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Bam! Il primo gennaio mi si scassa il computer. O meglio, la batteria non si carica più.

Sarà stata l’acqua rovesciata da Archie a San Silvestro? Il bicchiere era a un chilometro e mezzo dal portatile, ma la mia ciorta non si fa spaventare da queste quisquilie, specie ora che devo consegnare cinque saggetti in inglese entro il 10 gennaio, per il master in psicologia, e il 31 mi scade un concorso letterario, in cui mi menerò a kamikaze con Angelina: sono prontissima! Ancora devo finire la prima bozza.

Capirete che l’amena scoperta del computer scarico veniva da me accolta con la consueta sobrietà e pazienza zen (i vicini possono confermare, specie per il salmodiare in sanscrito). D’altronde vi ho parlato spesso della mia difficoltà ad accettare di non avere il controllo della situazione, e l’anno è iniziato con la sensazione che non controllavo una ceppa di niente. I sostituti di Cristobal ancora non avevano trovato una casa: che facevo, li mandavo in strada? D’altronde i casi di covid aumentavano, quindi gli ospiti che sarebbero dovuti subentrare ai ragazzi erano in forse.

E poi, di primo gennaio dove lo trovavo un servizio assistenza per il PC? (No, non funzionava neanche la chat dell’applicazione). E il giorno dopo sarebbe stata domenica… Non potevo nemmeno rallegrarmi della pausa lavorativa per tante persone sottopagate, perché bastava uscire di casa per trovare un negozio di scemenze aperto in vista dei Magi.

Al che, dopo un pianterello inaugurale del 2022, ho eseguito due azioni molto strane: 1) ho “fonato” di nuovo il computer dal lato della batteria, come già avevo fatto la sera prima; 2) ho sbagliato a inserire il caricatore, attaccandolo a una porta laterale che non avevo mai usato prima.

Ci credereste? Funzionava come nuovo! Il mio master era salvo, e Angelina era sempre una ciofeca, ma in fondo avete mai letto le prime bozze di Proust? No, erano fantastiche lo stesso, lasciamo perdere.

Almeno permettetemi di correggermi sulla questione “cose che non controlliamo”, dopo anni che il mio pippone sul blog si riassumeva con: “Non puoi farci niente: accettalo e farai spazio per pensare ad altro”.

Invece, il mio pimpante inizio anno mi ha insegnato che:

  • A volte sì che possiamo farci qualcosa, tipo sbagliare porta sul pc. Ma sono rimedi così a cazzo di cane che è inutile anche provare a congegnarli. Meglio aspettare l’ispirazione, o direttamente la botta di culo.
  • In ogni caso, non è vero che non possiamo farci niente: possiamo fare, appunto, tutto il resto.

Tutto il resto delle cose, intendo. Nel mio caso, ho mandato il pc a fa’ un bagno (stavolta metaforico), e sono uscita a godermi un sole miracoloso, nell’ora d’aria concessami dalle circostanze.

Al ritorno mi ero un po’ arripigliata e, senza neanche drogarmi, mi sono cimentata nelle soluzioni improbabili di cui sopra.

Riassumendo: avete questioni che sfuggono al vostro controllo? Mandatele a quel paese e fate tutto il resto. A quel punto le stronze sono capacissime di risolversi da sole.

Buon 2022 anche a loro!

I'm Italian and I cannot keep calm | Keep calm quotes, Calm quotes, Calm

L’altro giorno mi sono resa conto, col compagno di quarantena, che erano passati due anni.

Due anni fa, lui mi aveva accompagnato alla navetta per l’aeroporto, e io ero convinta che non ci saremmo mai più rivisti, perché lui parlava di lasciare la città prima che finissero le feste. Invece, mentre ero già sul predellino, mi aveva detto: “Ti aspetto al ritorno!”.

Abbiamo festeggiato l’anniversario alla grande: nuggets di pollo finto e involtini primavera surgelati. Poi, in vista della mia partenza di quest’anno, ho fatto una corsa al tampone, per scoprire che le farmacie li avevano finiti e le cliniche ne approfittavano per venderli a prezzi da strozzinaggio.

A fine giornata, io ero incazzata col mondo, e lui era quello saggio e sensato che mi faceva coraggio. A quel punto c’era da aspettarsi solo la piaga delle locuste. Gli ho detto: “Sai? Forse, almeno una volta in vita mia, vorrei passare un anniversario alla Ed Sheeran“. Gli ho nominato Sheeran per dire: mazzo di fiori e tavolo prenotato al Green Spot, che ha le candele. Poi mi sono chiesta se volessi davvero una cosa del genere: uhm, forse no. Ma almeno avrei voluto fare qualcosa di significativo per noi. Così, quasi per caso, gli ho insegnato l’italiano. Ma non quello che credete.

Mentre mangiavo una banana, lui ha preso un libro dalle mensole del salotto. Gli ho chiesto che libro fosse, ma lui non ha capito, e io ormai masticavo un altro pezzo di frutta. Allora ho indicato il libro e ho chiuso la mano a cono, agitandola nel tipico gesto italiano. Mi ha guardata come se fossi impazzita del tutto.

A quel punto, una volta finito di mangiare, gli ho fatto: “Lesson 1”.

Mano a cono: 1. “Cazzo vuoi?”. 2. “Ti sto facendo una domanda” (ma non posso parlare/non mi senti), spesso usato per significare: “Che stai facendo/che è ‘sta roba?”. Da non confondere con: 1. mano a cono con movimento del polso (“Sei un pupazzo”, uno “chiocchiò” in napoletano); 2. mano rigida che ruota in linea con l’avambraccio: “Mmm, che bontà!” (ma se la mano è floscia può significare: “Seh, ciao!”).

La lezione è proseguita con le facce abbinate a tali gesti, e ancora devo capire se lui lo faceva per sfottermi, ma ne ha azzeccate almeno la metà.

Il giorno dopo, con 24 ore di ritardo rispetto all’anniversario, mi ha accompagnato alla navetta per l’aeroporto. In realtà stavolta l’ho salutato al semaforo: Archie era rimasto solo, e comunque c’era la folla che sapete.

Due anni prima eravamo un po’ sorpresi, quasi emozionati, dal fatto di tenerci per mano. Adesso lui mi teneva per le spalle, trasformandoci in una di quelle coppie lente che mi ritrovo sempre davanti quando vado di fretta. Ma la differenza più grande non era quella.

Adesso sapevamo. L’entusiasmo di due anni prima era diventato la consapevolezza di tutto ciò che era successo poi: una pandemia, lunghe assenze, e una serie di vicende che non avrei mai immaginato neanche sotto acidi, e che infatti mi hanno ispirato un romanzo.

Preferivo l’entusiasmo incosciente di due semisconosciuti? O mi va bene la complicità temprata da due anni di surrealismo quotidiano, e qualche risata?

Difficile scegliere. In ogni caso, prima o poi quello stronzo di Ed Sheeran canterà anche per me.

Amazon.com: The final page in a childrens fairy tale book Illustration from  the childrens book Stories that Never Grow Old by Piper Watty with art by  George Hauman (died 1961) and Doris

Intendevo questo.

Questo è ciò che volevo dire quando parlavo di trarre il miglior finale possibile da una storia demmerda: nel romanzo che pubblicherò l’anno prossimo, ho mischiato vicende mie con fatti altrui o di pura fantasia. Le vicende mie erano state pesanti: colpi di scena, litigi, attese. Soprattutto le attese, lunghe giorni, mentre una persona a me cara, con problemi gravi, finiva nelle grinfie di chi la voleva curare con i “rituali indigeni” (sic). “E che sono indigeno, io?” direbbe Totò.

Io invece mi sono curata così, dopo l’esperienza: ho scritto tutto. Avrei potuto dire “amen” e tirare avanti, se lo sapete fare vi invidio e approvo. Intanto che mi svelate la vostra tecnica, la mia è quella di trarre il miglior finale possibile da una brutta storia. E vale per tutto, eh, compreso il panino “vegetale al tonno“, ossimoro che infesta le vetrinette dei bar iberici: la prima volta leggiamo solo “vegetale”, diamo un morso… Poi decidiamo se ingaggiare una lotta con l’ignara cameriera, o cedere il panino alla collega che non ha pranzato, né ha tempo per comprarsi qualcosa.

Io se becco la, ehm, “curandera indigena” (che poi era italianissima) le farò comunque uno strascino che non si dimenticherà. Ma ho deciso che questa brutta storia finisce qua: due anni dopo quelle antiche attese, e qualche istante prima del soiotutto che ora mi dice che in Italia non si legge, che se non pubblichi con la casa editrice Stocazzo non sei nessuno, ecc.

Se vi convinco che la salute mentale è patrimonio pubblico, che per ottenerla non basta scimmiottare i riti altrui, la mia è una storia a lieto fine.

(Non so voi, ma io voglio vedere questo finale!)

A nove anni portavo la macchinetta, senza capire perché. Ma in famiglia insistevano, quindi doveva esserci una ragione importante.

Era il 1990, le macchinette erano una ferraglia immonda, e non sempre efficace. “Che succede se le ritornano avanti i denti?” chiese il dentista ai miei. “Proviamo”, risposero loro. Per quando avevo diciannove anni, mi erano ritornati avanti i denti.

A ventinove anni provai a vedere se le macchinette fossero migliorate e potessi risolvere tutto con un apparecchio estraibile. Altrimenti, non se ne faceva niente. Non se ne fece niente. Per una volta capii qualcosa che in vita mia non sempre afferro: i tempi non erano maturi, e in quel momento il gioco non valeva la candela. Dovevo aspettare due cose: gli apparecchi trasparenti, e la mia grassa risata in faccia ai canoni estetici inculcati. Sono riuscita ad allineare i denti a trentanove anni, quando per me era diventato solo uno sfizio, che mi potevo permettere.

Cinque anni fa, invece, volevo studiare psicologia. Era un vecchio desiderio, ma avevo avuto sempre altre priorità. Peraltro, cinque anni fa il piano era studiarla solo per poter diventare terapeuta junghiana, e avevo detto alla società preposta: visto che è contemplato nel regolamento, prima decidete se accettarmi come apprendista, poi formalizzo l’iscrizione. Non mi hanno accettata. A parte l’impreparazione (ma va’), il problema segnalato dai miei esaminatori era che volevo “aiutare il prossimo“. Si vede che dovevo aspirare solo al loro grasso onorario.

Sono passati cinque anni. Intanto sono stati sdoganati i corsi universitari 100% online, con la possibilità di pagare per modulo invece che tutto insieme. Sono arrivati anche i corsi per imparare il coaching: terapia che, dite quello che volete, era proprio quello che cercavo, il che mi era stato predicato già dodici anni fa. Che dire? Allora i tempi non erano maturi. Solo che stavolta sono io, e non una società che vede in Jung il suo profeta, a volere una solida preparazione psicologica prima di pensarmi come coach.

Così, stamattina sono stata accettata nel Master abilitante in Psicologia dall’università scrausa di mia scelta, che il compagno di quarantena ha aborrito subito col suo disgusto-windsor (che è come il disgustorama di Luttazzi, ma inglese), e che però ha una retta più bassa e orari flessibili. Soprattutto, quest’università qui mi ha accettata: i tempi sono maturi.

La frase “Ogni cosa a suo tempo” può essere una trappola per rimandare all’infinito ciò che vogliamo fare oggi. Oppure può essere un proposito sacrosanto: basta imparare che certe cose, come le tecniche di ortodonzia e le rette universitarie, sfuggono al nostro controllo, e non ci resta che aspettare o passare avanti.

A volte aspettare è la cosa giusta: arriverà l’occasione di fare ciò che vogliamo. Altre volte… aspettare è comunque la cosa giusta: non arriva un bel niente, e cambiamo percorso. Se non abbiamo colto al volo l’occasione, nella miglore delle ipotesi non ce la sentivamo, che è la migliore premessa per fare disastri.

E i disastri, almeno, facciamo quasi sempre in tempo a scongiurarli.

Detesto uscire il sabato, ma tant’era.

Il compagno di quarantena doveva aggiornarmi su una questione di famiglia, non avevamo la testa per cucinare.

Forse odiare il sabato è la quintessenza del privilegio, perché comporta la possibilità di uscire altri giorni, o anche solo di uscire. Devo dire che passavo il week-end a casa anche quando insegnavo italiano a quindici euro l’ora. Preferivo cenare fuori il mercoledì, a costo di tornare a casa a un orario che, in confronto, Cenerentola faceva la DJ.

L’altra sera, in una Barcellona di nuovo affollata, l’idea era riprovare con una catena hipster che dopo le otto presentava due vantaggi: parte della clientela nordica era già altrove a ubriacarsi; metà menù era già plant-based (cioè, vegano per gente insicura), risparmiandomi trattative con una cameriera che mi chiedesse: “Ma tu sei senza glutine?”.

Una volta dentro, però, il mio accompagnatore ha assunto l’espressione di quando desidera stare in una foresta del neolitico, piuttosto che in fila davanti a una cassa, con la musica a palla. Ah, i bei tempi in cui gli uomini andavano a caccia di felafel, mentre le donne raccoglievano chips di kale! Stavolta ero d’accordo almeno su una cosa: conversare lì dentro sarebbe stata una tortura.

C’era un’alternativa, lì vicino, ma… Come spiego qui, è quella che divide la comunità vegana, a seconda della provenienza geografica e del potere d’acquisto. Sì, ma, quando siamo arrivati (e il compagno di quarantena ha fatto la faccia spaventata), la prima cosa che ci ha colpito è stata la quiete: lume di candela, musica appena udibile, la sala mezza piena di un ristorante “impegnativo”, almeno per gli standard locali.

Il tavolo alla nostra destra era occupato da una coppia elegante “che festeggiava qualcosa”, come ripeteva lui a una cameriera paziente: lui era più anziano, diceva Game of Thrones con l’accento di chi di solito lo chiama Juego de Tronos. Durante i suoi raptus più audaci, sedeva accanto alla sua bella, piantandomi quasi il mocassino sul ginocchio. La coppia alla nostra sinistra era immersa nella lettura dell’oroscopo di lui: lei spiegava a manetta la questione delle case, lui si limitava a cacciare un “Sí, claro” ogni tanto. Mi sa che ci avevano Saturno contro.

Direte voi: ma eri lì per farti i caxxi degli altri? No, ma la musica bassa ha i suoi svantaggi! Di buono c’era che, mocassino sul ginocchio permettendo, mi sono goduta sia il tempeh artigianale che il dialogo col compagno di quarantena.

Insomma, è stata una serata impagabile. Perché la cena è costata il doppio del previsto (ho offerto io, malpensanti!), ma per tre portate deliziose e un’atmosfera gradevole. La catena hipster si sarebbe presa comunque quindici euro per due felafel e un contorno, da consumare in una stanza affollata. Per le circostanze (era sabato) e le esigenze che avevamo (parlare), non avrei risparmiato quindici euro, ma ne avrei persi quindici. Giusto quelli che guadagnavo insegnando italiano.

Ai tempi, arrivai alla risoluzione di uscire giusto un paio di volte al mese, ma farlo bene.

“Risparmio”, in napoletano, si dice sparagno. A volte crediamo di sparagnare su noi stessi, e ci stiamo solo svendendo.

Come si dice? ‘O sparagno nun è maje guadagno.

Comprar Red Flags

Ma non quelle che pensate voi.

Non vi stupirà scoprire (se non lo sapevate ancora) che le red flags inglesi hanno poco a che vedere con la politica. Come le bandiere rosse del divieto di balneazione, sono i segnali che ci svettano nella testolina quando una persona va evitata: tipo “una frase sciocca, un volgare doppio senso”, o almeno così cantava uno. Di solito l’espressione si riferisce alle relazioni in fieri, ma io la uso pure per scegliermi l’idraulico.

Le “bandiere rosse” rivelano il nostro strano rapporto con passato e futuro. Ci flagelliamo su ciò che abbiamo fatto male, ma non ci beiamo dei fossi scansati. Adesso direte: che ne sappiamo di come sarebbe andata? Qui vi volevo! Ci sembra intelligente il catastrofismo irrazionale, ma non una valutazione ottimista sui disastri che abbiamo evitato.

L’altro giorno mi ha scritto un amico da Milano: sai chi ho in azienda, come nuova arrivata? Il nome non mi diceva niente, poi ho ricordato: l’alloro in bocca! Due anni fa, una tizia atterrata da poco a Barcellona mi aveva chiesto consigli su come muoversi. L’avevo inserita in un gruppo di cucina italiana, e lei aveva montato una polemica con una poveraccia, rea di non mettere l’alloro in non so che piatto. “Noi della Campania Felix troviamo alloro un po’ dappertutto”. Come no: in Campania il mattino ha l’alloro in bocca. Scusate, eh: cent’anni fa, nel mio paesone, circolavano i tram.

Ma non è tutto alloro quello che luccica (ok, la smetto): c’è anche l’olio. I suoi nonni, si beava la tipa, avevano un frantoio secolare. Ce l’avete, voi, il frantoio secolare? Non siete nessuno. La tipa mi aveva chiesto di prenderci un caffè. Uno autentico, ovviamente. Purtroppo, proprio quella sera, dovevo asciugare gli scogli della Barceloneta. No, sul serio: mi mancava proprio l’energia per conoscere una che, per sentirsi più sicura come straniera, avesse bisogno di avvolgersi nella bandiera col giglio borbonico.

Non ero andata troppo lontano dalla realtà.

“È un personaggio particolare” ha esitato l’amico che la teneva in ufficio. In pratica, era una verruca sul popò. “Sai? Credo sia indipendentista.”

“Catalana?”

“No. Delle due Sicilie.”

“Auguri.”

Perché io coi neoborbonici ci parlo, specie se partiamo dal punto comune che la storia, così come veniva insegnata fino a pochi anni fa, vada decostruita. Poi fuggo a gambe levate dall’ingegnere paesano che mi chiede il numero dopo un nanosecondo e vuole insegnare la storia a me, che ho la laurea specialistica (ma “il mondo accademico è complice nell’inganno”). Ed è uno che ho incontrato per caso. Figuriamoci se frequento apposta una che sembra la versione non divertente di Casa Surace (dunque, sembra Casa Surace).

Sì, i miei sono pregiudizi. Ed esperienza, anche. Una volta mi sono fatta entrare in casa (letteralmente) una tizia francese che prometteva grane, ma mi ero data della paranoica per pensarlo. Questa fingeva di capire come collegarsi a Internet (non c’era ancora il wifi) e poi mi esauriva il credito. Faceva irruzione nel cesso di casa e richiedeva un’ambulanza: quando si faceva le canne diventava paranoica. Se n’è andata con tre mesi di ritardo, facendo scappare potenziali inquilini. Avevo previsto tutto: mi mancavano solo i dettagli.

Sono sicura che vi è successo lo stesso. E sono sicura che anche voi sapete scostarvi il prosciutto dagli occhi, per riconoscere le “bandiere rosse”.

A volte, non sempre ma a volte, conviene fidarci di noi.

Nessuna descrizione disponibile.

Mo’ non voglio fare la zia gattara che parla solo di nipoti e micetti. Ma Archie, a due mesi suonati, ha cominciato a miagolare davanti alle porte chiuse. Tipo quella della mia camera da letto.

Dire che ho il sonno leggero è l’eufemismo del secolo, ed è il motivo ufficiale per cui il compagno di quarantena e io dormiamo in camere separate (quello ufficioso è che, se ce n’è la possibilità, le camere separate salvano le relazioni: provare per credere!). Così, in quest’ultimo mese, sono riuscita a difendere con le unghie e coi denti questo mozzico di spazio che ancora mi ritagliavo per me… Ma le unghie e i denti di un gatto sono sempre più micidiali. E poi ci crediamo la specie dominante!

Oggi il piagnucolio si è manifestato alle cinque del mattino, complice una mia puntatina in bagno (mai bere acqua dopo le dieci di sera!). Intanto che Archie mi attaccava i capelli, poi la schiena, per passare infine alle lucine intorno al letto, sono caduta in un dormiveglia pieno di sogni stranissimi, da cui è emersa la parola che vedete nel titolo: consoluzioni. Mi piace un sacco! Un incrocio tra consolazioni e soluzioni, che è un po’ la mia regola di vita: trasformare l’inferno in paradiso, come cantava Elisa ai tempi di Pappagone (cioè, vent’anni fa).

Ecco qualche esempio di sfide assortite e rispettive consoluzioni.

  • Invece di una profuga afgana, i servizi sociali mi hanno mandato nell’appartamentino libero un macellaio disoccupato, che deve ignorare tassativamente che “no paga affitto” (cit.). Dunque continua a chiedermi cose come se fossi la sua padrona di casa: la ceneriera, lo stenditoio, il secchio per i pavimenti. Per caso ho la candeggina? Potrei sgomberargli gli scaffali? A proposito, che minchia è il kombucha? Consoluzione: io ho quattro mesi per capire cosa fare di quell’appartamentino, che è complicato da affittare a lungo termine, e il nuovo inquilino ne ha altrettanti per frequentare (giuro) corsi di cucina vegana! Così troverà presto un’altra casa, e un lavoro in un ristorante. E scommetto che avrà il kombucha nel menù.
  • Il comune mi ha tolto la residenza barcellonese, perché non mi sono presentata di nuovo a confermare che vivo nella mia casa di proprietà. L’ultima volta mi avevano detto che era un’incombenza riservata a chi stesse in affitto: avrebbero rettificato l’errore. Invece no. Dopotutto, come faccio io a essere proprietaria? Sono straniera! Al massimo posso dare in affitto la casa a millemila euro, per andare adddrogarmi a Berlino. Consoluzione: almeno ho usato la firma digitale per la prima volta! Mi credevo troppo impedita per ricordarmi le istruzioni. L’ho usata per mandare di nuovo la richiesta di residenza, che sarebbe l’unica soluzione possibile. E poi, sì, sono una straniera. Con la casa in centro. Le impiegate del comune lo troveranno inconcepibile, invece è un’esperienza molto più appagante di quanto non credessi. Stacce, Montse.

Ok, basta con questi “bullet points”, o al comune decidono che sono troppo hipster per riprendermi la residenza.

Passo alla mia consoluzione preferita: prima del dormiveglia, ho approfittato delle vessazioni di Archie per leggere. E mi sa che piangerò. Hilary Mantel ha decapitato la Storia, facendomi affezionare a uno come Thomas Cromwell, e adesso che l’autrice deve decapitare proprio Cromwell vorrei che la trilogia non finisse mai. Invece mi mancano solo cento pagine per terminare uno dei testi più belli di sempre. Consoluzione: ho la conferma che quella in generi è una divisione fittizia, e che ormai in letteratura è come su Netflix. Se voglio della filosofia fatta bene, meglio scegliere un thriller.

Al mio risveglio Archie aveva smesso di torturare cose, neanche fosse in epoca Tudor. Ho sentito la pelliccia nera solleticarmi il polpaccio, scambiato per un cuscino.

Sarò anche una zia gattara, ma è stata questa la consoluzione più grande.

Archie cadde sul divano e si guardò intorno. Sembrava sorpreso da casa mia, e come una scema pensai subito al disordine. Poi capii che non era quello.

In fondo, anche io ero sorpresa dalla presenza di Archie. L’idea era farlo venire solo se avesse bisogno, un’eventualità che, fino a quella mattina, era tutta da verificare.

Lui non sembrava entusiasta, ma era gentile. Nero con gli occhi azzurri, anzi cobalto, come avevo notato di sfuggita. Ma non volevo essere maleducata, così continuai a offrirgli cose. Un po’ d’acqua: il viaggio l’aveva provato. Uno spuntino, magari? Lui accettò volentieri, e solo dopo essersi rifocillato sembrò rilassarsi, e concentrarsi su di me. Cavolo, la vita di entrambi era cambiata in poche ore, con conseguenze che neanche immaginavamo.

Quella mattina ero così contenta di essere padrona del mio tempo, della mia casa, di me. Mi riabituavo a possedere. Con la telefonata era sparito tutto, ed ero diventata solo azione: bisognava procurarsi questo e quello, magari incontrarsi a metà strada… Non c’era tempo di chiedermi se fossi sicura. Aveva ragione questo corso: le decisioni si prendono valutando pro e contro, ma poi c’è una parte irrazionale che, spesso, ha l’ultima parola.

Chissà se anche Archie pensava qualcosa del genere. Le sue lamentele, ormai, si sopivano. Eccomi in casa con lui, e con il compito di preparare la pasta e ceci: avevo scoperto come la faceva mia nonna, la madre di mio padre, e volevo fare una sorpresa sia a lui, sia a questa nonna mai incontrata, che mi aveva donato un nome noioso e la terminazione rotonda del naso, di cui mi ero sbarazzata senza troppi rimpianti.

La pasta e ceci, però, potevamo condividerla. Condividere era tutto ciò che ci restava da fare, al mondo.

Archie non si dispiacque troppo del mio passaggio in cucina. Mi seguì con una certa curiosità.

Mi osservò con gli occhi socchiusi mentre armeggiavo ai fornelli, con la wok cinese al posto della caccavella e i ceci in tetrapak, perché non c’era tempo di cuocerli.

Infine Archie si grattò un po’ un orecchio, si leccò i baffi, e decise che il mio piede sinistro era un gatto come lui, così gli si accucciò accanto.

Sto martellando i miei perché comprino casa a Barcellona. Qualcosa di piccolo, giusto per passare la stagione estiva (tutta) in modo molto più confortevole di quanto potrebbero fare da me. Il resto dell’anno potrebbero affittarla con regolare contratto a studenti o gente di passaggio.

Ho chiamato l’amico agente immobiliare, che ci ha mostrato un paio di opzioni. Anche se i miei sono scettici (mi stanno solo assecondando, lo so) io ho imparato un po’ di cose.

Anzi, più che una lezione ho avuto una conferma: indietro si torna, eccome. Molte situazioni o scelte che crediamo irreversibili non lo sono affatto, o sono le nostre convinzioni a renderle tali. La seconda casa che ci ha mostrato l’amico agente era sfiziosa, moderna, in un palazzo all’avanguardia. Era piccola, sì, ma la proprietaria non l’aveva comprata con l’idea di restarci tutto l’anno. Voleva avere “un piede a Barcellona”, città a cui era legata per motivi vari, mentre per lavoro doveva risiedere perlopiù altrove. Adesso la situazione era cambiata, così vendeva la casa a un prezzo che era pure contenuto, per questa città di speculazioni selvagge.

Ascoltando la storia che mi snocciolava l’amico agente, non ho potuto fare a meno di pensare alla conferenzina di Internations sul mercato immobiliare (in realtà, una marchetta a un’agenzia sponsorizzata dall’associazione), in cui una cinquantenne del posto aveva dichiarato: “Questa è la mia unica occasione per comprare bene. Se la perdo, è la fine”.

La capisco: i risparmi di una vita, puntati in un unico investimento. La pressione dev’essere enorme. Il fatto, però, è che io per esempio ho sbagliato, e non è stata la fine. Ho sbagliato a comprare la prima casa, o meglio, ho sopravvalutato il tempo che avrei resistito lì dentro: se era così economica, un motivo c’era! (Leggi: vicine stronze e palazzo che cadeva a pezzi). Cosa ho fatto per risolvere il problema? Niente di eroico o trascendentale: ho chiamato l’agente immobiliare di cui sopra, che ormai era diventato mio amico, e gli ho chiesto di vendere la casa, visto che me l’aveva fatta comprare lui! Così ho avuto la possibilità di acquistare il mio attuale appartamento, in cui sto molto meglio.

Indietro si torna un po’ con tutto: con il lavoro (a volte anche dopo una certà età), con le partenze e i ritorni (leggete i post in questo gruppo), con le relazioni.

La vita è già troppo piena di cose irreversibili, come i miei antichi look anni ’90 e l’ultima stagione di Trono di Spade. Non c’è bisogno che ce ne inventiamo anche di altre.

L’importante è sapere quando è ora di tornare indietro, o di trovare un’ulteriore strada a cui non avevamo pensato prima. Ma questo si impara, ed è come andare in bicicletta, o pronunciare la parola francese “rue” (solo io non ci riuscivo?).

Quando scopriamo come si fa, indietro non si torna.

(Scusate, ma a questo punto ci stava. Anche se preferisco la versione inglese, “Vincenzo”).

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Foto di Foschini Libraio, che ha avverato il sogno di una vita!

La faccia che fa la gente.

Ieri, intanto che cercavamo un Veggie Garden non troppo affollato, abbiamo incontrato degli amici per strada. A un certo punto si parlava di azioni in borsa, e il compagno di quarantena si è lasciato scappare che era laureato in economia. Panico generale: com’è possibile? Come può avere una laurea in economia, questo tipo con un arbusto rosso al posto dei capelli e uno zaino sempre in spalla, con cui ogni tanto piglia e sparisce per mesi?

Beh, risponde lui di solito, mi sono laureato in quello perché sembrava la cosa più sensata da fare. Non quella giusta, la più sensata: per lui la facoltà di economia era la naturale continuazione del college fighetto da cui aveva ricavato solo bullismo, e un’infarinatura di Shakespeare che consisteva nel guardare Romeo + Juliet insieme alla sua classe di piccoli milionari.

Di cosa ci sorprendiamo, poi? È laureato in psicologia il ragazzetto che dorme sotto il mio palazzo e, ogni tanto, mi chiede una coca cola con ghiaccio e limone, salvo offrirmi lui un caffè se passo per di là il giorno dopo (e passo sempre troppo tardi, quindi non lo trovo mai). Ecco, quella è una storia diversa: magari lui voleva laurearsi proprio in quello, ma la maniera ossessiva con cui parla mi fa pensare che, oltre alla teoria, gli ci voleva anche la pratica, sotto forma di una terapia gratuita ed efficace.

Ma funziona così, lo sappiamo: tu scegli di fare qualcosa nella vita, poi chissà come andrà. Tanto vale, scusatemi, scegliere qualcosa che ti piace sul serio. Ve lo dice una che a vent’anni ha accantonato la scrittura per la ricerca, e poi si è ritrovata a fare i conti con la crisi economica e i tagli all’università. Per fortuna, i corsi di counselling che sto seguendo ora insegnano a distinguere tra il nostro “io ideale” e l'”io imposto” (traduzione mia di Ought Self).

Un esempio della differenza tra i due? Mia nonna mi diceva sempre che avrei vinto il Premio Nobel. Adesso il Nobel lo vince Bob Dylan, e io… Sono una tipa da Nobel, io? Ammesso che fosse possibile accontentare la buonanima di nonna, se mi sbattessi a scrivere libri “pesi” nella speranza di conoscere il re di Svezia, sarei un’infelice a vita.

E invece, altro che Nobel! Non faccio per vantarmi (ok, mi sto proprio vantando!), ma il mio primo romanzo ha ricevuto un biasimo dal Beato Bartolomeo Camaldolese, mentre il secondo è finito in bella mostra nella libreria storica del paesello, insieme al capolavoro di Tony Tammaro.

Ecco, il mio Io ideale si sente arrivato! Controllate un po’ cosa vuole il vostro: magari è roba che ha già ottenuto, ma non se n’è neanche reso conto perché era troppo occupato a raggiungere gli obiettivi di qualcun altro.

Adesso, nella vita, non mi resta che un solo obiettivo: lottare perché il Nobel se lo aggiudichi Tony Tammaro!

(Sentite che poesia… Nobel subito!)