che ha perso il lavoro quando è diventata madre, ed è stata appena fischiata davanti a un bar. Sì, sono molto oppresse nel loro paese.
Ultima: prendete un’app che debba connettere i gay a una categoria che gli ha sempre chiesto “Chi è l’uomo e chi la donna?”, spiegandogli magari che “hanno molti amici gay, ma non gli va bene quando ostentano”. Capirete che, anche senza generalizzare, ci andrebbero coi piedi di piombo.
Insomma, a parte che schifo le imposizioni di ogni tipo, invitare una qualsiasi categoria discriminata a risolvere la cosa “buttandosi” (non si sa da dove) non mi sembra la soluzione ideale.
Tornando alla nostra app “femminista cccosì”, un po’ lo diceva zio Marx nel famoso libro Non dirmi che non te l’avevo detto, che trovate qui in inglese. Nella fattispecie, questo incontro “in salsa rosa” tra tecnologia e capitale si chiama pinkwashing, termine ‘mericano che indica la commercializzazione del femminismo e dell’attivismo LGBTIQ: compra questo prodotto, è così empowering!
Facciamo così: empowera un po’ ‘sta… e vedi di non imporre codici di comportamento a nessuno, né in un senso e né in un altro.
E io che, quando sentivo parlare di Lost, lasciavo la stanza.
Ho questo ricordo nitido di dieci, quindici anni fa: la domanda di rito (“Hai visto Lost?”), il silenzio improvviso, il piccolo crocchio che si raccoglieva a formulare ipotesi per me incomprensibili, visto che non avevo modo di guardare la serie, ed ero troppo imbranata per scaricarla. A tutt’oggi ho visto la prima puntata e non mi attira, come d’altronde Sex and the City (really?), Desperate Housewives e, mi spiace, Breaking Bad, a cui ho resistito tre puntate. Per la verità, quando anni fa avevo spiegato in ufficio di non guardare serie, come avrei detto che non prendevo caffè o che minacciava di piovere, una collega particolarmente insicura mi aveva chiesto: “Sei troppo superiore per queste cose?”.
Era la stessa che aveva scoraggiato il collega che mi aveva scelta dall’assumermi, perché per lei avevo un curriculum troppo buono (la parola “dottorato” crea un panico per me a tutt’oggi inspiegabile, anche tra chi lo deve finire: per quello che serve…). Se alla fine ero rimasta come unica italiana in dipartimento, era stato per certi record un po’ ossessivi di “produttività”, e per un’egemonia dell’inglese che mi avvantaggiava a scapito del perfetto francese o spagnolo di altri compagni.
In effetti, quando ho scoperto le serie che più mi sono piaciute (House of Cards, Homeland, Crazy Ex-Girlfriend) non ho tardato ad amarle, e in quel caso sì che ho incontrato quelli che… “Vuoi mettere con Eisenstein?”. (Che poi, scusate, che paragone del ca’!)
Nel caso di Trono di Spade, forse quest’ultima stagione non sarà capita dai posteri, se non sarà inquadrata nel suo contesto di fruizione, come certe pale medievali che, esposte all’altezza sbagliata, sembrano sproporzionate: una puntata alla volta, una volta a settimana, dopo un anno e mezzo d’attesa. Solo così si spiegherà tanta aspettativa, nonostante le prime due puntate lente, e una terza che liquida in un’ora di buio pesto quello che era il problema principale dal minuto zero della prima stagione. Invece confesso di aver ripreso qualche puntata della seconda stagione (tutta la parte relativa a Ygritte) e di averla trovata piuttosto banale, mal recitata, quasi mediocre.
Ma sono affezionata ai libri, anzi, gli sono grata. Mi hanno accompagnata nel momento più oscuro della mia vita, altro che Re della Notte! Infatti in quel periodo non riuscivo a leggere romanzi, o anche saggi, che riguardassero il mondo “reale”, e per un anno e mezzo – lo stesso che ha impiegato HBO a sfornare l’ultima serie! – mi ero concentrata solo su The Hunger Games (pure sfottutissimo ma avvincente) e, appunto, A Song of Ice and Fire, tutta la saga.
Leggo di gente che quasi si giustifica per l’idea peregrina d’intraprendere la lettura, o gente che al contrario si giustifica per non averla mai cominciata: “non è snobismo, è mancanza di tempo”. C’è poi chi si affanna a trovare paragoni con i classici della narrativa di tutti i tempi, anche dove non ci sono.
Io ho adorato i libri, tranne qualche volume più noioso (A Feast for Crows mi sembrava eterno nel senso sbagliato). Mi è piaciuta tanto la parte “orientale” di Daenerys, che in tanti schifate insieme alla sua protagonista: sono stata bannata da una pagina dedicata a Varys perché difendevo la Madre dei Draghi da un meme che la invitava a una gang bang con i Dothraki – ed esordivo con “Magari!”. In effetti lei e altre belle donne sono ritratte a volte un po’ come delle cheerleaders: quelle che, mi è venuto da pensare con un misto d’impertinenza e psicologia d’accatto, avranno snobbato al college il nostro scoppiatissimo autore (no, serio, Cersei all’inizio è proprio insulsa). D’altra parte veniamo informati dopo vari volumi del particolare non proprio trascurabilissimo che Dany sia la donna più bella del mondo… Così come apprendiamo “a Drogo morto” la storia di Viserys che cerca di sfondare la porta della sorella prima delle nozze, “per prendere la sua verginità” (‘sta storia dei fratelli è un po’ un’ossessione di George R. R. Martin, anche se almeno in casa Targaryen è ufficiale…).
Ma no, quello che mi piace dei libri sono i dettagli, la descrizione spietata dei protagonisti, anche di quelli “buoni”: Jon Snow che in tempi non sospetti pensa che suo fratello Rob se ne starà a bere vino dolcificato con la corona in testa, mentre lui succhierà il ghiaccio da qualche stalattite al di là della Barriera. E poi, è meraviglioso l’inglese “finto-medievale” che ti cala nell’atmosfera senza complicarti la lettura.
Ma la mia parte preferita sono i capitoli di Arya.
Mi commuovono le sue peregrinazioni in un regno devastato dalla guerra, e dalla fame, dove la morte sorprende tutti allo stesso modo come nell’Arcano XIII dei tarocchi, il cui paesaggio desolato mi ricorda quello che incontra la ragazza nella sua marcia assassina (c’è tutta la storia di una “zuppa” bollente che fa tanto ballata medievale). E poi la commovente constatazione che tutti i pellegrini chiedono le stesse cose, nel tempio in cui lei, letteralmente, approda: ritorni d’amore, qualche tempo in più per vivere… Tuttavia, il dio imperscrutabile a cui si rivolgono non li accontenta quasi mai.
Trovo molto azzeccato tutto questo, le miserie umane che non vengono mai ostentate per suscitare pietà, ma sono guardate con un occhio così distaccato, a volte cinico, che ti lasciano un brivido addosso.
In una conferenza a Barcellona Umberto Eco, che va di moda citare per la storia degli imbecilli e i social, nel breve tempo concessogli dagli auto-incensantisi padroni di casa fu molto critico con la questione dei generi, e della loro gerarchizzazione artificiale: secondo lui, non erano queste tassonomie a definire la buona letteratura.
Chissà cosa penserebbero i “Vuoi mettere con…?” se ascoltassero altro da quello che vogliono sentirsi dire.
Visto che va tanto di moda, adesso faccio un po’ di benaltrismo anch’io.
La cosa più negativa che mi è successa in questi giorni (che tutto sommato sono scivolati via niente male) è stata la sensazione d’impotenza simile a quella che mi comunicava, sulla pagina di Gad Lerner, una signora spagnola che vive da trent’anni in Italia, e non ha potuto fare il suo contro l’avanzata di Salvini: pure io, con Vox, ho avuto un bel gridare “no pasarán“, ma chi votava erano gli altri, che gridavano con accento migliore del mio.
È una questione europea, non dico di no: chi è residente e paga le tasse ecc., al massimo vota alle amministrative. Ma perché dover richiedere la cittadinanza – il che in qualche caso, non quello italiano, significa anche dover scegliere – se in un posto abbiamo passato un terzo o la metà della nostra vita, e a volte ci è capitato perfino di mettere al mondo cittadini di quel paese? Già, in effetti a volte dobbiamo pure giustificarci con quelli del paese d’origine (di solito i fasci) perché lì votiamo ancora alle politiche (e quasi mai votiamo come vorrebbero i fasci).
Qua si consolano perché non è andata così male, e vabbuo’, io di certo non rimpiangerò quelli che… il buonsenso, nuova grande foglia di fico del razzismo e di tutti gli “ismi” che non mi piacciono (perché no, gli ismi non sono tutti uguali, come sostengono i malati di qualunquismo).
Visto? Mi sono scocciata di mangiare pane e veleno e, col tempo, sto imparando anche a “scegliermi le battaglie”. A volte mi contattano, che so, da un gruppo WhatsApp per chiedermi chi sia quel membro che vomita rabbia a ogni intervento, e mi rendo conto di capire subito di chi si tratta, ma di non sapere nient’altro: quando lo leggo disattivo le notifiche.
Oppure ho perso amicizie problematiche per incidenti stupidi, e mi piacerebbe reagire come le nuove conoscenze che mi dicono: “Ua’, hai capito che affare? Te ne sei liberata gratis!”. Ma mi accontento di seguire il mio protocollo sugli “sregolati col tempo degli altri“, e di godermi nuovi rapporti orizzontali, in cui tutti sono in grado di dare e ricevere (o non fingono altrimenti).
Il brutto dei momenti di serenità è che non tanto ce ne accorgiamo, i problemi si notano sempre un po’ di più. Prima o poi, però, dovremmo fermarci un momento e accorgerci che, per una volta, stiamo respirando aria pura: quella che circola quando ci ingegniamo a fare, circostanze permettendo, quello che sentiamo davvero nostro.
Aria così circola perfino se vivete a un passo dal traffico di Via Laietana!
Per tanti di noi all’estero, il 25 aprile non c’è niente come raccogliersi intorno al fiore del partigiano, anche quando diventa la “cipolla” di capelli attorcigliati (detta anche “man bun”) di un cantautore italiano, in un bar che scoppia di gente.
Ma ci andiamo lo stesso per dirci che ci siamo ancora, che ci crediamo, che qualcosa di buono nella nostra storia c’è stato anche dopo Michael Angelo, come lo chiamano certi alunni miei d’italiano, al che un conterrOneo può insorgere e argomentare che Giambattista Vico è venuto un bel po’ dopo, e avrebbe ragione da vendere.
Perché minchia, rappresentare tutte le parti in causa è un casino, e il cantautore del nord magari sa tutte le canzoni partigiane di default o se le è preparate senza troppa difficoltà, mentre qualcuno sui social protesta per la scarsa visibilità di quanto s’è fatto molto prima e altrove, a latitudini più basse e più ignorate di quelle interessate dal 25 aprile. Tutto vero, ma entrambi i momenti sono parte della mia storia, e va bene così anche se si soffoca di caldo e il cantante finge di scordarsi di Bella ciao, come se un organista a un matrimonio omettesse apposta la marcia nuziale.
… morto per la libertà!
Poi esco. Ovvio che a un certo punto, al posto del duce, è stato nominato Salvini, che – lo confesso – io non volevo alle celebrazioni della ricorrenza. Sì, la carica istituzionale e tutto quanto, ma mi sarebbe parso un modo d’insozzare la memoria di chi appunto era morto perché lui sparasse quelle perniciose frottole da uomo senza qualità: in fondo, rispetto al milionario che per vent’anni ha titillato le fantasie di mezza Italia (quello “sceso in campo”, dico), questo bomberino de noantri non ha altra dote che quella di rappresentare l’eterna voglia di dimenticarsi dei problemi complicati da risolvere, semplificando in negativo quelli risolvibili (traducendo: vedete la bufala dell’invasione migrante, mentre le famose accise sulla benzina non si eliminano).
Ma vabbe’, almeno ieri sera bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. E se i partigiani sono morti per la libertà, noi per la libertà viviamo. Cerchiamo altre soluzioni alla tempesta d’odio in cui ci stiamo perdendo invece di spostare l’attenzione sulle cose giuste, e farlo bene, con un messaggio positivo che rassicuri, ma spaventi anche un po’ sulle conseguenze di fare gli gnorri.
Non mi sento sempre a mio agio tra i connazionali, e mi sa che è reciproco e comunque non sono l’unica. Troppe divisioni e troppo maschilismo, troppe pretese di superiorità nonostante tutto.
Ma nonostante tutto, come dimostrava il bancariello di Mediterranea Saving Humans – che aspettava la fine del concerto per tornare a vendere cammeselle – vale ancora la pena tentare.
Prima che la sirena suonasse tre volte (polizia o ambulanza, non so) sono stata razzista.
Una volta verso la coppia venuta da chissà che paese sperduto in provincia di Barcellona, piumino kaki lei e coppolella lui, che ha colonizzato dieci minuti la cassa dello Starbucks in cui mi ero rifugiata in extremis, per l’annoso fenomeno chiamato pioggia pasquale. Cosa conteneva quella bevanda, e qual era il formato del bicchiere? Il macchiato si poteva fare con molto latte? E il cornetto si poteva riscaldare? Sono tornati indietro più volte a chiedere questa o quell’altra cosa, mentre dietro di loro s’era fatta una fila che arrivava fino a Montserrat. Non vorrei essere il gestore del Bar Manel del paese di ‘sti due, ma, dico io, “Go back to your country!”. E lasciate le catene senz’anima del centro storico a noi guiris che ci viviamo (si scherza, eh, che ho imparato da tempo che il senso dell’umorismo non è lo stesso…).
E poi c’era Paquito. Pantaloni verdi inguardabili e codino da fricchettone del posto, ma, a parte che gli mancava la rasatura alle tempie, non ci voleva niente a capire che fosse un Pasquale come tanti, ignari del curioso particolare che “Paco”, in realtà, è il diminutivo di Francisco. Ma pochi altri potevano fermare con altrettanta insistenza una passante, specie una dai capelli di quel biondo che incornicia volti abituati a sorriderti di default, anche se incrociano appena il tuo sguardo (particolare che i Pasquale puntualmente malinterpretano). Dopo essersi presentato, il Nostro insisteva perché lei gli stringesse la mano invece di cercare una maniera gentile per mandarlo affanculo. La povera si è limitata ad allontanarsi gridando parole indignate, e le ragazze che aspettavano Paquito in disparte, abituate a quel genere di comportamento, non hanno avuto niente da ridire. Torna al teu país, Pasquali’: proprio l’italianini medio a caccia di qualsiasi vagina che si muova non è benvenuto qui.
Ma questo, e la brillante idea di attraversarmi una Rambla alle nove di sera per la mia cena pasquale da asporto (e da Maoz non avevano capito che fosse da asporto…), sono gli effetti collaterali di quando decidi che “Pasqua con chi vuoi” non è un modo di dire. E io, che notoriamente ho gusti di merda, passo Pasqua con me stessa.
Con il mio nuovo romanzo (una roba depre che parla di ritorni e coppie improvvisate) e il lusso di un fine settimana tutto per me. Perché l’agnello te lo mangi tu, il casatiello buon appetito, e il cioccolato mi piace solo liquido, non a forma di uovo. E se proprio devo sorridere a una compaesana con due neuroni superstiti che mi dice: “Il tuo problema è che non hai figli“, preferisco farlo in un incubo, svegliarmi e scoprire che la cassa del bar sotto casa, finalmente, è sgombera.
Non ci vuole una medaglia d’oro, lo so, a fare il cavolo che vogliamo in barba alle tradizioni che non ci piacciono più. Ma ce ne dimentichiamo spesso anche quando non abbiamo scuse laiche, perché il nostro modo di lavorare non prevede più di tre giorni di ferie, distribuiti peraltro in modo strano. O il nostro modo di festeggiare è ben diverso da quello di chi di fatto mangiava pane e veleno (o solo veleno), e per quelle due-tre volte all’anno si doveva sfogare.
Ma niente, sulle tradizioni, che siano italiane o latine o indiane (che crediamo, di essere unici?) sembra vigere l’eterno ritornello: “Ognuno l’adda fa’ chesta crianza / ognuno adda tene’ chistu penziero”. Ma anche no, mio Principe!
Io avrò la crianza e il pensiero, e la gioia di abbracciare parenti e amici, quando i voli saranno più economici, la pioggia avrà capito che Pasqua è finita e può ritirarsi, e nessuno si scandalizzerà troppo se lo chiamiamo “casatiello” anche se ha l’olio d’oliva e le noci al posto del puorco farcito di puorco. (Ok, nell’ultimo caso, visto il livello, aspetto seduta.)
Intanto, buona Pasquetta! L’unica crianza da rispettare sempre è il Super Santos!
Sant Jordi, esci da questo corpo! Che detto così suona pure blasfemo, ma a quanto pare San Giorgio non è mai esistito, anche se la Chiesa è troppo intelligente per depennarlo dai calendari.
Fatto sta che mi sono fatta intortare dall’imminente Sant Jordi, ormai famosa festa catalana del libro e della rosa (che vi chiavo in faccia, uscite i libri!), e ho comprato Factfulness, del defunto Hans Rosling. Ok, siccome temevo fosse ‘na strunzata l’ho cercato sul Kobo nell’edizione più economica, dopo che l’ho visto esposto da Fnac. Ma non sono nuova a queste poracciate.
Non sono nuova neanche alla notizia, che l’autore espone in modo convincente, che molte delle idee più nere su come va il mondo sono basate su dati vecchi, risalenti agli anni ’60. Rosling e famiglia hanno ricevuto critiche sacrosante sulla loro visione zuzzurellona del cambiamento climatico, e della crescita della popolazione mondiale: d’altronde un libro raccomandato da Bill Gates difficilmente sarebbe stato del tutto nelle mie corde. A me irritano messaggi tipo: “Dai, siccome muoiono di fame meno bambini di quanti ci aspettiamo, le cose non vanno poi così male!”. E, se è vero che nel mondo c’è più gente capace di permettersi una vita degna, non accoglierei la cosa con un entusiastico: “Meglio! Più docce e automobili da vendere, per i paesi più ricchi!”.
Però è importantissima la questione dei dati falsati, perché, come saprete se avete la pazienza di seguire questo blog, ho scoperto che molti dei problemi della mia vita (e, sospetto, di quelle altrui) sono legati alla mancanza d’informazioni. Mi piacerebbe ad esempio che si approfondisse la questione di altri dati, che come riporta anche la BBC sono basati addirittura su analisi settecentesche: quelli sulla fertilità femminile. Perché una cosa è dire l’ovvio, cioè che una è più fertile a venticinque che a trentasette, e un’altra è generare una pressione sociale enorme stile “ora o mai più”, su dati raccolti quando le donne morivano a sessant’anni, se gli andava proprio bene.
No, ci tengo a precisare tutto questo per una questione meno esistenziale del mondo che cade a pezzi, o dei condizionamenti sulle donne: le mie tasse! Vi ricordate la mia angoscia (ma diciamo anche terrore) su certi, ehm, conticini imprevisti per casa nuova? Erano tali proprio per mancanza d’informazioni, mie e altrui. Io magari mi sono fidata troppo di quelle altrui, sottovalutando la mia capacità di fare da sola: così mi sono sentita un genio quando una breve ricerca su Google ha dimezzato in poche mosse la cifra che temevo.
Poi è successo l’impensabile: ieri una telefonata mi ha informato che, nel mio caso particolare (dunque non erano dati generici che avrei trovato in giro), l’importo da versare è assolutamente nelle mie possibilità. Lo era stato fin dall’inizio. Avrei potuto appurarlo prima? Difficile rispondere, forse sì.
Resto con due conferme: la conoscenza è potere, come ci dimostra anche la questione INPS; i soldi fanno ancora girare il mondo (come ci dimostra sempre la questione INPS).
Perché appunto, Factfulness è ancora in grado di considerare la longevità della popolazione come “un’opportunità per il libero mercato” nella stessa società in cui una questione finanziaria che si risolve da sola può cambiarmi la mia vita più delle mie vicende sentimentali, o lavorative.
Ecco, se c’è qualcosa su cui dobbiamo impegnarci, invece di diventare figli dei fiori da spot Coca Cola, è questa: l’asse di questo mondo un po’ meglio nutrito girasse su fattori più accessibili, e meno ridicoli, della dichiarazione dei redditi.