Quando hai il raffreddore, il peggior inconveniente di vivere da sola è non aver nessuno a cui rompere le scatole. E se anche ce l’avessi, 35 mq sono troppo pochi per trascinarsi da una stanza all’altra con una faccia da funerale, estorcendo attenzione ed eventuali regalini. Quali, poi? I Grisbì a Barcellona non li ho mai visti, per non parlare dei Pan di Stelle.

Il fatto è che il destino ieri mi ha benedetta con un acquazzone.

Dovete sapere che gli italiani a Barcellona sono molto sentimentali. Troppo. E in occasione di concerti come quello di ieri sera, Yann Tiersen gratis ad Arc de Triomf per il Primavera Sound, la sfilza dei nuovi e vecchi amori non corrisposti vaga tra la folla in libertà, come zoccole uscite dalla saettella (mi si perdoni la metafora partenopea). Ho incontrato amici ambosessi distrutti dalla vista della loro zocc… ehm, del loro amore mancato, tra una folla improvvisamente trasformatasi in campo minato.

Ma non per me. Mentre spettegolavo distratta e il mio “zoccolo” già s’intravedeva inatteso e salutato da mezza comitiva, ZACCHETE!, ha cominciato a piovere che Dio la mandava.

Le mie interlocutrici non facevano in tempo ad avvistarlo che si era già dileguato verso non so che rifugio. Io sono rimasta lì, con l’ombrello che non riusciva a coprirmi l’orlo del vestitino appena inaugurato (ok, 5 euro al Mercatino de la Virgen), le ballerine traforate e un sorriso trionfale. E a chi suggeriva di seguire le orme del fuggiasco, evitando di stare impalati sotto gli scrosci da film di Tim Burton, rispondevo serafica: “Ma no, adesso smette!”.

Insomma, il cuore è in salvo e il naso ringrazia.

E adesso non mi resta che aspettare che passi. Penso alle generazioni di prozie vissute da sole, che alla mia nascita avevano 60 anni e quando andavano a Napoli in treno erano considerate donne audaci (quindi io sarei la Pasionaria). E quando avevano il raffreddore se la piangevano da sole.

Però loro avevano la Madonna.

Pure tu ce l’hai!, tuonerebbe la zia più ‘nzista se non fosse morta. Ma io ci ho provato, zia, a sgranare rosari, sono troppo meticolosa: avevo deciso di concentrarmi per ogni Ave Maria recitata. Se mi distraevo ricominciavo. Si faceva notte. Adesso hanno messo pure i misteri luminosi! Cinquanta Ave Maria in più. No, no, non fa per me.

Mi butto sul lavoro. Le mie traduzioni. Ma il naso che gocciola mi rende dispettosa e comincio a scimmiottare gli inglesi che leggeranno questo testo “artistico” che malamente traduco nella loro lingua, pronunciando alla Stanlio e Ollio Leonardow, Vasawri e Fgnhkornvjgkd (questo era latino). Arrivata a non so che discepolo di Leo che ereditò tutti i suoi manoscritti arrivo a pensare “seh seh, mo’ si dice discepolo, come l’amico del cuore di Lucio Dalla al funerale!”.
Basta, finisco il paragrafo e mi metto a leggere un libro per distrarmi.

La sorte qui ha fatto proprio il dovere suo: ho scoperto Cold Comfort Farm di Stella Gibbons! Dopo che ti ossessioni con un classico alla Cime Tempestose non c’è niente di meglio che leggerne la parodia. Ma fatta bene. Gli zombie della Austen se ne tornassero al cimitero, davanti a questo capolavoro incredibilmente sconosciuto. Mi mangio solo… li gomiti, per l’ignoranza che non mi fa individuare tutti i romanzi rurali scimmiottati nel testo: Cime Tempestose, Tess of the d’Urbervilles, forse qualcosa di Lawrence… Ahò, che importa, è esilarante e basta. E quando arrivo allo sgangherato matrimonio che conclude il libro rimpiango solo che sia finito troppo presto.
Anche perché adesso non ho più niente da fare.

Allora provo l’arma cazzimma: mi metto a scrutare le nuvole nere aspettando la pioggia. Se il mio glorioso lunedì sera è rovinato, lo deve essere per tutti. Cosa c’è da fare un lunedì sera a Barcellona? Niente! C’è solo la jam di jazz più interessante in centro, con un maestro di cerimonie catalano dotato di senso dell’umorismo, e il giorno dello spettatore al mio cinema preferito, il Renoir Floridablanca. Stasera c’era il film di Sorrentino, e se fossi stata in vena di vita sociale avrei visto perfino Biancaneve (un altro classico su cui ossessionarsi!). Ma il termometro scassato mi segna 36,2, quindi ho almeno un grado in più. E allora che piovessero pure le mad… ehm, no, zia, intendevo le mattonelle del tetto!
Ma i tonfi che sento lassù sono quelli delle gazze formato faraona che attendono invano da me qualcosa di luccicante da rubare.

Vabbuo’, va’, andiamo a cucinare. Approfitto del naso otturato per fare qualcosa di sano ma schifoso che normalmente non mangio mai. Come le lenticchie rosse comprate in un supermercato asiatico in barba al km 0 e destinate a trasformarsi in poltiglia a ogni timido tentativo di buttarci un po’ di pasta (mentre mamma su Skype mi mostra trionfale, ogni tanto, le lenticchie di Castelluccio).

Mentre l’aglio sfrigola appestandomi casa a mia insaputa, ascolto le voci nel palazzo. Sarebbe meglio se col raffreddore si perdesse l’udito, invece che gusto e olfatto. Gli operai al piano di sotto stanno ancora lavorando. Sono giorni che un nero filo impolverato sulle scale insidia i bottiglioni d’acqua e le buste della spesa che porto su palleggiando la borsa (fateci caso, quando una torna con la spesa la borsa le cade immancabilmente sulla coscia al terzo scalino, e la manica della giacchetta le scende sulla spalla).

E poi c’è sto bambino che frigna.

Caro, dolce frugoletto che piangi a tutte le ore del giorno e che grazie al cielo non ho mai beccato per le scale. Capisco che non hai granché da ridere, se tuo padre è quello col copricapo tradizionale che sale le scale senza salutare, perché vive in una città di perdizione e non deve vedere la mia aura (come se la facessi vedere a tutti!), e se è da casa tua che si sentono ogni sera quelle amabili litanie sulla stessa nota che Resta con noi al confronto è la nona di Beethoven.

Vorrei solo farti notare che se è così che affronterai gli anni a venire, la scuola in catalano e i primi brufoli, e il matrimonio combinato dai tuoi o il corteggiamento sistematico di tutte le vrenzole del quartiere, andiamo proprio male. E un giorno potresti ritrovarti a pensare come un comico “di mia cultura” che era meglio morire da piccolo.

Scusate, è il mal di gola.

In compenso, quando vado a girare le lenticchie, più melmose che mai, scopro che mi è tornato il senso del gusto.

(e per le buonanime della zia e di Leonardow…)

Avrei dovuto accorgermene prima. Eppure era nell’aria: le parole sono importanti.

“Fuga di cervelli”, “scappare dall’Italia”, “fuitevenne ‘a Napule” (senza rancore, don Edua’).

Ma che fossi “scappata dall’Italia” me ne sono accorta da poco e grazie a facebook. Informavo degli ex dottorandi sulle attività accademiche di alcuni amici miei: dottorato in Spagna, postdoc in Olanda… Qualcuno rispose che “i titoli all’estero non sono un valore aggiunto”. Quella che per me era una precisazione inutile, non lo era per altri. E un anno prima delle lauree in Albania!

Poi sono arrivate le frasi più esplicite e meglio articolate: “scappare è la cosa più facile, bisogna restare e cambiare le cose”.

Scappare. Io qualche volta ci ho scherzato su, più o meno amaramente. Quando mi lamentavo per qualche rito domestico partenopeo comprendente interminabili cene e 20.000 parenti da chiamare, mia madre m’imitava: “Nooo, Barcellona for ever!”.

E invece non è uno scherzo. Noi italiani all’estero saremmo scappati, invece di restare a cambiare un’Italia che ha bisogno di noi. Chi resta tra mille difficoltà, invece, fa il suo dovere nei confronti del paese.

Davvero non capisco, signori della Corte. I cervelli in fuga non vi fanno più concorrenza sul lavoro ma votano, e perlopiù a sinistra (che per me significa ancora votare “per il bene del paese”, o almeno provarci). Quando andate all’estero ormai gli hotel li vedete solo in cartolina (ho degli amici a Barcellona con la stanza degli ospiti prenotata fino al 2013…), e se siamo dei signori sul divano letto dormiamo noi. Insomma, di che vi lamentate? La botte piena e la moglie ubriaca, proprio!

Scherzi a parte, la prima domanda che mi venne quando scoprii di essermene scappata fu: da cosa?

E mi risposi sorridendo: dal Polo Nord.

Una volta mio fratello era a letto con la febbre, in casa non c’era nessun altro e, di ritorno da un esame, mi ritrovai in macchina alla ricerca della farmacia di turno. Il nome e la via mi erano del tutto ignoti, e allora chiesi informazioni.

“Ah, signuri’, sta vicino ‘o Polo Nord!”.

Ma detto con tanta convinzione che annuii e ringraziai: “Ah, già!”. Parcheggiai in via Montegrappa, una traversa del Corso, e chiesi di nuovo alla madre di un amico. Pure lei, sicura: “Vicino al Polo Nord!”.

Decisi di giocare d’astuzia: “E dove si trova, più o meno? Sono un po’ smemorata!”. Già m’immaginavo su una slitta trainata da renne quando la signora, sbalordita, rispose: “Ma verso Piazza Riscatto!”.

Ok, Piazza Riscatto la sapevo perfino io. Percorsi a piedi una distanza considerevole e finalmente lessi: Pasticceria Polo Nord. Un simbolo del paese, mi venne spiegato poi. Come facevo a non conoscerla?

Insomma, questo è il mio rapporto col paese che ho crudelmente lasciato al suo destino, insieme ai volti che mi scrutano a ogni ritorno e che, a giudicare dall’età, dovrebbero essermi familiari, come mi confermano i miei sciorinandomi l’intero albero genealogico della persona incontrata.

E allora da cosa sono scappata? Da Napoli, che ho scoperto e amato solo a 18 anni? Dall’Italia, che finché non la lasci non è quasi mai Italia, ma Roma, Bologna, Napoli-Juve, Campioni del Mondo, l’inno mai imparato e poi fischiato, e poi Nord, Centro e Sud?

L’Erasmus mi ha insegnato invece che sono europea. Ho fatto tutto al contrario: un Erasmus a Manchester a 22 anni e uno a Barcellona a 27. Ho imparato le lingue con accenti “strani”, in città che per un motivo o per un altro non si consideravano parte del loro paese, come Napoli.

Insomma, da cosa diavolo sono scappata?

Se cerco trovo cose da cui sarei scappata comunque, in ogni paese: la mia stanza tanto comoda da essere un rifugio, un cognome che avrei voluto per i miei figli, o la provincia, che nella letteratura di ogni paese, da Balzac a Vonnegut, può andarti stretta senza che ti accusino di una fuga ignominiosa.

Anzi. Penso ai miei compagni di fuga che lavano i panni, puliscono casa, si fanno da mangiare da soli. Magari chiamando per le emergenze la stessa mamma che a volte accudisce i loro fratelli come se avessero ancora 10 anni, tanto che le ragazze per programmare una lavatrice devono sposarsi o andare la prima volta in vacanza con gli amici, e i ragazzi, come disse una volta un amico, “possono ancora sperare di morire senza mai stirarsi una camicia”.

Ma i vigliacchi sono quelli che partono. Quelli che in patria provavano la rassicurante convinzione di essere gli ultimi soldatini ad aspettare i tartari, gli unici spettatori dei concerti indie “che la gente non capisce”, e che in poche ore d’aereo si ritrovano in un mondo in cui non sono né i più intelligenti né i più coraggiosi, in cui i tartari ci sono pure ma sono diversi, in cui gli autori sempre letti in traduzione non cancelleranno il patetico accento che i nuovi amici imiteranno mettendo le mani a cuppetiello anche per dire “buongiorno”.

I vantaggi sono quelli che sono: ricordo quando uscivo solo perché un conoscente aveva un ospite straniero, magari asiatico, ed ero stanca ma non volevo perdermi questa novità. Adesso il mondo intero mi attraversa la strada in ogni momento, non devo andare a caccia di concerti belli, m’inseguono insieme ai volantini, e per due cinema che trasmettono solo stronzate ce ne sono tre che danno quello che voglio, e in lingua originale…

E adesso che il lavoro non c’è neanche qui a Barcellona, resta la differenziata, le strade pulite ogni sera, e la possibilità, un po’ troppo fricchettona anche per me, di trovarti una sera in un ristorante senegalese con un’avvocatessa mezza palestinese e mezza ungherese, il fidanzato catalanissimo, una coppia gay palestinese e un’attivista colombiana perseguitata dalle FARC, a cui i palestinesi della tavolata finiscono per regalare una kefiah, spiegandole come s’indossa (l’avete sempre fatto male, fricchettoni miei).

Quindi aveva ragione il mio interlocutore, sui titoli esteri: non è un valore aggiunto. Non è né una fuga, né un’impresa eccezionale. È inseguire come meglio puoi un lavoro, un’opportunità, la tua stessa felicità, che è molto più importante dell’Italia, della Spagna e della Papuasia citeriore.

Soprattutto è una cosa che Internet, l’Erasmus, i voli economici, e tutte le caratteristiche di quest’epoca hanno reso normale. Anche per quegli italiani che nessuno si fila perché non sono né cervelloni né di sinistra, ma coi loro ristoranti prosperano e fanno splendidi bambini coi lineamenti un po’ indios (sono quasi tutti uomini e si mettono spesso con ragazze latine) a cui parlano tipo: “Cuantas veces te lo he dicho? Mi fai incazzare!”. Quei bambini un giorno prepareranno “spaghetti alla bolognese”, che lasceranno sconditi col sugo in cima. Ma poco importa.

In questo mondo liquido si fa liquida anche l’Italia, come ha sempre saputo essere ma ce ne accorgiamo solo ora. Si fa tascabile, incorporea, virtuale. Da portarsi nel bagaglio a mano come i tralci di vite dei primi emigranti italiani.

Da trasportare nel comodo spazio di una memoria RAM e di una fase REM particolarmente agitata, quando, in qualche notte da “fuggiasca” pentita, sogni cosa sarebbe accaduto se invece di andar via fossi rimasta a casa a cercare il Polo Nord.

E adesso sedetevi in posizione del loto, chiudete gli occhi e concentratevi sulla vostra respirazione, perché parliamo della Barcellona “spirituale”. Che cos’è? Non lo so neanch’io, ci sono capitata per caso.

Questa storia comincia come le testimonianze dei clienti di Gennaro D’Auria. Due anni fa un’overdose di sfiga mi ha gettata in una crisi globbale totale, come la frittura di Caccamo, dalla quale sono uscita con un’unica certezza: il parmigiano sulla pasta al tonno non va bene (vedi post precedente). Per il resto, davvero non sapevo dove andare a parare.

E Barcellona è qui per questo. Come Internet, o qualsiasi risorsa che possa essere buona o cattiva a seconda dell’uso. Barcellona è perfetta per perdersi, ritrovarsi, e sclerare definitivamente. A chi si perde spiritualmente, poi, offre una serie di risorse per tutte le teste e tutti i portafogli.

La più noiosa (e sensata) sono gli psicologi. Economici. Perfino gratis, se vai nel centro giusto. La più strana ancora la devo trovare, ma sono sicura di esserci andata vicina.

Per esempio, una volta ho partecipato a una dimostrazione di costellazioni familiari, nella settimana di porte aperte dell’Atrium Gestalt. L’eclettico guru, un messicano dal ciuffo fashion che teneva conferenze di ogni tipo, fece battute gustose su “Maria Teresa di Calcutta” (litigando con una bizoca indignata del pubblico), poi invitò uno dei presenti, respinto dalla famiglia perché gay, a scegliere tra il pubblico qualcuno che interpretasse i genitori. Poi indovinò che sua madre aveva avuto un aborto, e lo invitò a scegliere anche il mancato fratellino. Durante la drammatizzazione che seguì, la “madre” svenne. Il guru la fece rinvenire, la mandò a posto e ne scelse lui un’altra, tanto “no pasaba nada”.

Intanto scoprivo il magico mondo di Donne che amano troppo. Qua i gruppi ispirati al libro esistono davvero. In attesa che fondino “Donne che non amano abbastanza ma quando finisce fanno ‘uh’ e ‘ah’”, per un po’ sono stata “presidenta” del mio gruppo. Che è come mettere il capo di Al Qaeda a staccare i biglietti a Capodichino.

Ma esiste ben altro. Ci sono un sacco di “associazioni spirituali” con una cosa in comune: qualche detrattore che le denuncia come vere e proprie sette. Il Brahma Kumaris è addirittura un’ “università spirituale internazionale”, con corsi di meditazione e conferenze gratuiti, tenuti in un palazzo che Bill Gates potrebbe pure invidiare. Poi scopri che qualche ex discepolo l’accusa di avergli fatto il lavaggio del cervello, facendosi intestare tutti i beni in attesa della fine del mondo. Imprevisti del mestiere.

Fortuna che c’è l’infinita serie di documentari che trasmettono in questi centri, tra un’intervista d’epoca a Jung e una conferenza su Confucio. Naturalmente spopola The Secret, che t’insegna che se sei ottimista attirerai cose buone. È la legge dell’attrazione, che a suo tempo cospirò con l’universo per mettere sulla mia strada un’opera che mi illuminasse sui suoi dettami: in parole povere, al mio compleanno mi regalarono il libro di una coppia che comunicava con l’aldilà attraverso il naso di lei. Roba che col naso mio avrei captato tutti i futuri numeri del lotto da qui alla fine del mondo!

Ma presa dal fervore del rinnovamento mi occupavo anche di altri organi. Eccomi a leggere uno di quei manuali sul sesso, pieni di statistiche e illustrazioni, che una volta chiusi ti fanno chiedere come mai, stando così le cose, la femmina della specie umana non abbia mai detto al compagno: “Senti, ciccio, io sono clitoridea e tu vai per penetrazione… Tutto ok, solo che io le dita ce le ho! Tanti saluti!”.

No, ci voleva qualcosa di più serio. Il Tantra! Sì, però bando a quel paraculo di Osho, io volevo proprio scoprirne la filosofia, e non solo la parte erotica. “Mi spiace, abbiamo solo questi manuali”, e giù una rassegna di foto porno che a giudicare dai capelli dei protagonisti (quando si vedono) sono anni ’70. L’unico manuale “filosofico” era stato scritto da un olandese che raccontava la favoletta della dottrina buona e matriarcale soppiantata dall’arrivo di questi maledetti arii, che a parte il biryani ancora devo capire che hanno fatto di buono. Poi scoprii che l’organo sessuale maschile olandese viene chiamato familiarmente “pisciatoio” e capii molte cose.

Buttiamola sullo yoga, va’: oltre ai centri appositi (che vogliono dai 50 ai 60 euro al mese), ci sono i centri civici che lo offrono a 5-6 euro a lezione, e qualche occasione come la ragazza cilena che per due estati di seguito diede lezioni di ashtanga a 3 euro nel Parc de la Ciutadella. Gran cosa, l’ashtanga: è la disciplina con più fratture registrate. E posizioni, ovviamente: “Adesso facciamo la Tadasana, posizione della Montagna, e poi il saluto al Sole, Suryanamaskar…”. E poi quella dell’Albero, del Cane, dell’Indigestione da Peperonata…

La gente intorno a me contorceva le braccia, si alzava sugli alluci, levitava… Io preferivo la posizione del cadavere. Ti distendevi a occhi chiusi per un’eternità, senza pensare a niente, e una volta aperti gli occhi ti ritrovavi davanti solo il cielo sulla Ciutadella, ancora chiaro alle 9 di sera. Mi concentravo tanto che la volta che la prof. si chinò per “allinearmi i piedi con l’universo” saltai e le bestemmiai qualche decina di costellazioni familiari, con gravi conseguenze sul mio karma.

Già, il karma. Finii pure alla casa del Tibet, per la cerimonia della luna piena. La sala sembrava una chiesa delle più tamarre, solo più sgargiante. Quando venne il bonzo un sacco di presenti fecero un rituale complicatissimo d’inchini a dimostrare che la sapevano lunga. Guardandoli in cagnesco m’immersi pure io in un’ora e mezzo di preghiere in tibetano, recitate con tanta più passione e trasporto quanto meno ne capivamo. La tizia dietro di me era stonatissima, il bonzo simpatico. Non so se lo sarebbe altrettanto dopo aver appreso l’illuminazione di Gianfranco Marziano: “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano ‘a piglia’ ‘o cafè”.

In fin dei conti, tutto il bordello di cui sopra si riassume in due precetti ovvi e complicati come l’uovo di Colombo: bisogna vivere il presente ed essere ottimisti.
Perfetto, se lo sai dosare bene. Io che problemi di dosaggio ne ho sempre avuti (chiedete a mio fratello come facevo le fettuccine gagliarde) mi sono accorta che, per essere ottimista, stavo partecipando a un progetto politico credibile quanto l’Uomo Farfalla, e mandando avanti una relazione poliglotta, nel senso che messi insieme parlavamo bene 7 lingue, ma nessuna era in comune.

E allora ho mandato a fanguru le persone inutili, accantonato posizioni spezzaossa, guru fashion e libri di self-help. Mi hanno aiutata, eh, erano ovvi e ripassare l’ovvietà fa bene, dopo la spocchia a cui ti abituano in certi ambienti universitari emo. Adesso, man mano che capisco cosa voglio nella vita (ci vuole una sincerità disarmante che non sempre possiedo) i problemi li risolvo da me, magari usando la meditazione come tecnica di rilassamento.

L’ottimismo l’ho conservato, però, anche perché ho visto che le ulcere di chi lo ritiene sciocco manco risolvono i problemi. Il bicchiere mezzo pieno è una grande invenzione, l’importante è che non ti diano a bere qualsiasi cosa.

Om Shanti a tutti.

Per saperne di più:
una danza per raggiungere il Nirvana

Lectio magistralis su zen e poesia:

Ma dico io. Una medita da anni di scriverci un articolo, con citazioni e bibliografia e tutto l’ambaradan, e arriva tomo tomo Truman Capote a rubarle l’idea. E solo perché è nato quei 60 anni prima. Che significa? Anch’io avrei voluto vivere negli anni ’60, adoro quei vestiti, e poi divido la storia in a. P. e d. P. (avanti Pincus e dopo Pincus). Da quando Cartesio mi ha rubato a 4 anni l’idea che la vita potrebbe essere un sogno (frutto delle mie premature notti bianche) è un continuo, anacronistico plagio ai miei danni.

Insomma, l’altro ieri leggevo finalmente Colazione da Tiffany (“perché è troppo bello, vedrai, mica come il film…”) e scopro che il brasiliano José, uno degli amori meno assurdi di Miss Golightly, non si rende conto di che gentaglia frequenti perché, da bravo “trapiantato” all’estero, è incapace di assegnare alla gente il proprio posto nel mondo (“Perhaps, like most of us in a foreign country, he was incapable of placing people, selecting a frame for their picture, as he would at home”).

Minchia, mi dico. Quello che ho sempre pensato io.

Ok, magari non in inglese, e a ben vedere manco sempre.

Arrivando a Barcellona sono caduta anch’io, per fortuna, nella trappola di José.
Per capire quanto la posizione sociale influisca sulle proprie conoscenze non bisogna scomodare Bourdieu. Ho imparato fin da piccola il mio posto nel mondo, che era il seguente: io ero perbene, il mondo era quasi sempre cafone, io parlavo italiano, il mondo cafone parlava napoletano, magari rubava, faceva le stesse cose dei film di Mario Merola (un altro cafone) e io dovevo essere gentile con tutti ma non dare confidenza agli sconosciuti, specie se cafoni.

E vedo che la gente perbene prospera, dato che su youtube i neomelodici sono considerati più volgari di Laura Pausini, e i fan di Laura Pausini commentano spesso le loro canzoni con “che gentaglia”.

Ora, quando lasci il tuo paese tutto questo cessa almeno per un po’.

Improvvisamente sei tu a essere fuori posto, e ti tocca dimostrare che sei “perbene”. Il che ti dà un’opportunità sublime: non capire più un cazzo su chi sia perbene e chi no.

I pregiudizi, m’insegnò una prof. durante un esame (quindi avrei dovuto saperlo io) sono un modo ragionevole per prepararci ad affrontare l’ambiente che ci circonda, l’importante è non lasciare che ti dominino. Quindi un pregiudizio è allo stesso tempo un limite e un’opportunità.

E scompaginare il castello di carte su cui si fonda la tua identità lo è altrettanto. Ti ritrovi così a condividere l’appartamento con gente che parla l’equivalente del napoletano, e allora ricordi che è proibito negli uffici pubblici mentre gli amici catalani cominciano a romperti con la storia che devi imparare la loro vera “lingua nazionale”.

Intanto ti affezioni a coinquilini che, a meno che non indossino divise come i soldati e i fricchettoni, non sai classificare subito, anche perché viene meno l’importante indizio rivelatore del “gusto”. Certo, quei leggings leopardati sono orrendi, ma che ne sai se li mette pure la principessa Letizia, quella che veste Mango? E sputare per terra, fare pipì in strada, lo fanno pure gli studenti universitari. E allora?

Allora, per la prima volta in vita tua, ti fai amicizie senza pregiudizi, perché non sai come formartene. E scopri molte cose interessanti: che la gente con la metà dei tuoi studi può avere certe intuizioni che te le sogni, e che quella che ne ha il doppio può vivere in un piccolo mondo antico che somiglia a quello che hai lasciato alle spalle. C’è chi parte e chi resta, e mentre i secondi a volte fanno quadrato contro le differenze, i primi lo fanno proprio in virtù di quelle.

Ma non illuderti: imparerai a farteli, i pregiudizi. E ancora una volta sarà un limite e un’opportunità.
Io per esempio noto una proporzionalità diretta tra ottusaggine e ossessione per l’igiene. Tra la tanto celebrata gentilezza della gente del Sud e il livello d’invadenza che possiamo raggiungere.

E poi ho visto che il razzismo non è questione di pelle, ma di classe. Quando l’America imparava a odiare gli italiani perché brutti, sporchi e cattivi, mica discriminava i fisici italiani che oggi lavorano al MIT, ma i cafoni (d’altronde, a noi cafoni ci han sempre chiamati). Cambia l’immigrazione, ma non mi sembra cambiare il fatto che 9 volte su 10 siano i poveracci con poca istruzione e pochissimi soldi a cambiare paese.

E a Barcellona, come d’incanto, il problema si risolve. Fai il concertino di musica “etnica”, le perroflauta fanno svolazzare le gonne daltoniche sui jeans, corteggiate da stranieri che fanno l’equazione “mi sorride = ci sta” (come a casa!), ti abbuffi di samosas e pensi che hai fatto l’integrazione.

E invece scopri che la vicina di 18 anni è sposata con un connazionale per un matrimonio combinato dai genitori, ed è scandalosamente felice. Mentre la coinquilina spagnola scopre che le tue amiche italiane hanno una reverenziale paura dei Tampax e non viaggiano mai da sole, e ci rimane secca come te quando l’hai vista pisciare per strada la prima volta.

Mi sono accorta invece che all’apertura mentale non sacrificherò la felicità. Ho chiuso le porte di casa mia a chiunque non mi garantisca due chiacchiere rilassate e qualche risata. I poveri ma belli che non ne sono capaci non ne hanno colpa, ma tant’è. E i connazionali con tre lauree e tanti viaggi alle spalle non hanno scuse.

Con questo metodo ho snobbato allo stesso modo ricercatori universitari e semianalfabeti.

Un pregiudizio però non mi passerà mai. Non importano le origini, il colore della tua pelle o le tue idee politiche: se metti il parmigiano sulla pasta col tonno, difficilmente andremo d’accordo.

Lo ammetto, qualche volta ho degli sbalzi d’umore. Niente di serio, eh. Mi metto solo a piangere. E a volte butto oggetti per aria. E faccio un riassunto delle cose che non hanno funzionato nella mia vita a partire da quel ciucciotto perso nel lontano 1982 (scherzo, che sulla mia memoria circolano leggende metropolitane…).

Insomma, allegria a profusione, e Mariottide che medita di uccidermi per concorrenza sleale.
Per la sua gioia in questi casi, da 20 anni a questa parte, mi pongo la seguente domanda: “Il balcone sta là (ce n’è sempre uno a pochi metri e a discreta altezza), che fai, ti butti?”.

Checché vi suggerisca il disordine dei miei denti, la risposta è no. Anche se la prospettiva di centrare il vicino spacciatore che sta seeempre sotto casa è allettante.

Ma ignoro la postilla e concludo: “Allora se resti devi farlo bene”.

E scatta il contrattacco: per la gioia dei giornalisti catalani che mi credono una pericolosa anarchica, mi metto ad alzare barricate. Tascabili, s’intende, di solito in edizione economica. E con nomi strani: La peste, L’età dell’innocenza, White Noise… La montagna incantata no, quello mi serviva per dormire finché non ho scoperto che Mann dopo 500 pagine di sbadigli fa succedere qualsiasi cosa, magari in francese e in altre 100 pagine, ma intanto…

Insomma, Gandhi diceva che se non sei parte della soluzione, sei parte del problema. E finalmente ho trasformato i miei libri in soluzione.
Prima erano il problema: erano troppo belli per quello che mi aspettava dopo che li chiudessi.

Che ne so, a 11 anni leggo Ettore dire: “Dolce consorte, ciò tutto che dicesti a me pur anco ange il pensier”. Qualche anno dopo un Ettore postmoderno dice di me: “’E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso…”. No, qualcosa non quadra.

E meno male, se no starei ancora tra quegli stilnovisti. E se i libri sono stati un rifugio un po’ autistico da quello che mi aspettava fuori casa, adesso mi aiutano a vivere, come i sogni di Marzullo.

Ultimamente mi sto fissando coi classici rivisitati, mi piace l’idea di una storia più o meno antica e delle mille interpretazioni che ne possano uscire. È cominciato tutto guardando l’ultimo Cime Tempestose, con l’Heathcliff nero. Allora mi sono ricomprata il libro, che avevo letto a 14 anni facendomi strane idee sulle storie impossibili trascinate fino allo sfinimento. Intanto cercavo tutte le versioni su piccolo e grande schermo.
Conclusione: la stessa storia, che su carta stampata mi sembra pallosetta e mal raccontata, può essere letta in tremila modi diversi. Lo so, è la scoperta dell’acqua calda, ma può rivelarsi utile: stavolta mi sono resa conto che Cathy aveva un bel girovagare nella brughiera, Heatchcliff poteva fare ad libitum il gitano bellicapelli con tendenze sadomaso, ma i loro figli/nipoti sono gli unici a capire che l’amore è anche lavoro e speranza, e la loro è l’unica storia che chiuso il libro possa essere credibile (le mie non fanno testo).

Nei film queste sfumature si vedono ancora meglio. Specie con Jane Austen, ho l’impressione che quando registi e sceneggiatori mettono le attrici in cuffietta e crinolina, riscrivano il libro come avremmo fatto noi: la classica “spalla” della protagonista ha una personalità, la sorella passionale di Emma Thompson si sposa per amore e non per noia, e Lizzie con la coda dell’occhio guarda il culo a Darcy. Tutto troppo semplice e prosaico? Niente paura, la stessa storia sarà raccontata ancora, su carta, sullo schermo, sull’iPad, finché non cambieremo noi, e allora cambieremo anche lei. E con lei la nostra vita.

Quindi adesso vi dico una cosa che se la scrive Coelho fa un sacco di soldi: quando avete uno sbalzo di umore rileggete la vostra vita, illuminatene un po’ le ombre e mandate a spasso i personaggi superflui. Poi chiudete il libro e andate a scrivere il seguito. Possibilmente, passando per la porta.

Premessa: il punkabbestia che va in giro con un maiale al guinzaglio è fuori classifica, gli piace vincere facile, eh?

10) Il tipo che distribuisce i buoni omaggio per il bar, ma guadagna in percentuale sui clienti che riesce ad accalappiare: appena si accorge che non entrerai nel suo locale mette il sorriso in stand-by, si riprende il volantino e ferma un’altra comitiva di malcapitati.

09) Il figlio/nipote di emigranti italiani, palesemente nordeuropeo, che ti parla 5 minuti con accento straniero, per poi rivelarti: “Sorpresa, non sono italiano!”, convinto di averti fatto proprio uno scherzone.

08) Barboni eccentrici. Sono in tanti, purtroppo, a rovistare tra i cassonetti, e a passare dalla richiesta di 50 centesimi a quella di un euro appena metti mano al borsellino. Quello pako sulla Rambla Raval è un mito, sta lì tutto il tempo, i bambini gli sorridono e lui ricambia.
Poi c’è il vecchietto che mi raccontò la storia della sua vita prima di chiedermi… una zuppa in scatola (non voleva soldi). Mentre gliela compravo si addormentò fuori al negozio. Un altro barbone mi consigliò di svegliarlo (ora so che si derubano tra loro) e quando eseguii cominciò a urlare facendosi scudo con le mani, scambiandomi per un naziskin o un poliziotto.
Poi ci sono gli incazzosi, divisi tra quelli che litigano con se stessi, risparmiandoti la fatica di farli incazzare, e quelli che ti puntano con un qualsiasi pretesto e montano polemiche da antologia. La mia preferita è la signora che incontrai mentre trascinavo delle sedie di seconda mano appena comprate. Pensando evidentemente che le avessi trovate in strada, cominciò:
– Che belle sedie…
– Grazie.
– Dammene una!
– Non posso, le ho appena pagate…
– Dammene una, tu puta madre!
Dopo un breve battibecco, la lasciai a inveire contro tutto e tutti, tranne che contro se stessa.

07) Comitiva di francesi ubriachi che canta la Marsigliese alle 3 di notte. Con un po’ di fortuna, ve li ritrovate esattamente sotto camera vostra.

06) Comitiva di catalani ubriachi che canta l’inno del Barça alle 3 di notte. Con un po’ di fortuna, ve li ritrovate esattamente sotto camera vostra. Non lamentatevi, se cantassero l’inno catalano sognereste di viaggiare nel tempo e cadere nelle mani dell’Inquisizione spagnola, pardon, catalana. Specie se alloggiate nel Gotico.

05) Italiano medio. Barcellona ha un effetto letale sui branchi di giovani italiani in tenuta da rimorchio per la Rambla. Spesso composte da maschi in età riproduttiva (l’età mentale si è fermata a quando si riprodussero i loro genitori), queste comitive vanno in visibilio di fronte a tutti quei particolari che i residenti non notano quasi più: chiome bionde, minigonne, hot pants… Il topless è un discorso a parte: siccome lo praticano in tante, qua, l’ormone impazzito italico entra in corto circuito con l’unico neurone, collassando per l’inaspettato imbarazzo e confermando l’idea che basta un soffio e si smontano insieme al ciuffo scolpito con tanta cura. Il dialogo più bello che ci ho scambiato io è il seguente:
– Hola, eres la scica más guappa de la nocce… Pero no de fisico, de ojos.
– Ah, beh, grazie…
– No, no gracias a mí, ma a tu mami y a tu papi.
– Vabbuo’, ja’, cia’.
– Me vuo’ da’ ‘nu vaso? D’ ‘a bona notte! E ja’…

04) Scippatori che si avvicinano a una coppietta (normalmente etero) proponendo di vendere una cosa a caso, per poi chiudere il ragazzo in un angolo. La tipa istintivamente cercherà di allontanarsi. Ma solo per chiamare aiuto, eh. E poi già sapevo che vedendomi scappare avrebbero desistito per squagliarsela anche loro. La fuga è contagiosa.

03) Lucciole notturne sulla Rambla. Barcellona è la rivincita delle tizie costrette a sorridere e declinare quasi a pugni l’offerta di accompagnarle a casa “vista l’ora di notte”, che intendiamoci, è ben accetta per le buone intenzioni ma è del tutto ingiustificata, checché ne dicano le connazionali che tendono a vedere in ogni angolo un esercito di stupratori che aspetta solo loro. E invece il problema qui è degli uomini, specie se attraversano la Rambla nottetempo senza una scorta femminile. Le numerose prostitute, perlopiù nigeriane, cominceranno una corte degna di una passeggiata per il Corso di Frattamaggiore la domenica mattina, per poi passare, in casi estremi, ad afferrare il potenziale cliente per le parti basse. Nella migliore delle ipotesi vi rubano il portafogli.

02) Coppietta che copula. Ok, la spiaggia è fuori classifica. A parte le scene di masturbazione in riva al mare, magari accanto a una comitiva in festa (e i più scandalizzati sono quelli che più guardano), le scene da Laguna Blu sono riservate all’acqua salmastra. E se nasce una bambina poi, la chiameremo Barceloneta. Ma non ringrazierò mai abbastanza quella coppia che, una volta che avevo convinto il morigeratissimo ex musulmano che il sabato sera non fosse Satana, si fece trovare a copulare in piedi, contro il muro, accanto alla chiesetta di c. Carders.

01) Pakibeer (quello della prima foto lo saluto sempre, gli chiederò l’autografo). Essere mitologico metà ambulante e metà busta della spesa, questo figlio della globalizzazione ha lasciato la terra natia per fermare turisti ubriachi con un mantra molto efficace: “cervezabeer, cervezabeer, cervezabeer”… Ripetetelo 10 volte e raggiungerete il Nirvana, o almeno vi beccherete un euro a cerveza, offerta sia in spagnolo che in inglese per ogni evenienza. In rare occasioni la cerveza diventa anche “sexybeer”, e qualche burlone del posto arriva a fare la battuta: “Ok, voglio una Sexy beer, no, non la Estrella, proprio una birra della marca Sexy”. E giù risate. Qualcuno offre anche altri prodotti ancor meno legali, ma più di “hashish coca” sono allucinogene le samosas, splendide frittelle pakistane conservate (leggi “nascoste”) direttamente nei tombini in strada. Vedere per credere! Poi però le dovete anche mangiare. Buen provecho!

Questo fine settimana, come sapete, è successo di tutto.

E mentre a Londra organizzavano un raduno a Trafalgar Square a poche ore dalla tragedia di Brindisi, nell’uggiosa Barcellona entravamo in un film dei Monty Python: il Fronte Popolare Giudeo gridava al terrorismo di stato, il Fronte Popolare di Giudea inveva contro le mafie, mentre i complottisti non hanno fatto in tempo a mettere insieme la solita cospirazione plutogiudaicomassonica, che però ricicleranno per il terremoto.

So che in Italia siete più fortunati, che fini strateghi e informatissimi storici del terrorismo sanno già chi è stato e dove esce la domenica.

Ma quando riusciamo ad accordarci per un raduno sulla Rambla, domenica 20 alle ore 18, noi brancolavamo ancora nel buio. E data l’incredibile affluenza (avevamo superato le 10 persone), l’abbiamo buttata a incontro di riflessione a casa di un volenteroso.

Dopo un’ora passata a discutere su cosa intendessimo per “attentato fascista”, mi alzo dal divano perché importanti affari di Stato mi chiamano: voglio accaparrarmi un posticino per Napoli-Juve allo Sports Bar.

La fine strategia era questa: vedersi il primo tempo in santa pace, mangiando roba buona e facendo caciara con avventori napoletani, e poi decidere se spostarsi o meno nell’omonimo Bar della Rambla, un pub gigante con maxischermi e paella surgelata, prescelto da alcuni napoletani per la capienza.

Sottovalutavo però un importante fattore: la mia accompagnatrice era paziente e rassegnata a sentirci urlare “Forza Napoli” almeno 45 minuti (d’altronde, la Torta Pan di Stelle della casa è un buon incentivo e una notevole consolazione). Ma era pur sempre catalana.

Infatti, dopo aver ceduto il posto in piedi a 4 juventine (rivelatesi incapaci di mangiare una pizza non biscottata), dopo aver inalato sconosciuti effluvi di mozzarella e basilico ed essersi sorbita i forbiti vicini alle spalle (tra commenti sul décolleté di Arisa e complimenti alle juventine di cui sopra), la mia amica si sente male. Quando ormai si è ripresa ed è sulla via di casa, la situazione dentro è insostenibile: l’andirivieni alle mie spalle di avventori di tipica stazza partenopea (non ci siamo mai segnalati per inappetenza) mi rinfresca la memoria su particolari anatomici maschili che nel loro caso dimenticherei volentieri, specie davanti a un Napoli con “possesso di palla al 52%” che però non segna.

Approfitto della fine del primo tempo per allontanarmi, salutando le juventine che, lasciato il cornicione, chiedono “che amari avete?”.
Oh, io ci provo. Lo Sports Bar della Rambla lo schifo, ma almeno è più vicino a casa e potrò respirare. Certo, non ricordo a che altezza stia, ma il problema è ovviato immediatamente da fragorosi scoppi da sciopero generale, seguiti da ululati in una lingua non indoeuropea e non assimilabile al basco.
Sono proprio arrivata: entusiasmo alle stelle, magliette azzurre a profusione, e Marco che riprende soddisfatto. Ma lo splendore del secondo tempo, il rigore di Cavani, il goal di Hamsik, l’uscita di scena di Del Piero e Lavezzi e l’ingloriosa espulsione di Quagliarella, me lo guasta il gruppetto di bipedi più o meno seduti davanti a me, che, evidentemente incerti su come usare una sedia e incapaci di divertirsi senza rovesciare hamburger e sparare petardi (peraltro elargiti dalle retrovie), riescono a far impazzire le cameriere e a far spostare la partita dallo schermo gigante a uno laterale, un istante prima di mettere in pratica la manifesta convinzione che l’uso più comune dei bicchieri sia buttarli a terra.

Consapevole della gravità del problema socio-antropologico, a questi cugini viaggiatori dei ragazzi del circoletto rivolgo le seguenti esternazioni, che tradurrò per comodità di chi legge:

– Ce avite rutto ‘o cazzo! (State mettendo in serio repentaglio la salute delle nostre gonadi)

– Turnate ‘ncopp’ all’avere! (Orsù, fate ritorno alle propaggini naturali frattaliformi da cui siete inopportunamente discesi)

– Site ‘na vrancata ‘e cuozze (Siete un consesso di giovinastri dal comportamento decisamente poco consono alle leggi dell’evoluzione)

Tutto ciò ha un lato positivo: non ho mai avuto così voglia di vedere tanti radical-chic tutti insieme! Corro pertanto al Bar Pastis, per un concertino che vede radunati tutti quelli del dibattito del pomeriggio, a cui do la lieta novella (salutata con reazioni diverse a seconda della fede calcistica).
Poi torno a casa pensando che la stagione sportiva, con sorprese e strascichi non sempre positivi per il mio stomaco, si chiude bella ma strana come è iniziata.

La prossima mi troverà pronta a prendere solo ciò che più amo della mia cultura. Magari scostando la foglia di basilico.

Questa canzone non c’entra niente né con la Catalogna né con l’Italia. Diciamo che è un tormentone che mi accompagna ogni tanto nelle mie simpatiche avventure quotidiane, o mentre m’invento qualsiasi cosa pur di non mettermi a lavorare alle mie traduzioni. O quando decido di essere ottimista mentre una voce bastarda, imbevuta del pessimismo che dalle mie parti s’ingerisce insieme al latte alla diossina, mi sussurra: “you aaalreeeaaaady knooowww… how this will eeenddd”.
Anche il film è molto bello.

– Adesso Maria si mette in testa al corteo e dice: che noia, questa manifestazione, nessuno mi spara!

In effetti alla manifestazione del 12-M a Barcellona mi sono annoiata assai.

E meno male.

Già è stato un miracolo arrivare in tempo, reduce dal colloquio di lavoro più strano della mia vita (a casa mia davanti a un caffè a meditare di convertirmi in una venditrice via Internet).
Ma Altraitalia conosce i suoi polli e i suoi membri stavano ancora fuori alla Fnac di Plaça Catalunya, benché privi di metà ciurma e dello striscione con un non meglio identificato tiburón (lo squalo del capitalismo, o qualcosa del genere).

Enrico, che riesce ad arrivare più tardi di me, si lamenta della musica, classica miscela fricchettona di canzoni fatte per saltare. Noialtri, mentre percorriamo il tragitto più strano di sempre, siamo perplessi dall’affluenza: la folla c’è ed è colorata, con cartelloni fantasiosi e sbalzi anagrafici che vanno dai liceali ai mitici iaioflauta (da iaio, nonnetto in catalano, e perroflauta, fricchettone). Ma mentre percorriamo Ronda Universitat e ci perdiamo continuamente tra Plaça Universitat e Diagonal, l’impressione è che siamo meno del previsto. E scandiamo male perfino lo slogan classico “No hay pan pa tanto chorizo” (chorizo in spagnolo significa anche sfruttatore, imbroglione).

Eppure il mio primo vero ricordo del 15-M è Miguelín che posa lo zaino in mezzo a una Plaça Catalunya in piena cacerolada, ne estrae cucchiai e ce li distribuisce, porgendoci pure un coperchio. Tornavamo da una soporifera conferenza su qualche pagina di storia catalana “ingiustamente sottovalutata”, lontana anni luce da quanto stava accadendo in quel momento: gente di tutte le età che sedeva in una pi(a)zza normalmente infestata da piccioni e turisti, e prendeva la parola. Magari per dire minchiate, ma lo faceva.
Una delle meno balzane era che le ideologie si trovassero impreparate di fronte a problemi sempre più complessi.
Qualunquismo, sentenziò il pubblico “da casa”, con una parola intraducibile. Non c’è un programma e senza partiti non si va da nessuna parte. Soprattutto, pensavo, non si va al baretto in piazza a sputare noccioli di olive e soluzioni politiche davanti a un Apertas, che per tanti gggiovani italiani di sinistra, imho, sarebbe l’evoluzione delle gare a chi ce l’ha più lungo .

Qua a Barcellona l’aperitivo è un disastro, ma queste gare non si fanno a botta di pessimismo e slogan d’annata. E guarda caso, la partecipazione femminile è molto più ampia.

Purtroppo tempo due mesi e, almeno nella mia assemblea de barri, rimase gente di un solo colore e di un solo credo, cospirazionisti estremi e rastoni capaci di litigare mezz’ora col poliziotto che a mani giunte ti spiegava che per vedere un film in piena Rambla Raval avevi bisogno dell’autorizzazione (per poi rivelarti che V for Vendetta gli sembrava molto interessante).

Ma i miti sempre uguali di vari compaesani (Gian Maria Volonté o Bombolo, senza soluzione di continuità) non mi erano mai sembrati così lontani dalle famiglie intere, dalla nonna alla nipotina, che invece di Bandiera rossa “cantavano” di affitti e tagli alla sanità.

Ecco, un anno dopo le nonne sembrano sparite, iaioflauta a parte.

– Ti ricordi, Maria? – si gira Paolo all’angolo tra Universitat e Balmes – qua è dove ci hanno sparati – .
Stavolta invece la polizia la intravedo da lontano. Noi siamo impeccabili, fin troppo compiti, e loro discreti, lontani.

– Magari stanno dietro di te – spiega Nicola, che è il più scherzoso e loquace, sponsorizzando a più riprese la presentazione del suo libro sull’occhio perso per colpa di Robben, e di un proiettile ad aria compressa. Invita pure Marianna, mai intravista in Piazza nonostante gli accordi, e spuntata all’improvviso un chilometro più tardi.

A quell’ora sono talmente annoiata che parliamo del più e del meno, del suo nuovo lavoro all’Avis e della proposta che hanno appena fatto a me. Ci svegliano un po’ i fischi fuori alla Borsa de Barcelona, sul Passeig de Gràcia. E i saluti collettivi al mio caro vecchio amico di sempre, l’elicottero della Polizia a quota “ti scompiglio i capelli”.

Arriviamo a Plaça Catalunya che per l’affluenza (“Ah, ma allora sì che eravamo tanti”) ormai non possiamo più ascoltare l’assemblea, e ripassare i vari gesti per partecipare al dibattito. Gli stessi che l’anno scorso facevamo a quelli rimasti al di là del cordone di polizia, nello sgombero del 27 maggio.

Stavolta invece vado ad ascoltare Stefano Benni.
È bello il Palau de la Virreina che risuona del suo Blues per sedici, o “per setze”, nella nuova versione catalana, anche se a noi legge in italiano, nel parapiglia generale delle prime file invase dalla pioggia.
E poi, a La Cucchiarella in Rambla Raval, la fella di gattò mi commuove e mi consola delle discussioni lombrosiane su quali pizzerie a Barcellona siano della camorra e quali no. Sospetto che la giacca buona di Toni Servillo in Gomorra depisti ancora tanto, mentre al momento di pagare scopro un piattino di minisfogliate.

– Una frolla – ordino, come sempre.
– Mi spiace, vendiamo solo la razione. Ma aspetta, ce n’è una spaiata.

Finisce che me la regalano. E la mia giornata 12-M si conclude al profumo di vaniglia. E a scrocco, naturalmente, se no che qualunquista sarei.

Egocentrismo? Megalomania? No, vi parlo di casa mia perché voglio che sappiate dove vivo, così se passate per Barcellona mi portate la mozzarella.

Mi raccomando, aversana: quelle di Battipaglia sono ottime, per carità, ma mi piacciono piene di latte alla diossina, dopo tutto quanti anni volete campare. Preferibilmente del caseificio Javarone, quello di v. Stanzione nel natio borgo selvaggio. Se no, desistete.
E se Leopardi si sta rivoltando nella tomba per l’accostamento con me, chissà come ha preso il suo natio borgo selvaggio il paragone col mio.

Il mio appartamento, per la cronaca, è quanto il balcone di casa mia al borgo di cui sopra.

Però la strada è sfiziosa: c’è in alto un cuore gigante, giusto al centro, che quando è aperto il teatrino, l’Almazen, s’illumina d’immenso e illumina pure un po’ la strada, che ce n’è bisogno. Quindi abito nella “strada del cuore”, una traversa di Joaquim Costa scendendo verso il Carme. Quando vedete il forno marocchino, sappiate che il mio palazzo è quello lì accanto con la porta rotta (sospettiamo del vicino spacciatore). E che per portarmi la mozzarella dovrete farvi cinque piani a piedi (in realtà, 5 + ammezzato, pomposamente chiamato in catalano principal).

Consolatevi: in alto troverete una Bialetti da riempire con, a scelta, Kimbo e Passalacqua. Tutti per voi, perché io non bevo caffè. Un amico irlandese, sul terrazzo, perché se è bel tempo ci mettiamo lì, voleva insegnarmi come farlo, e quando mi vide ammonticchiare una buona dose di miscela nella caratteristica montagnella, strillò pure “che stai facendo?”. Per vendetta gli feci una cremina così ristretta che credo soffra ancora d’insonnia.

Ma il mio balcone è bello, nel suo squallore: è quadrato e abbastanza grande, con tre piantine moribonde. Oddio, il basilico è spacciato, è destino che non me lo goda mai come si deve, qui a Barcellona. Sulla menta nutro ancora delle speranze, mentre il rosmarino sta una bellezza, nonostante la wok fangosa che gli fa da vasetto: a quale altro uso destinare una fetentissima wok Ikea?

A cucinare infatti m’ingegno con due padelle e due pentole, una cinese antiaderente, che va letteralmente perdendo smalto, e un’altra di metallo, regalo di un’ex collega che non sapeva che farsene. Il fatto è che sono sempre nere, perché la cucina usata che ho preso al magazzino sotto casa (ve lo raccomando, raccoglie i mobili buttati via e li rivende come nuovi) andava a gas naturale. Adesso invece ha la caratteristica bombola arancione di butano, portata su da un pako che ci guadagna giusto 3 euro, mentre il resto dei 18 va non so a chi. Risultato: fa certe fiammate che mi anneriscono le pentole, e siccome sono sozzosa mi scoccio di stare sempre a tirarle a lucido.

Però non faccio male a nessuno: vivo sola. È stato il mio regalo dei 30, l’anno scorso: dire addio a tutti i possibili coinquilini che ti possa appioppare Barcellona, dall’ex soldatessa israeliana che tiene il fornello acceso tutto lo shabat, alla coppia latina che litiga ogni giorno, passando per il punkabbestia sivigliano. Che quando non ha le allucinazioni in bagno dorme nudo con la porta aperta. Sarebbe anche un bello spettacolo, se la stanza non puzzasse di cimitero.

Siccome i più pazzi erano anche fanatici della pulizia, in loro onore pulisco una volta ogni cent’anni, e giusto perché ho ospiti.

E che ospiti. Splendide fanciulle slave che vanno a fragole e Nutella, sardi che improvvisano tarante freestyle, pakistani attratti dalle mie indiscutibili qualità: occhi grigi, capelli tinti, cittadinanza europea… E una volta ogni morte di papa, viene perfino qualcuno che mi piace.

Con questi succede una cosa strana: vengono, si prendono il caffè o la birra e dopo un’ora se ne vanno. Magari preannunciando “resto solo un’ora”. Ora, non ho mai preteso di piacere a tutto il mondo; anzi, antichi complessi adolescenziali ogni tanto mi fanno ancora propendere per il contrario. Il fenomeno strano è che mentre altri magari ci provano, proprio questi restano un po’ sul balcone, indovinano che chiesa è quella in fondo a sinistra (Santa Maria del Pi, votata all’unanimità) e poi se ne vanno felici e contenti. Sarà che solo con loro continuo a meritarmi il simpatico soprannome di iceberg?

E meno male! Questa bianca cameretta sui tetti del Raval ha pericolosamente solleticato la mia misantropia, tanto che la chiamo “mi cueva”, mi sono decisa da poco ad aprirla agli amici e come una bimba avida trovo impensabile condividerla con qualcuno. La buonanima di mia zia, morta quasi centenaria dopo una vita “consacrata al Signore”, mi vaticinava che non mi sarei mai sposata, buttando al vento il mirabile corredo che mi aveva apprestato.

“Tua zia è vergine? Che brava persona, la invidio, voglio conoscerla!” chiedeva il mio ultimo ex, per farvi capire la mia capacità di selezione. Da bravo timorato di Allah, quando la nostra storia finì si limitò a una proposta di matrimonio per amore (sì, del permesso di soggiorno, “ti do 3.000, 4.000 euro”) per poi puntare sulla casa. Ha dunque cominciato ad augurarmi, Inshallah, un buon lavoro lontano da qui. Lui si sarebbe goduto il balcone, e la privacy: tanto, date le dimensioni, pensava di metterci giusto altre quattro persone (l’ideale per il bagno di Barbie).

Giammai, ho risposto. Quando ho visto questa soffitta, in omaggio alla mia vecchia anima boema che si va inchiattillendo, ho pensato appunto a La Bohème, a quando Mimì (ma il suo nome è Lucia) smette di fare la civetta e dichiara: “Ma quando vien lo sgelo/il primo sole è mio/il primo bacio dell’aprile è mio”.

Confermo. È stato mio, anche quest’anno, il primo bacio di un aprile alquanto piovoso. Sospetto che lo sarà anche il primo cazzotto d’agosto, ma per allora Allah pensa.